A volte ritornano. In teoria Partitura finale (2007) avrebbe dovuto segnare la fine del ciclo di John Rebus, giunto al traguardo della pensione dopo una carriera da ispettore alquanto travagliata. Ma 60 anni sono oggettivamente pochi per appendere il cappello al chiodo, così, dopo quasi sei anni, arriva Corpi nella nebbia (Longanesi, 2013).
Rebus adesso lavora alla SCRU, Serious Crimes Review Unit, cioè la sezione che si occupa dei cold case. È una sorta di consulente, non più ufficialmente in polizia ma ancora inserito nei ranghi della Lothian and Borders insieme ai colleghi Elaine Robison e Peter Bliss. I suoi rapporti con i capi sono sempre molto travagliati e, come se non bastasse, Malcom Fox della sezione “Lamentele” continua a stargli col fiato sul collo. Nonostante il tentativo di restare defilato, Rebus si trova al centro di un’indagine molto attuale quando uno dei suoi cold case interseca un crimine recente. Si tratta della scomparsa di Annette McKie, avvenuta lungo l’autostrada A9: secondo una certa Nina Hazlitt potrebbe trattarsi dell’ultimo atto di una serie iniziata con la sparizione della figlia, Sally Hazlitt, a Capodanno del 2000, e continuata con altre ragazze senza che nessuno, negli anni, mettesse in relazione i vari casi.
Per Rebus vale la pena indagare; può ancora contare sulla collaborazione degli ex colleghi, prima fra tutti l’ispettore Siobhan Clarke. Ma Rebus è noto per i suoi metodi non convenzionali, così una parte delle informazioni provengono da Cafferty, una specie di boss locale che ritiene di avere un debito, e forse anche un rapporto amichevole, con l’ex ispettore. L’indagine si rivela difficile e penosa, con scarsi indizi, molti sospettati e pochi “capi” inclini ad assecondare le intuizioni di Rebus.
Di Rebus ho sempre trovato affascinante la capacità di riuscire a vivere senza il consenso altrui. È solo, non riscuote molte simpatie, anche quando formula un’ipotesi corretta deve faticare per farsi ascoltare e i meriti vanno sempre a qualcun altro. Eppure lui è soddisfatto così, tanto che sta meditando di rientrare in Polizia… A me questo ruvido scozzese che beve whisky, mangia patatine in busta e si interroga sul significato di una canzone di Jackie Leven (a cui il Corpi nella nebbia è dedicato) fa tanta tenerezza. E sono contenta che Rankin abbia deciso di regalargli un bonus di attività. Finché dura, ce lo teniamo stretto.
Nel 2004, quando uscì in Italia Casi sepolti (Resurrection Men, pubblicato nel 2002, che aveva guadagnato all’autore l’Edgar Award e il titolo di Ufficiale dell’Impero Britannico), avevo intervistato Ian Rankin. Eccolo, sempre attuale.
Il Rebus scozzese
Ian Rankin è nato in Scozia nel 1960. Dopo la laurea all’università di Edimburgo ha svolto una quantità di mestieri disparati, dal tassista al guardiano di porci, fino ad approdare alla scrittura. Il primo romanzo in cui appare l’Ispettore Rebus è Knots & Crosses, del 1987: da allora, i suoi libri sono stati tradotti in 22 lingue e hanno acquistato una crescente popolarità.
Rankin ha vinto numerosi premi e dai suoi libri sono stati tratti film per la TV.
AB – Perché hai scelto il genere noir?
IR – Il noir è il nuovo romanzo sociale. Io ho iniziato a scrivere crime novels per dire qualcosa su Edimburgo, sulla Scozia, sulla società e la cultura in cui viviamo. Volevo mostrare alle persone che Edimburgo non ha solo il castello, i tartan, i kilt, le cornamuse, ma che ci sono anche persone che affrontano problemi, problemi reali. E la figura del poliziotto è ideale per descrivere la società, perché parla con la gente in vista, con i politici, ma anche con gli emarginati e i criminali. Può osservare tutti gli aspetti della società. John Rebus è stato creato esattamente con questo scopo.
AB – Che tipo di uomo è il tuo Ispettore Rebus?
IR – È un uomo che cerca. Credo che se incontrassi John Rebus all’Oxford Bar – il posto dove lui beve, e dove anche io bevo – non ci piaceremmo molto. Lui vede le cose in bianco e nero. È di un’altra generazione, rispetto a me. Non ci assomigliamo.
AB – Cosa pensi della versione televisiva dei tuoi libri?
IR – Non lo so. Quando ho saputo che Rebus sarebbe finalmente diventato un personaggio televisivo, ho deciso di non guardarlo, di non scrivere la sceneggiatura, di non partecipare in nessun modo. Non volevo essere influenzato dalla figura e dalla voce del personaggio televisivo (John Hannah, n.d.r.), che potrebbe interferire con la mia visione del personaggio.
AB – Mi parli del libro cha sta per uscire in Italia, Casi sepolti (Longanesi, in libreria da gennaio 2005)?
IR – John Rebus ha adesso 55 anni, è diventato un po’ più coriaceo, un po’ più cattivo. Il libro inizia con Rebus in punizione perché ha tirato una tazza di tè, piena, addosso al suo capo. Deve quindi tornare in accademia di polizia per un periodo di riaddestramento. L’idea mi è venuta perché il capo della polizia di Edimburgo ha scritto, in una recensione, che se un vero poliziotto si comportasse come Rebus – bevendo così tanto, andando sempre contro le regole – verrebbe sicuramente inviato a fare un corso di recupero presso l’accademia di Polizia. Così io gli ho risposto dicendogli che, se mi avesse permesso di frequentare uno di questi corsi, io avrei scritto un libro in cui Rebus torna all’accademia. E così ho fatto.
AB – Cosa hai in programma per il futuro?
IR – Fin da quando ho iniziato a scrivere questa serie, avevo deciso che Rebus sarebbe vissuto “in tempo reale”: nel primo libro ha 40 anni, oggi, nella mia mente, ne ha 56, quindi ha ancora quattro anni di tempo (i poliziotti, in Scozia, vanno in pensione a 60 anni). Quindi ci sono ancora più o meno un paio di libri. E dopo? Ancora non lo so.