Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl gabinetto di lettura condominiale è ormai una realtà consolidata. Nella prima riunione avevo distribuito diversi gialli classici insieme ai miei tre gialletti. Su questi ultimi silenzio assoluto. Stimolati dal sottoscritto ad intervenire senza alcun timore reverenziale e ognuno con il proprio modo di esprimersi, si è alzato dalla tazza il sor Antonio tenendosi le brache per coprire un paio di palle avvizzite pericolosamente ciondolanti e ha buttato giù tra i denti rimasti un Fanno cacare in perfetta sintonia con il momento. Ho sfoderato uno smagliante sorriso, elogiando la sua spontanea franchezza rispetto ad una viscida leccata di culo (tanto per rimanere nella metafora), senza far trapelare l’istinto omicida, e siamo passati a trattare di Holmes, Miss Marple e Poirot.
I tre illustri personaggi hanno ricevuto considerazioni per nulla esaltanti. Poirot non è stato capito. Troppo leccato e impomatato soprattutto per i lettori maschi. A me mi sembra un bucone! ha sentenziato ancora il sor Antonio rifilandomi un’altra coltellata al cuore. Ho replicato, stizzito, di tenere un linguaggio più rispettoso che altrimenti avrei sciolto l’assemblea ponzatoria.
Miss Marple è stata paragonata subito ad una vecchietta del quartiere di fronte pettegola da morire. Qualche volta le taglierei la lingua! ha esclamato la sora Virginia con la giugulare impazzita, resa paonazza dalla rabbia e dallo sforzo robusto (è stitica), subito assecondata dalle altre che se fosse stata presente l’avrebbero spellata viva. Anche Holmes non ha avuto fortuna perché uno che si buca con la coca deve andare dritto in galera a pedate nel deretano e la chiave nel cesso. Ho cercato di difendere in qualche modo i miei eroi ma mi sono trovato di fronte ad un muro invalicabile. Per il futuro dovrò escogitare qualche sistema per rendere la discussione un pochino più approfondita.

Spiluzzicature.
Trattasi di una nuova idea che mi è venuta proprio mentre ero sprofondato a meditare sulla tazza casalinga riguardo alla crisi del mio borsellino in crescente difficoltà operativa. Soprattutto nei confronti dei libri. Per farla breve sempre più spesso mi fermo in libreria a leggere senza comprare (furbo, eh! Ma mi lasciano fare perché sanno che alla fine qualche euro ce lo lascio). Mi sgranocchio l’incipit e poi in qua e là secondo l’estro del momento. Bene, segnalerò quei libri che mi hanno colpito favorevolmente in questo mio saltellante spiluzzicare. Giudizio ovviamente “a naso” che conta quel che conta (anche se ho un bel naso). Vediamo cosa viene fuori…
Per ora segnalo come discreto libro spiluzzicato Nemmeno il tempo di sognare di Pierluigi Porazzi, Marsilio 2013. Ho iniziato a spiluzzicare anche Io sono lo straniero, di Giuliano Pasini, Mondadori 2013. All’inizio ho storto la bocca per la solita ragazza presa e rinchiusa in una stanza, poi, andando avanti la scrittura (guardo soprattutto questa che inventare storie nuove è quasi impossibile) non mi è dispiaciuta.

Scrittori-lettori. Sempre in giro a leggere e declamare le loro opere per la promozione. Poverini! (soprattutto nel senso che devono sorbirsi da loro stessi, e a voce alta, ciò che hanno scritto).

Se trovate qualche recensione su un libro che vi mozza il fiato (e ne trovate a iosa) non lo leggete, soprattutto se siete asmatici come il sottoscritto. Perché rischiare la vita?

Tutti gusti sono gusti disse il tizio martellandosi le palle su un incudine. Era Bersani.

Ritorno ai miei cari G.M. con un anno in più sulle spalle (compiuti gli anni il 1° maggio!).
I detective dell’impossibile di Edgar Wallace, S.S. Van Dine, Christianna Brand (e di’o po’o).
Qui non la faccio lunga. Classiche storie da rompicapo con un tizio che viene ucciso in una stanza chiusa da tutte le parti dove non passa un filo d’erba. Voi seguite appassionatamente la vicenda, cercate di capire, di arrivare ad una conclusione logica ma in fondo rimanete sempre a bocca spalancata come un pesce fuor d’acqua. L’ideale per tenervi svegli.
La donna è mia di Harry Whittington.
Immaginatevi di vedere una bella ragazza dai capelli neri, che avete già incontrato in precedenza, precipitarsi fuori dal suo villino accanto al vostro, correre verso il mare e lasciarsi andare sotto le onde. Immaginatevi di salvarla, lei che si dispiace per questo, è disperata perché tutti la ingannano e vuole farla finita. Dice di chiamarsi Paula ma di lì a poco arrivano due uomini, uno il marito e l’altro il dottore di una clinica privata dalla quale Joyce (affermano che si chiama così), “instabile nelle sue emozioni”, è scappata. Immaginatevi il vostro turbamento soprattutto se quel dottore dalla dolcezza eccessiva proprio non vi convince.
È quello che capita a Jeffry Patterson, giovane soldato in congedo, ventotto anni, capelli color stoppa, alto un metro e ottanta, in vacanza lontano dal negozio di ferramenta in cui dovrebbe lavorare. Da qui la sua ossessione di conoscere la verità. Da qui le sue ricerche. Da qui i suoi guai.
Lotta all’ultimo sangue per scoprire la verità. Inquietudine, paura, azione che ci tengono legati alla lettura.
Oscuri presagi di Margery Allingham.
Una famosa Galleria d’arte a Londra, un quadro rovinato, un antico vaso Kang-Tse fracassato, una strana storia di incidenti sospetti che mette in agitazione Frances Ivory, la figlia del proprietario (ora in Cina) che dovrebbe andare sposa ad un tizio che non le piace. Per questo finge un fidanzamenti con un amico pittore (non so se succede anche oggi). Aggiungo la sorellastra sposata ad un uomo che scompare e una sfortunata spedizione in Tibet dove sparisce un ex fidanzato della suddetta sorellastra (dice lei).
La storia si incentra soprattutto sulla figura di Frances (altro personaggio interessante la nonna) presa da brividi, paura, terrore, rimuginamenti vari fino al classico morto ammazzato trovato nell’armadio trapassato da una lama sottile.  Ed ecco l’arrivo dell’ispettore Ian Bridie, scozzese, aspetto autorevole, occhietti grigi, volto dalle rughe sottili, sopracciglia “singolarmente arcuate”, voce dolce, e insomma “un vecchio gufo dall’aria ufficiale”. Tutto tende a creare tensione come il vento che geme alle finestre della casa, fruscii, passi furtivi e insomma qualche spunto di gotico per tenere sul chi vive il lettore. Riunione finale rivelatrice tipica del giallo classico. Un libro piacevole e ben confezionato.

Da vecchietti si diventa uggiosi. L’ho già scritto da altra parte nei riguardi di un paio di libri. Lo ripeto qui. Prendiamo Il respiro del drago di Michael Connelly, Piemme 2013.
Quando si incontrano certi scrittori ci si aspetta sempre qualcosa di più. Come in questo caso. Connelly un mito, Bosch lo stesso. Forse è sbagliato, ma è così. Dunque Bosch è a Los Angeles e la figlia Madeline, tredici anni, a Hong Kong. Ne riparleremo in seguito. Ora occupiamoci, anzi è il nostro detective che si deve occupare di un morto ammazzato. Più precisamente di John Li (sua vecchia conoscenza), asiatico, di circa settanta anni, dietro il bancone di alcolici del suo negozio, tre colpi al petto ma niente bossoli (uno verrà trovato in seguito ma non vi dico dove). Rimasti due DVD dai quali si evince che il morto doveva pagare una tangente alla Triade cinese.
Bosch è tormentato come padre (sente di non avere svolto bene questo compito), sempre attratto dalla ex moglie con la quale resta in buoni contatti, una furia quando deve salvare la figlia presa in ostaggio dalla Triade a Hong Kong. Uomo prettamente di azione: “Nessun piano. Entro e prendo mia figlia”. Poco incline a rispettare le regole (ne sa qualcosa l’asiatico sotto interrogatorio), hamburger, jazz, il contrabbasso di Ron Carter, la tromba di Miles Davis e di Tomasz Stanko.
Naturalmente c’è tutto l’ambaradan del thriller in questo libro: le ultime tecniche di rilevazione delle impronte con il potenziamento elettrostatico, i compagni di avventura con i loro problemi personali, i dubbi, i tentennamenti, i ricordi che affiorano, pedinamenti, interrogatori, cazzotti, sparatorie.
La prosa scivola via spedita lungo il viale del dialogo serrato, qualche squarcio di ambiente, qualche spunto personale, il collega che vuole mettersi (pericolosamente) in mostra.
Non so, ma mi pare un qualcosa di letto e riletto e non sono stato coinvolto più di tanto (sarà la vecchiaia). E alla fine un sentimentalismo stereotipato (è colpa mia, no è colpa mia, ma se ti dico che è colpa mia…) che poteva essere svolto con maggiore efficacia.
Uno dei libri meno riusciti di Michael Connelly (di quelli che ho letto, si capisce).

Continuiamo con Una coppia perfetta di Joe R. Lansdale, Einaudi Stile Libero Big 2013.
Una coppia perfetta. Un bianco, Hap,  che racconta in prima persona insieme ad un negro gay, Leonard, preso dai wafer alla vaniglia. Tre racconti veloci senza tante storie (l’ultimo più esteso). Le storie ci sono ma filano via lisce che è un piacere. Con loro c’è da farla poco lunga. Due botte e via e non in senso sessuale. Ne sa qualcosa, per esempio, Smokestack che vuole fare una rapina in banca e poi uccidere l’autista della banda stessa, un ragazzino ancora coi brufoli il cui fratello vorrebbe tirarlo fuori dai guai con l’aiuto del nostri. Jab in un occhio, gancio alla gola, calcio nelle palle. Se poi viene rapita la rossa Brett di Hap allora potete immaginarvi la scena. Al posto del cazzottone arriva la carabina e il cervello schizza da tutte le parti. Spesso si trovano invischiati in formidabili casini, tra raggiri di bugiardi, maschi o femmine che siano, morti tra i piedi, poliziotti che li guardano in cagnesco.
Qualche esile momento di riflessione, qualche ricordo che spunta timido e poi al lavoro tra delinquenti e trappole di tutti i tipi. A dar loro una mano c’è Marvin Hanson, ex poliziotto con agenzia investigativa, e c’è pure qualche personaggio particolare che si stacca dal gruppo. Vedi l’avvocato Veil che, per difendere  Leonard in gattabuia (sa giocare a scacchi), spara certe argomentazioni (crack uguale peste) che hanno una impensabile forza di convinzione. Alla fine tutto si risolve. Arriva Brett la rossa e un caldo abbraccio è quello che ci vuole.
Il gusto di raccontare. Tra azione, metafore sorprendenti e battutine al pesto (mi è venuta così) si passa un po’ di tempo in allegria.

A casa del diavolo di Romano De Marco, Time Crime 2013.
Giulio Terenzi, trenta anni, master in economia, laureato con 110 e lode, “fisico di atleta, vestiti firmati e tanta boria addosso”, lavora in banca, si aspetta una promozione e invece viene sbattuto a Castrognano, provincia dell’Aquila a 1328 metri di altezza, abitanti 294. Praticamente in punizione per avere scopato una bella signora, cosa non riuscita al capo Paolantoni livido di invidia. Deve sostituire un certo Rinaldi dal quale riceve alcune informazioni sugli abitanti del paese: gente strana, anziani che scompaiono, nessuno che denuncia e insomma un’atmosfera “malata” in giro.
In concreto: fine drammatica dello stesso Rinaldi stramazzato con la macchina in un burrone, qualche dubbio, incidente o omicidio?; maresciallo Astolfi e brigadiere Papale ad indagare; la bella Assunta, moglie del proprietario dell’unico locale insoddisfatta, e dunque ci sta che nasca qualcosa con il nostro dongiovanni; Albino, ragazzo ritardato che fa strani disegni, tra cui scene di morte e simboli satanici (sembra proprio che ci sia in giro una setta occulta); la baronessa De Santis sempre dietro la finestra e suo nipote Corrado che opera prelievi consistenti dal suo conto bancario.
Ricorrente il tema dell’amore e della donna, dubbi, inquietudine, mistero, superstizioni, false piste, un po’ di sesso che fa sempre bene.
Una scrittura pulita, scarna, essenziale, qualche spunto in dialetto abruzzese a renderla più viva. Un libro senza tanti ghirigori, strapazzamenti di parole, frasettine in corsivo e frasettine brevi che saltellano per ogni dove come scimmie impazzite. Prima parte lenta e avvolgente (la migliore), seconda più spedita con finale a tutta birra e continui colpi di scena e di sorprese (anche troppe) che mi hanno fatto venire il mal di testa.
La verità non è mai quella che sembra. Fino in fondo.

Un saluto alla nuova lettrice da gabinetto Eva Clesis. Questi i suoi libri: Guardrail, Las Vegas 2008; 101 motivi per cui le donne ragionano con il cervello e gli uomini con il pisello, Newton Compton 2010; E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco, Newton Compton 2011; Parole sante, Perdisa Pop 2013.
Guardami di Jennifer Egan, minimum fax 2012.
È una storia a più voci, nonostante la più schiacciante, oltre che interessante, sia quella della protagonista, Charlotte, modella non più giovane e neanche troppo famosa, che dopo essersi immessa nella corsia piana delle pubblicità da minestra in brodo, più che calcare le passerelle o i grandi settimanali di moda, ha un incidente pazzesco, in cui le si disintegra la faccia. Ora, questa è la parte più interessante del libro, che mi ha ricordato un po’ Invisible Monsters di Palahniuk. Perché la chirurgia le ricostruisce un volto nuovo e doloroso, con cui Charlotte acquista anche una nuova identità, anzi, una non identità. La nuova faccia infatti fa sì che gli altri non la riconoscano, e lei stessa si viva come qualcuno che non è percepito, notato, perciò non esiste.
Passa infatti da essere la ragazza sopravvissuta alla provincia e con qualche anno di celebrità al non avere più né una faccia da modella né una riconoscibilità donata da una qualsivoglia attrattiva. Così da diventare letteralmente trasparente, come le ragazze che vanno al ballo per fare da tappezzeria.
Per sopravvivere, l’unica risorsa che le rimane è reinventarsi, ricollocarsi nel mondo. Non sarà facile per lei, di cui seguiamo le vicende, inframmezzate a quelle di altri due personaggi: Charlotte, omonima della protagonista, adolescente figlia della migliore amica della prima Charlotte, che fa i conti con i conflitti della sua età, e Moose, suo zio, ex ragazzo popolare che invece lotta per tenere insieme i pezzi di una vita interrotta. La vita interrotta nella ricerca di un’identità più sicura, autentica, potrebbe essere il filo conduttore di questi tre personaggi. Il libro ti dà subito l’impressione di essere stato molto ragionato, portato avanti con una scrittura apparentemente disinvolta. Lungo cinquecento pagine, è un romanzo appassionante, anche se qui e lì sfilacciato quando ci allontaniamo da Charlotte per ritrovarci con gli altri personaggi che non riescono a prenderci allo stesso modo. Un libro spiazzante per certi versi, troppo strutturato per altri, ma che rimane una prova valida, di sicuro ambiziosa.

Chiudo con la nostra incommensurabile Patrizia Debicke (Debicche).
Il cammino del penitente di Susana Fortes, Nord 2012.
Febbraio, domenica e una studentessa di filosofia, Patricia Palmer, viene ritrovata morta  con  le scarpe infilate al contrario nella cattedrale di Compostela dal decano da  padre Barcia, un ometto che pratica e vive gli ultimi sprazzi  di una religiosità ai limiti del fanatismo. Che il diavolo, il maligno ci abbia messo lo zampino?
L’autopsia chiarirà che la ragazza è stata  uccisa da un colpo violentissimo all’addome che le ha spappolato la milza.
Ci immergiamo a capofitto in un’affascinante Santiago gelida e piovosa ma, al tempo stesso, abbastanza grande e incasinata da farci dimenticare che è forse il luogo di pellegrinaggio più antico e celebre al mondo. Ma pellegrinaggio per rendere onore a chi? A San Giacomo o a Priscilliano, il vescovo condannato come eretico e giustiziato dalla bigotta chiesa di allora? E proprio il Liber Apologeticus di Priscilliano, che l’archivio della diocesi ha dato in prestito alla biblioteca dell’università, è stato appena rubato. Perché?
Il commissario Lois Castro e il medico legale dottor Arias sono davanti a un delitto e a una situazione fuori dagli schemi. Delitto che mette in moto anche il giornalista Villamil, veterano del quotidiano locale Heraldo Gallego con la passione per le cravatte stravaganti e la sua protetta Laura Marquez, borsista appena arrivata, con problemi esistenziali e che nel tempo libero si sfoga tirando di scherma. Entrano in scena altre figure: un docente di filosofia certo Fidel Dalmau, che ha raggirato la povera ragazza uccisa per suoi scopi, il fidanzato della Palmer, che come lei voleva salvare il mondo dalla contaminazione, e il  ricco giovane e bel diacono Santa Olalla,  membro del clan della Ferticeltia, multinazionale locale con i suoi intrallazzi internazionali.
Mentre l’inchiesta del poliziotto Castro si concentra su possibili legami con il movimento verde del quale la ragazza era un’esponente e da novella Erin Brokowitz faceva guerra alla Ferticeltia accusata di inquinamento ambientale, i giornalisti Villamil e Marquez imboccano la pista del libro rubato.
La testardaggine di Laura la spinge a infilarsi nelle fauci del lupo… A rischiare la pelle…  Ma l’ora del giudizio sta per suonare e, anche se la soluzione lascia un po’ l’amaro in bocca, tant’è.

Un caro saluto a tutti i lettori e collaboratori da…
Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

(Diamo il benvenuto alla piccola Jessica 🙂 )

9 Comments

  1. Caro Zenone
    mi piacerebbe pubblicare un tuo intervento su un libro che ti ha particolarmente colpito così da inserirti tra i lettori da gabinetto. Vedi se puoi accontentarmi.

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  2. Se ti accontenti di qualcosa che non sia “giallo”, lo farò volentieri. Gli amici di SoloScacchi mi hanno fornito la mail e ti invierò il pezzo. Grazie per la proposta, un vero onore.

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  3. MI accontento, mi accontento. Uscirà nel pezzo di maggio. Semmai per la lunghezza vedi un po’ di orientarti su quelle già pubblicate. E grazie.

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  4. Caro Fabio, mi piacerebbe abitare nel tuo condominio solo per partecipare al circolo condominiale e difendere a spada tratta le tue scelte letterarie, assolutamente fede degne. Se mi avverti in tempo per la prossima, sono disposta alla trasferta, soprattutto se mi fai trovare Jonathan e Jessica!!! un abbraccio Rosanna

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  5. Bentornata, Rosanna!
    Se ci riesco mi piacerebbe costruire una specie di raccontino goliardico a puntate per quanto riguarda queste sedute gabinettare con i suoi personaggi particolari. Vedremo.
    Grazie per la tua presenza.

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