Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2017

Vedendo quello che accade in giro, per esempio la coppia assassina anestesista-infermiera, mi vien che ridere pensando ai risvolti mortiferi della letteratura poliziesca nelle sue varie sfaccettature. Storie all’acqua calda, storie da barzelletta rispetto agli avvenimenti della realtà funesta. E allora, cari lettori, ridiamoci su. Magari appollaiati sulla nostra adorata tazza da water.

Partiamo da Bara per due di James Hadley Chase, Mondadori 2016.
James Hadley Chase non è uno scrittore da niente. Nel senso, anche, che è proprio venuto su da niente come venditore di enciclopedie per ragazzi a domicilio. “Occhi verdi, penetranti, sguardo beffardo, statura atletica”, ci dice Gian Franco Orsi in una intervista, un po’ come qualche suo personaggio.
“Per Chester Cain è tempo di cambiare aria. Giocatore d’azzardo che non disdegna all’occorrenza di usare la pistola, è venuto a Paradise Palms per godersi finalmente il frutto di tante fatiche.” Posto stupendo, tutti gentili con lui. Anche troppo. Come quelli del Palm Beach Hotel, come Speranza, il proprietario del Casinò Club che gli appioppa la bella signorina Clair Wonderley a fargli compagnia. Piacevole serata sulla spiaggia (ci scappa pure un bacio). Finita male, però, causa cognac offerto da un certo Killeano che lo stende. Al risveglio un morto ammazzato, più precisamente John Herrick, avversario politico del citato Killeano, e il tenente della squadra omicidi Flaggerty (vivo). Accusa di omicidio. Una trappola che non ferma certo il nostro Chester (ci vuole ben altro). Fuga con qualche colpo ben assestato ma la ragazza è messa in prigione. Ora bisogna liberarla e non è detto che, dopo l’eventuale liberazione (a tal proposito occorre una bara per due), il problema sia risolto. Qualcuno la dovrà pur pagare e già aveva sentenziato “Scoprirò chi voleva togliere di mezzo Herrick e continuerò il suo lavoro. Rimarrò qui finché non avrò scoperto la faccenda. E cercate di fermarmi, se ci riuscite.” Faccenda che nasconde traffico di valuta falsa e di gente clandestina.
Dunque Chester Cain che racconta, spavaldo, in prima persona. Solo contro tutti (con un paio di aiutanti, via), ritmo, velocità, dialoghi sparati a raffica, violenza, cazzottoni, pallottole che fischiano e abbaiano, scontro finale a chiudere un’impresa impossibile (per noi). Magari con un ritorno da Clair che l’amore è l’amore.

L’ombra del padre di Maureen Jennings, Mondadori 2016.
“Le vie del delitto sono infinite, lo sa bene il detective William Murdoch della polizia di Toronto. Ma davvero imprevedibile è il modo in cui un ordinario episodio criminale finirà per intrecciarsi con la sua vita privata. Tutto ha inizio quando il proprietario di un cane da combattimento accusa un rivale, un certo Delaney, di giocare sporco, per vedersi qualche ora dopo accusato del suo assassinio.”
Il rivale si chiama Harry Murdoch ed è il padre del nostro William. Ecco che riemerge la storia della sua vita, la violenza di Harry verso la famiglia, la sottomissione della madre, il fratello Bertie con difficoltà di apprendimento, la sorella Susanna che si fa suora con il nome di Philomena. Il nucleo centrale della storia è questo, vissuto nell’animo dei protagonisti, momento dopo momento durante i loro incontri al carcere. Sentimenti che si intersecano, accavallano e oscillano insieme ai ricordi: il cuore che batte all’impazzata, la bocca asciutta, dubbio, incertezza, rancore, gli scontri, l’odio che riemerge insieme a piccoli gesti di riavvicinamento (la mano sulla spalla del figlio).
Il padre sembra sincero nell’affermare la sua innocenza, e allora William da vita ad una indagine del tutto personale sotto falso nome, per tirar fuori una verità che si cela dietro false apparenze. Spunti a braccio: sul luogo del delitto a ricercare qualche traccia, in giro a chiedere ed informarsi sull’accaduto, il suo innamoramento con Enid, un po’ di sesso, la buona tavola (trota salmonata, cosciotto di montone, lingua di bufalo, filetto di cervo…), piccoli scorci sulla società del tempo, la ragazza ritardata tenuta fuori al laccio come un cane, una persona sparita, banconote false, bontà d’animo del nostro (episodio della gallina), sensualità, passione, il sogno, la forza di andare fino in fondo (occhio anche ai cani). Indagine dura tra personaggi sicuri della colpevolezza di Harry che sembrano nascondere segreti e qualche zona d’ombra.
Una bella storia, costruita sapientemente, soprattutto di introspezione psicologica con sprazzi di pura commozione.

Pane per i bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2016.
È una vita che aspetto al varco Maurizio de Giovanni. Da quando uscì fuori con Il senso del dolore del 2007. D’accordo sono solo dieci anni che lo aspetto…
Ma andiamo al sodo. Napoli, giugno 2016. Un morto ammazzato per i Bastardi di Pizzofalcone, la famosa banda di reietti che si sta riprendendo le sue brave rivincite, proprio vicino al commissariato. Più precisamente il “Principe dell’Alba” Granato Pasquale, proprietario di un forno. Si parte in tromba ma c’è l’Antimafia, nella persona del sostituto procuratore Diego Buffardi, a mettere i bastoni fra le ruote. Quello è un omicidio mafioso, dice, che spetta a loro. Il morto aveva fatto una testimonianza, anche se ritrattata, che aveva dato fastidio ad un boss locale. Ma l’ispettore Lojacono (il Cinese), presente sul luogo dell’omicidio, ha subito capito che la mafia non c’entra un fico secco e ti snocciola, davanti a tutta la combriccola dei Bastardi, nove deduzioni da Sherlock Holmes. Conflitto di poteri, i nostri rientrano in gioco, Buffardi da una parte e loro dall’altra, entrambi per scoprire la verità. Iniziano le indagini e gli interrogatori dei parenti e di chi, in qualche modo, conosceva il defunto. Chi avrà ragione? Alla fine il mistero sarà svelato. È domenica e tutte le cose torneranno al loro posto. Quasi tutte…
Poi ci sono le storie. Le storie personali dei Bastardi che si intrecciano con gli eventi narrati. Continui turbamenti e conflitti nei loro animi. La storia d’amore dell’ispettore Lojacono, divorziato dalla ex moglie Sonia, con il magistrato sardo Laura Piras che non va tanto bene. Praticamente ad un bivio. Continuare o smettere? La storia dell’assistente capo Francesco Romano (Hulk), la sua solitudine, la separazione dalla moglie Giorgia, la sospensione per avere quasi ucciso uno spacciatore, il riscatto con il lavoro proprio lì in quel ghetto, il ritrovamento di una bambina accanto a un cassonetto che segue come se fosse suo padre. La storia di Alessandra Di Nardo (Alex), la figlia del generale, lesbica. Ha avuto una relazione nascosta con Martone Rosaria, capo della polizia Scientifica da cui è uscita tradita e con il cuore a pezzi (si ricomporrà?). Quella di Giorgio Pisanelli (il Presidente, persa la moglie e molto malato) che si intestardisce sui finti suicidi. Eccone un altro bello caldo; un professore impiccato. E sul luogo del delitto una penna. La sua. E poi c’è Marco Aragona (Serpico), un po’ ganzo, un po’ simpatica macchietta che strappa il sorriso e segue, insieme ad Alex, il caso di uno stalking. C’è il commissario Luigi Palma (Gigi) innamorato di Ottavia Calabrese (Mammina), la vice sovrintendente addetta al computer, sposata con figlio problematico. Non manca alla Trattoria “Da Letizia”, proprio Letizia, belloccia il giusto, innamorata di Lojacono (lo dice anche la figlia Marinella) non ricambiata.
Insieme alle sofferte storie personali gli spunti su una società problematica e ingiusta: il vecchietto povero al mercato che ruba un pezzo di formaggio; due ragazzi che rubano in farmacia per il loro figlio; uno sguardo su chi è costretto a vivere in macchina. Squarci di vita, di povertà e miseria con il controcanto ironico che c’è pane per tutti. Momenti di pathos (il bimbo che chiede dello zio morto), momenti in cui qualcosa si rimescola nel nostro petto. Una frecciatina ai film, telefilm e gialli dove tutto torna alla perfezione.
Dunque è una vita che aspetto al varco Maurizio de Giovanni. D’accordo, sono solo dieci anni che sono lì, con il fucile puntato pronto a sparare su qualche suo difetto, su una caduta di stile, su qualche errore grossolano, sul sentimento che diventa una melassa di penoso sentimentalismo, su qualcosa di troppo, di strabordante. Mai colto in fallo.
Ma qui l’ho beccato. Piangono tutti! Piange il ragazzo Christian, piange Alessandra di Nardo, piange la madre di Alessandra Di Nardo, piange Giorgia, piange la professoressa Loredana Toppoli, piange, anzi singhiozza, Mimma Marino, piange Francesco Romano, finché aripiange Giorgia che fu l’ultima (Manzoni). Un torrente, una marea, un oceano di lacrime.
Ti ho beccato in flagranza di recidiva piangente, Maurizio!
P.S.
D’accordo. Libro molto bello e commovente.

Asso di quadri asso di cuori di Edgar Wallace, Polillo 2016.
Nelle letture di dicembre lo avevo accennato. Che forse questo libro lo avrei letto. Detto fatto. Vediamo subito il curioso Mr. Reeder dagli spunti tratti lungo il racconto. Un “tizio dall’aria molto strana. Se uno come lui può fare il detective, allora c’è posto per tutti!” esclama un personaggio. La sua prima apparizione con un lungo pastrano, un cappello di feltro schiacciato che non toglie quasi mai (“Qualche volta a Natale” risponde in modo scherzoso) e guanti grossi e sformati. Al collo una notevole sciarpa gialla, scarpe pure grosse con la punta squadrata, al braccio un ombrello accuratamente chiuso nel suo fodero. Uomo metodico con un segreto senso dell’umorismo. Lui stesso ad un personaggio “Mio caro Gaylor, deve capire che io ho una mente criminale, in un certo qual modo. Vedo sempre il lato peggiore delle persone e delle azioni umane. È davvero tragico.” Lo stesso ispettore Gaylor, che segue il caso, ha sempre l’impressione che “sia lui stesso il colpevole del delitto, per tutto quello che sapeva.” Consapevole di avere una mente piuttosto maligna, distorta ed estremamente curiosa. Ammirato da tutti. Astemio, al massimo un’orzata.
Tale personaggio, ottimamente caratterizzato nella sua eccentricità, deve indagare su un omicidio, più precisamente di Walter Wentford, trovato di notte nelle vicinanze di Beaconsfield (si saprà che è stato bastonato e trascinato lì) da un poliziotto a cavallo e dall’avvocato Enward. Dal buio sbuca pure il nostro Reeder che stava appunto andando a fargli visita. Nel frattempo l’avvocato si accorge di avere del sangue sulla mano, anche se non ha toccato il morto, così come sulla manica del suo assistente. Inoltre, attaccate alla porta del cottage di Wentford nelle vicinanze, sono appese due carte, un asso di quadri che svolazza subito in terra e un asso di cuori. Dentro Reeder trova una donna straordinariamente bella, Margot Lynn, segretaria del morto. Cosa ci faceva lì? In seguito si scoprirà anche l’uccisione del poliziotto a cavallo… E tanto basta.
Una storia, siamo nel 1929, di tavoli da gioco, di bari, truffatori, di perdite cospicue, di soldi veri e falsi, di travestimenti, di belle donne ingenue e cattive, di uomini innamorati, di ironia e sorriso anche su narrazioni come questa. Alla fine, dalla relazione in corsivo dello stesso Reeder “Asso di quadri – Asso di cuori”, veniamo a conoscere tutta quanta la complessità della vicenda nei minimi particolari. Non sono un fan sfegatato di Wallace. Talvolta l’ho trovato geniale, più spesso frettoloso e tirato via. In questo caso la lettura è stata gradevole.

Il marchio dell’inquisitore di Marcello Simoni, Einaudi Stile Libero Big 2016.
Roma, dicembre 1624.
Il primo morto non naturale è fra’ Pietro Rebiba, domenicano e consultore dell’Indice, schiacciato dentro un torchio tipografico, in rione Pigna presso la bottega dello stampatore Zanetti. A cercare di risolvere il mistero l’inquisitore, anch’egli domenicano, Girolamo Svampa, nominato commissarius dalla più alta sede capitolina con poteri assoluti. Suo metodo investigativo quello del “furetto”, ovvero non giudicare in base al sospetto ma, come questa bestiola, “addentrarsi nel rifugio della preda, al fine di portare alla luce nomi, indizi e moventi.” Reca sul collo il marchio di un roveto ardente, simbolo e ricordo di un drammatico passato che lo fa soffrire, costringendolo anche all’uso del laudano.
Fra’ Rebiba era membro della Congregazione dell’Indice, sotto il diretto controllo di padre Francesco Capiferro (gran fumatore di pipa), incaricato di valutare il contenuto dei libri sottoposti al suo esame, “al fine di prevenire la divulgazione di testi eretici, blasfemi o immorali.” Ora nella bocca del morto, e sparsi a terra, alcuni fogli di un libello libertino, zeppo di citazioni anticlericali e con incisione di una danza macabra, ovvero della Morte che “irrompeva in una bottega di stampatori per insidiare librai e tipografi.” E qualcuno, in seguito, dichiarerà di avere visto nelle vicinanze un uomo tutto vestito di nero con una maschera dal naso smisurato che ha detto di essere Capitan Spaventa.
Da qui inizia il lungo viaggio dell’Inquisitore alla ricerca della verità con l’aiuto del suddetto Capiferro e del fedele bravo Cagnolo Alfieri che ha una figlia monaca di clausura (possibile oggetto di ricatto). Altro morto ammazzato un membro della Santa Inquisizione, il precedente sotto il torchio, questi sul banco delle matrici. L’indagine si complica anche perché il nostro deve scontrarsi con gli altri poteri dell’Urbe, in primis con il governatore di Roma. La sfida è capire cosa ci sia dietro a questi delitti che non sembrano eseguiti solo per scopi individuali. Forse c’entra di mezzo la politica, magari gli spagnoli del Sud o le potenze del nord. O, forse, la religione…
Marcello Simoni ne sa una più del diavolo per tenere desta l’attenzione del lettore. Capitoletti brevi e fitti con ripetuti colpi di scena e cambiamenti di prospettiva; il segreto che logora l’Inquisitore portato avanti fino al suo completo disvelamento; una splendida ricostruzione storica della città attraversata da mille poteri, sette segrete, i Rosacroce, il “Mercurio”, libri e libelli sovversivi e libertini, le teorie di Lucrezio e Campanella, streghe, satanismi, Iside, l’alchimia e chi più ne ha più ne metta. Un mondo maestoso nell’opulenza e nella miseria, popolato di tagliaborse, accattoni e ogni genere di canaglia, intrigante e fascinoso. Aggiungo il passato che ritorna funesto (ormai di moda in tutti i libri), la neve candida a dare un breve senso di pace, niente amori o amorini, niente sesso spiaccicato di brutto sulla pagina (pura novità). Alla fine l’Inquisitore forte, risoluto e nello stesso tempo gonfio di ricordi dolorosi, snocciola tutto quanto l’ambaradan, intricato, intricatissimo, nel più classico dei classici, con la stessa precisione e nonchalance di un redivivo Poirot.

Spiluzzicature
Qualche spunto sui libri spiluzzicati nella solita libreria di Siena. Per chi vuole conoscere un nuovo ispettore “particolare” si butti su Congelato di Anthony Weymouth, Polillo 2016. Potrà così incontrare l’ispettore Treadgold, piuttosto basso, vestito di blu, naso a punta su cui posano occhiali dalle lenti spesse cerchiato d’oro, baffetti da furetto, sempre pronto a commentare e dire la sua in una maniera che pare incomprensibile, lasciando gli interlocutori a bocca aperta. Qui se la deve vedere con un vecchietto rimasto congelato nel parco della sua tenuta.
Chi vuole, invece, conoscere la nuova creazione di Sandrone Dazieri, dopo il famoso ciclo del Gorilla, ergo la vicequestore Colomba Caselli, apra L’angelo, Mondadori 2016. Questa volta alle prese con un treno, il Frecciarossa, carico di passeggeri privi di vita. Una intrigante storia di spionaggio internazionale.
Ritorna in libreria Il commissario Soneri di Valerio Varesi, Frassinelli 2016, con tre racconti dove trovano la morte due vecchi fratelli a loro tempo fascisti, un’affittacamere e diversi morti ammazzati in quel di Montelupo, suo luogo di vacanza.
Da non perdere Coscienza sporca di Loriano Macchiavelli, Mondadori 2016, con il noto Sarti Antonio ad indagare in una Bologna ricca di sghei e di vizi, di gente senza scrupoli, uomini e donne tesi al proprio tornaconto.
Ma, soprattutto, non lasciatevi scappare Nebbia sul ponte di Tolbiac di Léo Malet, Fazi 2016, per ritrovare il mitico Nestor Burma sulle tracce di un delitto che si svolge nel XIII arrondissement dove ha trascorso i primi anni di una misera adolescenza ricca, però, di sogni e di ideali. Ricordi e ricordi che si affacciano alla mente durante un’indagine sofferta nella Parigi del dopoguerra attraversata da timori e paure.

Un giretto fra i miei libri
Per chi ancora non lo sapesse (penso in molti) sono stato un discreto giocatore di scacchi. Per essere più precisi un Maestro per corrispondenza chiamato addirittura a difendere i colori della Nazionale A. Non avendo ricevuto in dono dalla dea bendata nemmeno una scintilla di genio, mi sono dovuto fare un mazzo così (sangue, sudore e lacrime), per arrivare a certi traguardi. Potete dunque immaginarvi il mio disappunto (leggi incazzatura) quando, scartabellando tra i miei gialletti, ho trovato il professor Augustus S.F.X. Van Dusen (non chiedetemi la spiegazione delle lettere puntate) meglio conosciuto come la “Macchina Pensante” di Jacques Futrelle che con la sola forza della logica riuscì a battere a scacchi un campione che aveva dedicato tutta la sua vita a studiarli (cfr. Il problema della cella n.13, Polillo 2002). Una rabbia!
Oggi me lo ritrovo ancora una volta davanti in La casa fantasma del già citato Futrelle, scritto insieme alla moglie May e pubblicato, sempre dalla Polillo, nel 2008. Trattasi di un lungo racconto composto dalla lettura di un manoscritto (May) e dalla risoluzione del problema da parte della Macchina Pensante (Jacques). Praticamente il ricordo di una brutta avventura. Non dico altro. Il racconto è bene organizzato e ricco di mistero e tensione con tutti (o quasi) i tasselli che piano piano vengono messi al loro posto.

La casa stregata di Carter Dickson, Mondadori 2011.
Il Vecchio, ovvero sir Henry Merrivale, è citato subito all’inizio dal suo collaboratore Ken Blake che racconta la storia, ma entra in azione solo oltre metà della vicenda. Il famoso medico, criminologo e avvocato è uno “strano personaggio, straordinariamente pigro, straordinariamente garrulo e sciamannato, sprofondato nella sua poltrona con gli occhietti assonnati, le mani intrecciate sul pancione e i piedi sulla scrivania”. Ufficio al ministero della guerra, un po’ in alto per la verità, con ben cinquemila gradini (sì, avete letto bene) per arrivarci. Alla porta targhetta con nome e cognome, più qualche foglio scritto a mano con diverse minacce a chi osa entrare. Grande mole, pur non essendo alto, adagiata su una poltrona di cuoio, calzini bianchi ai piedi, testone quasi calvo, lenti di tartaruga, cappello a tubo di stufa vecchio e spelacchiato, cappotto lungo dal collo di astrakan mangiato dalle tarme. Fuma la pipa e più che parlare ringhia e grugnisce. Dal momento della sua apparizione tutti gli occhi fissi su di lui…
Al sodo. Plage Court è infestata da un fantasma, Louis Plage, assistente di un boia del XVII° secolo, morto durante una epidemia di peste, dopo avere maledetto il proprietario della casa. Per esorcizzarlo viene chiamato una specie di mago, Roger Darworth, che si rinchiude in una piccola costruzione nel cortile della casa, chiusa con un catenaccio alla porta e del tutto inaccessibile. Chiaro che viene trovato morto pugnalato con il pugnale di Luois scomparso dal London Museum, e dunque classico mistero della camera chiusa.
Non mancano, da parte di Carr, critiche a certi libracci proprio sulla camera chiusa e lui te ne tira fuori una mica da ridere. Ma solo Carr riesce a rendere quasi credibile una storia impossibile.

La circonferenza delle arance di Gabriella Genisi, Sonzogno 2010.
Vigilia di Natale a Bari (dicembre caldo). Personaggio principale il commissario di polizia Lolita Lobosco detta Lolì. Alcuni spunti: 36 anni, capelli lunghi corvini, quinta di reggiseno, arance sempre a portata di mano, si sposta su una Bianchina cabriolet celeste pallido del ‘62, adora la musica napoletana, madre siciliana e padre carabiniere napoletano morto ammazzato davanti a casa, ottima cuoca, detesta le smancerie, adora i bagni rilassanti nella vasca e i massaggi del centro benessere.
Sottoposti Forte Antonio innamorato innocuo ed Esposito Tonino. Fatto principale: il dentista Stefano Benedetto Morelli, ex fiamma liceale, viene accusato di stupro su Capua Angela. Inizia l’indagine con tutte le implicazioni psicologiche da parte di Lolita, un tempo fidanzata respinta. Attorno a questo episodio ruotano altre vicende relative alla vita di ogni giorno. C’è l’amica del cuore che tradisce il marito, c’è l’amica di gioventù che diventa nemica e fa carriera con l’aiuto del questore, c’è la sorella acida e il cognato donnaiolo che la spinge a darsi da fare sessualmente, c’è il giovane giornalista che esaudisce il desiderio.
Una storia di dubbi, di tradimenti (praticamente un giallo di corna), squarci di vita della città, fino all’arrivo del morto ammazzato e alla scoperta dell’assassino. Un bel risultato psicologico supportato da un linguaggio fresco inframmezzato da espressioni dialettali e intriso di forte senso umoristico (ad un certo punto si meraviglia che “i sentimenti possano restare intatti come merluzzi surgelati”). Il tutto in prima persona al presente raccontato dalla protagonista principale.
Trama giallistica leggerina ma qui conta poco che al centro del palco sta Lolita Lo bosco, detta Lolì, con la sua quinta di reggiseno e le sue arance (alla fine del libro alcune ricette) tonde e appetitose come il suo corpo.

La nostra incomparabile Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta
Il mestiere più antico del mondo, antologia a cura di Marilù Oliva. Racconti di Dacia Maraini, Marilù Oliva, Romano De Marco, Camilla Ghedini, Alessandro Berselli, Sara Bilotti, Ilaria Palomba e Maurizio de Giovanni.
In libreria dal 24 novembre Il mestiere più antico del mondo, Elliot 2016, è un’antologia curata da Marilù Oliva con racconti suoi e di altri sette scrittori tra i quali fanno da faro Dacia Maraini e Maurizio de Giovanni.
Scrive Marilù Oliva nell’introduzione: «Il mestiere più antico del mondo? Partiamo subito sfatando un mito: la prostituzione non è il mestiere più antico del mondo. Ho proposto questo titolo per demolire un cliché che assomiglia molto a una cantilena e che connota spesso, anche come sinonimo, l’indiscutibile longevità di questa professione.
Infatti, come ci insegnano gli studi sulla preistoria, evincendo il loro assunto dai reperti del paleolitico e dai dipinti rupestri – e come rimarca meravigliosamente, sul piano narrativo, Roberto Calasso ne Il cacciatore celeste (Adelphi) – il mestiere più antico del mondo è il cacciatore. Ciò non toglie che la prostituzione abbia origini antichissime…».
Allora non è vero, ma il titolo mi pare lo stesso ben studiato. Il progetto editoriale è stato concepito per sostenere Telefono Rosa, da ventotto anni in prima linea contro la violenza alle donne, e provocare discussioni e ragionamenti in merito alla professione “più famosa” dell’altra metà del cielo, senza effetti dissacranti o romanticherie quali la storia della celeberrima Pretty Woman. E raccontare, cercando di spiegare, attraverso voci e interpretazioni diverse che vanno fino ad agghiaccianti situazioni noir, il perché e il percome, reale o magari inconscio, si debba o si voglia scegliere di fare quello che viene definito il mestiere più antico del mondo enumerando e descrivendo anche le più disgraziate o false attuali modalità “professionali”.
Modalità che vanno dalla schiavitù sessuale al lavoro come sopravvivenza, dal vendersi per i futili motivi delle studentesse squillo, ma che offrono un fiorente mercato ai trans, agli psuedo massaggi cinesi, alle escort imprenditrici, eccetera, eccetera.
Dacia Maraini apre la narrazione con la tragedia di una vittima designata, una ragazza troppo brava venduta dalla famiglia per far fronte a un debito. Marilù Oliva racconta del tragico e tardivo pentimento dell’amore di un trans, Susy bocca golosa e l’orrida epopea di due ladri e serial killer strangolatori che lavorano in coppia. Romano De Marco descrive la presuntuosa “performance” erotica di un bancario e un massaggio cinese con aggiunta di ectasy. Camilla Ghedini scrive prima dell’inutile impegno di una buona samaritana, poi dell’educazione sentimentale alla Sade della sedicenne e incosciente puttanella. Alessandro Berselli racconta del crudele gioco di una vogliosa madre di famiglia e della sofferta soluzione del problema di Klarissa danzatrice del ventre. Sara Bilotti ci presenta il fantasma buono di una battona e l’orrida schiavitù di piccole prostitute domestiche. Ilaria Palomba propone un’orgia a pagamento in barca, al largo di Bari e la memoria di un incubo dal pungente odore d’anice.
E Maurizio de Giovanni finisce in bellezza con la spaventosa rivalsa omicida del bel gigolò.
Preceduta da una colta prefazione di Camilla Ghedini, l’antologia si conclude con un’intervista fatta in una stazione di polizia a una prostituta nigeriana da dieci anni per strada.
Tutti i proventi delle vendite saranno devoluti a Telefono Rosa.

Arricchito dalla prefazione di Nino Marazzita, avvocato, grande penalista che porge con arte e modi azzeccati la scena al narratore, Mario Caprara ci offre questo enciclopedico saggio: Delitti e luoghi di Roma criminale, Newton Compton 2016.
Alla scoperta di Roma attraverso i suoi crimini? Sì certo, e non solo un dettagliato saggio enciclopedico per raccontare il delitto ma anche una possente e minuziosa ricostruzione storica e ambientale di Roma, dell’Urbe Capitolina, dalla sua fondazione a oggi. In questo libro non troverete solo l’accurata toponomastica di tutti i delitti commessi nell’Urbe per millenni ma anche preziosi frammenti di storia inseriti in un scenario che ha racchiuso e tuttora racchiude il male.
A cavallo tra passato e presente, è appena arrivato in libreria in anteprima assoluta Il segno della croce, il nuovo thriller di Glenn Cooper, Editrice Nord 2016, reso famosissimo in Italia dal suo bestseller La biblioteca dei morti.
Il segno della croce sarà il primo di una nuova serie di gialli con forti legami storici e con un nuovo e straordinario protagonista, Cal Donovan, brillante professore di religione e archeologia a Harvard.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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