Le gialle di Valerio/84: Stassi

La lettrice scomparsaFabio Stassi
La lettrice scomparsa
Sellerio, 2016
Giallo

Roma. Da settembre a novembre. Vincenzo Vince Corso è ammalato di letteratura. Laureato in Lettere, da venti anni in graduatoria e abilitato a pieni voti a insegnare materie letterarie, non è mai passato di ruolo vivacchiando fra precari incarichi e supplenze (o anche collaborazioni giornalistiche con pseudonimo) fino a che, questa volta, non è stato designato in nessuna scuola e la nuova legge ha azzerato i precedenti punteggi, così si è inventato un mestiere da sperimentare. Con i pochi soldi residui affitta un appartamentino-studio in via Merulana, un sottotetto all’ultimo piano, dove vive, lavora e si propone come facilitatore emozionale e biblioterapeuta, ricevendo le potenziali clienti senza segretaria o sala d’attesa. È cresciuto a Nizza con la madre Anna, graziosa e solare, e le sue colleghe, cassiere o cameriere o cuoche o inservienti di tante diverse strutture alberghiere, sconosciuto padre di passaggio al quale scrive tutti i giorni una cartolina senza destinatario e con l’indirizzo dell’albergo dell’incontro che lo ha concepito. Assomiglia un poco a Gérard Depardieu, fisico imponente, pelo grigio, occhi azzurri; e ha pure tradito tutte le donne amate, da ultimo Serena. Niente elettrodomestici e automobile, si arrangia, gira in motorino Malaguti, talora si diletta con il clarinetto o con gli scacchi. Nello stesso palazzo scompare l’anziana Isabella Parodi, viveva al piano sotto al suo, il marito non spiega bene cosa può esserle accaduto e quando, settimane dopo, viene recuperato un corpo dal Tevere risulta subito indiziato. Ma c’è qualcosa che allo scaltro lettore non torna. Vince è abituato a compilare schede sui personaggi dei libri letti (cataloga caratteri, modi e abitudini), ne abbozza una anche sulla signora, habitué della medesima libreria d’antiquariato, indaga.

Il bibliotecario di origine siciliane Fabio Stassi (Roma, 1962) è ormai giunto a una decina di romanzi (il primo del 2006), lindi, solidi e ben scritti, colmi di notevoli letture e densi di riferimenti ad altrui scritture. Vince narra monocorde in prima persona al passato, 26 capitoli titolati con le lettere dell’ordine alfabetico e sottotitolati da una o due righe (versi) in corsivo e in francese. In fondo al testo c’è l’appendice con “consigli di lettura” e “altri libri” da lui suggeriti, una quarantina di testi utili (forse) a curare sofferenze e insofferenze, abbandoni e stanchezze, miopia e invecchiamento, magrezza e vita di coppia. In quei due mesi lo avevano consultato a pagamento 9 lettrici, solo donne (si sa): Carla, Velia, Rosalba, Elettra, Melissa, Elena, Guendalina, Margherita, Lidia. Il romanzo scorre attraverso le loro motivazioni, dialoghi serrati sulla solitudine, sulle vicende e proiezioni di chi legge, trasferendo sempre un poco di sé nelle pagine e acquisendo sempre un poco delle pagine nella miriade di “analoghe” situazioni già verificate. Scrivere è un modo di predire il passato. E ognuno ha comunque il suo modo di leggere: infantile, analitico, empatico, diffidente; si capiscono molte cose, a scoprirlo. Specie con cioccolato fondente a disposizione. Per il resto ricette interne ai libri e cibo a buon mercato fuori casa. Con le pazienti non scattano affetti, quando rimane solo Vince ascolta canzoni struggenti, perlopiù francesi (Montand, Brel, Piaf, Greco, Dalida, cose così) ma anche gli appunti di viaggio di Paolo Conte. Sono giochi cerebrali (non sempre di scacchi) le relazioni con il librario, il portiere, il commissario e sor Gigi. Solo con la riccioluta amica bibliotecaria Marta mantiene una sicura sporadica frequentazione, dentro e fuori gli orari di lavoro.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

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