Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2020

Per ora ci siamo salvati…

La signora del martedì di Massimo Carlotto, edizioni e/o 2020.
Primo personaggio l’attore porno e gigolò Bonamente Fanzago. A quarantun anni si deve difendere con le unghie e con i denti dalla concorrenza. Ovvero dai negri che sono meglio equipaggiati (in quel senso). Già colpito da un ictus prende delle medicine che lo buttano giù e ha una sola cliente, la signora del martedì (secondo personaggio) che regolarmente viene a visitarlo nel suo letto proprio in quel giorno della settimana dalle quindici alle sedici alla pensione Lisbona. Solo che, dopo un po’, si innamora di lei entrando in depressione. Inizio scoppiettante, nel senso della scrittura veloce e ironica che ha facile presa sul lettore e l’avrà sino alla fine.
Terzo personaggio il proprietario della suddetta pensione signor Alfredo Guastini, un ultrasessantenne travestito che si traveste, appunto, da donna, amico sincero di Bonamente e innamorato del professor Federico Bassi. Fino a quando… fino a quando il suddetto Bassi deve rinunciare agli incontri per via dei figlioli. E allora, unico suo scopo, quello di aiutare l’amico e difenderlo dalla signora del martedì…
La signora del martedì, dicevo, Alfonsina Malacrida, accusata ingiustamente dal commissario Michele Pagano dell’uccisione dell’avvocato Tommaso Fontana per averlo travolto con la macchina. Sua triste, desolante storia. Assolta, condannata, di nuovo assolta e di nuovo condannata a suo tempo per l’uccisione dell’amante quando era conosciuta con il nome di Nanà. Al momento della nuova accusa scrive libri per bambini sotto pseudonimo, inventa fiabe ma si porta dietro il marchio infamante dell’assassina. Aveva incontrato l’avvocato Fontana che si era presa cura di lei, erano andati a vivere insieme e diventati amici, veramente amici, non amanti. E ora, oltraggiata anche dai social, non le resta altro che “rannicchiarsi su se stessa”.
Non manca il classico giornalista nelle vesti di Pietro Maria Belli che ce l’ha fina con la sopracitata “Alfonsina Malacrida, la cagna, puttana e spacciatrice ora scrittrice di fiabe di successo” perché, secondo lui, non ha pagato abbastanza. È venuto il momento “di chiudere i conti”. Si mette quindi a indagare per questa sua sciagurata ossessione.
Una storia che lascia in secondo piano la parte squisitamente poliziesca per mettere al centro il sesso, la passione, l’amore, l’amicizia, i rimpianti e i pianti. Tutti a cercare conforto in qualcosa, in qualcuno, dentro situazioni ormai sfilacciate, dentro matrimoni falliti dove non c’è possibilità di separarsi anche per questioni economiche, dove a una gioia può contrapporsi un dolore. Si parte con il sesso e si finisce per rimanere aggrappati alle variegate maglie del Sentimento (con la esse maiuscola) che diventa il vero, più forte personaggio. E se si viene accusati, seppure innocenti, non c’è scampo, si verrà sicuramente messi alla gogna dai moderni mezzi di comunicazione. Ma, in fondo, potrebbe arrivare sempre qualcuno ad aiutarci. Qualcuno che calzi, magari, in questo caso, degli stivali texani a noi piuttosto conosciuti…
Ah la vita, la vita!

I cerchi nell’acqua di Alessandro Robecchi, Sellerio 2020.
Milano, settembre 2020. “Il sovrintendente Ghezzi è già una sagoma che si allontana, il passo svelto, imbocca il vialone che va verso Porta Garibaldi, una figurina in marcia verso i grattacieli, illuminata da lampioni e fari in movimento, da luci bianche che tagliano tutto con righe dritte, spigoli nella notte”. È appena uscito dalla casa del bellimbusto, ricco e viziato autore televisivo Carlo Monterossi, personaggio principale di diverse inchieste dell’autore, a cui ha raccontato un paio di storie che hanno coinvolto lui stesso e l’amico poliziotto Carella.
Che cosa era successo? Qualche settimana prima una visita inaspettata della prostituta Franca (fossette, fossette…) dopo addirittura trent’anni, la donna di un certo Salina Pietro, ladro di professione, praticamente il suo primo arresto. Ora è sparito da più di una settimana e la “vecchia amica” chiede il suo aiuto per ritrovarlo. Allo stesso tempo il vicequestore Gregori vuole capire che cosa frulla nella testa di Pasquale Carella che gli ha chiesto, cosa mai avvenuta prima, un bel po’ di giorni di vacanza. E non è tutto. Sta frequentando locali notturni poco raccomandabili, gioca grosse somme ai tavoli del Giambellino e gira su auto lussuose. Qualcosa non quadra… Carella è coinvolto dentro un fatto personale, un vecchio conto da regolare con un energumeno magnaccia che diversi anni prima ha mandato all’ospedale una ragazza diventata sua amica. A ciò si aggiunga il clamoroso fatto del giorno, ovvero l’inspiegabile delitto dell’antiquario incensurato Amedeo Crodi, trovato morto a furor di botte nel suo magazzino-laboratorio senza che siano stati portati via denaro e ricchi oggetti.
I due si ritroveranno insieme. Diversi. Tarcisio Ghezzi “poco meno di sessant’anni, poco più di ottantaquattro chili”, prende i malviventi e li porta dal magistrato. Fine. Pasquale Carella, invece, completamente acceso da sacro furore, è disposto a tutto. Proprio a tutto. “Carella cerca ogni balordo come se gli avesse scopato la fidanzata”. Due casi paralleli che finiranno per convogliare in un’unica indagine.
Praticamente un intreccio di giallo classico, di investigazione con i soliti dubbi e tormenti personali e di giallo d’azione alla maniera hard boiled americana dove non mancano minacce, violenza, scontri, sparatorie in una Milano feroce “tra bar, la mala, strozzinaggio, i gironi infernali di spacciatori, trafficanti, truffatori, uomini di fiducia, boss, galoppini”.
I cerchi nell’acqua del titolo rappresentano “una scia di dolore che non è possibile calcolare. Il sassolino nell’acqua ferma produce un cerchio, poi un altro, poi un altro, i cerchi si allargano. Il morto è morto, cazzi suoi, ma il dolore per la sua morte si contagia come una brutta scabbia”. Tra una pausa e l’altra, come sottofondo in casa di Carlo Monterossi, la canzone Memphis in June di Nina Simone.
La scrittura fila via liscia che è un piacere attraverso il volteggiare sinuoso delle parole che si muovono quasi motu proprio intorno ai tratti somatici, agli umori, ai sentimenti dell’animo, ai ricordi, ai momenti di brutale ferocia. Leggerezza, ritmo, che non vuol dire faciloneria espressiva. È la forza di una concatenazione verbale in continuo movimento senza perdere in profondità.

L’abate nero di Edgar Wallace, Il Giallo Mondadori 2020.
Mettiamo subito un po’ d’ordine. Intanto siamo al castello di Fossaway nel villaggio di Chelfordbury nel Sussex. Qui vivono il conte lord Harry Alford, proprietario della tenuta, e il fratello Richard (Dick) suo reale amministratore, entrambi innamorati della stessa ragazza Leslie Gine, al momento fidanzata di Harry. Poi abbiamo Arthur Gine, avvocato, fratello e tutore di Leslie, che sta prosciugando tutto il suo patrimonio con i debiti di gioco ed è costretto a chiedere aiuto al suo capufficio Fabran Gilder, anche lui innamorato di Leslie. Dunque tre uomini che girano intorno a una ragazza che sembra propendere, sin dall’inizio, verso Dick. E un certo Thomas Luck, il domestico della famiglia, con un passato piuttosto oscuro alle spalle…
A complicare la situazione abbiamo un tesoro che un avo degli Alford avrebbe nascosto da qualche parte e che Harry ricerca incessantemente studiando vecchi documenti, ovvero mille verghe d’oro e una mitica ampolla contenente l’elisir di lunga vita risalente, addirittura, al tempo degli aztechi. Alla sua ricerca partecipa anche Mary Wenner, l’ex segretaria di Harry, cacciata da Dick perché sospettata di voler sposare il fratello solo per interesse.
A tutto ciò si aggiunge il fatto più inquietante della storia, la maledizione dell’abate di Chelfordbury che nel medioevo era stato ucciso su ordine del secondo conte. Ed ora sembra ricomparso, come fantasma, tra le rovine dell’antica abbazia a suscitare terrore…
Il sergente Puttler arriva a pagina novantatré. Alto, magro, sulla quarantina, la fronte bassa, il labbro superiore stirato e lungo, le braccia che quasi raggiungono le ginocchia. Insomma una specie di scimmia. Chiamato da Dick proprio per avere un aiuto in un momento piuttosto difficile, anche se al fratello è stato presentato come un valutatore della sua tenuta, ma non avrà quel peso nella storia che ci si potrebbe aspettare. Intanto viene fuori un omicidio e la sparizione della stessa Leslie. Dove sarà? Qualcuno l’avrà rapita?…
Tutto gira intorno al tesoro, all’ampolla della vita eterna, al misterioso abate nero (Chi è? Perché appare solo in certi momenti?), al denaro e ai sentimenti d’amore contrastanti che provocano scontri tra alcuni personaggi. E poi il buio, la pioggia, la nebbia, la paura, la pazzia, urla, sinistre apparizioni, sotterranei, cunicoli che mettono brividi. Scrittura veloce, capitoletti brevi, brevissimi con continui colpi di scena, una commistione di giallo, gotico, rosa che fila via spedito fino all’ultima riga.
Per I racconti del giallo abbiamo Nel Brunello c’è il tranello di Fiammetta Rossi e Melania Soriani.
Montapicino 2018. Morte del cavaliere Sigismondo Brogi, proprietario di una vigna. Sembra una morte normale per infarto ma c’è qualcuno che non ci crede e allora il maresciallo Ivana Proietti è costretta ad indagare. Saltano subito agli occhi diversi sospettati ed è sparita una boccetta di calcio gluconato, la medicina giornaliera del defunto, proprio quella del lunedì, il giorno della sua dipartita. Poi c’è pure il fatto che il Brunello di Montapicino non è DOC… e allora basta la classica riunione finale per chiudere il caso. Con un gradito invito per la nostra Ivana…

Morte a corte di Rhys Bowen, Il Giallo Mondadori 2020.
Questa volta la quarta di copertina viene a fagiolo per introdurre la storia: “Lady Georgiana Rannoch è a corto di soldi. Pur essendo trentacinquesima nella linea di successione al trono britannico, è costretta a lavorare per guadagnarsi da vivere. Tuttavia non può accettare lavori tali da mettere in imbarazzo la Corona, che d’altra parte non le offre alcun sostegno finanziario. Un’occasione irrinunciabile le si presenta quando il principe Giorgio, quarto figlio del re, abituato alla bella vita e oggetto di pettegolezzi non proprio edificanti, si appresta a convolare a nozze con la principessa Marina di Grecia. Nientemeno che la regina in persona ingaggia lady Georgiana come dama di compagnia della promessa sposa. Tra i suoi compiti, aiutare la principessa ad ambientarsi nell’alta società londinese, portarla a fare acquisti o a teatro, e magari smentire qualunque maldicenza sul futuro marito. Il tutto complicato dal fatto che Kensington Palace, la residenza assegnata alla titolata ospite, risulta popolato da entità soprannaturali…”
Ecco il punto. E la nostra lady, che racconta la storia in prima persona, se ne rende conto quando vede una donna con un lungo abito bianco attraversare un’arcata che porta a un corridoio come se scivolasse senza far rumore. E lì sparire. La cosa si ripete più avanti quando scorge ancora qualcosa di bianco steso sotto la torre dell’orologio. Solo che questa volta non si tratta di un fantasma (si credeva fosse quello della Principessa Sofia) ma di un morto, più precisamente di una morta soffocata dopo avere sorseggiato un whisky con Veronal (lo si scoprirà in seguito), ovvero Bobo Carrington, una delle donne più affascinanti e in vista di Londra. Ma che ci faceva lì? Tra l’altro con una gravidanza recente portata a termine, secondo il medico della polizia, di circa tre mesi. E dove si trova il bambino?
Le indagini sono affidate all’ispettore capo di Scotland Yard Pelham che chiede l’aiuto di Georgiana in modo da indagare con tatto, senza creare scompiglio nelle alte sfere e provocare uno scandalo nazionale. Già sospettati il principe Giorgio e, addirittura, Darcy O’Mara, il fidanzato della stessa Georgiana. Ma non mancheranno anche altri fra cui la contessa Irmtraut. Indagine davvero difficile dentro un mondo nobiliare con le sue etichette, le sue stravaganze e i suoi lati bui nascosti, in una società assai diversa dove convivono “gentiluomini con bombetta e ombrello” e madri che accompagnano “a scuola bambini tutti pelle e ossa”. E Georgiana al centro della scena, intraprendente, sicura, ma anche impressionata dalle dicerie sui fantasmi, con una madre piuttosto “vispa”, un fratello cortese sposato a una donna scostante, un nonno affettuoso, la cameriera Queene servizievole (anche lei ha visto qualcosa di strano), la sua amica Belinda molto “aperta” con l’altro sesso e il fidanzato Darcy O’Mara “bello, in una maniera quasi impossibile.”
La Nostra si infila dappertutto, anche nelle feste e dove si gioca alla roulette russa, finge di essere un’altra persona, chiede, ascolta, rimugina, in contrasto con il sentimento d’amore verso il fidanzato (si sente tradita) e sarà perfino lei stessa sospettata! Scontro finale pericoloso con entrata in scena dei fantasmi. D’altra parte se esistono…

I Maigret di Marco Bettalli

Maigret al Picrats del 1951
Un Maigret molto classico. Freddo e pioggia, ambiente dei locali notturni di Montmartre, squadra degli ispettori al completo (con il giovane Lapointe che, si viene a scoprire, era addirittura innamorato della spogliarellista defunta!), con l’aggiunta del triste Lognon. Tal Arlette, sensualissima “stella” del Picratt’s, locale notturno a conduzione familiare, viene strangolata, e a seguire anche una contessa drogata all’ultimo stadio. La lenta marcia di avvicinamento al colpevole, tal Oscar, fascinoso ex-cameriere, è inesorabile. Il giallo è appena accennato, in compenso le figure di contorno sono fantastiche: da Fred, il padrone del Picratt’s, al Grillo, ad altre appena accennate. Il sesso domina sovrano, molto più dello stesso alcool, pur presente in dosi massicce: quasi tutti sono irrimediabilmente sessuomani, mentre le donne o accettano passivamente, o raggiungono straordinari livelli di ninfomania, come, a quanto pare, entrambe le defunte. Lo spogliarello integrale, marchio di fabbrica del Picratt’s, viene descritto a lungo un paio di volte. A ciò si aggiungono due categorie descritte certo non in modo politically correct (non era stato ancora inventato…): i drogati e i “pederasti”, umanità reietta presentata senza la minima pietà, con un disgusto profondo, viscerale e privo di sfumature. Un mondo abbastanza orribile, sul quale Maigret veglia con grande calma e serenità, del tutto a proprio agio con chi, almeno, non raggiunge i vertici dell’abiezione, come, per esempio, i coniugi tenutari del Picratt’s.

Le memorie di Maigret del 1950
D’accordo, Simenon è in grado di rendere piacevole anche la lista della spesa. Inoltre, leggendo queste pagine si vengono a scoprire tante cose belle su Maigret (penso soprattutto all’infanzia, con i racconti sulla morte per parto della madre; molto carino anche la narrazione dei goffi approcci a Louise, la futura signora Maigret) e, per di più, si ha anche un quadro ritengo plausibile della criminalità a Parigi nei primi anni Cinquanta (Simenon sicuramente si sarà informato a dovere). Senza contare che l’incontro tra Simenon ventiquattrenne e lo stesso Maigret più o meno quarantenne, e il dipanarsi della loro amicizia, è raccontato con finezza. Ma, e vengo finalmente al ma: che senso ha tutto questo? Delle volte si ha l’impressione che Simenon, nel suo lussuoso eremo americano, abbia voluto vuotare i cassetti: perché scrivere un Maigret senza trama, senza alcun giallo, basato per di più su un’incongruenza (Maigret non è uno scrittore – a casa sua non ha neppure una scrivania e la cosa che odia di più è scrivere i rapporti! Figuriamoci se si mette a puntualizzare mille particolari, scrivendo qualcosa di simile alle sue memorie), è una cattiveria nei confronti del lettore: grande per i lettori occasionali, che nulla capiscono di quel che leggono (e un romanzo dovrebbe ambire a essere leggibile di per sé), ma tutto sommato irritante anche per i milioni di seguaci del commissario.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Un nuovo e per me inatteso Bruno Morchio nel nuovo libro Dove crollano i sogni, Rizzoli 2020. Non ho ritrovato la colta e perspicace melanconia di Bacci, né l’avventurosa volontà di Il greco, sempre pronto a battersi. Niente di tutto questo, e invece un amaro e inquietante romanzo noir che pesca nel torbido dominato dal carattere della protagonista e voce narrante Blondi, nomignolo di Ramona, esoticheggiante rimando alle telenovelas televisive sudamericane, una ragazza bionda con gli occhi azzurri, bella come un fiore, figlia di madre single che si affanna a fare le pulizie in una casa di riposo e affoga la sua solitudine nel vino cattivo. Amaro, inquietante ma non per questo meno squisitamente realistico. La protagonista Blondie, poco più che bambina, un fiore cresciuto nel fango ma ricca di saputa ignoranza, è indurita da una strana quotidianità di nullafacente indifferenza, con rituali quali vedersi regolarmente con gli amici, fumare qualche spinello ogni tanto e scopare con il suo ragazzo. Per cui già un aborto alle spalle. Un personaggio multiplo, una ragazzetta mal cresciuta o un’astuta allieva delle male lezioni impartite da Youtube e dalla strada? Ma a me, che bazzico di storia, richiama la normale, consueta e scontata fino allo scorso secolo, mostruosa crudeltà dei fanciulli di tutti i tempi, sanguinari protagonisti o vittime ma sempre schierati in prima fila davanti alle esecuzioni. Un romanzo, che a tratti non può e non vuole fare sconti, ambientato in Val Polcevera, quella valle da dove fino a pochi giorni fa si vedeva il ponte ancora tagliato in due ma lì, lì, quasi pronto a ricongiungersi. Diventato forse l’unico vero simbolo in questo nostro oggi, in questa Italia percossa e ferita dalla pandemia, di una chance di rinascita, di una possibile uscita dal tunnel. Ma torniamo a Dove crollano i sogni, un noir classico che strizza l’occhio ai libri di Simenon, ambientando l’azione nei mesi di tragica vigilia del crollo del Ponte Morandi, mentre ci narra il retroscena da cui scaturirà un omicidio. Blondi, diciassette anni, è nata e cresciuta a Certosa, lo squallido quartiere ex industriale fatto di casamenti sbrecciati a quattro piani. Dalla periferia della Certosa il mare non si vede. Là la gente tira solo a campare tra i capannoni dismessi e gli scheletri di fabbriche della vecchia Genova operaia che non c’è più, all’ombra del grande ponte autostradale. Blondi non ha mai conosciuto suo padre. Di lui sa appena che era un marinaio e ha abbandonato sua madre prima della sua nascita. Blondi fa coppia stabile con il bello e arrapato Cris, un imbranato che sogna di comprarsi una moto ma non sa far altro che vivere alle spalle del padre e contestare, rifiutando il lavoro dello zio, stimato proprietario di una falegnameria. Un mezzo sbandato senza testa che passa da una canna a un “tirello” di ero. Loro due ragazzi non hanno mai finito gli studi e frequentano insieme una compagnia di sbandati, salvo forse un vecchio compagno di scuola di Cris, che fa il ragioniere e un muratore peruviano, a conti fatti l’unico ad avere davvero la testa sul collo. Da due anni, dopo avere letto, rubata e poi preziosamente conservata una patinata rivista di qualità, Blondi sogna solo di andarsene in Costa Rica. Perché a Certosa non c’è alcun posto al sole, alcun roseo futuro per lei che abita con la madre in un misero bilocale di periferia. La sua esistenza è tutta là, imprigionata o peggio inchiodata all’asfalto, tra le panchine dei giardinetti e il bar di Carmine, ritrovo degli ultras della Sampdoria, a bere e fumare fino a notte con improbabili amici. Salvo quelle scappate del venerdì e del sabato in centro, con la metro o il motorino, a sbavare davanti alle vetrine per poi la sera scendere nei vicoli vicini al porto, dove impazza la movida, a bere alcol, comprare ganja a poco prezzo, e dopo anche sedersi a guardare il mare di notte. Ma Blondi vuole altro. Lei mira ad altro. Lei vuole fuggire in Costa Rica e iniziare là una nuova vita. Epperò, per poterlo fare, ci vogliono i soldi, abbastanza soldi per pagare il biglietto aereo e arrivati là altri soldi per ricominciare. Ma per averli, occorre trovarli. O prenderli, ma allora bisogna creare l’occasione giusta. O sapersela creare a ogni costo, anche inventandola. Se si è veramente privi di anima e disposti a tutto pur di tagliare la corda, sembra persino facile scordare ogni scrupolo, ogni dubbio, ma proprio tutto e andare avanti fino in fondo, a occhi aperti. Un personaggio da manuale Blondi, costruito con straordinaria e plausibile genialità a tavolino. Un personaggio che ha imparato molto bene a fingere, a muoversi e ad agire pericolosamente. Un diabolico noir, Dove crollano i sogni, ambientato in zone e quartieri di Genova, ormai contaminati dalle nere dita della mafia. Una confessione in diretta che ci rivela il baratro in cui potrebbe facilmente sprofondare certa gioventù priva di innocenza e umanità. Una gioventù priva di altruismo, senza arte né parte, senza ideali, senza speranza e che soprattutto non ha modo e non riesce a imparare a vivere. Si può cambiare qualcosa? Attenti però perché è la stessa gioventù che, come tutti noi, ha dovuto affrontare la sfida del coronavirus, la drammatica peste nera del 2020. Molti hanno reagito bene e gli altri? Avranno imparato qualcosa? Avremo noi imparato qualcosa, o almeno imparato abbastanza da riportare qualcuno dei tanti, troppi giovani sbandati e lasciati in balia di se stessi a pensare e vivere in un altro modo?
Bruno Morchio è nato nel 1954 a Genova, dove vive e ha lavorato come psicologo e psicoterapeuta. È autore, tra l’altro, di una fortunata serie gialla che ha per protagonista l’investigatore privato Bacci Pagano. Per Rizzoli ha pubblicato Il testamento del Greco (2015) e Un piede in due scarpe (2017).

Pandemia di Laurence Wright, Piemme 2020.
Sorpresa, sorpresa, è uscito il 5 maggio e parla, figuratevi un po’, di una spaventosa pandemia provocata da un virus che somiglia tanto al Covid-19. Scritto dallo scrittore, giornalista sceneggiatore e premio Pulitzer Lawrence Wright, reso celebre dal suo Le altissime torri (in inglese: “The Looming Towers”), un bestseller sugli attentati dell’11 settembre poi trasformato anche in una serie televisiva. Insomma, uno che ci sa fare eccome coi disastri di ogni genere. Quale sarà la risposta del pubblico? Ci saranno quelli più schiacciati e provati dai mesi sotto il fatale tallone del Coronavirus che non ne vorranno sapere. Forse ci sarà chi preferirà ridere, leggere magari di impossibili e stravaganti avventure invece di avvinghiarsi all’orrore di descrizioni di morti spaventose. Ciò nondimeno non ho idea del livello di ritorno del masochismo umano, esaltato da un quinquennio almeno di orrori in diretta su You Tube. E se invece nelle affollate “chiese degli adoratori del complotto” si pensasse a metterlo sugli altari per esorcizzarlo? Non mi pronuncio, anche perché Pandemia è un polposo mix di fantapolitica mischiata alla guerra batteriologica con in più, a far da fil rouge, l’americanissima famiglia americana di un rachitico (per colpa dei genitori) ma straordinario scienziato, destinato a salvare una parte di mondo (naturalmente sotto la bandiera a stelle e strisce). Insomma, tanta roba tutta insieme per un romanzo parascientifico su un virus devastante che inizia in Asia prima di diventare globale…

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
questa volta niente Geronimo e niente Schiappa ma vi presenterò Delitti esemplari di Max Aub, Sellerio 2006.
Questo libro parla di vari delitti commessi da tante persone in cui è spiegato il motivo, il luogo e il modo in cui sono avvenuti. Per esempio: una signora spara ad un altro signore del suo condominio perché continua a russare e non la fa dormire; un signore ammazza con una pietra una signora perché lei ha riso di lui quando è scivolato su una buccia d’arancia; due amici si sono dati appuntamento in città alle sette ma quello più giovane arriva tre ore dopo e l’altro lo scaraventa sotto il primo autobus che passa. Come potete vedere negli esempi l’autore esagera sempre a raccontare le ragioni del delitto, anche per far sorridere il lettore. E dunque si può sorridere anche di morti ammazzati.

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
oggi vi presento La bambina della noce, Edizioni del Baldo 2015.
Una bambina, di nome Mignolina, nasce da un guscio di noce. È alta come dieci formiche. Vuole cercare una casa dove vivere con una mamma ed un papà. Allora prima va dalle rane, poi da un uccellino, poi dai conigli, poi dalla gallina e infine riesce ad arrivare dai genitori. Durante questi incontri impara un sacco di cose e alla fine diventa sempre più grande come una vera bambina. Che bello!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2020

Andiamo subito al sodo…
L’inverno più nero di Carlo Lucarelli, Einaudi 2020.
Avevo cominciato a leggere e prendere appunti per tirar fuori la solita recensione. Bologna 1944, in piena occupazione tedesca, infestata da scontri tra la guerriglia partigiana e le Brigate Nere. Tre morti ammazzati tutti sul groppone del commissario De Luca: un ingegnere, un tedesco e un professore universitario, tre morti e tre storie da sciogliere per committenti diversi. Poi mi sono messo a seguire le indagini del Nostro, a cercare di cogliere la sua personalità, il suo spessore umano e l’ho visto spesso in azione tutto eccitato ma anche con la sensazione di paura che talvolta lo schiaccia e lo attanaglia. Non è un violento, e se una volta non riesce a trattenersi e schiaffeggia qualcuno viene preso da “un senso di smarrimento, quasi di vergogna, per quel gesto per lui così strano, e ancora un altro, di rabbia, per quel pudore così assurdo…” È lui che deve risolvere i casi perché, come gli dice qualcuno “…siete il più bravo e vi piace dimostrarlo. Perché vi ho messo in testa un piccolo tarlo che già sta lavorando e non ci dormirete la notte finché non metterete tutto a posto”. Un personaggio vivo, concreto, “particolare”. Che fiuta, costruisce, sbaglia, ripensa, ritenta, capisce. Poi mi sono segnato, qua e là, le caratteristiche di altri personaggi come Rassetto, Vilma, Altea, Sandrina, il Dentista, il Notaio, il dottor Petrarca… tutti quanti ben delineati con le loro diverse peculiarità a creare un coro di voci, umori e situazioni diverse. Ecco che la recensione stava per prendere corpo come sempre…
Ma ad un certo punto ho smesso di prendere appunti e mi sono lasciato avvolgere dal contesto, dal momento storico, dal dramma nel suo complesso che mi faceva ritornare alla mente certe storie ascoltate da ragazzo in famiglia e che circolavano nel mio paese. Certe storie che ora si ripetevano in una Bologna squallida, con bambini infagottati, donne in cerca di cibo, lotte immani per la sopravvivenza, in una Bologna di freddo e gelo che sa di fumo vecchio, di cenere, di sporco e canzoni a rammentarci il triste periodo. Al diavolo le indagini, al diavolo controllare se tutto torna, se tutto quadra. Al centro il dramma della guerra, della miseria, dell’uomo, lo schifo delle sue azioni, l’odio, la brutalità, il tradimento, la violenza, un misto di orrore, di paura e vergogna. Solo ogni tanto, dal vaso dell’orrido esce fuori, a stento e timida, qualche goccia di umanità, qualche goccia di commozione. Anche in quell’inverno “ruvido e freddo”. Nero.

Le tre Meduse di J.J. Connington, Il Giallo Mondadori 2020.
Castello di Ravensthorpe nella campagna inglese. La storia si apre con il colloquio tra il sovrintendente di polizia sir Clinton Driffield, ritornato dal Sudafrica, e Cecil Chacewater, fratello minore di Maurice che ha ereditato tutti i beni dal defunto padre. È in programma una festa mascherata per festeggiare il ventunesimo compleanno della loro sorella Joan. Il che non rende tranquillo Clinton. Un ballo è sicuramente apprezzabile se tutti gli invitati sono a viso scoperto, ma se le facce sono coperte da maschere… Anche perché Maurice è in possesso di una preziosa collezione ereditata che vuole vendere a un magnate americano, tra cui tre medaglioni autentici con relative copie attribuiti a Leonardo da Vinci che raffigurano la mitologica Medusa.
E qui viene il bello. Qualcuno, ovvero proprio Cecil, la cugina Ida e l’amico Faustus decidono di organizzare uno scherzo, un furto simulato rubando le Meduse, dopo aver spento l’interruttore centrale e immobilizzato il custode. Alle ventitré e quarantacinque prima che vengano tolte le maschere. E così avviene. Ma qualcosa non quadra perché si sente addirittura uno sparo e il ladro è un’altra persona diversa da quella stabilita che fugge via rincorso da Michael Clifton, fidanzato di Joan. Niente, non si trova, sparito nel nulla. E c’è di più. Nella vetrina spaccata contenente i medaglioni sono ritornati quelli originali. Chi li ha riportati e perché rubare solo le copie? Pazzesco…
Bella gatta da pelare per sir Clinton, ironico e burlesco ma anche ostinatamente deciso al momento opportuno e l’ispettore della polizia Armadale. Due personaggi che si contrasteranno con le loro ipotesi lungo tutto il racconto, mettendo in rilievo soprattutto le indubbie capacità del primo, fornito anche di ottima cultura (legge pure Edgar Allan Poe) e di una brillante fantasia.
Impossibile fare un resoconto senza svelare troppo anche perché i meccanismi d’azione risultano veramente complicati. Buttiamo giù qualche spunto. Intanto possiamo dire che l’artefice del furto doveva essere venuto a conoscenza, in qualche modo, dello scherzo. Sono da tenere d’occhio altri personaggi come il referente del magnate americano che deve acquistare la collezione prestigiosa, il suo cameriere, il suo autista e il guardiacaccia. Inoltre i due fratelli Chacewater si odiano proprio a causa dell’eredità e perché innamorati della stessa ragazza, ci saranno sparizioni, falsi personaggi, una bizzarra maledizione delle fate, passaggi segreti, superstizione, l’Uomo Bianco e l’Uomo Nero in giro (giuro), lettere false, un otofono Marconi (a cosa servirà?) e altre diavolerie compresi i morti ammazzati, naturalmente. Trucco finale del nostro sir Cecil per smascherare l’assassino con relativo inseguimento e sua ricostruzione di tutto il pazzesco ambaradan nei minimi particolari. Una storia davvero incredibile.
Per I racconti del giallo abbiamo La suggeritrice di Filippo Semplici
Piove. Una donna, Alma Guerrieri, su una panchina del Parco delle Viole. È sola con i suoi pensieri. Rimugina sul marito Albert che continuamente la tradisce. Pillole, unico antidoto per tristezza e paura. Ed ecco arrivare una signora alla quale, entrata in confidenza, confessa il suo tormento. Anche la signora ha avuto un marito simile. Ma se ne è liberata. Con l’omicidio…

Delitti in campagna di Marie Belloc Lowndes, Henry Wade e Ethel Lina White, Il Giallo Mondadori 2020.
“Se c’è un posto in cui gli autori di polizieschi hanno fatto morire con più gusto una legione di poveri sventurati, questa è la campagna inglese”, scrive il nostro Mauro Boncompagni nella sua Introduzione, dandocene un breve, succoso saggio. E allora vediamo un po’ cosa succede in questi due romanzi e un racconto…
La dama di compagnia di Marie Belloc Lowndes
All’inizio abbiamo la prima parte di un processo contro Eva Raydon, accusata di avere avvelenato con l’arsenico il marito Birtley. Poi si ritorna indietro di diciotto mesi. In concreto la storia dei due sposi, la ricerca di una bella casa, ovvero The Mill, le differenze di carattere e di vita, lei bella vedova spendacciona malvista dalla suocera, lui taccagno, entrambi serviti dalla dama di compagnia Adelaide Strain con il figlio Gilly che deve far studiare. A scuotere l’ambiente l’arrivo dell’ex ammiratore, diventato milionario, Jack Mintlaw, i loro incontri, l’aiuto finanziario che le dispensa, gli scontri con il marito. Durante il racconto sarà svelato il nome dell’avvelenatore ma tutto ruoterà intorno al fatto se, ritornando al giudizio della corte, Eva verrà giudicata colpevole o innocente. Gran tuffo nella psicologia dei personaggi e uno squarcio sui meccanismi del processo inglese.
L’ultima sera di Henry Wade
Siamo a Ferris Court. “Presso una delle finestre, quella più lontana dell’uscio, sullo sfondo scuro del tendone di velluto, un corpo sospeso nel vuoto dondolava orribile e sinistro”. Il morto è Albert Sterron, quindici anni più vecchio della bella moglie Griselda che ha un debole per Charles Venning, sceriffo della contea, ritornato in patria dopo molto tempo. Per il dottor Tanwort, un ometto tutto fuoco, trattasi sicuramente di suicidio, ma per l’ispettore Dawle qualcosa non torna. Ci si chiede soprattutto “come mai sia stato possibile che un uomo grande e grosso come il capitano Sterron si sia lasciato soffocare senza resistenza alcuna, senza lotta, senza gridare e, soprattutto, come possa il suo cadavere non presentare la minima traccia di violenza.”
Inizia un’indagine piuttosto controversa (scontri tra Dawle e il maggiore Threngood) partendo dal fratello Julius in contrasto con il morto perché stava lasciando decadere la tenuta, ormai desolata e abbandonata. Soprattutto importante sarà stabilire l’ora in cui è terminata la sua partita a scacchi (richiesta più volte) con l’amico James Hamsted la sera precedente il fatto terribile. E importante risulteranno pure l’autopsia del cadavere, il testamento, il rapporto della signora con il reverendo Speyd, la ricostruzione della personalità del morto (si scoprirà qualcosa di molto interessante), i suoi legami con uno studio legale di Londra. Decisivi un’ultima occhiata al luogo del delitto e un portasigarette d’argento trovato nella tasca posteriore dei calzoni del morto. Di mezzo il classico personaggio potente con conseguente arrivo dell’ispettore Lott di Scotland Yard. Una indagine veramente complessa in cui verrà fuori l’abilità di fiuto e osservazione dell’ispettore Dawle.
La vacanza di Ethel Lina White (inedito!)
Una mattina d’agosto. In un piccolo condominio quasi tutti sono pronti a partire per le vacanze come Janet Lewis, ragazza bella e attraente che occupa l’appartamento al quinto piano. Mentre al pianterreno Charles Bevan è costretto a letto per un infortunio, ad ascoltare il passaggio dell’acqua dei bagni nelle tubature. Nel palazzo accanto anche il cassiere di una piccola filiale di banca sta pensando alle vacanze, quando viene interrotto dall’arrivo di un bandito che lo stende secco con una pallottola in testa e si rifugia al quinto piano dove abita la ragazza. Janet è costretta a restare chiusa in casa terrorizzata insieme a lui e a svolgere il suo lavoro battendo a macchina e facendosi portare da mangiare dal portiere. Chi può aiutarla? Chi può salvarla? Forse proprio Charles Bevan. Ma in che modo se è costretto a letto?… Lotta disperata di una eroina. Brividoso.
Sfruttando la bella Introduzione di Mario Boncompagni c’è da dire che La dama di compagnia si basa su un famoso caso vittoriano irrisolto, quando fu ucciso Charles Bravo. In questa edizione, rispetto a quella vecchia italiana, abbiamo un finale a sorpresa perché nella precedente erano stati inserite delle aggiunte arbitrarie contro la volontà dell’autrice. Come già detto uno svisceramento dal punto di vista psicologico dei personaggi e analisi dei meccanismi del processo inglese. Sistema giudiziario sottoposto a critica anche, e soprattutto, ne L’ultima sera di Wade “qui ben visibile nelle schermaglie tra l’ispettore Dawle e il maggiore Threngood, il capo della polizia di contea”. Infine nell’inedito La vacanza c’è il sogno di scappare, almeno per un po’, dalla città ma non è detto che in campagna, come abbiamo visto, si stia più sicuri…

Sherlock Holmes. La notte degli inganni di James Moffett, Il Giallo Mondadori 2020.
Dicembre 1895 al 221B di Baker Street. “La poverina era inzuppata dalla testa ai piedi: l’acqua le gocciolava dai capelli scuri. Salendo, il suo vestito fradicio aveva lasciato una scia sul tappeto. Il viso, nascosto dietro ciocche di riccioli bagnati, era pallido, mentre gli occhi erano socchiusi, impauriti e stanchi. Ci scrutò entrambi, poi incespicò e cadde a terra, svenuta”. Trattasi di Eleonora Harper che chiede aiuto a Sherlock Holmes. È scomparsa Lucy Ward, una donna di facili costumi ma anche sua grande amica in un momento assai doloroso. Qualcuno le ha lasciato una lettera davanti alla porta, lei l’ha letta, poi l’ha messa sul fuoco e infine ripresa. Si leggono queste ultime parole… niente più intrusioni. Potrebbe arrivare il giorno in cui anche tu non vedrai più l’alba. A.S. E ora chiede l’aiuto di Sherlock Holmes. Che accetta…
Primo incontro proprio con la signorina Harper nella sua casa in una zona benestante di Warner Street e primo indizio, ovvero un lungo, sporco pezzetto di unghia ritrovata sul gradino dove era stata posta la lettera. Poi via a ricercare la casa della scomparsa in Sekforde Street e qui viene ritrovata uccisa sul letto con uno squarcio lungo tutto il collo. Sul tappeto della camera un altro pezzetto di unghia rotta simile alla precedente, mentre sul comodino un cumulo di cenere dall’aroma forte e speziato come quello fumato da un venditore ambulante incontrato in precedenza. Urge il contatto con l’ispettore Lestrade e già ci possiamo immaginare gli scontri con il Nostro…
La situazione si complica con la sparizione della stessa Eleonora. La domestica Celestine Tilcott ha ritrovato il suo cappellino non molto lontano dalla casa in Farringdon Lane. Sarà un’indagine dura quella dell’inseparabile coppia dentro un’atmosfera da tempo infame con pioggia, freddo, neve, squarci di paesaggio e vita di ambienti diversi, continua tensione, paura, scontri contro il capo di una banda che ha l’idea folle di mettere ordine nell’illegalità che impera a Londra. Con Holmes al centro della scena preso nei suoi pensieri, nelle sue deduzioni, da improvvisi cambiamenti di umore che mettono in sussulto l’amico Watson. Ma deciso ad andare fino in fondo usando tutti mezzi come il travestimento e l’aiuto degli Irregolari di Baker Street. Brividoso.
Per la rubrica Sotto la lente di Sherlock di Luigi Pachì qualche succosa notizia sull’autore e sull’apocrifo. All’interno anche il racconto Uno studio a sei zampe di Antonella Mecenero.
Luglio 1886. Suicidi a Folkestone: il medico del paese, il curato del luogo e la signora Jane Ross che si è buttata da un precipizio. “L’ispettore Cooper, non sapendo dove sbattere la testa” ha chiesto la consulenza di Sherlock che non è per niente convinto dell’ultimo suicidio. Via da chi ha eseguito l’autopsia, via sul luogo dell’accaduto, via dal dottor Finimore che ha scritto una interessante monografia sul comportamento di certi insetti attirando l’attenzione del Nostro. Infine dal marito della defunta con una scoperta davvero interessante. Sherlock deve affrontare il caso di petto anche a rischio della vita. E meno male che c’è vicino Watson…
Ottimo racconto e interessanti informazioni su certi insetti parassiti…

I Maigret di Marco Bettalli

Félicie del 1944
Storia anomala. Maigret irretito da una ventenne povera, brutta, insopportabile, tanto da passare un’infinità di tempo (e risolvere, alla fine, il caso) nella casetta dove la fanciulla, domestica di “Gambadilegno”, un anziano solitario e orso, viveva ormai da sola dopo il misterioso assassinio del suo padrone. Tutto il romanzo (brutalmente tradotto, nelle prime edizioni italiane, con La ragazza di Maigret), il cui scioglimento è sufficientemente ben costruito, anche se non particolarmente interessante, ruota intorno al loro rapporto, sostanzialmente privo di ambiguità sessuali (il commissario è, come ben sappiamo, assolutamente casto), ma poco spiegabile altrimenti, se non si vuole adottare un pattern banale e abusato come “padre-figlia”. Fatto sta che il racconto non appare particolarmente scorrevole, Maigret è scorbutico e raggiunge il massimo della trascuratezza con i suoi sottoposti, i soliti, cui ruba anche, senza alcuna spiegazione apparente, una magnifica aragosta per mangiarsela insieme a Félicie. Tutto sommato, non una delle prove migliori di Simenon, con un che di costruito e irrisolto che non giova al giudizio complessivo sul romanzo.

La prima inchiesta di Maigret del 1949
Un tuffo nel tempo. Simenon, con attenzione filologica ai minimi particolari, torna all’aprile 1913, quando il ventiseienne Maigret, assunto da quattro anni nella polizia, si trova alle prese, un po’ casualmente, con la sua prima inchiesta. La signora Maigret, con una parte di rilievo, è invece la sua sposina solo da 5 mesi: “era una ragazzona bianca e rossa, come se vedono solo nelle pasticcerie o dietro i banconi di marmo dei lattai, una ragazzona piena di vitalità che sapeva passare giornate intere nell’appartamentino di boulevard Richard-Lenoir senza annoiarsi un attimo”. Il contrappunto tra il potente commissario sicuro di sé e profondo conoscitore della natura umana e il giovane alle prime armi imbarazzato e insicuro di queste pagine ottiene un sicuro effetto, e la lettura è certo piacevole. Simenon indugia più del solito sui sogni di Maigret, poi realizzati, come in questo passo spesso citato: “immaginava un uomo di infinita saggezza, e soprattutto di infinita perspicacia, al tempo stesso medico e sacerdote, un uomo in grado in un’occhiata di intuire il destino delle persone. Un uomo da consultare come si consulta un medico. Una specie di accomodatore di destini… Non potendo portare a termine gli studi di medicina, era comunque entrato nella polizia, per caso. Ma era stato poi veramente un caso? E i poliziotti non sono qualche volta proprio degli accomodatori di destini?”. E non è certo un caso che, in questa sua prima avventura, Maigret si scontri subito con l’ostilità, la diffidenza e l’ipocrisia delle classi “alte”, da lui cordialmente detestate in ogni momento della sua vita. Con i delinquenti, gli emarginati, invece, l’intesa è spesso possibile: come in questo caso, in cui il poco raccomandabile Dedè, che tra l’altro ha rischiato di farlo ammazzare con una botta in testa micidiale, gli spiega in una trattoria di campagna il dipanarsi della faccenda che Maigret aveva potuto solo intuire.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Le unghie rosse di Alina di Christine von Borries, Giunti 2020.
Secondo romanzo per Giunti di Christine von Borries dopo il fortunato A noi donne basta uno sguardo. Stesso colorito scenario fiorentino, stessi personaggi di punta e di contorno e un nuovo mistero da risolvere, un nuovo spietato delitto per le quattro amiche Valeria Parri, Pm alla Procura di Firenze; Erika Martini, ispettore di polizia; Giulia Gori, giornalista e Monica Giusti, commercialista. Quattro poliedriche donne in carriera che riescono a mischiare assoluta incoscienza, professionalità, volontà, rischio, voglia di verità e giustizia a ogni costo, in una complessa trama dai tratti giallorosa. Tanto per cominciare però s’impone che ve le presenti. Dunque andiamo per ordine: Valeria Parri, pubblico ministero madre di due bambini con un terzo in arrivo e il pancione del settimo mese ma, purtroppo per lei, in fase di sofferta rottura con il marito, un professore universitario di successo concupito da una bella dottoranda.
Numero due: Erika Martini, cazzuta, pratica con successo arti marziali, ispettrice di polizia, molto volubile nei rapporti con gli uomini, madre single di un bambino di otto mesi, Tommaso, avuto da un professore tedesco. Tra loro è ancora burrasca (in via di accomodamento?) perché lei gli aveva nascosto il bambino e lui aveva cercato di prenderselo. Terza: Giulia, brava giornalista per una piccola testata di assalto, sempre sul pezzo, sempre pronta a cogliere ogni occasione al volo, in cerca dello scoop, in rapporti affettivi di astinenza forzata perché convinta di essere stata presa in giro dall’ispettore Nistri. Quarta e ultima Monica, valente commercialista in fase di ricarica (nel romanzo precedente lo studio per cui lavorava è andato a gambe quarantotto per colpa dei soci coinvolti in una brutta storia anche per la sua denuncia). Lei si è rimboccata le maniche, ha iniziato una nuova attività da sola, stringe i denti e comincia a farsi dei clienti, ma dal lato affetti sogna solo un bambino in casa, però è sempre impelagata con l’attore bellone egoista, che non vuole sentirne parlare.
Ma torniamo al romanzo e al cadavere di una donna, trovato da un pescatore nelle acque di un torrente poco lontano da Montelupo Fiorentino. La vittima ripescata dalla scientifica, una bella ragazza, vestita bene, con lunghi capelli biondi e le unghie laccate di rosso, è stata strangolata. Dopo i primi successivi fortunati accertamenti salterà fuori che si tratta di una prostituta ucraina di livello, Alina, che abitava con due amiche in piazza del Carmine. Un delitto legato alla prostituzione? Alina è stata punita per uno sgarro? Un cliente insoddisfatto? Tuttavia qualcosa non quadra e l’autopsia indirizza presto verso un diverso scenario. Infatti si prospetta anche l’ipotesi che quello che si vorrebbe far sembrare un omicidio commesso d’impeto celi invece una complicata storia criminosa. Saltano fuori giri di denaro che collegano quella brutta faccenda agli interessi di un certo giro altolocato di Firenze, disposto a tutto pur di soddisfare le proprie voglie. Voglie che contemplano l’avere un figlio, scavalcando leggi e regole, a ogni prezzo e a ogni costo. Un bell’impiccio, tanto lavoro da fare e un’infinità di problemi e contrasti da sormontare. E tuttavia tra una cena, un caffè, un allenamento, un aperitivo e una serata a teatro, le inseparabili amiche Valeria, Erika, Giulia e Monica, riunendo forze e intelletto, non solo riusciranno a far quadrare il gran casino di trame sentimentali, tradimenti e tensioni familiari che affollano le loro vite, ma riusciranno a incastrare i pezzi di un camaleontico puzzle legato alla morte di Alina. Tutto questo in virtù di un’arma in più, potente ed efficace: intanto essere donne, e come tutte le donne costrette da sempre a giocare su più tavoli e sbrogliare più situazioni, ma soprattutto per il senso di amicizia, la complicità e la solidarietà che le ha legate per tanti anni. Ma il pericolo, abilmente mascherato, è in agguato e pronto a colpire, tanto che stavolta il nostro agguerrito quartetto al femminile rischierà addirittura la vita per scoprire la verità.

Un villaggio scomparso di Tim Weaver, TimeCrime 2020.
Da dieci anni conosciamo David Raker, ex poliziotto del Met, la celeberrima polizia metropolitana inglese, che ormai opera come detective specializzato nella ricerca di persone scomparse. E Un villaggio scomparso è la sua decima avvincente avventura. David Raker ha appena accettato uno spinoso incarico da Ross Perry. Due anni e mezzo prima, nel 2015, i nove residenti dell’elegante complesso abitativo di Black Gale (quattro danarose coppie di amici: i Perry, i Davey, Randolph Solomon e la compagna Emilie Wilson e i Gibbs con il figlio diciannovenne Mark) avevano deciso di cenare e passare insieme la serata di Halloween. Era sabato e dalle foto, il loro ultimo ricordo, scattate in quelle ore e poi ritrovate in seguito, avevano chiacchierato, giocato, mangiato, bevendo e brindando allegramente. Insomma si erano divertiti. Indossavano maschere, scherzavano… Ma il giorno dopo, la mattina di domenica 1° novembre, il figlio dei Perry, Ross, aveva chiamato senza riuscire a rintracciarli; aveva riprovato la sera e aveva cominciato a impensierirsi la mattina dopo, ma impellenti impegni di lavoro l’avevano costretto a rimandare una corsa a Black Gale fino al giorno 3, quando Rina Blake, figlia dei Davey, gli aveva telefonato da Cambridge. Neppure lei riusciva a contattare i genitori da giorni. E aveva provato a chiamare anche gli altri vicini senza successo. Solo a quel punto Ross Perry, spaventato, aveva preso la macchina per raggiungere Black Gale, situato a circa trenta chilometri a nord di Cressington, centro rurale del Devonshire. Al suo arrivo, il deserto. Insomma aveva trovato le case chiuse in perfetto ordine, non si vedevano segni di effrazione o colluttazione ma nove persone erano sparite. Gli allarmi non erano inseriti e le macchine erano al loro posto in garage, mancava solo il furgoncino Volkswagen di Salomon…
Siamo davanti a una ghost story che ha visto persone dissolte nel nulla? Di loro appena un soffuso ricordo. Una beata comunità di nove persone scomparse senza lasciare traccia di sé? Ma poi sono veramente esistite? E, se lo sono, cosa mai ha rotto l’idillio? Qualcosa che aspettava minaccioso nell’ombra, nel buio di una pace trasformata improvvisamente in trappola mortale? Cosa si nasconde dietro questa storia di un villaggio scomparso?… Con un romanzo che pareva volersi ammantare del pathos di un evento fuori dal normale capitato proprio la notte di Halloween, quando vanno i giro i fantasmi, ancora una volta Weaver centra il bersaglio e coinvolge il lettore fino all’ultima delle sue ben 449 pagine.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Benvenuti a Rocca Taccagna di Geronimo Stilton, PIEMME 2015.
Geronimo, Tea e Trappola sono stati invitati al matrimonio del loro cugino Virgulto con Cloachina a Rocca Taccagna. Arrivati al castello sono accolti in un modo un po’ strano: per cena gli è stata offerta una lenticchia farcita come antipasto, consommé di noccioli di oliva per primo, una fettina di pisello lesso per secondo e una fagiolo in umido come contorno.
La notte prima del matrimonio Geronimo sente dei rumori metallici e va a controllare in soffitta. Lì vede suo cugino Virgulto che conta le monete e scopre che vuole sposare Cloachina solo perché è ricca.
Allora Geronimo e Tea convincono Cloachina a non sposarsi. Cosa farà Cloachina? Si sposerà o no? Ma soprattutto, Geronimo, Tea e Trappola riusciranno a tornare a Topazia? Perché il loro cugino Virgulto è molto arrabbiato…

Le letture di Jessica
Cari ragazzi,
oggi vi presento Il gatto con gli stivali di Charles Perrault, Giunti 2017.
Un mugnaio ha tre figli. Alla sua morte lascia al primo figlio il mulino, al secondo l’asino e al terzo il gatto. Il terzo figlio si lamenta perché è troppo povero ma il gatto lo rincuora, gli basta un cappello, un sacco e gli stivali per farlo ricco. Va nel bosco, cattura un coniglio e lo porta al re dicendo che è un dono del suo padrone, il marchese di Carabas. In seguito gli porta altri doni e gli farà conoscere anche il suo padrone. Poi sconfiggerà un orco che può trasformarsi in qualsiasi animale. Gli chiede di trasformarsi in un topo e se lo mangia. Così gli prende tutte le sue ricchezze e lo fa sposare con la figlia del re. Il gatto è furbo e l’orco brutto, antipatico e bischero.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2020

(Anche quest’anno, incredibile ma vero, il nostro Fabio Lotti compie gli anni!
Auguri di buon compleanno, Fabio!
)

In attesa di rivedere e riabbracciare i miei nipotini ho ripreso in mano alcuni libri che avevo letto insieme a loro come Racconti per i bambini, Fiabe illustrate, Cento racconti illustrati e Storie illustrate dai miti greci, tutti pubblicati dalle Edizioni Usborne, per sfogliarli e rivivere qualche momento bello della mia vita.

L’amante di pietra di Stefano Di Marino, Il Giallo Mondadori 2020.
Avendo letto con soddisfazione sia Il palazzo dalle cinque porte che La torre degli Scarlatti, nei quali è presente il solito, ben riuscito protagonista, non ho avuto remore nel beccarmi anche questo.
Dieci anni prima. Villa sul lago. Una ragazza, giovane, bella, elegante. Ha proprio qui un appuntamento con qualcuno che le ha dato le chiavi per entrare. Silenzio, buio, fruscio, un gatto, profumo d’incenso. Statue di pietra posate su piedistalli. Fra cui quella una di una ragazza che ha conosciuto e poi è scomparsa. Ormai è troppo tardi…
Amsterdam, oggi. “Un uomo alto, con i tratti fini, i capelli scuri e lunghi sulle spalle, appena screziati con qualche sfumatura di grigio”, sguardo intenso ed abiti eleganti. Ovvero Bas Salieri, illusionista, mago, “cacciatore di falsi santoni, rivelatore di truffe e inganni ai danni della povera gente”, amante di thriller ed esperto di Taiji, una forma di arte marziale. Alla ricerca, fruttuosa, del manifesto cinematografico La magia nera nei secoli di Demetrio Savini, anno 1998. Praticamente il suo ultimo film horror. Che non piace molto a Zaira, la magnifica brasiliana segretaria di Bas. “È orrendo, un sogno di un folle”, la sua lapidaria definizione. Dopodiché una strana telefonata e sparisce, Non si trova più. Che collegamento potrebbe esserci tra Demetrio Savini morto da molti anni, geniale regista incompreso e Zaira che non aveva risposto alla domanda sui loro eventuali rapporti?
Ed ecco la telefonata dell’ispettore Vorbrek. Una ragazza è stata uccisa vicino al canale Singel nello Spui con la gola tagliata, intorno a lei un pentacolo con numerose candele rosse. L’arma, si saprà in seguito, potrebbe essere un Salmaguda originale… Iniziano le indagini della polizia e di Bas. Nella camera di Zaira una stanza segreta, una foto con cinque ragazze tra cui quella assassinata insieme a Demetrio Savini. Sul retro i loro nomi e una frase “Lucille Hubeq, Elisabetta Briggi, Zaira Vargas, Valeska Ramek e Hedelweiss Holmen. Le stelle nere del Maestro.” Tra l’altro Elisabetta Briggi, attricetta ballerina, era sparita nel nulla, classico caso irrisolto per il commissario di allora Francesco Scotti che ne era rimasto ossessionato. Sembra che ci sia di mezzo una setta di adoratori del demonio bruciati vivi dall’Inquisizione nel XIII secolo, i cosiddetti Supplizianti. Qualcuno vuol far credere che siano di ritorno?
Le indagini di Bas diventeranno delle vere e proprie peripezie tra una città e l’altra, partendo da Praga per ricercare una ragazza della foto. Qui scopre che si è messa sotto la protezione degli Uomini dagli Occhi di Piombo, nazisti, criminali, dediti a orge che finiscono nel sangue. E qui ci sarà l’incontro con Nieves Scotti, figlia del già citato commissario Scotti, che vuole continuare la ricerca del padre. I due faranno coppia e si aiuteranno a vicenda (classico momento di eros). Si passa poi a Berlino dove Bas è sempre più convinto che esista un motivo grave per quella riunione di donne diverse fra loro dopo tanti anni. Qualcosa che Lucille Hubeq aveva rivelato a Zaira la notte in cui era stata assassinata. Infine ultima meta Torino, l’incontro con l’amico Corrado Arvale che lo aiuta nelle ricerche sulla storia dei Supplizianti e il vicequestore in pensione Sauro Panitta appesantito dall’età e dalla buona cucina, cappotto spigato, cappello di feltro, baffi grigi e mente fina. Via alla ricerca di chi aveva conosciuto e lavorato per Savini, mentre qualcuno vuole rintracciare le ragazze per mettere in scena un rito sacrificale alla prima luna piena. E non c’è molto tempo per salvarle. Siamo davanti alla villa del lago Maggiore. Il cerchio si chiude.
Capitoletti brevi alternati a passaggi più lunghi secondo andamento e importanza: dubbio, assillo, mistero, magia, superstizione, sesso, perversione, paura, pericolo, scontri (con un individuo gigantesco, l’albino) e morte soprattutto per coloro che sono venuti in contatto con Bas. Insomma un’atmosfera che circola brividosa per tutto il racconto insieme a spunti vividi di personaggi, di squarci di città e paesaggio, di luoghi ambigui, interni bui e foschi a mischiare reale e fantastico. Si avverte, da parte dell’autore, la sua passione per la ricerca, lo studio delle fonti per conoscere, capire e rappresentare al meglio un mondo oscuro e spaventoso. In concreto un lavoro complesso sapientemente orchestrato.

Dov’è Cicely? di Anthony Berkeley, Il Giallo Mondadori 2020.
Londra anni Venti. Si parte con il sorriso che l’autore riesce a strapparci attraverso il dialogo tra il giovane gentiluomo Stephen Munro e il suo valletto Ebenezer Bridger. Il primo sta spiegando al secondo la sua nuova situazione finanziaria decisamente critica che comporta anche il suo licenziamento e la risposta è sempre uguale e monotona “Sì, signore”. In effetti Stephen è costretto a trovare lavoro come valletto, insieme a Bridger, al servizio dell’ultima erede della famiglia Carey, ovvero lady Susan Carey a Wintringham Hall nel Sussex.
Se la dovrà vedere con lo spigoloso maggiordomo Martin (scontri continui fra i due), incontrerà due vecchie conoscenze come l’ex fidanzata Pauline (ora insieme ad un magnate della finanza) e Freddie, nipote della lady. Quest’ultimo fautore di un esperimento di magia con gli ospiti della migliore società durante il quale sparirà nel salotto, dopo urla, colpi tremendi e un odore di cloroformio, Cicely Vernon (aveva già dato segni di agitazione e timore) figlia di una cara amica di lady Susan. Qualcuno pensa che si tratti di uno scherzo della stessa Cicely, qualcun altro che sia stata rapita. Comunque è sparita. E non si riesce a trovare da nessuna parte. Solo una sua sciarpa è finita impigliata nella cornice di un grande quadro. Come è potuta arrivare lì?… E perché lady Susan afferma di sapere dove si trova e non vuole dirlo?…
In seguito verrà scoperta la vera identità di Stephen che sarà accolto, comunque, come ospite e indagherà insieme a Paula su quell’incredibile, inconcepibile mistero. Tra le varie caratteristiche del racconto abbiamo il classico passaggio segreto, qualcuno tra gli ospiti che a suo tempo è stato in prigione, un uomo bruno non identificato che si aggira per il bosco, la sparizione di una bella collana di lady Susan e chi potrebbe conoscere la verità viene trovato ucciso dal ramo di un albero caduto sopra di lui, Morte accidentale o omicidio? Addirittura potrebbe trattarsi dell’uomo sbagliato al momento sbagliato e la vittima designata doveva essere proprio Stephen che aveva detto di passare di lì. A complicare il caso arrivano delle lettere ricattatorie a lady Susan. Deve versare una cospicua somma in un determinato luogo pena la morte della povera Cicely. Continui dubbi, continui tormenti per Stephen e Paula fino a quando arriva la luce che svela il mistero con l’apporto sostanziale di Bridger.
Grande maestria nel delineare con pochi tratti efficaci le caratteristiche dei vari personaggi che rimangono vivi nella mente del lettore. Brivido, mistero, buio, paura, scontri insieme a momenti sentimentali con l’amore ritrovato. Soluzione in tutta sincerità assai complessa da seguire con l’occhio sveglio dopo una bella bevuta di caffè. E non è detto che ci si raccapezzi.
Per I racconti del giallo abbiamo Il respiro del diavolo di Marzia Musneci.
Un morto sotto il ponte della Magliana colpito al cuore con una lama. Su pollice e indice lievi abrasioni. Segue altro cadavere in un luogo frequentato da tossici. Colpo di arma da fuoco dritto al cuore, mozzate le dita e distrutto l’arcata dentaria. Lavoro per il vicequestore aggiunto Fidelio Barca e i suoi assistenti. Di mezzo certi superpeperoncini cuciti nella fodera di un giubbotto di pregio rubato a un morto ammazzato dal suo assassino che è stato a sua volta ammazzato. E, guarda caso, c’è proprio un convegno per appassionati del peperoncino in un hotel di Castel Gandolfo. È lì che bisogna andare…

L’animale più pericoloso di Luca D’Andrea, Einaudi 2020.
Dora Maria Holler, nata e cresciuta a Sesto Pusteria in Alto Adige Sudtirol, ha tredici anni e le treccine bionde. Sta scappando di casa con uno zaino, gli scarponi da montagna, una cartina e diverse provviste per salvare il rifugio di una lince. È una ambientalista convinta come Greta Thunberg (legge saggi sull’ecologia e una serie di importanti monografie). Ha un appuntamento con “Christopher”, ovvero Gert Shafer conosciuto su internet e convinto fautore della Resistenza contro l’animale più pericoloso che sta distruggendo il pianeta: l’uomo. Ma Gert è tutt’altro la persona che dice di essere…
Collegato a questa fuga l’assassinio di Hannes Baumgartner, precedenti “per droga, percosse, rissa e resistenza a pubblico ufficiale”. Guardiano notturno del parco-zoo di Dölsach e autista di una Renault per trasporto di materiale biologico pericoloso. Ma perché ucciderlo e chi lo ha fatto?…
Inizia la caccia. Una lunga, faticosa rincorsa. Classico gruppo di lavoro poliziesco composto da diversi soggetti ognuno con il proprio vissuto, i propri obiettivi, le proprie esperienze e preoccupazioni. Tra i quali si distingue il capitano dei carabinieri Victor Martini, destinato all’ufficio scartoffie, che si porta dentro l’orrore di non aver salvato le donne dello Squartatore di Testaccio. Alla caccia di Gert anche Alto e Basso con propositi per nulla amichevoli…
A capire l’intricata, incredibile situazione che si verrà creando il citato e tormentato Victor, “eroe” a suo modo, tra lo scontro di poteri all’interno della polizia. Durante il racconto ci aspetta una serie di fatti ed emozioni che si intrecciano fra loro: solitudini, intrighi, rapimenti, violenza, orrore, commercio di carne umana (“Un giro di “carne”, di cui l’Europa intera si nutriva come un vecchio vampiro in cerca di sangue fresco”), il passato che riemerge funesto, il cambio di prospettiva, la sorpresa che non finisce di stupirci di fronte alla falsa apparenza. Pioggia, tuoni, gemiti, grida, pianto. Morte.
E rabbia, incazzatura. La piccola Dora è incazzata con il mondo intero così come Victor (anche con se stesso). C’è tanta rabbia davvero in questa storia insieme a tensione, continui, veloci cambi di scena e passaggi temporali nella terra del Sud Tirolo, ricca di tanta forza suggestiva. Ovvero la Natura ancora bella, grande, possente, magnetica, di fronte alla piccolezza e meschinità dell’uomo.

Lui è Bill Scott. Lei è Eve, la stupenda moglie di un gangster di Miami. Sono scappati a Cuba e ora si trovano in un bar affollatissimo. “All’improvviso, lei mi si afflosciò davanti come uno zampillo d’acqua e giacque raggomitolata ai miei piedi”. Eve è stata uccisa con un lungo pugnale dall’impugnatura particolare: una scimmietta accoccolata che si porta le mani agli occhi. Ecco l’inizio di uno dei libri più belli che abbia mai letto. Anche se si tratta della terza (o quarta?) lettura di L’incubo nero di Cornell Woolrich, Mondadori 2008.
Per Bill le cose si mettono male. Tutto sembra congiurare contro di lui. L’altro pugnale che ha portato con sé (impugnatura diversa con solita scimmietta che si tappa le orecchie) sparito, il venditore che mente. Unica via di uscita la fuga, che le prigioni cubane non sono noccioline. Corsa fra i vicoli, aiuto insperato di una donna (Mezzanotte). Salvezza, flash back del suo incontro con Eve. Piccola luce in un tunnel senza speranza. Ritrovare il fotografo che ha scattato una fotografia proprio nel momento in cui erano insieme al bar. Chissà, forse si può sperare di vedere chi ha pugnalato Eve. Ma il fotografo è stato rapito…
Trama semplice, essenziale. Descrizioni accurate delle strade, dei vicoli, dei locali, delle persone. Prosa sicura, creativa, scintillante. Capace di penetrare nei meandri della psicologia umana. Figure a tutto tondo. Vere, reali. Uomini e, soprattutto, donne (sulle “donne” di Woolrich si aprirebbe un capitolo a parte).
Si legge tutto d’un fiato. E a bocca spalancata (sarà dura recensire altri libri).

I Maigret di Marco Bettalli

Il morto di Maigret del 1948 (disponibile anche in audiolibro)
Inizialmente pubblicato in Italia con l’insensato titolo Ben tornato Maigret e scritto in America (da qui forse una maniacale insistenza sulla topografia parigina, con itinerari descritti via per via), è un Maigret godibilissimo in molti momenti (la telefonata da casa con il mitico giudice Coméliau, la lettura di Dumas mentre Maigret è malato, i poliziotti che tengono aperto un bar per svariati giorni, con la moglie di uno di loro che si fa toccare il culo mentre serve a tavola e conquista clienti con i suoi manicaretti, la “guerra fredda” con Colombani, l’amico capo della Pubblica Sicurezza che sembra a sua volta un malavitoso), sorta di cronaca giornalistica su come si conduce un’inchiesta, piuttosto che un giallo vero e proprio. Appostamenti di giorni interi, Moers che ricava l’inimmaginabile da tracce minime e non dorme mai (come del resto il commissario, che non a caso, alla fine, per suggellare la chiusura del caso, piomba in un sonno profondissimo), telefonate, ricerche capillari, viviamo tutto “in presa diretta”: la polizia è mobilitata alla ricerca di una banda dell’est Europa dedita in tutta la Francia a rapine condite di omicidi e torture spaventose, guidata a Parigi da un insospettabile giovane, elegante e accompagnato da una ancor più giovane attricetta.

Maigret va dal coroner del 1949
Ultimo tributo di Simenon al suo soggiorno americano dopo la II guerra mondiale (v. Maigret a New York, n.26): il commissario in visita d’istruzione capita a Tucson, in Arizona, ad assistere alle indagini preliminari sull’uccisione di una ragazza, trovata morta sui binari dopo una notte di bagordi con dei giovanissimi aviatori di stanza da quelle parti. Se si prende il romanzo come trattatello sociologico sull’America di quegli anni vista da un europeo, ci troviamo di fronte a osservazioni intelligenti e a una simpatica disanima della irriducibile diversità degli americani. Se lo prendiamo come un giallo, è di una noia mortale, con tanto di disegnini su tracciati di ferrovie e strade che nessuna persona pur dotata di senno è in grado di seguire; anche la soluzione è di nessun interesse. Restano, negli interstizi di queste due strade maestre, svariate gags abbastanza simpatiche, centinaia di litri di alcool consumato dallo stesso Maigret e da tutti i personaggi (il bere è una vera e propria ossessione, sono praticamente tutti ubriachi o sul punto di diventarlo, con la passione dei seguaci di una religione. Attenzione: è però l’unico romanzo in cui Maigret beve anche una Coca-Cola!) e poco altro: ripeterò quanto già detto nel precedente “americano”: a Maigret non si addice l’America.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il paese mormora. Le indagini del commissario Berté di Emilio Martini, Corbaccio 2020
Il commissario Berté ha assoluto bisogno di riposo, tradotto in parole povere “deve” staccare. L’improvvisa morte del questore Maestroni, che lo rivoleva in pista a Milano, e l’inquietante e drammatico caso che ha coinvolto la Procura di Lungariva, uniti alle incertezze legate al futuro professionale, lo hanno messo alla prova. Nonostante le amorevoli premure della Marzia, pronta per lui a traslocare e seguirlo ovunque, naviga nello stress. Il Questore di Genova, al telefono, gli ha ingiunto di stare calmo, di pazientare e attendere le decisioni superiori del CDA, ma insomma… Brutti pensieri a pioggia. Ragion per cui si lascia convincere dalle raccomandazioni di un amico, spalleggiato dalla Marzia, a concedersi una vacanza settembrina in mezza montagna: vacanza che sarà rallegrata da buone letture (e magari buttar giù qualche pagina), da ottima cucina garantita e ristoratrici passeggiate montanare. La località raccomandata caldamente è Montenorbo, ridente paesino della Valcamonica, ma sappiate che Montenorbo non si chiama così (questo è un poliziesco, non una guida turistica). E ormai saprete che le Martignoni in ogni romanzo offrono sempre generosamente ai lettori almeno due gialli: la trama del libro e un racconto del commissario. Stavolta si sorpassano e ci regalano persino l’indovinello di scoprire il nome del loro salubre paese fungaiolo e vacanziero. Indovina indovinello… E tutto allo stesso prezzo di copertina. Comunque, dicevamo, arrivati a Montenorbo, dopo abbastanza ore di viaggio da scatenare l’ansia di Bertè per quanto possa essere successo a Lungariva in sua assenza, l’accoglienza dell’albergo, una pausa prima di cena a letto con la Marzia e più tardi, in sala da pranzo, il corposo e gustoso menu lo fanno sentire subito meglio. Ma, ma… ma al tavolo vicino siede un coppia della zona. Loro coetanei più o meno. Parola tira parola, domanda tira domanda, supposizione altra supposizione e via dicendo. Insomma, mentre sono ancora seduti a tavola salterà fuori che, sotto la finta e sorniona tranquillità locale, da oltre trent’anni serpeggiano in paese perfidi e leggendari pettegolezzi, rancori, sospetti, maldicenze e, neppure velate, accuse vere e proprie. Se fosse tutto vero, saremmo davanti a un cold case con i fiocchi e appare più che giustificato il desiderio di fare chiarezza su un passato fosco che ha segnato la vita di alcuni abitanti. Altro che vacanza per Berté: il nostro si ritrova coinvolto in una brutta e complicata storia di paese che racconta una strana catena di incidenti, magari di delitti mai risolti? Spesso la realtà va al di là della fantasia: oddio, la jella può sempre colpire a raffica, ma intanto c’è la coincidenza che tutte le vittime erano amici tra loro, come se una sinistra maledizione abbia gravato per anni nella vallata. A partire dalla morte di Celeste Re, una bella ragazza di ventidue anni, precipitata in un crepaccio durante una gita in alta quota con un gruppo di amici. Dopo di lei, uno dopo l’altro avevano perso la vita tre dei quattro fratelli Griffi, membri della stessa comitiva in quel giorno della fatale gita in montagna. Ogni volta gli inquirenti avevano indagato, formulato delle ipotesi ma non avevano mai trovato elementi per sospettare il coinvolgimento di qualcuno e le morti erano state archiviate come accidentali. A Montenorbo si mormora che Fausto Griffi, il figlio minore e unico superstite della famiglia, cerchi da anni un documento di inestimabile valore… Gigi Berté stavolta però non può contare né sulla sua squadra né su aiuti tecnologici. Può servirsi solo del suo buon senso e del suo intuito. Prestando ascolto ai dubbi e ai timori di un preoccupato e riservato veterinario, da poco vedovo, sarà costretto a inanellare faticose passeggiate montane, a incontrare e sondare vecchi testimoni, e a recarsi agli appuntamenti di un inquietante personaggio, una specie di veggente, una poetessa e scatenata femminista ante litteram. Si scoprirà che i dubbi e i timori del vecchio veterinario erano fondati. Ogni storia e ogni morte hanno la loro imprevedibile logica e il conseguente e contorto perché, ma quelle verità che emergeranno dalle nere ombre del passato, provocheranno solo grande amarezza. Un giallo da manuale che sarebbe quasi potuto uscire dall’agile penna di Agatha Christie…

Grosso guaio a Roma Sud di Marzia Musneci, Todaro 2020.
Per me che ho vissuto e ricordo il clima e i personaggi che affollavano il mondo e le borgate romane degli anni Settanta, è facile immedesimarmi nelle folli, al limite dell’incredibile, avventure dei due gemelli congiunti (per i lettori forse più facile dire siamesi) Zek e Sam. La cornice, il ritmo della storia e l’ambientazione ricordano i film dell’epoca interpretati dal barbuto Tomas Milian, pseudonimo di Tomás Quintín Rodríguez. Tomas Milian, ottimo attore, sceneggiatore e cantante cubano naturalizzato americano che, con l’indimenticabile voce presa a prestito da Ferruccio Amendola, è ancora nella memoria romana per la sua interpretazione di Nico Grandi, poliziotto dai modi spicci ma efficaci, oppure per quella di Sergio Marazzi, er Monnezza, funambolico, abile e irresistibilmente comico ladruncolo della capitale. Un mondo vero però che esisteva, camminava e s’azzuffava per strade, un mondo cantato persino negli stornelli. Roma è la città dei grandi stornelli, spesso abilmente rivisitati dai loro più famosi interpreti in ballate della malavita, vedi le celebri Nun ce vojo sta, Roma Capoccia, Sora Rosa, E lasseme perde
Canzoni diventate spesso l’emblema e l’accompagnamento musicale di tanti film del genere. Canzoni che rispecchiano fedelmente lo spirito e l’atmosfera, o meglio il sapore che si può gustare leggendo Grosso guaio a Roma Sud di Marzia Musneci. E i suoi protagonisti, infatti, esibiscono caratteristiche che resero allora celebri quei film: l’involontaria comicità, il dolore di fondo e un’inconscia pulizia, nonostante certe spesso non limpide scelte di vita.
I protagonisti Zek e Sam, gemelli congiunti ovverosia siamesi, soli dopo la morte della madre, cresciuti nell’orfanatrofio della parrocchia, incontenibili, orgogliosi, rissosi e per questo affidati adolescenti dal prete al gestore di una piccola palestra di periferia, continuano a sfogare la loro rabbia boxando come sparring partner e vivacchiano, cercando di arrangiarsi. Ormai catalogati come balordi dalla polizia, ovverosia piccoli delinquenti di periferia, accettano l’incarico da Chick Lanzetta, un boss del quartiere, di dare una ripassata a un vecchio orologiaio, insomma una lezione che lasci il segno, per fargli abbassare la cresta. Ma l’incarico, puntualmente eseguito, si rivela solo un tranello e per loro una gran brutta grana. Il vecchio orologiaio infatti viene ritrovato morto, ucciso a coltellate. Insomma qualcuno l’ha fatto fuori e cerca di appioppar loro il brutale delitto…
Per fortuna nella loro disordinata indagine potranno contare su alcuni veri e magari imprevedibili appoggi quali: il vice ispettore Nick Castillo, che li conosce bene ed è convinto che in questo caso siano solo capri espiatori e sul suo capo, l’ottima ispettore Miriam Fantini. Un altro genere di aiuto lo riceveranno da Bob Carrezza, smaliziato giornalista di cronaca nera, ben ammanigliato anche in questura che, rischiando anche di persona, annusa nel caso guai di grosso calibro che stanno sconfinano in ogni dove. E non basta perché avranno anche l’incondizionato appoggio di Minny Morelli, il loro allenatore di boxe di Abbe, o meglio Abdullah, lo straordinario barista, erede del locale del sor Quirino e della “magica” Luz moglie di Abbe, l’albina dagli straordinari poteri di sensitiva.
Marzia Musneci, sfruttando con abilità e buon gusto le caratteristiche del giallo, immerge il lettore in una Roma di periferia, in cui già i tentacoli della criminalità organizzata influiscono e condizionano delle persone e contemporaneamente si intrecciano con antiche credenze popolari, le scelte, i dilemmi e i drammi personali di tutti i personaggi.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi è la volta di Lo strano caso del vulcano puzzifero di Geronimo Stilton, Nuova Edizione PIEMME 2015.
Per Geronimo è una normale giornata di agosto come tante altre. Sta andando a mangiare un bel gelato con il suo nipotino Benjamin alla gelateria Rattodighiaccio. Lì incontra un suo caro amico di nome Ficcanaso Squitt. Appena esce dalla gelateria Geronimo si accorge che sta nevicando, gli sembra un po’ strano visto che è agosto. Attraverso delle onde radio il suo amico Ficcanaso riesce a scoprire che il professor Bu, uno dei più malvagi di Topazia, ha costruito un laboratorio per produrre neve artificiale e conquistare Topazia. Allora Geronimo e Ficcanaso partono per il Vulcano Puzzifero, da dove proviene la neve, per mettere fine a questa storia. Sarà una lotta dura per Geronimo. Riuscirà a sconfiggere il professor Bu e tornare sano e salvo? Ma, soprattutto, salverà Topazia?…

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
oggi vi presento Pollicino di Charles Perrault, Giunti 2003.
In un bosco vive un taglialegna con la moglie e sette figli.
Il più piccolo si chiama Pollicino.
Si perdono nel bosco e vanno a bussare alla casa di un orco. Qui vengono messi a letto dalla moglie.
L’orco li vuole mangiare ma Pollicino cambia i cappelli dei fratelli con le coroncine delle figlie dell’orco.
Riescono a scappare e si rifugiano in una grotta.
Poi Pollicino ruba gli stivali delle sette leghe all’orco mentre dorme e corre verso il castello del re.
Riesce ad avere un forziere d’oro, ritorna a casa e compra un castello. Che forte questo Pollicino!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2020

Andiamo subito al sodo con…
Gli invisibili di Valerio Varesi, Mondadori 2019.
“L’uomo era stato ripescato vicino alla foce dell’Enza sulla sponda emiliana. Il cadavere presentava un grosso trauma nella zona occipitale, la probabile causa della morte, e i segni di una forte contusione toracica”. Tre possibilità: omicidio, incidente o suicidio. Da tre anni è chiuso in una cella frigorifera senza che nessuno lo abbia reclamato e ora, secondo la legge, deve essere seppellito. Ma il commissario Soneri di Parma vuole sapere chi è, vuole conoscere il suo nome, sente “affiorare una subdola familiarità con quell’uomo morto e col suo mistero”. Si immagina di essere morto anche lui. Chi lo avrebbe ricordato? La moglie Ada lo aveva lasciato presto ed era stato lui a ricordarla. Non aveva un figlio. Forse Angela, la nuova compagna. E poi vuole trovare delle risposte a tutto ciò che rimane irrisolto. Anche se il questore desidererebbe una cosa veloce, solo formale (un classico).
Personaggio principale, dunque, il nostro Soneri tormentato da certi ricordi dolorosi che annaspa tra realtà e finzione “in quell’universo fluviale sfuggente e cedevole” dove niente e tutto si sprofonda. Il fiume, il grande fiume scuro che con il suo lieve saltellare risveglia un ritmo sepolto nel tempo di culle e ninne nanne. Ma all’improvviso si ingrossa, fa paura e diventa esso stesso personaggio presente e pressante durante tutto il racconto, come la pioggia che cade con “inesorabile regolarità” e la nebbia a stendere un velo di brivido su tutte le cose.
Via al circolo nautico di Torricella per ascoltare, confrontarsi, cercare indizi, via in giro per dissipare la reticenza di chi sa qualcosa e non vuole esporsi. Incontri particolari come quello con il Matto e la sua fissa idea che c’è in giro la Bestia del Po a creare altra atmosfera fosca e inquietante. Ha visto le sue impronte sulla sabbia, attacca anche i lupi, dice, si porta le prede nell’acqua e le mangia.
L’indagine è difficile fatta di piccoli passi, affiorano pian piano intrallazzi, imbrogli, una gestione poco chiara di ristoranti e trattorie, lotte fra clan per la pesca, droga, prostituzione, mafia, camorra e ‘ndrangheta a spartirsi il territorio. Mentre il nostro si è preso una vacanza, ha affittato una casa galleggiante dove pensare, meditare da solo.
In un giallo che si rispetti non manca la buona cucina e quindi troviamo il commissario intento a preparare degli gnocchi al pomodoro su uno strato spesso di parmigiano, oppure a cena al Milord dove affoga con Angela i suoi pensieri “nel burro fuso in cui nuotavano i tortelli di patate di Alceste”, ma anche da Marisa tutto preso dal risotto con lo strolghino, ovvero un sottile salame tagliato a piccoli dadi che gli provoca un “fiotto d’allegria e un guizzo dei succhi gastrici”.
Soneri, comunque, continua la sua lotta contro il tempo (non può tirarla troppo per le lunghe), si divincola fra gli ostacoli, annaspa, accende spesso il Toscano per calmare la sua ansia, aiutato dall’amore e dalla forza di Angela. Ma ecco che qualcosa appare, si fa strada nella sua mente. Quello che viene fuori dalla lettura del libro è il problema dei rifiutati come figli e dal mondo stesso, degli “invisibili” con la loro rabbia, il desiderio di essere amati ma incapaci, allo stesso tempo, di amare. La storia è un intreccio, una mescolanza di atmosfera opaca, di lentezza e malinconia. Perché chi ha vinto sono i cinici e gli indifferenti. E allora non resta altro, secondo Soneri, che raccogliere “i morti dopo la battaglia”.

Rito di sangue di Anne Perry, Il Giallo Mondadori 2020
Inghilterra 1870. Più precisamente nell’ufficio di un magazzino della zona portuale di Londra, “il cadavere giaceva supino sul pavimento; nel petto gli era stata infissa una baionetta. Innestata su un fucile militare. Il morto sembrava in tal modo sormontato da un albero di nave spezzato, in procinto di crollare da un momento all’altro”. Ma non è finita qui. Le dita della mano destra sono tutte spezzate, le labbra asportate e ficcate in bocca, intorno diciassette candele con lo stoppino rosso (due delle quali viola scuro) che sembra intinto nel sangue. Un delitto raccapricciante e una bella gatta da pelare per il comandante Monk della polizia fluviale. Intanto trattasi dell’ungherese Imrus Fedor come dichiara il suo connazionale Antal Dobokai, farmacista che sa tradurre in inglese, ed era venuto a consegnarli una medicina.
Delitto efferato, crimine d’odio commesso sotto un impulso incontrollabile. Occorre sapere tutto il possibile sul morto, con l’aiuto di Hooper, braccio destro di Monk, e quindi via a parlare con i vicini. Viene a galla il problema del “diverso”, di colui che è nato in un’altra nazione e non è ben visto dagli inglesi. Comunque Imrus era un imprenditore “educato, niente debiti, nessun vizio, affabile, tranquillo, pulito, generoso”. Chi poteva avercela con lui? Allora bisogna considerare il numero diciassette delle candele. Che ci sia sotto una società segreta degli occultisti? Il colore viola significa, infatti, potere, un potere oscuro. Oppure, oppure la rabbia dei protestanti contro i cattolici ungheresi?…
Arriveranno, poi, altri morti uccisi con le stesse modalità a complicare ulteriormente un’indagine lunga e difficile. Il racconto si svolge su due piani: il presente ricco di atmosfera misteriosa, di paura, di scontri (la folla inferocita mette in pericolo anche Monk) e il passato che riaffiora angoscioso sia per lo stesso Monk (aveva perso la memoria nel 1856 subito dopo la guerra di Crimea), per la moglie Esther (infermiera durante quella guerra) e anche per il medico Herbert ossessionato da incubi, sospettato e processato. E qui si apre la fase processuale con l’accusa e la difesa a scontrarsi sfruttando tutte le loro capacità. Fino a quando… fino a quando il nostro Monk riesce a capire come siano andate veramente le cose. Perché c’è pure di mezzo la pedofilia…
L’idea fondamentale del libro è che le tragedie della guerra si ripercuotono inesorabilmente nell’animo di chi le ha vissute e che il pregiudizio, come pensa la stessa Esther ha, al fondo, la convinzione che il diverso, il differente costituisce una minaccia alla propria tranquillità. Problema, aggiunge il sottoscritto, vivo ancora oggi.

La cattiva stella di Georges Simenon, Adelphi 2019.
Una storia di falliti. Di falliti borghesi, come tende a sottolineare lo stesso Simenon. Una nutrita serie di racconti sul “turista da banane” che se ne va in giro nelle isole del Pacifico, ovvero “storie di gente che quando è partita era piena di entusiasmo, di vita, di speranze, di progetti, e che i tropici hanno ridotto in uno stato che…” Ce lo spiegherà più avanti l’autore. Vediamone qualcuna di queste storie in cui, ad un certo punto, arriva la cattiva stella…
Come quella di Popaul che ha ottenuto una concessione per abbattere alberi nella foresta equatoriale. Però non riesce a venderli e si ritrova in una capanna sporca in mezzo a una cinquantina di negri. Con l’idea fissa di essere avvelenato dopo una serie di coliche. Forse è opera di quel negro, forse di quell’altro. Gliela farà pagare… Oppure la storia di un visconte che se ne va in Nuova Caledonia. E lì rimane povero con quattro o cinque mogli ricoperto di pustole fissato a guardare il mare. E quella dell’Alsaziano a Tahiti che finisce al lebbrosario della città.
Fallimenti e fallimenti da non giudicare troppo severamente secondo monito dell’autore. Dove ci può essere lo zampino del Caso. Vedi la storia del discendente di una nobile famiglia francese durante un viaggio di piacere nel Sudamerica. “In una torrida cittadina popolata di indios e avventurieri si azzarda, per curiosità, a bere la chicha”, una mistura di mais masticato dalle “indie sporche e sdentate” ed ecco che non ne può fare a meno. La famiglia manda allora a trovarlo il figlio minore che lo convinca a ritornare in patria. Ma anche lui beve la chicha… Ora siamo in uno degli isolotti tra la Nuova Guinea e la città di Numea. Qui da tre anni, e forse di più, ci sono due bianchi il cui unico passatempo serale consiste nel giocare a scacchi in attesa del benedetto sonno. Uno di loro va a letto con una canaca, la donna del luogo che viene trovata strangolata in un boschetto. Chi è stato? Forse l’amico geloso…
Insomma non se ne salva uno. Nemmeno Millet, partito alla ricerca del sole, della libertà che si ritrova in un “porto grigio e piovoso”, oppure la baronessa Wagner suicidatasi alle Galapagos dopo aver fatto la bella vita a Montparnasse e ancora il dottor Ritter che ha lasciato scritto delle Memorie da cui si ricava “che queste incantevoli isole non sono fatte per l’uomo e che la natura stessa si oppone alle sue imprese…”.
Falliti! Tutti quanti falliti. Tutti quanti con il sogno di una vita agiata senza preoccupazioni per il futuro. Lì nelle isole ai tropici sotto il sole opprimente e l’aria infestata da malattie rare. Un tourbillon di situazioni difficili, incasinate, grottesche, presentate con uno sguardo ironico e sorridente. Non una parola di più, non una parola di troppo. Alla Simenon.

L’incredibile viaggio di Todd Downing, Polillo 2014.
“Farà saltare in aria il treno?” “Sì, è stata questa la sua minaccia. Mi è parso necessario avvertire qualcuno” si confida Saul King con Hugh Rennert, agente del Tesoro americano in viaggio da Laredo a Città del Messico (per essere precisi è stata la moglie di S.K. a udire queste parole).
Il treno non salterà in aria ma il morto ammazzato salta fuori lo stesso dopo una lunga galleria ucciso con una iniezione ipodermica di nicotina (vedete un po’ come le studiano).
Sette i viaggiatori di una carrozza tra cui si nasconde l’assassino (lo dirà in seguito lo stesso Rennert che indaga): “King, Spahr, Radcott, il messicano dallo sguardo furtivo, l’uomo dai capelli grigi, l’individuo alto che aveva l’aria di un agricoltore e la signora vestita di taffetà nero che portava un anello al dito e le maniche coi polsini”. Avvoltoi che sembrano seguire il treno, costretto a fermarsi per un guasto alla macchina, a creare un clima lugubre e spettrale, una spilla da cravatta trovata, un tagliacarte sparito, una cappelliera che non è al suo posto e altri piccoli indizi sparsi qua e là.
Ancora: un secondo omicidio che avviene con le stesse modalità, l’isolamento della carrozza in cui si trovano i sospettati, delitto che si riallaccia a un altro delitto del passato, l’inquietudine e la paura che serpeggiano, la tensione in continuo aumento, anche per la presenza dei soldati sul treno che temono un attentato del movimento dei Cristeros ribelli al governo.
Scrittura precisa, accurata, personaggi credibili, colpo di scena finale ben assestato, e insomma un lavoro svolto con la bravura dell’artigiano di un tempo che fu.

I Maigret di Marco Bettalli

Maigret e la vecchia signora del 1950
Tutto il romanzo ruota intorno alla figura di Valentine, vecchia vedova demodé nella cui casa “di bambole” avviene un inspiegabile assassinio, per avvelenamento, della sua donna di servizio, la giovane Rose. Valentine appare inafferrabile: con Maigret è sciolta, simpatica, ironica, insomma una meravigliosa vecchietta, mentre sempre più fonti la descrivono come un mostro, avida arrampicatrice sociale priva di scrupoli e di veri sentimenti, persino nei confronti dei figli. Questi ultimi vanno a comporre una curiosa compagnia: una figlia totalmente e disperatamente ninfomane (Simenon indulge spesso nel descrivere donne del genere, segno del suo rapporto non facile con il gentil sesso…; piccola nota di costume: nella prima traduzione italiana degli anni Cinquanta, questa parte venne censurata!), un figlio “arrivato” (è deputato) ma irrimediabilmente coglione (nei romanzi di Maigret i deputati, gli uomini importanti sono sempre degli idioti), l’altro il cui scopo di vita sembra quello di assomigliare al duca di Windsor. Sotto lo sguardo un po’ stupito dell’ispettore del luogo (siamo a Étretat), Maigret, più che altro, beve: lo fa sempre, in ogni romanzo, ma qui l’abitudine diventa quasi parossistica. Questo non gli impedisce, ovviamente, di dipanare la matassa, basata su tristi questioni di gioielli di valore: alla fine, erano le voci su Valentine a essere vere, non la sua fragile immagine dal vivo: la donna è davvero un mostro.

Cécile è morta del 1942
Ripeterò l’incipit de L’ispettore Cadavre: la differenza sta nei particolari. Cécile è morta (pubblicato in Italia, originariamente, con il titolo poco sensato Un’ombra su Maigret) è uno dei migliori Maigret, nonostante la trama arzigogolata, mille particolari che si ripetono, personaggi già conosciuti che si agitano seguendo binari prestabiliti nella Parigi piovosa di inizi autunno. È splendido perché ha i ritmi giusti, gli snodi giusti, un Maigret presente in ogni pagina nella sua grandiosa personalità, con tutti i suoi pregi e i suoi apparenti difetti (“pareva di un’arroganza incredibile”, e lo dice la signora Maigret! e mai come in questo romanzo, in effetti, il nostro è stato così scorbutico, inavvicinabile, persino scortese). Nelle ultime pagine, viene anche reintrodotto il personaggio dell’anglosassone simpatico e un po’ ingenuo venuto a studiare i suoi metodi (v. per esempio Il mio amico Maigret), con la evidente funzione di esaltare l’onnipotenza del commissario. Anche la trama gialla, pur complessa, non è così campata in aria e si snoda tra i soliti protagonisti da Comédie humaine, la vecchia avara all’inverosimile, i parenti poveri che si portano dietro la croce di irredimibili complessi di inferiorità, avvocati sussiegosi, ragazzine un po’ ninfomani, portiere laide con il torcicollo e, soprattutto, l’ex-avvocato pedofilo, per cui Maigret prova una repulsione fisica che fa tenerezza, assecondato da Simenon che descrive l’uomo come un vero e proprio monstrum, che ha disegnati in faccia e nel corpo i suoi terribili impulsi, seguendo una teoria lombrosiana utile a far risaltare la castità e la assoluta purezza dello stesso Maigret, in questo romanzo molto evidenziata. Si vedano a questo proposito la scena al cinema o l’incontro con i tenutari dei bordelli, o persino l’affermazione (veramente al limite della verisimiglianza!) secondo la quale Maigret aveva qualche difficoltà di rapporti persino con il buon Cassieux, capo della Buoncostume, per il solo fatto che quest’ultimo aveva di continuo a che fare con gente immorale…

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La signora del martedì di Massimo Carlotto, edizioni e/o 2020.
Romanzo corale dal gradevole sapore teatrale questo La signora del martedì di Massimo Carlotto, molto ben recitato dai tre personaggi principali: il signor Alfredo Guastini, attempato omosessuale che indossa gli abiti di una signora elegante d’altri tempi e che parla di sé al femminile, Bonamente Fanzago, attore porno quasi in pensione che tiene ancora duro e la misteriosa signora che ogni martedì, da ben nove anni, dalle 15 alle 16 si infila nel suo letto per approfittare e pagare i suoi servizi da gigolò. Lo scenario è misterioso e suggestivo, siamo d’inverno, in provincia, dove? Forse la riviera romagnola, o magari più a Nord. Comunque una cittadina sul mare, ma d’inverno il mare sembra così lontano… Imprescindibile e irresistibile filo conduttore della trama, un albergo di sapore felliniano, la Pensione Lisbona. Vecchiotta, ben tenuta, poche camere messe con gusto, sempre aperta ma poco frequentata, la Pensione Lisbona funge da impagabile palcoscenico di tutta la storia. Ma torniamo al romanzo e alla sua straordinaria galleria di personaggi, riprendendo da Alfredo Guastini, vero elemento trainante della narrazione, abbiente proprietario della Pensione Lisbona, attempato omosessuale di buon cuore, capace di cacciarsi nei guai per amore, magari egoistico, ma sempre amore…
La signora del martedì è un giallo che azzarda persino e con rara abilità a sfiorare i toni del fotoromanzo. Ma è un giallo ben calibrato da ogni punto di vista, in cui soprattutto si privilegiano i migliori istinti dell’amore, di qualunque genere sia. E quando Nanà si troverà davvero nei guai, potrà far conto su uno sconosciuto signore dagli stivali: lo riconoscete? Proprio lui, Marco Buratti l’Alligatore, che interviene nel ruolo di angelo custode con l’aiuto di una coppia specializzata nel far sparire cadaveri. E se necessario persone. E poi chissà se la storia di Alfredo, Bonamente, Alfosina sarà proprio finita? Come recita a ragione la quarta di copertina, stavolta Massimo Carlotto va al di là del noir. E ci regala l’arguto ma colto divertissement di una trama variegata, perfetta per raccontare i nostri tempi afflitti da tante incontrollabili difficoltà. Insomma una storia di cui tutti potremmo essere stati testimoni, magari per caso, o volontariamente attori. Tutti coinvolti? E comunque bravo Massimo! Esperimento azzeccato: un romanzo notevole, permeato di un fine e geniale umorismo che seduce.

Il corpo del peccato di Silvia Di Giacomo, Foschi 2020.
Secondo Gianluca Morozzi, il commissario Claudio Degli Esposti è “un personaggio che mancava al noir bolognese. Solo l’eclettica Silvia Di Giacomo l’avrebbe potuto inventare”. E voilà il personaggio di Silvia Di Giacomo. L’autrice a pagina 10 ce lo presenta come poliziotto e bravo investigatore, poi però nelle pagine successive precisa che Degli Esposti ha il fallimento del suo matrimonio dietro le spalle, conserva ancora dentro di sé ferite psicologiche dovute a demoni personali che l’attanagliano e sta portando avanti un appassionante ma difficile rapporto affettivo che potrebbe trasformarsi in una trappola fatale. Richiamato con urgenza al lavoro alle otto di sera, il Commissario Claudio Degli Esposti si sta recando sul teatro del delitto in sella a una Vespa. Stavolta lui e la sua valida e bionda collaboratrice, l’ispettore Giulia Nanni, dovranno far fronte a un omicidio dagli anomali connotati. Apparentemente infatti Maddalena Zorbi, ultraottantenne, vecchia e ricca signora della Bologna bene – quella che conta economicamente e dispone di relazioni in alto loco – è stata aggredita, buttata a terra e pugnalata in casa sua, nel pomeriggio. Ma le scena del delitto è stata pesantemente inquinata da chi l’ha trovata…
Una scelta narrativa che si avvale del continuo cambio del punto di vista e spesso della narrazione in prima persona. Come per gli struggenti intermezzi in corsivo che a mio vedere forse sarebbero risultati più incisivi se i collegamenti temporali fossero stati in parallelo. Ciò nondimeno una trama che coinvolge, portando in scena un bel carosello di eroi e antieroi. Storia di tante vite, vite che si incrociano ma soprattutto un grido di denuncia per il barbaro sfruttamento di corpi femminili, per le tante donne abusate e rese schiave dalla paura. Donne coraggiose però, che non arretrano davanti alla scelta di imboccare tutte le strade, anche quella della vendetta, per riscattarsi a ogni costo davanti al mondo.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Diario di una Schiappa. Non ce la posso fare! di Jeff Kinney, il Castoro 2016.
Come succede in ogni sua avventura, Greg combinerà un sacco di pasticci. Ovviamente non posso elencarveli tutti perché sennò finirei domani mattina. Quindi ve ne dirò due o tre, senza, però, raccontarvi la fine in modo che, per scoprirla, dovrete leggere il libro!
Un giorno il nonno di Greg decide di trasferirsi da loro perché hanno aumentato il costo dell’ Happy Residence dove viveva prima. Qualche giorno dopo la famiglia va al supermercato e il nonno resta a casa da solo, ma quando tornano scoprono che…
Il mese dopo Greg deve fare una gita con la scuola alla Fattoria Vitadura, vorrebbe restare a casa a giocare ai videogiochi ma i suoi genitori lo costringono ad andarci. Niente computer e cellulari per un intero fine settimana. Deve cavarsela come fanno gli adulti. Ce la farà?…

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
oggi vi presento Il brutto anatroccolo di Hans Christian Andersen, EdiBimbi 2010.
Una anatra cova le sue uova. Si schiudono ma l’ultimo uovo più grosso degli altri non ci riesce. Poi alla fine si schiude e viene fuori un anatroccolo grigio. Al pollaio tutti lo prendono in giro, gli dicono che è brutto, non lo vogliono con loro. Anche i suoi fratelli incominciano a maltrattarlo. Disperato fugge via. È sempre più triste e solo, ma un giorno mentre vola vede tre cigni nuotare in un laghetto. Si avvicina e guarda la sua immagine riflessa nell’acqua. Ora non è più brutto perché è diventato un bel cigno anche lui. Che bella trasformazione!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2020

Il sorriso politico…
Due parole sul sorriso a presa di culo del politico mentre parla il politico della parte avversa. Ci avrete fatto caso. Impossibile non averci fatto caso. Uno parla e l’altro sorride. A presa di culo, si capisce, infiorettato da mille smorfie per rendere ancor più manifesta la presa di culo. Come a dire ma che stronzate tira fuori questo, ma che coglione è questo, ma chi ce l’ha mandato. Un sorriso carico, duro, caricaturale, ma va bene anche un sorrisetto spocchioso che l’altro non se lo caca nemmeno. Un sorriso politico, insomma. E non si sa bene chi faccia più sorridere, se quello che parla o quello che sorride.

Dipartimento casi bizzarri di Carter Dickson, Il Giallo Mondadori 2019.
Un uomo agitato, “dagli occhi leggermente sporgenti e dal naso indagatore” arriva a Scotland Yard. “Lo hanno ucciso proprio davanti ai miei occhi!” farfuglia alla guardia, e avrebbe potuto uccidere anche lui, aggiunge ancor più trafelato. “Chi è stato a fare tutto questo?”. “Un paio di guanti”.
Ecco l’inizio del primo racconto di storie assurde, di casi bizzarri che vedremo velocemente. Continuiamo…
Dorothy Brant si sveglia da un sogno confuso in un cottage di montagna dove è venuta con il padre e con il cugino Harry. Tutto bene, solo che, sta rimuginando, c’è quella vecchia bisbetica della signora Topham, tra l’altro pure ladra, nel cottage vicino a sciupare tutto. Ma la suddetta signora Topham si trova ora all’ospedale con la testa fracassata, e le impronte sulla neve che si dirigono verso il suo cottage sono solo le sue. Per il sovrintendente Mason è lei l’assassina. Senza alcun dubbio.
Un edificio assai particolare in Sloane Street. Tutti gli appartamenti sono arredati allo stesso modo. Ronald Denham, un po’ alticcio per aver partecipato ad un party per soli scapoli, verso mezzanotte sale al suo appartamento al secondo piano. Qui trova qualcosa di strano, ovvero certi paralumi e un quadro che non ha mai visto. E trova pure un tizio “tranquillamente seduto in una sedia dallo schienale alto accanto alla porta” con l’impermeabile messo a rovescio. È morto. Morto che sembra poi sparito completamente e ritrovato, addirittura, nell’ascensore con l’impermeabile rimesso a dritto. Strano, eh…
Una rapina alla banca di quattro uomini. Vengono catturati ma delle ventimila sterline rubate neanche un penny addosso a loro. Il malloppo l’hanno nascosto o passato ad un ricettatore. E c’è una signorina che questi soldi li ha visti davvero in casa di un noto avvocato. Solo che sono scomparsi anche dopo un’accurata perquisizione da parte della polizia. Eppure stanno ancora lì…
Siamo all’Orient Club. La signorina Rapport sta ballando coperta dal trucco, mentre una ragazza sparisce con un portafoglio seguita dal poliziotto Jim Matthews (si trova lì alla ricerca di un noto borseggiatore). Proprio nel camerino della Rapport pugnalata alla schiena “con un paio di lunghe forbici acuminate”. Sembra lei l’omicida ma c’è qualcosa che non quadra…
Al casinò di La Bandelette. Un giovanotto che perde un sacco di soldi, ossia il signor Winton e un altro che vince parecchio, Ferdie Davos. Il primo, però, si può beccare ben diecimila dollari se si reca da un medico ad un certo indirizzo fra un’ora su proposta del secondo. Proposta davvero strana ma accettata (i soldi fanno comodo). All’ora stabilita si avvia, da lontano scorge Davos camminare, sente un grande rumore e un grido orribile, si volta per un attimo e poi vede Davos scalciare in terra pugnalato alla base della nuca. Morto e sembra proprio lui l’assassino all’agente che sta arrivando.
Il giornalista Bill Stacey cammina con una pesante valigia verso la Zampa del Leone per rivedere Norman Kane ma, soprattutto Marion, la nipote e segretaria di Kane. Ed anche Norman Kane, eccezionale affarista nella City, anche se per lui un “colossale truffatore.” Ma ecco, lo vede da lontano sulla spiaggia che gli grida “Vieni a fare un tuffo!” Poi tutto precipita. Ondeggia premendosi le mani contro il petto e cade a faccia in giù. Nello stesso tempo arriva Marion con il dottor Hastings. L’uomo è morto, addirittura ucciso secondo il dottore. Ma come?…
Dal colonnello March del Dipartimento Casi Bizzarri (ne riparleremo alla fine) arriva lady Patricia Mortlake con il cagnolino Flopit. Vuole che ritrovi il suo ricco fidanzato Francis Hale scomparso in un “terribile ufficio di Piccadilly”. Beccato lì, proprio da lei, tra le braccia di una “orribile sgualdrinella dai capelli rossi.” Ma, dopo un po’, completamente svanito.
Una maledetta radio infastidisce Douglas Chase che sta lavorando a una tesi storica per una docenza in un’università americana. Se riesce a vincere la sfida con K.G. Mills che non conosce. Ma la radio diventa davvero insopportabile. Decide di scendere dall’inquilino di sotto e, guarda caso, trattasi proprio di Kathleen Gerrard Mills. Il suono, però, sembra provenire dall’appartamento vicino che risulta vuoto, disabitato per qualche brividoso motivo. Sempre che non ci sia dentro un morto…
A indagare su questi casi incredibili c’è proprio un ufficio apposito del Dipartimento Casi Bizzarri guidato dal colonnello March “un uomo amabile e imponente (peserà almeno un quintale), dalla faccia lentigginosa, gli occhi azzurri vivaci e cordiali, e una pipa estremamente corta che gli sporge da sotto i baffi ben curati, di un colore incerto tra il grigio e il sabbia” insieme al paziente e incredulo ispettore Roberts. Ci penserà lui, innamorato degli enigmi e spesso con il sorriso, a risolvere i vari ambaradan tra scambi di persona, imitazione, daltonismo, mistero sulla scia della famosa “La lettera scarlatta”, sostituzioni di persona, sosia, finto morto… e tante altre diavolerie davvero impensabili.

Il gioco del mai di Jeffery Deaver, Rizzoli 2019.
Di crimini commessi seguendo orme già prestabilite ne abbiamo visti. Come, per esempio, l’assassino che imita alla perfezione gli omicidi tratteggiati in un noto romanzo poliziesco o segue, addirittura, le mosse di una partita a scacchi. Con l’evoluzione della società in senso tecnologico il sanguinario “imitatore” si rivolge a un’altra forma di espressione. In questo caso al mondo dei videogiochi. Ovvero a un particolare videogame (lo sapremo in seguito).
In breve. Scompare Sophie Mulliner, studentessa diciannovenne nella Silicon Valley. Lavoro per Colter Shaw, un tracker, un ricercatore di persone scomparse che gira con il camper Winnebago, la Malibu e la Glock 380. Diecimila dollari la ricompensa da parte del padre Frank per il suo ritrovamento. Sicuramente non è fuggita perché non avrebbe mai lasciato Luka, il suo “barbone di grande mole”, anche se c’era stato un litigio fra i due per il cambio di casa in una zona del sud. All’inizio lo troviamo addirittura intento a salvare Elizabeth, una donna incinta, rapita e prigioniera su una imbarcazione che sta affondando. Poi l’azione si sposta indietro di due giorni per il citato caso di Sophie.
Via al Quick Byte Café di Mountain View, il posto in cui la ragazza si trovava mercoledì pomeriggio prima di scomparire. Visione dei filmati di sicurezza: qui, oltre a Sophie in bicicletta, è inquadrata un’altra persona con occhiali da sole e coperta dal cappello. Il rapitore?… Tra gli altri avventori, incontra la bella rossa Maddie (futuri salti sul letto?) che lo avvicina al mondo dei videogiochi (verrà lui stesso preso dal vortice del gioco) aprendo uno spiraglio di luce sulla scomparsa della ragazza.
La figura di Colter Shaw si staglia al centro della scena con i suoi ricordi, alternati al presente, soprattutto del padre Ashton, il Re del Mai, e delle sue regole perché quasi tutte incominciano proprio con la parola “mai”. Padre che era scomparso e poi ritrovato morto all’Echo Ridge. Un incidente per la polizia ma non per lui che sospetta essere stato ucciso. Nell’immensa casa della Tenuta dove vivevano gli Shaw un mucchio di libri. Colter era stato attratto in particolare da quelli di legge, aveva fatto tirocinio in uno studio di un avvocato e sapeva tutto sul diritto penale.
Ma ecco scompare un’altra persona, Henry Thompson, e affiorano i primi dubbi, si accendono le prime luci. E se tutto dipendesse da un gioco malato? Sophie, infatti, era stata lasciata nella stanza di una fabbrica abbandonata con cinque oggetti che poteva utilizzare per sopravvivere. Proprio come nel videogame “L’Uomo che Sussurra”…
Colter Shaw, dicevo, al centro della scena contornato, però, da una serie di personaggi che hanno la loro ben costruita personalità nel bene e nel male, il loro modo di vivere, i loro interessi, il loro vissuto. Non sempre facile come quello della poliziotta Standish, gay e nera, costretta a subire battutacce e prese in giro dagli altri colleghi. In una Silicon Valley “che non è solo ricchezza, potere, modernità scintillante”, ma anche un luogo duro e terribile per chi è debole e incerto.
Concludendo. Tutto ruota intorno al mondo dei videogiochi che muove una enorme mole di denaro e interessi oscuri, un mondo che attrae e affascina dal quale possono scaturire le nuove menti perverse del crimine. Momenti di dubbio, perplessità (diversi sono gli indiziati), intrecciati a ricordi, a movimento, azione, scontri, pericolo e morte. Con Colter pronto a ogni evenienza per risolvere i vari casi e scoprire, finalmente, la verità sulla fine del padre.

La sposa nel lago di Cocco & Magella, Marsilio 2019.
Como e dintorni a febbraio. Due omicidi nel giro di poco tempo. Un anziano clochard nella vecchia zona industriale con la testa fracassata che sembra essere stato trascinato lì. Un clochard particolare, chiamato il “Professore” dal portamento e dai modi eleganti. E una bella ragazza, Ginevra Bassi, studentessa di diciannove anni, ritrovata senza vita (si scoprirà essere stata soffocata) sul ramo orientale del lago di Como, da un monaco al quale sembra una vera e propria “sposa”.
Due vicende che si intrecceranno inevitabilmente fra di loro (un classico) sulle quali deve indagare la commissaria Stefania Valenti. Una poliziotta vera, dura, ferrea, energica e nello stesso tempo gentile, divorziata dal marito vive con la figlia Camilla e il nuovo compagno Luca. Aiutata dai fedeli Piras e Lucchesi che presentano una loro ben costruita fisionomia. Collaborativa ma anche in contrasto con le alte gerarchie (altro classico).
Andando avanti con energica volontà si scoprono diverse “cosette”. La ragazza era fidanzata ma aveva anche una relazione poco chiara con un uomo molto più anziano. Al dunque viene fermato il fidanzato praticamente senza un alibi, ma non sembra la soluzione giusta, perché la vicenda è davvero complicata: “Si trattava di una partita a scacchi, in cui la mossa vincente poteva risultare, a seconda dei punti di vista, lontanissima o a portata di mano.” Pesano diversi elementi: i rapporti difficili nelle relazioni familiari e amorose, un misterioso testamento con una somma ingente “quantificabile in almeno un milione e mezzo di euro” completamente sparita, i problemi del figlio e del figliastro, quelli inerenti alla ludopatia, certe foto che possono offrire nuovi spunti…
La nostra Stefania Valenti ce la mette tutta alle prese con la figlia Camilla che cresce “ad una velocità impressionante” e con Luca, il compagno, che teme di perdere, sia per il suo notevole impegno di lavoro sia per la differenza di età (fino a quando sarebbe rimasto al suo fianco?). Una storia basata soprattutto sui mille risvolti di una tosta indagine (c’è anche l’amico giornalista a dare una mano) inframezzata da sprazzi di paesaggio (spazi aperti, il lago…) e brevi momenti di relax. Per risolvere il problema bisogna alzare lo sguardo. In alto. Come sempre. In una società dove le differenze ci sono, si vedono e contano.
Alla fine del precedente libro Ombre sul lago, Guanda 2013, avevo scritto “Buona lettura senza urletti di gioia.” Confermo. Un giallo ben confezionato lungo linee, purtroppo, risapute.

L’urlo di Margaret Millar, Il Giallo Mondadori 2019.
“Quattro mesi dopo, vennero ritrovate le ossa di Annamay a circa un miglio più in su del torrente, sotto un cumulo di foglie secche coperte da un groviglio di edere velenose. In quel periodo dell’autunno, l’edera del Canada aveva il fogliame rosso ed era molto bella.” Annamay Hyat è una bella bambina di otto anni, ribattezzata “la principessa” che gioca spesso con le sue amiche, tra cui la cugina Dru, in un palazzo in miniatura costruitole da un architetto. Ma un giorno scompare, forse per non aver seguito i consigli di una poesia scritta per lei “Non parlare con gli sconosciuti, anche se loro ti sorridono. Non accettare mai un passaggio da nessuno, neanche per mezzo miglio… Corri via subito. O quello potrebbe essere l’ultimo giorno della tua vita.” Ora, secondo la perizia del coroner “Non era affogata, non si era rotta una gamba, non era stata avvelenata dall’edera né colpita da un fulmine”. Dunque era morta per mano di una persona non identificata.
La sua scomparsa e la sua fine mettono in crisi il rapporto matrimoniale fra il padre Howard e la madre Kay. I mesi di attesa l’hanno invecchiata, è stanca, è triste, non ha più niente da amare. L’amico Benjamin (Ben) cercherà in tutti i modi di riappacificarli (anche lui, però, in conflitto con l’amante Shelley Quinn) portando la donna perfino a ballare. Comunque Howard e il reverendo Michael Dunlop, che ha visto nascere la bambina, non si perdono d’animo e si mettono in moto per scoprire il colpevole. E allora via ai colloqui con chi la conosceva, via alla lettura dei file della polizia riguardanti il caso portati di nascosto dalla segretaria del vicesceriffo, via a sentire la nuova inquilina, la pazza miss Rosa Firenze, “matta come un cappellaio”, che urla, tiene delle memorie interessanti e ha avuto delle strane visioni il maledetto giorno della scomparsa di Annamay. Poi c’è anche il signor Cassandra che ha visto qualcosa di particolare, sempre quel fatidico giorno e, ultimamente, la cugina Dru prende dei brutti voti a scuola, è nervosa, racconta un sacco di bugie, non sembra più la stessa…
L’autrice scava nei rapporti matrimoniali e non mettendo in rilievo i lati più bui e nascosti, le difficoltà, i malumori, le insofferenze, gli scontri, il maschilismo e la violenza imperante, insomma un senso di vuoto e disagio circola nella vicenda con il classico colpo di scena finale improvviso e insospettabile.
Per I racconti del giallo abbiamo Sul Tagliamento di Raffaele Serafini.
Fernanda. Una poliziotta lasciata dal primo e unico fidanzato. Sta guardando una foto di un nordafricano ucciso con una coltellata al petto. Omicidio volontario, in Friuli. Poi l’incontro con una vecchia amica e un’uscita a quattro in trattoria. La discussione cade sul delitto perfetto. Deciso così, a caso, senza un movente… Raccontino gustoso con spunto da Diario di un assassino di Leo Bruce. Ma epilogo diverso.
Per La Storia del Giallo Mondadori, Gli anni Novanta… e oltre di Mauro Boncompagni.
Questa è la volta di una serie succosa di artisti del giallo: James Yaffe, Shelley Smith, Ruth Rendell, Colin Dexter, Michael Dibdin, Lilian Jackson Braun, P.C. Doherty ovvero Paul Harding come pseudonimo, John Franklin Bardin, Martin Edwards, Paul Halter, Rhys Bowen, Maureen Jennings. Da leccarsi i baffi. E la storia della prestigiosa collana continua.

I Maigret di Marco Bettalli

Il mio amico Maigret del 1949
L’ideuzza di mettere l’inappuntabile e molto british ispettore Pyke – inviato da Scotland Yard per studiare i metodi del nostro commissario – appiccicato a Maigret quasi 24 ore su 24, con il conseguente fastidio del commissario e una serie infinita di piccole gags legate alla circostanza non è poi geniale, quanto meno non se ne sentiva certo la mancanza: Maigret è perfettamente in grado di reggersi da solo e la faccenda sa un po’ di riempitivo, visto che a volte il nostro sembra non sapere bene come arrivare in fondo alle 150 pagine canoniche. Il nodo centrale del romanzo è l’isoletta di Porquerolles, al largo di Tolone, nella quale Simenon visse a lungo, scrivendovi vari Maigret (ma non questo): luogo magico, e universo a sé stante, di quelli che affascinavano lo scrittore, e non solo lui. Qui vivono un sacco di spostati, portati alla deriva dai loro insuccessi, dalla loro stanchezza, dai loro peccati, dalla loro malattia: e tra questo branco di disadattati che bevono a più non posso, prendono il sole e giocano a carte (e persino a scacchi) matura uno strano delitto, che Maigret risolverà collegandolo a una faccenda di falsi Van Gogh. In effetti, il giallo è pressoché inesistente, mentre tutto il resto – l’isola, i suoi curiosi personaggi, la porquerollite che prende quasi tutti, inducendoli a non voler più tornare nel mondo, e sta per catturare persino il nostro commissario, più meditabondo e malinconico che mai, – lascia una traccia delicata e dolente. Non uno dei migliori Maigret, ma non un Maigret banale.

Maigret a New York del 1947
Maigret, cinquantaseienne in pensione nella sua casetta nella Loira, si trova catapultato a New York, dove vive un’avventura abbastanza complessa, non senza assumersi qualche rischio personale, sulla scia del suo creatore che in quegli anni si era trasferito nella Grande Mela. La storia è di quelle – amate da Simenon – che affondano le radici in un lontanissimo passato, in questo caso quello di un miliardario scontroso, diventato ricco con i jukebox, e del suo amore profondo e romantico per una esile ragazzina sua compagna in improbabili tournée artistiche. Inevitabilmente non mancano molte cose piacevoli, come in tutti i Maigret, in primo luogo alcune figure di contorno, dall’amico O’Brien al bizzarro investigatore privato che coadiuva il commissario. Ma a Maigret non si addice l’America, o meglio l’ambientazione può servire a creare – per contrasto – un sacco di gags divertenti, a partire per esempio dalla lingua (Maigret conosce molto male l’inglese), ma si tratta di espedienti di cui Simenon non ha certo bisogno per far funzionare la sua macchina perfetta. E la trama, poi, risulta quasi insopportabilmente arzigogolata, sostanzialmente inverosimile.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

New York: Codice rosso di James Patterson e Michael Ledwidge, Longanesi 2019.
Il nuovo libro di Patterson per l’Italia ha come protagonista il detective Michael Bennett del NYPD, bravo poliziotto conosciuto come eccellente negoziatore, figura non troppo abituale per un eroe di una serie poliziesca. Tanto per cominciare Bennett, quarantenne vedovo, è padre di ben dieci figli. Una specie di colorita tribù che riesce a crescere con l’aiuto del nonno Seamus, pastore protestante, e di Mary Catherine, una bella, efficientissima e incantatrice tata. Michael Bennett è di ritorno da un breve viaggio in Irlanda. Da solo, perché l’affascinante Mary Catherine, che aveva accompagnato in patria e ormai gli ha preso il cuore, ha dovuto fermarsi là per un contrattempo nella vendita dell’attività alberghiera della sua famiglia. Atterrato a New York, Bennett ha appena il tempo di digerire il jet lag, di affrontare la confusione dei figli abbandonati a se stessi e di recuperare suo nonno – ricoverato in ospedale a seguito di un leggero disturbo confusionale, conseguenza non grave di un recente ictus – quando due improvvise spaventose esplosioni compromettono gravemente la principale linea della stazione della metropolitana. Il nostro eroe viene immediatamente convocato e coinvolto nelle indagini, ma i disastri non sono finiti perché ben presto ci sarà lo scioccante assassinio del sindaco che sta parlando in diretta per rassicurare i concittadini da un palchetto alzato all’esterno del quartiere generale delle indagini e, poco dopo, anche un drammatico e letale attentato esplosivo al Federal Building. Con la tensione alle stelle, Michael Bennett è costretto a prendere le redini di una situazione che rimanda con la mente all’11 settembre 2001, con l’America sotto attacco…
Insomma il detective Michael Bennett, spalleggiato dalla sua vecchia amica e partner Emily Parker dell’FBI, deve individuare e catturare i criminali che si celano nell’ombra, approfittando del caos generato dagli attacchi. In una affannosa corsa contro il tempo, sfidando il più pericoloso nemico mai affrontato finora, si troverà costretto a ricorrere a ogni possibile risorsa, prima che il peggiore incubo di tutti rischi di trasformarsi in realtà mentre una serie di attacchi, sempre più devastanti, viene perpetrata contro la città da un gruppo terroristico non identificato.

Delitto a Villa Fedora di Letizia Triches, Newton Compton 2019.
Torna in scena Chantal Chiusano che avevamo conosciuta in Verde napoletano, poi ritrovata a Venezia in veste di commissario in carica per I delitti della Laguna, dove si era fatta affiancare dal personaggio cult di Letizia Triches, Giuliano Neri, per sbrogliare e risolvere un omicidio collegato a un complicato intreccio americano-napoletano con potenziali legami con illeciti commessi nel mondo dell’arte. Stavolta invece tutt’altro fondale, via le gondole, via i canali e si passa direttamente al grande splendore e a certe debolezze legate alla capitale che ritroviamo in questo nuovo romanzo tutto romano. Eh già, perché nel 1992 Chantal Chiusano è stata trasferita a Roma da due anni e vive al quinto piano di una palazzo un po’ vecchiotto del Testaccio. Nessun posto fino ad allora ha mai dato a lei, ischitana purosangue costretta a nascondere la pena di un lutto che l’aggredisce spesso e a tradimento, un vero senso di appartenenza, la capacità sentirsi di nuovo quasi in pace con se stessa. Sarà anche per l’amichevole complicità che la lega alla sua dirimpettaia di pianerottolo. Ma un poliziotto ha il suo lavoro da fare e Chantal Chiusano è un bravo poliziotto, sempre pronta a mettersi in gioco. Un feroce delitto è stato scoperto a Villa Fedora, nel quartiere Coppedè, proprietà indivisa degli eredi del famoso cineasta romano Alberto Fusco, scomparso da diciotto anni, e nulla è stato toccato da allora. Molte stanze sono in disordine ma mancano segni di effrazione. Dunque l’assassino o conosceva la vittima, la donna che l’ha fatto entrare, o ha usato proditoriamente la chiave. La morta, massacrata al volto con un pesante oggetto contundente, è Liliana Fusco, 54 anni, nuora del defunto. Il delitto è stato scoperto poco dopo le otto di sera da sua figlia Magda, una ragazza fragile e complessata che era venuta a prenderla. Liliana Fusco da giovane era stata anche l’assistente segretaria del suocero e dopo la sua scomparsa era diventata quasi il nume tutelare della villa e dei suoi ricordi. Da giorni Villa Fedora era stata attrezzata come set cinematografico per un film-documentario celebrativo di Alberto Fusco e tutti i componenti della famiglia volenti o nolenti erano stati coinvolti nella produzione. Un ladro sorpreso in flagrante? Insomma è difficile a prima vista capire se manca qualcosa, perché sportelli e cassetti solo stati aperti e diversi monili sono sparpagliati in giro. Ma la villa, imponente e così spaziosa da sembrare un labirintico memoriale, è sovraffollata ai limiti dell’inverosimile di mobili e oggetti. Villa Fedora pare quasi un irreale scenario teatrale piuttosto che una casa. Forse l’assassino cercava qualcosa di particolare? Ma Villa Fedora contiene soltanto oggetti d’arte e ricordi legati ad Alberto Fusco? Nascondeva magari qualcosa? Il commissario Chantal Chiusano e l’ispettore Ettore Ferri, suo vice, per riuscire a fare luce su quella tragica vicenda dovranno andare a fondo, scandagliando il presente ma soprattutto il passato…

Ah l’amore, l’amore di Antonio Manzini, Sellerio 2019.
“Ah l’amore, l’amore”, indimenticabile canzone di Luigi Tenco, portata al successo da Ornella Vanoni, e imperdibile nuovo “canto” (secondo me il decimo) dello strepitoso romanzo a puntate sul vicequestore romano Rocco Schiavone. Antonio Manzini riprende la storia proprio dal punto in cui aveva lasciato il suo protagonista in Rien ne va plus: gravemente ferito, steso a terra privo di sensi in un lago di sangue. Una storia grossa, culminata con una sparatoria all’alba, quando Schiavone e la sua squadra avevano incastrato e arrestato la banda di falsari, rapinatori e assassini che operava a Saint Vincent.
Non si sa ancora chi gli ha sparato, l’addetta alla scientifica Michela Gambino non ha avuto tempo e modo di chiarire, ma intanto sia la stampa che i superiori lo trattano da eroe. Comunque è stato un bello spavento per lui e tutta la sua squadra, ma l’uomo è un duro, una pellaccia: portato di corsa all’ospedale ci ha sì rimesso un rene, ma l’operazione eseguita d’urgenza il 21 dicembre è andata bene. Però però, una successiva infezione batterica postoperatoria l’ha costretto a prolungare la degenza sotto cura di antibiotici. Un inghippo che, al 26 dicembre 2014, lo tiene ancora prigioniero nell’ospedale di Aosta, tutto vestito a festa dagli addobbi natalizi. Stare a letto a leggere? Proprio no! Gabriele gli avrebbe anche portato dei libri, ha il giornale ma il ritmo ospedaliero, il cibo che passa il convento e l’incongruo balbettare del suo compagno di stanza sono quasi insopportabili. Schiavone si sente peggio di un leone in gabbia. E reagisce con atteggiamenti semi goliardici. Appena può, scappa al bar, si nutre di brioches, panettoni, cioccolata, attacca briga per un nonnulla ed esce in pantofole con addosso il loden sui ballatoi a fumare sigarette e canne. Anche perché se guarda dalla finestra non vede che pioggia e… un’incongruenza.
Anche stavolta Schiavone ha fatto centro e, mentre i suoi dubbi cominciano a concretizzarsi, informa il magistrato Baldi e il questore Costa. Le loro indagini hanno scoperchiato alcuni segreti viventi della famiglia Sirchia e appurato che i rapporti tra marito, moglie e figlio non erano rose e fiori. Chi poteva desiderare la morte del ricco patriarca? Bisogna trovare il modo di mettere in trappola chi è stato pronto a colpire. Stavolta Manzini lascia largo spazio alle riflessioni psicologiche, sia di Schiavone che della sua squadra, e alle tante suggestive atmosfere che li circondano.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi tocca al Diario di un Amico Fantastico. Il giornale di bordo di Rowley di Jeff Kinney, il Castoro 2019.
Questo libro è raccontato da Rowley, il migliore amico di Greg, la nostra Schiappa. A differenza di lui, Rowley è alto e un po’grassottello, è più bravo e più obbediente. Ma adesso gli lascio la parola.
Ciao, io sono Rowley e ora parlerò di alcune avventure divertenti e anche paurose vissute con il mio migliore amico Greg. Per esempio ieri per la prima volta sono andato a dormire una notte da lui. Per un po’abbiamo giocato ai videogiochi ma poi Greg ha avuto un’idea molto stramba tirando fuori dal cassetto del comodino un film. Ci siamo messi a guardarlo e parlava di una mano assassina che uccideva tutte le persone che incontrava. Ma ad un tratto…
Un’altra volta io Greg siamo andati di nascosto di notte nel trampolino del nostro vicino di casa mentre tutti dormivano. Ma dopo cinque minuti che saltavamo un cane si è messo ad abbaiare molto rumorosamente. Allora siamo scappati velocissimi a casa e quando siamo arrivati…
Ciao ragazzi sono di nuovo io, Jonathan. Volevo dirvi che Rowley non ha finito di raccontarvi i suoi episodi perché non voleva rovinarvi la sorpresa. Quindi per sapere come vanno a finire leggete il libro!!!

Le letture di Jessica
Oggi vi presento Peter Pan, Edibimbi 2019.
Peter Pan non vuole crescere ma andare ai giardini dove sono gnomi e fatine. Una sera gli spuntano le alucce e ci vola. Quando diventa grande gli cadono le ali. Allora suona il flauto alle feste delle fatine e degli gnomi che ballano. Poi deve uccidere Capitan Uncino e i suoi pirati nell’Isola che non c’è perché è cattivo. Ma vengono catturati. Solo Peter Pan riesce a fuggire. La fatina Tintinna con una vecchia sveglia spaventa Capitan Uncino che cade nella bocca del coccodrillo. Poi ritornano tutti a casa. Che bel racconto! Piacerebbe anche a me avere le ali.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti