Roberto Costantini: “Tu sei il male” fa man bassa di premi (in attesa del secondo romanzo)

Il romanzo Tu sei il male di Roberto Costantini si è aggiudicato ieri sera a Lecco sia il Premio Azzeccagarbugli al romanzo poliziesco della Giuria Popolare che il Premio Opera prima – sezione Raffaele Crovi assegnato dalla Giuria dei Letterati per il miglior esordio nella narrativa di genere italiana.

Il 4 ottobre, invece, veniva segalato tra i finalisti della nona edizione del Premio Camaiore Letteratura Gialla insieme a Massimo Carlotto e Marcello Simoni. In particolare – cito il comunicato stampa – Massimo Carlotto con Respiro corto (Einaudi) è stato indicato dalla giuria degli esperti, Roberto Costantini con Tu sei il male (Marsilio Editori) è stato indicato dalla giuria delle librerie e Marcello Simoni con Il mercante di libri maledetti (Newton Compton) è stato indicato dalla giuria del web.
La serata finale del Premio, con la proclamazione del vincitore, è in programma venerdì 7 dicembre al Teatro dell’Olivo di Camaiore.

Nel frattempo l’editore Marsilio rende noto che a fine ottobre uscirà Alle radici del male, il secondo volume della trilogia originariamente prevista.

Un successo meritato e annunciato. A me piace ricordare che la prima presentazione di Tu sei il male l’abbiamo fatta a Roma, con Enzo BodyCold e – nientepopodimenoche – Giancarlo De Cataldo.

Ecco cosa ci eravamo detti oltre un anno fa con l’autore:

È l’esordio dell’autunno: Tu sei il male di Roberto Costantini – in libreria dal 7 settembre – rappresenta uno di quei rari momenti fortunati dell’editoria italiana, quello del manoscritto del perfetto esordiente che si trova per caso sul tavolo giusto al momento giusto. L’autore esordisce in tarda età dopo un percorso professionale e di vita tutto diverso dall’esordio dello scrittore “classico”, e a giudicare dal risultato potremmo dire che è un bene che sia andata così. Se è vero che per scrivere bisogna prima aver vissuto, Costantini ha vissuto davvero molto prima di decidersi a buttar giù il suo primo romanzo.

AB – La prima domanda è d’obbligo: esordiente a sessant’anni!
RC – Non ancora sessanta, precisiamo: saranno 59 a settembre, sono nato nel 1952. Questa cosa dei sessant’anni l’ha detta Giancarlo De Cataldo sul Sole24Ore: quando gli hanno chiesto di menzionare dei gialli su Roma lui ne ha indicati alcuni tra cui il mio, definendomi “un esordiente sessantenne”. L’ho ringraziato ma ho specificato che non sono ancora sessanta. Devo dire che l’approssimarsi dei sessanta anni mi fa un po’ impressione, a differenza degli altri passaggi di decade che l’hanno preceduto.
Quanto all’esordire, l’esordio è limitato al genere perché ho scritto altri libri, ma di saggistica. Sono ingegnere ma ho sempre fatto il consulente d’azienda e ho pubblicato diversi manuali sulla negoziazione.

AB – Pur sempre esordiente nel genere, però.
RC – Relativamente. Intanto sono sempre stato un fortissimo lettore. Fin da ragazzo, quando abitavo in Libia: ho letto Agatha Christie in inglese, e poi Ellery Queen, i classici. Andavo in vacanza con un mio carissimo amico e ci portavamo una caterva di libri: li leggevamo la notte e l’indomani ce li scambiavamo e ci interrogavamo a vicenda. Tuttora, quando vado in libreria, compro gli ultimi 15 gialli usciti e ne leggo almeno le prime pagine, poi li passo a mia moglie e a mia suocera. Quanto a scrivere, avrei dovuto fare il giornalista. A 18 anni scrivevo per il Corriere dello Sport, sulla pagina “Per voi giovani”, in cui c’erano articoli volti a sensibilizzare i giovani su temi sociali. Erano articoli seri e ben pagati. Poi fummo cacciati dalla Libia, io dovevo iniziare l’università e mio padre mi chiese di fare l’ingegnere. Quindi ho intrapreso un’altra strada. Negli anni, durante i numerosi viaggi di lavoro, pensavo alla “mia” storia e man mano me la costruivo in testa. E siccome spesso con i fusi orari non dormivo buttavo giù delle trame. Poi, tre o quattro anni fa, avevo un lavoro che mi dava preoccupazioni serie, da non dormire la notte, e mi misi a scrivere. Una volta terminato il romanzo era una massa informe. Volevo portarlo in tipografia per stamparlo e regalarlo a Natale agli amici – sono miei amici, dovranno leggerlo per forza, pensavo.

AB – E invece…
RC – E invece il manoscritto è arrivato a Marsilio e so che a loro è piaciuto. Io penso che sia molto bello, ma l’ho scritto io, quindi non faccio testo. D’altra parte ci sono clamorosi successi editoriali che a me non sono piaciuti (e per esplicito patto con l’autore non diremo quali, n.d.b.). In famiglia, poi, c’è stata una sorta di opposizione strisciante: ho scritto Tu sei il male “nonostante” i miei figli adolescenti, che si lamentavano perché tenevo occupato l’unico computer di casa.

AB – In realtà questo è il primo volume di una trilogia.
RC – Esatto, è una trilogia con un unico filo conduttore anche se ogni romanzo contiente un “giallo” compiuto in sé. Il concetto è lo stesso del Padrino: nel secondo romanzo il protagonista, Michele Balistreri, sarà più giovane che nel primo, come Marlon Brando.

(foto di Daniela Palmieri)

AB – Che altro puoi dirmi del secondo romanzo?
RC – Nel secondo volume ci sarà “l’origine del male”. La tesi di fondo è che – non solo nei romanzi, ma anche nella vita reale – non esistono persone assolutamente buone o assolutamente cattive: è possibile che chiunque perda la testa. A parte i criminali incalliti, ognuno di noi può avere il suo momento di follia.

AB – In Tu sei il male ci sono diverse tipologie di criminale: il delinquente incallito, lo psicopatico, l’occasionale…
RC – In realtà sono diverse tipologie di colpa: nessuno di questi è totalmente cattivo o totalmente buono. Lo stesso Balistreri è uno che, partito come una specie di eroe invincibile, a un certo punto ha dovuto piegarsi all’idea di scontare le colpe per gli errori che ha commesso. Balistreri è un uomo che crede nell’onore e nella lealtà. Nasce come un uomo di destra, che pensa – come pensava sua madre – che se Mussolini non si fosse fatto trascinare da Hitler avrebbe fatto bene all’Italia. Suo fratello Alberto invece è pacato, è il tipico democristiano. Ma Balistreri è il figlio minore, il figlio meno considerato, al contrario di suo fratello Alberto, il primogenito, bravo e adeguato. Alberto dice le cose che si possono dire per non perdere la propria reputazione, Michele dice ciò che le persone pensano, ma non dicono.

AB – Che poi il Balistreri trentenne ha anche una sorta di funzione sociale con le donne: pur sapendo che lo perderanno, o forse proprio per questo, le donne riescono a lasciarsi andare completamente con lui.
RC – (Ride) Sì, diciamo che ha una sorta di funzione sociale.

AB – Nella realtà, invece, cosa è il male?
RC – Ad esempio una situazione che trovo molto preoccupante è il disagio adolescenziale. Io sono molto a contatto con gli adolescenti: la sottile discriminazione psicologica, che esiste in ogni classe nei confronti di qualcuno, costruisce dei futuri squilibrati. Noi siamo un Paese molto più razzista di quanto si creda. Oggi in Italia c’è un tasso elevatissimo di bullismo: gli adolescenti discriminati, che oggi sono vittime, rischiano di essere una generazione di serial killer tra 15 anni, perché non hanno altro modo di affermarsi se non usando la violenza.

AB – Dunque Tu sei il male arriva a Marsilio che non solo decide di pubblicarlo, ma lo promuove anche come successo editoriale dell’autunno. Tu sei un esperto di marketing e forse ti rendi conto del meccanismo psicologico perverso: se mi dicono che un romanzo è un capolavoro, basta che sia un filo al di sotto delle aspettative e io ne resterò delusa. Se invece mi si dice semplicemente che è un buon romanzo, è facile che leggendolo io lo trovi migliore delle aspettative che mi sono creata, con un surplus di soddisfazione.
RC – Capisco cosa vuoi dire. Non conosco la realtà editoriale ma mi succede la stessa cosa con il cinema: i film che mi sono piaciuti di più sono quelli di cui nessuno mi aveva parlato in termini entusiasmanti.

AB – Questo meccanismo è un po’ un’arma a doppio taglio, perché c’è una piccola fascia di lettori, quelli un po’ scafati, che guarda con sospetto al “capolavoro”, ma è probabile che invece sulla massa di pubblico questo tipo di marketing funzioni. D’altra parte il libro ha trovato larga approvazione presso gli addetti ai lavori ed è stato venduto anche all’estero a scatola chiusa: come ti fa sentire questa cosa?
RC – Bene, anche se gli stranieri hanno comprato la trilogia, che di fatto ancora non esiste… Quindi ora mi toccherà scriverla! Vivo questa situazione con grande curiosità. Mi piacciono i gialli, penso di averne scritto uno buono e inoltre c’è la sfortunata coincidenza che in questo periodo la situazione in Libia è sotto gli occhi di tutti. Il secondo romanzo parla proprio di questo, e per me è una fortuna, anche se ciò che sta accadendo mi addolora. Il libro è dedicato al popolo della Libia, che mi è caro perché ho vissuto lì fino all’adolescenza e credo che l’Italia non si stia comportando bene. Come direbbe Balistreri, gli Italiani sono un popolo che ha memoria corta ed è portato a tradire. Così come è tipico degli Italiani piegarsi, offrire minor resistenza possibile.

AB – Parliamo di Roma, che fa da sfondo alla storia di Tu sei il male.
RC – Io Roma la conoscevo da turista, perché ci passavo le vacanze d’estate. Ho iniziato a viverci quando ho finito il liceo. Credo che Roma sia una delle tre città più belle del mondo, una città bella e difficile. È lo specchio di questo Paese, un Paese bello e portato a trovare sempre l’espediente. Anche a livelli altissimi si vive di espedienti. È il modo di vivere, di pensare. L’espediente, quello al confine tra lecito e illecito, è la normalità. Già a Milano non è così. Ma a Roma ci sono anche due poteri, uno al di qua e uno al di là del Tevere, e questo complica le cose. Roma è una città in cui anche i ricchi sono straccioni e i poveri sono capaci di comportarsi da ricchi.

AB – Di tutti i tuoi personaggi, a quale ti è costato di più rinunciare?
RC – Sicuramente a Elisa, sia perché ho una figlia adolescente, sia perché il suo è un delitto “sociale”. È ispirato al caso di via Poma, del 1990, che era il caso dell’omicidio di una ragazza povera in un condominio di ricchi. Le indagini sono poco efficaci perché c’è il rischio di coinvolgere gente importante. Lo stesso Balistreri, convinto di aver intuito la soluzione, cerca di costruire le prove a sostegno della sua tesi, e in questo sbaglia.

AB – Ciclicamente anche all’estero viene fuori la questione della natura del thriller. Leggiamo thriller per evadere dalla realtà che ci minaccia o per avvicinarci alla realtà in cui viviamo?
RC – Credo più alla funzione catartica. La realtà è faticosa, la gente ha bisogno di evadere, e di evadere nel senso di leggere su carta le proprie paure e pensare “no, a me non può succedere, io sono lontanissimo da questa cosa”.

Roma, 3 agosto 2011

5 Comments

  1. Ho letto con vivo interesse Tu sei il male. L’ho trovato davvero buono e con una caratterizzazione psicologica perfetta del suo protagonista. Credo proprio che il comissario Balistreri rimarrà a lungo nei ricordi dei lettori e vederlo ritornare in libreria dopo un solo anno dalla prima uscita, è una vera gioia.
    I miei complimenti all’autore ed anche ad Alessandra Buccheri per la bella intervista.

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