Alicia Gimènez-Bartlett (reloaded)

Alicia Gimènez-Bartlett è una delle migliori penne spagnole in circolazione. Vincitrice del premio “Feminino Lumen” nel 1997 come miglior scrittrice (scrive infatti anche narrativa mainstream: l’ultimo romanzo pubblicato in Italia, Exit, è appunto una “commedia letteraria”), deve la sua notorietà al ciclo di romanzi con Petra Delicado, un’ispettrice della polizia di Barcellona che, insieme al suo collaboratore, il viceispettore Fermin Garzón, ha contribuito a rendere la Gimènez-Bartlett un’icona del cosiddetto noir mediterraneo.
Questa intervista (del 2008) è ancora attualissima, quindi la ripropongo con piacere.

AB – Come è nata l’idea di Petra Delicado?
AGB – Volevo scrivere un romanzo in cui fosse protagonista una donna. Fino a quel momento, in Spagna, il ruolo centrale era affidato a figure maschili. Così ho creato una poliziotta, quindi una donna che comanda, di mezza età, sufficientemente adulta da poter riflettere sulla vita, sul lavoro, sulla società. Non avevo mai pensato di scrivere un giallo, prima, ma è venuta fuori una “novela negra”. Il mio agente, e anche la critica e il pubblico, lo hanno accolto molto bene e mi hanno chiesto un seguito. All’inizio ero perplessa, ma poi ho scritto il secondo romanzo e mi sono divertita molto, perché a quel punto avevo una certa padronanza delle tecniche per scrivere narrativa di genere. Così ho continuato la serie.

AB – Scrivere un giallo è una scelta primaria, fine a sé stessa, o è un modo per raccontare “altro”?
AGB – Il giallo non è un romanzo di evasione, soprattutto oggi, in Europa. C’è un movimento letterario molto interessante, che mette insieme gli scrittori del nord e del sud dell’Europa, che ha portato il romanzo giallo a esssere narrativa di denuncia e di analisi della società: cosa sta succedendo, cosa pensa la gente. Il giallo permette bene di fare questo tipo di riflessione.

AB – Sei anche una lettrice di romanzi gialli?
AGB – Sì. Non è un genere per cui abbia una spiccata preferenza, ma come tutti ho letto i classici: Agatha Christie, Raymond Chandler… Simenon mi sembra molto interessante. E trovo Ruth Rendell meravigliosa.

AB – Come mai hai scelto la narrazione in prima persona?
AGB – La narrazione in prima persona limita la libertà di azione, perché non ti permette di dire più di ciò che la protagonista effettivamente vede, sente e vive. Però al tempo stesso permette la riflessione, che è un aspetto che mi interessa molto. Petra Delicado dà molta importanza alle sue idee, riflessioni, a ciò che pensa.

AB – E l’antagonismo con Fermin Garzón?
AGB – È un falso antagonismo, esteriore, come marito e moglie. Si punzecchiano, ma entrambi si rispettano e tengono in conto le osservazioni che l’uno fa all’altra.

AB – Rispetto al passato, si delinque di più o di meno?
AGB – Non saprei. Certo è che si delinque in modo diverso. Ci sono crimini specifici, legati alla modernità, alla presenza di internet, ad esempio, e ai mezzi di comunicazione veloce che abbiamo oggi. Però i moventi ultimi sono sempre gli stessi, sono quelli shakespeariani: ambizione, passione, desiderio di potere.

AB – Mi racconti un aneddoto legato alla tua carriera di scrittrice?
AGB – Ero in un aeroporto, in Asturia, ed ero in fila per il controllo di sicurezza. A un certo punto ho visto sul nastro uno dei miei libri. Mi sono voltata e alle mie spalle c’era una signora, che doveva essere la proprietaria del libro. Allora le ho detto: “Signora, quel libro è mio”. E lei, subito: “Ah no, quello è il MIO libro!”. Allora le ho fatto vedere la foto, in fondo, e le ho detto: “Vede, questa sono io!”. A quel punto lei mi ha riconosciuta e si è messa a ridere. Colpa mia, non ero stata chiara…

AB – Scrivere è un lavoro solitario. Ti trovi bene, in questa dimensione di solitudine?
AGB – Mi piace la solitudine, però a volte è un lavoro duro. Non è solo la solitudine, ma anche il fatto che la scrittura non prevede un “mezzo”, come la musica, in cui c’è uno strumento, o la pittura, dove hai pennelli e colori: no, sei solo tu e il foglio davanti a te. È terribile. Però non so se potrei scrivere un libro a quattro mani. Un volta ho collaborato alla stesura di una sceneggiatura e devo dire che è difficile far coincidere due diversi processi creativi. Però, ecco, a volte mi piacerebbe che ci fosse qualcuno che scrive nella stanza accanto alla mia, per sentirmi meno sola. Per questo quando scrivo sono in compagnia dei miei cani, Lula e Isacco, e li guardo e chiedo loro: “Va bene questa frase?”. Loro sono la mia compagnia.

AB – Petra Delicado è un personaggio seriale. Pensi di farle fare la fine di Poirot o quella di Miss Marple? Voglio dire: ci sarà un romanzo “finale” di Petra Delicado?
AGB – A pensare di farla morire mi prende male. Poverina, è stata una buona amica. Però mi piacerebbe accompagnarla fino all’età della pensione e poi farla ritirare in un convento, ad espiare le sue colpe (ridiamo insieme, sta scherzando). È una cosa che i lettori tedeschi apprezzerebbero moltissimo perché la troverebbero coerente con l’idea che loro hanno delle donne spagnole, che vanno in chiesa tutte le mattine. Suor Petra Delicado, suona bene, no?

Courmayeur, dicembre 2008

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