Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2017

Il giallo come antidepressivo
Ogni tanto mi prende un po’ di depressione. Non so se capita anche a voi (spero di no). La salute latita, le cose non vanno come devono andare, e insomma tutto è grigio, tutto è triste. L’asma, la prostata, il giradito, la pensione striminzita, la tegola rotta, il freno che non funziona, il lavandino che gocciola, la cacca di piccione sul tetto della macchina, il mutuo (dei figli) che ti assilla e via e via e via.
È proprio in questi momenti che mi soccorre il giallo, comprensivo di noir e thriller. Io sarò pure sfigato (penso) ma guarda un po’ cosa succede ai disgraziati maledetti che vivono, seppur di fantasia, in queste pagine.
D’altra parte che il giallo risulti il luogo più adatto alle disgrazie è nella sua stessa natura. Il fatto che ci sia come minimo un morto ammazzato già questa è una disgrazia. Per il morto ammazzato, se non aveva intenzioni suicide, per coloro che gli erano affezionati davvero e per quelli rimasti fuori dal testamento.
Ma un solo morto ammazzato è una rarità come le mosche bianche (e infatti io non ne ho mai vista una). Di solito i morti ammazzati sono un esercito, una caterva. Una trenata di morti ammazzati strangolati, sbudellati, sparati, bruciati, accoltellati e insomma “ati” in tutte le salse e in tutti i modi. E già questo ti tira un po’ il morale. Si starà male ma sempre meglio di chi non c’è più (così si dice, anche se ogni tanto mi viene il dubbio che chi non c’è più non stia poi tanto male).
Insieme ai morti ammazzati ci sono le disgrazie dei personaggi, quelli che in una storia rimangono vivi perché l’autore non è riuscito a trovare il modo giusto per farli morire. Ultimamente in grande spolvero. Più disgrazie, più divertimento per i lettori. Una vera e propria rincorsa alla disgrazia. Non voglio scrivere cose già scritte e riscritte ma se al protagonista principale, maschio o femmina che sia, sono stati strappati dall’infame Destino soltanto i genitori e gli rimane da accudire un fratello scemo e una sorella pasticcata gli va di lusso. Soprattutto se la notte non è tormentato da incubi che risalgono alla sua infanzia e non c’è un cretino là fuori che cerca, appunto, di farlo fuori.
Nei momenti più critici, quando perfino mio figlio sembra assumere le fattezze di La Russa e un brivido corre lungo la schiena, mi butto anche sugli autori. Non bastandomi le sofferenze dei personaggi a gettare un raggio di luce sulla mia penosa esistenza. Ce ne sono a iosa, a valanga, da dà a’ maiali come si dice in gergo popolare dalle nostre parti. Basta leggere qualche biografia pescata in qua e là a caso. Ubriachi fradici, picchiati, violentati, traditori e traditi, carcerati, pazzi, drogati, separati, divorziati, risposati, ridivorziati, mille mestieri, un calcio in culo e giù nella merda. Vita difficile, dura, violenta che mi fa tirare un sospiro di sollievo.
Insomma il giallo, comprensivo di noir e thriller, sarà pure un mezzo per passare il tempo, o per riflettere sui problemi della società, o sugli abissi dell’animo umano. A me serve soprattutto come supporto psicologico. Un balsamo per le mie ferite. Praticamente un antidepressivo.

Per tirarmi un po’ su parto da Sherlock Holmes e il marchio del terrore di Kieran Lyne, Mondadori 2016.
Anno 1891. L’Impero inglese si sta disfacendo mentre Sherlock Holmes conosce “l’apogeo della sua carriera”. Una serie incredibile di delitti, tra le cui vittime il futuro ministro degli interni, sono dovuti alla mano del nemico giurato Moriarty, secondo il parere dell’Investigatore che riesce a sfuggire a diversi attentati. Fino all’epico scontro alle ormai famose cascate del Reichenbach dove sembra che i due eterni nemici abbiano perso la vita.
Il Nostro, però, è ben vivo e vegeto come possiamo apprendere dal suo incontro con la “Donna”, la signorina Adler che sta tentando uno dei suoi colpi. Fra i due si forma quasi un’amicizia, parlano di Watson “una persona veramente fuori dal comune” che ama “raffigurarsi in un certo modo per scopi artistici; a quanto pare, è convinto che quell’espediente serva ad accattivare i lettori.”
Ma urge ritornare in Inghilterra dal fratello Mycroft, inserito nei più alti ranghi del governo di sua Maestà, per capire e risolvere il problema di un nuovo ritorno di Jack lo Squartatore. Camuffato da avanzo di galera cerca di infiltrarsi nell’organizzazione di Moran, braccio destro di Moriarty, che sembra abbia preso il suo posto. Con l’aiuto di Watson, a cui si è rivelato, e uno dei suoi tranelli ingegnosi, riesce a catturarlo.
L’elenco dei cadaveri però aumenta ed entra in scena l’ispettore Abberline “uomo imponente al di sopra del metro e ottanta, con un’espressione intensa e intelligente”, capelli bianchi e baffi folti. Si rivive il periodo atroce di Jack lo Squartatore con l’elenco delle vittime orrendamente mutilate. “Lo Squartatore è risorto! Nuovo omicidio a Whitechapel!” strillano i giornali. È arrestato il presunto assassino, un immigrato polacco “che farà la gioia dei nostri darwinisti sociali”, secondo il parere di Abberline.
Sherlock, intanto, non convinto della soluzione del caso, chiuso in camera, pipa perennemente accesa, passi frenetici, strapazza il violino infierendo sulle corde e dando via libera alle sue deduzioni. Ecco un piano per incastrare il vero portatore di morte! Colpo di scena finale con sfruttamento della tecnica di allora.
Il racconto è svolto in prima persona da diversi punti di vista, tra cui quello della signorina Adler, di Watson (naturalmente) e di Holmes stesso. Si crea un clima di paura e di smarrimento sottolineato spesso dal dottore, così come vengono messe in rilievo le caratteristiche di Sherlock, compresi i suoi famosi travestimenti. Qualche aspetto controverso, come sottolinea Luigi Pachì nel suo intervento “La versione di Kieran Lyne sui primi anni del 1890” alla fine del libro, che non inficia, però, la qualità della storia, inquietante e movimentata.

Sherlock Holmes in Italia di Stefano Attiani, Cristian Fabbi, Luca Martinelli, Samuele Nava, Gianfranco Sherwood, Enrico Solito, Patrizia Trinchero, Fabio Vaghi ed Elena Vesnaver, Mondadori 2016.
Sulle avventure di Sherlock Holmes non ci batte nessuno.
C’è tutto in questi racconti. Intanto le note caratteristiche di Holmes, le sue superbe capacità deduttive, le sue manie, lo strimpellare del violino, il fumo avvolgente della pipa, le punture della siringa, l’antipatia per le donne, i travestimenti e i colpi di scena. Insieme a quelle di Watson che, quando inizia un racconto, state pur certi che è il più terribile o il più strabiliante che gli sia mai capitato.
Diversi e diversificati gli elementi che fanno scattare in piedi il Detective. Butto giù all’impronta: il disegno e un tatuaggio di un unicorno nero, un’insegna con lo stesso nome, una signora che nasconde qualcosa; l’arrivo trafilato di un certo lord Pendracke ad annunciare la morte della governante stesa sul prato della sua dimora. Caduta accidentale dal balcone o assassinio? A risolvere tutto il daltonismo; le gare olimpiche a Londra con la storia famosa del nostro Dorando Pietri che stramazza a pochi metri dal traguardo, viene aiutato a rialzarsi e poi squalificato. Ma perché tutta quella stanchezza?. Per Holmes la cosa non è chiara, qualcuno…
Oppure, oppure… ecco l’ispettore Lestrade che arriva, altrettanto trafelato, con un caso di omicidio che sembra già risolto. Così facile, così semplice. Si fa per dire, perché tre indizi accusano addirittura Holmes: la sua pistola, la sua pipa ed un suo biglietto rinvenuti nel luogo del delitto! Non manca la possibilità al Nostro di vedersela con un licantropo, un lupo mannaro. Sì, avete capito bene. Più precisamente in Scozia, chiamato dall’ispettore di polizia Daniel Ferson su consiglio dell’ispettore Lestrade. Già due morti e due feriti con la bestia ancora in giro. Da non dimenticare, per la soluzione del mistero, la Rauwolfia e la Claviceps purpurea (scoprirete cosa sono) e, per una spruzzata di sorriso, due zitelle in treno peggio del licantropo. Aggiungiamo un paio di professori che invitano Holmes ad un confronto calligrafico su una prefazione di una scoperta astronomica importantissima (per loro falsa) di un collega travolto da una carrozza. Come contorno il movimento femminile e pure l’omosessualità con citazione di Oscar Wilde.
Infiliamoci anche un morto ammazzato, più precisamente il principe Barashi, subito dopo l’uscita del duo famoso dal teatro nel quartiere di Park Lane. Un colpo di rivoltella e l’uomo a pancia in giù con la pistola appoggiata sulla tempia sinistra. E, per finire, la storia di una nave volante con qualcosa da cui deve sorgere una speciale “regina” (giuro), e la corsa London-Brighton a cui partecipare per risolvere un nuovo caso intricato di un ammanco di diamanti.
Storie ambientate in tempi diversi, intrecci ben calibrati, sospetti, dubbi, paure, colpi di scena, sorriso sparso a tratti con Watson che ogni tanto tira fuori anche lui qualche bella deduzione (l’allievo che supera il maestro, stuzzica Holmes). E, insomma, la creazione di una atmosfera di inquietudine e mistero, talvolta di irrazionale che serpeggia lungo tutti i racconti. Curati sapientemente da Luigi Pachì che di queste cose se ne intende.
Sulle avventure di Sherlock Holmes non ci batte nessuno.

I tre volti del noir di James Hadley Chase, Stefano Di Marino e Francis Iles, Mondadori 2016.
Il tutto a cura di Mauro Boncompagni, sicura garanzia di qualità. Per prima cosa leggetevi la sua bella Introduzione sulle varie sfaccettature del noir e poi passate al resto.
Colpo a freddo di James Hadley Chase
Chad Winters della Pacific Bank ha bisogno urgente di sghei. Ci sono quattro creditori assatanati alle calcagna. La possibilità di mettere le cose a posto gli viene data dal suo capo nominandolo responsabile del conto di Vestal Shelley, a cui è andato l’immenso patrimonio del padre. Se riesce ad accontentarla nelle sue impossibili pretese. Ma lui è un tipo sveglio con idee ben precise. Non solo riesce ad accontentarla ma la fa anche innamorare e i due si sposano. Un matrimonio solo di interesse per il furbetto che di mezzo c’è la bella segretaria Eve ad attirare la sua attenzione. E c’è di mezzo pure un testamento… e, insomma, sarebbe bello far fuori la moglie e vivere ricco e felice con Eve. Basta architettare un piano preciso, millimetrico, e tutto andrà per il meglio. Forse…
Per il sangue versato di Stefano Di Marino
Si parte dalla Malesia nel giugno 1975 con i profughi che scappano dalla “Fenice”, terribile nemico non identificato, per passare nella Milano degli anni Novanta. Qui c’è Sergio Spada che deve vedersela con il commendator Premuta in credito di un bel malloppo. Occorre un colpo facile per rimettere le cose a posto. Per esempio rubare certi rubini ad un ebreo prima che li passi al ricettatore. Come punto d’appoggio la sua amicizia con Memè e l’innamoramento con la vietnamita Thiushan. E poi c’è pure un certo Nguyen, lo abbiamo trovato in Malesia, esperto in arti marziali che deve scoprire qualcosa sul suo tremendo passato. Il colpo durante il Carnevale milanese. Ci sarà da divertirci.
Viaggio nel buio di Francis Iles
Norman Cayley sta per commettere un omicidio. Di Rose Fenton che non vuole sposare attratto da un’altra ragazza. Ultimo appuntamento per una specie di viaggio di nozze. L’ultimo per Rose, mentre Cayley stringe le dita attorno alla pistola. Troppo facile. Un colpo secco e via. Davvero troppo facile…
Tre scelte oculate con determinate caratteristiche: il rocambolesco cambio di situazioni, sia fattuali che psicologiche del primo racconto; Il filone “esotico-avventuroso”, come sottolinea Boncompagni, tipico di Stefano nel secondo, in una Milano dove pullulano orientali di varie razze e dove il movimento la fa da padrone senza sfuggire a pause di puro sentimento; nell’ultimo racconto breve gli spasmi e i contorcimenti dell’animo del protagonista, espressi con una buona dose di ironia, prima dell’esito finale che non è certo come si aspettava.
E poi c’è l’amore, soprattutto l’amore non voluto, l’amore forzato e respinto che si trasforma in odio a scatenare gli istinti più brutali dell’uomo.

Le mani di Mr. Ottermole di Thomas Burke, Polillo 2016.
“Alle sei di una sera di gennaio, Mr. Whybrow stava camminando verso casa lungo la ragnatela di stradine dell’East End di Londra”. Passo lento e strascicante tra i bassifondi “l’ultimo rifugio dei vagabondi europei.” Serataccia umida e nebbiosa. Non vede l’ora di arrivare a casa per bersi un bel tè caldo. Non ci arriverà, ce lo fa sapere subito l’autore, perché c’è in giro un uomo con un cuore morto che divora se stesso. Non è cattivo, anzi “socievole e amabile”, insomma una “persona rispettabile” ma con la voglia di uccidere qualcuno. E non sarà uno solo. Sarà il nostro Whybrow e sua moglie e saranno altre cinque persone ad essere uccise. Strangolate. Senza la possibilità di un minimo indizio per scoprire l’assassino. E la paura dello Strangolatore si spargerà per tutta Londra, invadendo e sconvolgendo la vita di tutti i giorni
Thomas Burke entra nella psicologia dell’assassino, ne sviscera i comportamenti, mette in luce le idee errate che abbiamo in genere su questo soggetto. Offre spicchi di vita della città reietta, descrive lucidamente il comportamento e il pensiero della gente. La malvagità non può essere dei londinesi, “Una malvagità come quella era difficile da attribuire all’Inghilterra, così come l’infernale abilità di quegli orrendi crimini”. La colpa agli altri, “agli zingari rumeni e ai venditori di tappeti turchi.” (la storia mica cambia tanto). Sette delitti, dicevo, senza un nome. Per tutti, ma non per il giornalista del Daily Torch che un’idea ce l’avrebbe. Anzi ce l’ha. Seguiamolo…
Non so se questo sia il più bel racconto giallo di tutti i tempi, come ebbero a sostenere gli esperti del momento richiesti da Ellery Queen e John Dickson Carr e dallo stesso Queen diversi anni dopo. Fatto sta che il qui presente lasciò indietro La lega dei capelli rossi, La lettera scarlatta e Il caso vendicatore, i cui famosi autori tutti ben conoscete. Tanto per farvi capire il livello. Dal 1931 ad oggi ne sono passati sotto i nostri occhi di racconti. Qualcuno lo avrà avvicinato e forse superato. A noi basta dire che questo è un bellissimo racconto.

Spiluzzicature

Per gli appassionati di fantascienza ho sotto gli occhi Robot, rivista eccellente della Delosbooks con una serie di racconti e rubriche sulla quale intendo ritornare sopra.
Tra i libri della mogliera ho occhieggiato La ragazza di fronte di Margherita Oggero, Mondadori 2016. Dalla seconda di copertina “La ragazza di fronte è uno splendido spaccato della storia sociale di una grande città italiana negli ultimi cinquant’anni e insieme una storia d’amore bellissima, veloce, sorprendente.” La città è Torino e, da quello che ho potuto “annusare”, il libro mi pare pervaso da una intensa partecipazione.
Per saperne qualcosa di più su ciò che accade intorno a noi mi butterò sicuramente, anche senza averlo spiluzzicato, su La solitudine del cittadino globale del grande Zigmunt Bauman, Feltrinelli 2000, che ci ha lasciato da poco.
E vi parlerò, ancora più sicuramente, di Una fredda mattina d’inverno di Barbara Taylor Sissel, Newton Compton 2016, regalatomi da mio figlio Riccardo che ha suscitato commenti tra i più disparati, dal capolavoro al francamente palloso.

Un giretto fra i miei libri

La dea cieca di Anne Holt, Einaudi 2010.
“L’ufficio apparteneva a Hanne Wilhelmsen. Era una donna straordinariamente bella, da poco promossa al grado di detective”. Dieci anni alla centrale di Oslo, grande personalità, lodata da tutti, ha “scavato una fossa profonda tra lavoro e vita privata”. Ama un’altra donna, la dottoressa Cecilie, con la quale convive da diciannove anni senza che gli altri lo sappiano (o fanno finta di non sapere?). Stacanovista da far paura lavora perfino la domenica. In garage una Harley-Davidson tutta rosa che mette tenerezza.
Andiamo al sodo. Tutta la vicenda da lunedì 28 settembre a lunedì 14 dicembre e dunque un frescolino niente male (freddo, insomma). Due morti ammazzati, uno spacciatore e un avvocato che forse hanno qualcosa in comune. Ragazzo olandese che si auto accusa del primo delitto e vuole come avvocato difensore la signora Karen Borg che ha scoperto il cadavere. Amico di Karen e compagno di lavoro di Hanne, Håkon Sand attratto dalle due donne, in particolare la prima, e già ci si immagina come andrà a finire.
Aggiungo Peter Strup presidente dell’Associazione degli avvocati difensori che vorrebbe per sé il caso, il solito giornalista Fredrick Myhreng che si occupa della nera in stretta relazione con la polizia (indaga anche per conto suo), qualche foglietto con cifrario da decifrare, una aggressione alla nostra Hanne, una potente organizzazione che gestisce il traffico di droga con relazioni tra gli alti papaveri e l’assillo per scoprire il capobanda. Alla fine chi si trova in pericolo è proprio Karen. Riuscirà a salvarsi?
Attraverso l’indagine viene fuori il classico spaccato della società, in questo caso norvegese, con tutte le magagne possibili fra cui le condizioni terribili delle carceri, la critica alla squadra Narcotici che spesso infrange le regole, il problema della droga, la critica alle procedure processuali e quella alla informazione, il marcio nelle alte sfere. Insieme alle solite peripezie sentimentali.
Buona la scrittura, schema usuale, cose lette ad abundantiam con la nostra Hanne che pare promettere e non mantiene. Il libro è del 1993 e si sente.

La donna dei fiori di carta di Donato Carrisi, Longanesi 2012.
Dopo Il suggeritore e Il tribunale delle anime ecco un libretto leggero che racchiude in sé il gusto di narrare.
Monte Fumo, “un’immensa cattedrale di ghiaccio”, 14 aprile 1916. Jacob Reuman, medico di guerra austriaco, trentadue anni, lasciato dalla moglie, deve conoscere l’identità di un soldato italiano catturato, altrimenti c’è la fucilazione. Identità che verrà svelata dall’italiano solo dopo la risposta alle tre domande: “Chi è Guzman? Chi sono io? Chi era l’uomo che fumava sul Titanic?”. Occorre ascoltare una storia.
Guzman è l’eterno fumatore, l’eroe dell’ozio, possiede il dono della parola, con i suoi racconti riesce ad incantare gli altri e a sopravvivere, egli “è il fumo che condisce le storie”. Si innamora, deve fare un lungo viaggio verso le montagne che cantano per capire questo sentimento. I fiori di carta, indicati nel titolo, sono le pagine di un libro con poesie di quella che sarà la sua moglie.
Storia di guerra e dei suoi orrori, storia d’amore e di fuga, chi lascia e chi viene lasciato, storie che si innestano su altre storie (vedi quelle di Rabes, Dardamel e Davì) e che prendono sembianze di fiabe misteriose in paesi lontani, dove c’è sempre da superare qualche ostacolo per conquistare il cuore dell’amata.
Una lettura leggera, gradevole, pure un po’ spiazzante che ci porta a riflettere su quale importanza abbia la magia della parola, l’ascolto, il racconto circondato da sinuose volute di fumo.

La donna ombra di Craig Rice, Mondadori 2011.
Mettiamo un fantasma, o meglio un “fantasma” con le virgolette che si diverte ad apparire in qua e là per spaventare qualcuno e vendicarsi, cioè Anna Marie St Claire, accusata ingiustamente di omicidio e salvata all’ultimo momento dalla confessione dell’assassino stesso. Niente sedia elettrica ma la notizia della sua morte viene data ugualmente (non sveliamo il perché).
Mettiamo un avvocato irlandese sbevazzone e fumone (mio conio, fuma il sigaro), amante del gioco e delle belle donne, “un ometto tarchiato, coi capelli neri e il viso acceso”, sempre a corto di quattrini e un po’ (o parecchio) border line come Malone, che si innamora del suddetto “fantasma” dalle notevoli attrattive umane e lo aiuta a scoprire chi l’aveva incastrata.
Mettiamo un capitano della polizia di Chicago, “un tipo grande e grosso con i capelli che incominciavano a ingrigire intorno al viso acceso che virava al paonazzo quando usciva dai gangheri” che si chiama Daniel von Flanagan, sempre su di giri e in aspra lotta con il nostro avvocato (un classico). Fissato con la psicologia “La mia arma segreta è la psicologia”, “Ecco che la psicologia spiega tutto”, “La psicologia è alla base di tutte le azioni umane”, e via di seguito, sfortunato (i casi più astrusi capitano sempre a lui) e che non va tanto per il sottile “Devo arrestare qualcuno, anche se poi dovesse saltar fuori che mi sono sbagliato”.
Mettiamo una banda di estorsori che tiranneggiano alcuni amici di Malone, tra cui il proprietario di un casinò e quello del bar in cui parcheggia spesso l’avvocato (una infamia!) e insieme a questi un corpo assassinato che si sposta tranquillamente da un luogo all’altro (i cadaveri nei romanzi polizieschi non stanno mai fermi).
Mettiamoci altri corpi irrigiditi sparsi in qua e là, dubbi, tormenti, un po’ di movimento, qualche pistolettata, qualche bomba fatta scoppiare al momento giusto dove si trova proprio il nostro Malone (che la scampa, naturalmente).
Mettiamoci uno stile veloce e frizzante intriso con una punta di umorismo, un po’ di aggrovigliamento dei fatti, il colpo di scena finale con l’ulteriore colpo di scena finale a soppiantare il precedente colpo di scena finale.
Mettiamoci un pizzico di tensione, la voglia di scoprire chi è il capo degli estorsori, sprazzi di sorriso uniti a qualche smorfia del lettore di fronte a certe apparizioni improbabili del “fantasma” e a certe spiegazioni forzate (ma un po’ di fantasia va bene, via…).
Mettiamoci un titolo “La donna ombra” e un sottotitolo “Dal braccio della non-morte”. Per ultimo infiliamoci il nome dell’autrice Craig Rice e il gioco è fatto.

L’incontenibile Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta La donna dagli occhi d’oro di Enrico Vanzina, Newton Compton 2016.
Torna in libreria Enrico Vanzina con una nuova avventura del suo stravagante detective Max Mariani, un tempo brillante avvocato della Roma-bene, che girava con una Porsche fiammante e aveva una bella casa nei quartieri alti. Adesso è uno scalcinato detective privato in caccia di clienti, che sbarca il lunario vivendo di poco, anche se ogni tanto chiede aiuto finanziario alla facoltosa vecchia zia per pagare qualche fattura, beve litri di vodka e ha un debole per le ragazze a pagamento.
Eppure ha un gran fiuto, ed è ancora considerato il migliore sulla piazza per risolvere un caso difficile.
Piena estate e bollente, Mariani riceve nel suo ufficio la visita di Helmut Moreno, un ragazzo triestino che si atteggia a grande boss. Sua madre Ursula Koch – gli rivela Helmut – avrebbe assoldato un sicario per ucciderlo. In cambio di diecimila dollari, Max deve trovarlo e consegnarglielo. La notte stessa, dopo aver accettato l’incarico, Mariani riceve la visita di un uomo armato, che gli ruba i soldi avuti e lo minaccia di morte. E invece sarà lui a morire: perché appena esce dall’appartamento viene steso sul pianerottolo con una pistolettata e il denaro che ha portato via al detective sparisce.
Mariani viene accusato ma il peggio – che gli scatena contro la polizia – capiterà quando anche Helmut Moreno viene ucciso nel suo hotel di lusso di Via Veneto…
Dai e dai il nostro detective si trova coinvolto in un gioco a incastro dalle tante sfaccettature, che rischia di frantumare il suo io, la sua reputazione e la sua vita. Per fortuna Giuliani lo tiene d’occhio…
Una Roma poco da cartolina, anzi secondo Mariani per la penna di Vanzina, un “disastro disorganizzato” che mostra disordine, sporcizia e degrado salvo pochi tratti di immacolata grandezza. Si mangia bene da Lello: fettuccine al tartufo, abbacchio a scottadito, si beve Sagrantino, Morellino…
Alla fine si sorride, contenti, per aver letto un romanzo ben scritto con un malinconico tocco hardboiled, alla Mickey Spillane in salsa romana, ma in cui nulla è come appare, neppure il cinismo dei protagonisti. E anche stavolta Vanzina ha costruito una storia convincente a tinte forti ma che si colora furbescamente di commedia. Nonostante gli ‘anta del protagonista, (sì, sì! Sappiamo tutti che oggi la chimica rende i maschi stagionati ancora leoni) un thriller che cammina a cento all’ora denso di azione, sesso, scazzottate e morti facili.
Nella nota d’autore dell’ultima pagina Vanzina fa sparire Mariani, forse diretto a isole lontane sulle note di Paolo Conte? Ma poi sarà vero, vero?

Britannia, 52 d.C., 1° secolo d.C. La brutta stagione avanza e le tribù occidentali guidate dai druidi sono in fermento pronte a schierarsi… Per la gloria dell’impero (titolo originale Britannia) è l’ultimo dei romanzi di Simon Scarrow, Newton Compton 2016, con protagonisti i principali personaggi della sua serie britannica: il Prefetto Catone e il Centurione Macrone ora di stanza in un forte della parte settentrionale, in piena zona di confine della nuova provincia romana appena conquistata dall’imperatore Claudio. Questo accurato romanzo storico militare di Simon Scarrow,  come sempre di  gran livello per l’efficace e dettagliata ricostruzione ambientale, è il quattordicesimo della serie da lui scritta sulla grande epopea dell’impero romano, di cui gran parte è collocata in Britannia (oggi Gran Bretagna) e liberamente ispirato a scontri e vicende realmente accaduti.
Testo scorrevole da leggere (che piacerà sicuramente ai teorici di battaglie) e non troppo lungo, senza complicati flash back e invece con accurate planimetrie del terreno che facilitano molto la comprensione al lettore.
Sempre la nostra infaticabile ci consiglia della casa editrice Fratelli Frilli Torino. Obiettivo finale di Rocco Ballacchino e Asti. Ceneri sepolte di Fabrizio Borgo.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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