Le gialle di Valerio/80: Winslow

China girlDon Winslow
China girl
Einaudi, 2016
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir

San Francisco, Hong Kong e Cina. 1977. Dopo sette mesi in quarantena nel cottage in mezzo alla brughiera dello Yorkshire, il buon 24enne Neal Carey, madre puttana padre sparito, corporatura e altezza medie, capelli e occhi castani, petulante e riluttante, negato per la fisica, amante delle librerie, dottorando in Letteratura inglese del XVIII (prossimo alla tesi su Smollett), investigatore “risolvi problemi” per ricchi “Amici di Famiglia”, viene inviato sulla baia della West Coast. Deve convincere col denaro una splendida cinesina a lasciare lo scienziato single 43enne che ha abbindolato, Robert Pendleton serve all’azienda privata (di fertilizzanti) Agritech in North Carolina. Li trova e s’infatua pure lui dell’affascinante minuta 26enne Li Lan, sembra sia una pittrice e voglia davvero bene a Robert. Poi cercano di uccidere Neal e, soprattutto, i due scappano a Hong Kong. Neal è uno che s’innamora ma non si fida delle donne. Così li segue, cade in almeno un paio di trappole, continua a leggere “Roderick Random” e incrocia mirabolanti avventure anche dall’altra parte del mondo, da marzo ad agosto, e anche oltre, con il coinvolgimento della Cia e del governo cinese, allora in piena lotta di potere fra nemici e amici di Deng Xiaoping (1904-1997), che proprio nel 1977 stava lanciando la “primavera di Pechino” contro eccessi e rigidità della Rivoluzione culturale e della “Banda dei Quattro”. Neal si fa una sua idea sui mortali conflitti in corso, un po’ tutti lo considerano capro espiatorio e vittima sacrificale, si barcamena fra spie e complotti, sopravvive a stento nella provincia di Sichuan (“ciotola di riso della Cina”) e arriva quasi in capo alla catena dell’ Himalaya. Senza la certezza di scenderne.

Anche Don Winslow (New York, 1953), il miglior autore noir dell’ultimo ventennio, californiano d’adozione, ha realizzato una vera e propria serie letteraria (1991-96), questo è il secondo (1992), in terza quasi fissa, ambientazione anni settanta sulla base di quel che allora faceva lui stesso. Dopo aver studiato storia all’università e aver letto accuratamente tanta narrativa poliziesca, sempre in giro per un paio di decenni (investigatore privato,regista e manager teatrale, guida di safari fotografici anche in Cina, consulente finanziario) Winslow inventò un personaggio parzialmente autobiografico: detective, base nell’Upper West Side di New York, amori letterari per l’alienazione sociale, studi in sospeso. Per lui ogni storia inizia dai personaggi e Neal Carey è un ottimo primogenito. Come pure risalta il padre putativo Joe Graham, un metro e sessantadue di cattiveria e astuzia, occhi azzurri e capelli color sabbia, braccio di gomma, irlandese nel midollo; maniaco della pulizia, si diverte mentendo e rubando ma gli vuole un gran bene. Il titolo americano (“The Trail to Buddha’s Mirror”) richiama gli specchi, le immagini dipinte da Li Lan e l’ultima delle tre parti del romanzo, tra valli fertili e picchi innevati, scimmie e monasteri, relazioni e persone sempre diverse da come appaiono, il Buddha di pietra scolpita alto settanta metri, forse troppo per lui, malato di acrofobia. Ancora una volta, non a caso svolgono una precisa funzione narrativa citazioni da Shakespeare e Twain. Molto cibo e vino cinesi, da ubriacarsi (pure col Maotai). E, ovviamente, non mancano tè e oppio, con un loro gusto e senso.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

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