Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre

Sono sotto assedio. Il gabinetto della mia casa è ubicato nel corridoio principale (c’è solo questo) ed è sorvegliato alla porta dalla mogliera e alla finestra grande che dà sulla terrazza, dalla figliola. Un principio di diarrea dopo la lettura di una monnezza mi ha fatto precipitare qui senza i miei preziosi libri. I cari parenti non mi vogliono far uscire per una specie di nemesi storica “O babbo, ora ci stai tutto il giorno!” grida la mia figliola con una voce esasperata che mi fa rabbrividire.

Non ho portato i libri ma fortunatamente mi sono ritrovato in tasca degli appunti sul giallo italiano, ovvero dei giudizi presi in qua e là su questa forma di espressione letteraria e su altro attinente al leggere e allo scrivere. Ve li mando per suscitare qualche commento o, comunque, qualche riflessione.

Parto dall’articolo di Nicola Villa “Il giallo italiano non esiste”. Mi pare che sia già stato oggetto di discussione nel precedente blog di Alessandra ma lo ripropongo insieme agli altri.

“Avrei voluto intitolare questo articolo “Chi ha ucciso il giallo italiano?” ma sarebbe stato troppo simile al commento “Chi ha ucciso la fantasia dei giallisti italiani?” di giò su aNobii. In realtà avrei voluto scrivere quello che lei ha scritto nella sua efficace e vera osservazione generale sullo stato (inesistente) del giallo italiano: “Un po’ sulla scia del giallo poliziesco all’italiana: più socio-psicologico che giallo vero e proprio. Alla fin fine questi libri sembrano tutti uguali. Cambia la città e la parlata; una volta c’è l’agente di polizia; un’altra il commissario o l’avvocato… ma dopo tutto le storie si assomigliano tutte e i personaggi rispondono quasi sempre al medesimo cliché. Insomma gli autori son diversi, ma sembra di stare dentro a un’unica gigantesca fiction televisiva che va da Napoli a Bari, da Milano alla Sicilia. L’imperativo è: 1.scrivere un libro con un protagonista “molto umano”, con le sue debolezze, ma fondamentalmente “giusto”. Non bello, non brutto, non acuto, non scemo. Un po’ triste, trasandato, sensibile, ma con un misto di cinismo-ironia-malinconia, e soprattutto completamente privo di qualsiasi moto di allegria. 2. Scrivere un libro infischiandosene assolutamente della trama e degli ingredienti che fanno di un giallo un buon giallo. Che importa se lo spunto è scialbo, se ci sono delle incoerenze nella storia, se non ci sono suspense ed enigmi da sciogliere. Qui c’è ben altro, c’è la problematica sociale a far da padrona, ci sono i risvolti psicologici… che barba!”.

Per Alberto Custerlina il noir è morto. “Se però vogliamo far finta che sia tra noi, allora direi che si dovrebbe cominciare a fare a meno di certi cliché talmente abusati da essere diventati delle macchiette. Mi riferisco ai vari commissari, ispettori e marescialli. Io capisco che la gente non è mai stufa di queste storie (tutte uguali, e quindi torniamo al discorso di prima), ma dico pure che uno dei compiti dello scrittore è di offrire alle persone dei percorsi di crescita e non favorire il loro immobilismo mentale”.

Carlo Oliva si è stufato di questa sovrapproduzione e ha invitato i giovani a scrivere poesie piuttosto che giallastri disumani (mi immagino la faccia dei poeti, quelli veri…).

Valerio Evangelisti non ce la fa più a reggere la caterva di topoi che ormai sono di casa e di bottega: investigatore privato e cinico, il poliziotto coraggioso, il serial killer eccetera, eccetera, eccetera. Quella che all’inizio poteva essere una sfida al nuovo e al diverso diventa acquiescenza e serena consolazione. Insomma una palla.

Vitaliano Trevisan in “Le inutili denunce dei nostri scrittori” in “La Repubblica” del 21 luglio 2009, scrive che la letteratura per ora resiste “A patto di non trasformarsi in uno di quei professionisti della realtà che infestano il globo e di cui l’Italia è ormai satura, che volteggiano leggeri sulle periferie diffuse in cerca di cadaveri. Il tempo di spolparli e di cagare la relativa narrazione, e via di nuovo in volo, in cerca di un terremoto, di una guerra, di un assassino, di una vittima, di una qualsiasi sfiga, purché di mercato”.

Anna Maria Ortese in “Da Moby Dick all’Orsa Bianca”, Adelphi 2011, “Tutti criticano, nessuno legge”. Oggi si vive per scrivere, mentre i grandi del passato scrivevano per vivere normalmente.

Luigi Bernardi “Non è vero che tutti hanno qualcosa da dire, delle storie da raccontare. Servono narratori a tempo pieno, non narratori della domenica. Qualcuno fra le centinaia di migliaia di persone che in Italia pretendono di scrivere dovrebbe fare un passo indietro e limitarsi a leggere. Ma noi italiani siamo così, ci piace il lavoro intellettuale perché non affatica il corpo e permette una serie infinita di lamenti, in un paese dove la sola identità nazionale è costituita dalla propensione al lamento”.

Massimo Carloni  “Che Garcia-Roza abbia voluto iniziare la sua carriera di scrittore di noir a sessant’anni dopo trent’anni di onorato servizio all’Università di Rio non può che farci piacere: assediati, in patria e all’estero, da “giovani” scrittori che non hanno neppure letto i classici del genere e hanno un’esperienza di vita a dir poco monotematica, fa piacere sentir filtrare da queste pagine un’antica e malinconica saggezza”.

Termino con una sentenza glaciale del noto traduttore Luca Conti “Il livello medio della produzione italiana recente fa accapponare la pelle”.

Ecco questo è quello che ho potuto spedirvi ed ora non ho tempo per le mie osservazioni che devo escogitare qualche trucco per uscire dal gabinetto.
A presto. Spero…

Fabio e Jonathan Lotti

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