Le gialle di Valerio/55: Lee

La guardia, il poeta e l'investigatoreJung-myung Lee
La guardia, il poeta e l’investigatore
Sellerio, 2016
Traduzione di Benedetta Merlini
Noir

Fukuoka. Marzo 1943. Il 17enne Watanabe Yuichi, dopo aver perso il padre sul campo di battaglia in Manciuria ed essere cresciuto a Kyoto fra i romanzi della piccola libreria gestita dalla madre, viene chiamato alle armi e, concluso l’addestramento, assegnato come guardia presso la lontana prigione nazionale vicina alla baia di Hakata nel Kyūshū. Da quando è nato il Giappone è sempre stato in guerra: con la Russia, la Cina, la Mongolia, la Corea, ora con l’America. Non gli piace. I vari blocchi di celle sono pieni di coreani, in particolare nelle 48 (con 349 reclusi) del suo terzo vi sono i dissidenti politici antigiapponesi e i condannati a morte. Una notte viene ucciso l’esperto violento odiato collega di oltre quarant’anni, Sugiyama Dozan, il corpo che penzola dalla trave, le labbra cucite con punti di sutura. Lo incaricano di indagare e si rivela un accorto osservatore. Capisce che sono coinvolti in strani modi due prigionieri: il 331, la canaglia Choi Chi-su e il 645, il poeta Hiranuma Dozu. Ci sono molte complesse e misteriose connessioni fra tutti gli abitanti di Fukuoka. Watanabe vi resterà fino alla fine delle ostilità e oltre, interrogato anche sui crimini di guerra.

Il giornalista e scrittore sud coreano Jung-myung Lee (1965) ha scelto la finzione narrativa di contesto noir per raccontare (originale 2014) le pratiche disumane di un carcere e la biografia del poeta Yun Dong-ju (1917-1945), che, dopo la laurea in Lettere nel 1940, chiese alla famiglia di chiamarsi Hiranuma per poter studiare Letteratura inglese in Giappone, dove dall’aprile 1942 fu perseguitato e arrestato per aver timidamente manifestato a favore dell’indipendenza della Corea, con reclusione a Furuoka dal marzo 1944, ove morì nel successivo febbraio. Tantissimi sono i (notevoli) versi riportati per esteso, pubblicati e celebrati solo postumi. È la guardia a raccontare in prima persona, una guardia che eredita l’incarico di censore e interroga i carcerati, espedienti per parlare molto di libri e letteratura, del loro potere di corrompere gli animi (secondo alcuni) alimentando pietà e sogni, o di elevarli (secondo altri) consentendo di sopportare l’indicibile. Anche le musiche pervadono. Tutto molto bello, in particolare quando il 645 aiuta ogni compagno di sventura a scrivere proprie cartoline che ottengano il visto, traducendo in parole sentimenti intimi non ostili.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

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