La Debicke e… In fuga con la zia

In fuga con la zia
di Miriam Toews
Marcos y Marcos, 2017

In una storia americana, la strada regala ideale spazio per sognare, sperare in un’altra vita.
E il viaggio sarà quasi la scelta obbligata per Hattie, ventottenne costretta a tornare da Parigi, dove tentava di costruire un legame e sognava di fare l’artista, al suo Manitoba (Canada) per riprendere le redini della stravagante famiglia di sua sorella Min e farsi carico dei nipoti, il quindicenne Logan e l’undicenne Thebes.

Quando Hattie sbarca dalla Francia, trova Min completamente fuori di testa, Annichilita e sfinita, ha dimenticato ogni gioia, ogni sprazzo di coerenza. Forse le ha annegate nei ricordi insieme a suo padre morto nel mare di Acapulco, forse le ha nascoste nel cassone della sabbia in giardino mentre giocava con i bambini.
I suoi occhi sono accecati dalla follia. È statica, atona, ha perso la giusta direzione, ha perso il filo della sua esistenza e dopo il check-in, e il necessario ricovero in ospedale, rifiuta tutto e tutti. Vuole che la lascino da sola, a morire.
Min aveva un marito di nome Cerkis, un artista che compone gallerie di foto sfuocate, che ha allontanato, come troppe altre cose della sua vita. I suoi figli, Logan di 15 anni e Thebes di 11, abbandonati da troppo tempo a loro stessi, sono allo sbando. Anche sua sorella Hattie si era allontanata, rifugiandosi a Parigi, dopo aver tentato invano anno dopo anno di rallegrarla, di farle capire un comune linguaggio che parlasse di amore e di legami consolidati.
Ma adesso Hattie è tornata, e a suo modo dovrà provare a rimettere ordine.
I tre partiranno in auto per trovare e raggiungere Cherkis, il marito e padre dei ragazzi scacciato malamente da Min. Partiranno per un viaggio che attraverserà il South Dakota, il Wyoming, il Colorado, l’Utah, la California, per raggiungere il confine del Messico.
Alla fine i Troutman ritroveranno il padre, ma il loro lungo viaggio sarà stato anche il modo per ricostruire in qualche modo, metaforicamente, le loro esistenze.
In fuga con la zia non è un patetico romanzo americano, e zia Hattie non è una disneyana Mary Poppins. Questo libro è un incredibile road book a 4 ruote e 4 velocità. Quella ridotta di Min, confinata nella clinica psichiatrica, quella incerta ma obbligata di Hattie che carica i ragazzi su un traballante furgone per andare alla ricerca di Cherckis, che nell’assolato Joshua Tree National Park si è unito ad un gruppo di anarchici per monitorare gli abusi della polizia frontaliera. Dal Manitoba ai confini con il Messico, i veri pilastri che coordineranno questa bella storia su gomma saranno Logan e Thebes. Lei, con i capelli tinti di viola e incrostati di ogni sporcizia, sembra un cucciolo di giraffa, piange poco e inventa di continuo nuove parole, quasi fossero buoni regalo o aquiloni giganti. Logan è un falso duro che parla poco, nasconde le sue emozioni, tiene il cappuccio della felpa sempre calato sugli occhi, tira a canestro e si sfoga lanciando accette nel giardino dei vicini.
Il viaggio insieme servirà a zia e nipoti per conoscersi meglio, analizzare a fondo problemi, ansie e difficoltà della crescita, per volersi bene e riuscire a comprendere come continuare a volere bene a quella strana madre/sorella così condizionante nella vita di tutti e tre.
Un romanzo con tante fermate, molti motel squallidamente tristi e una valanga di parole sovrastate dalla musica a palla. Un romanzo, nonostante le difficili premesse, leggero e coinvolgente! E, soprattutto, un infinito atto d’amore e di sorellanza.
L’autrice, Miriam Toews, canadese di origine mennonita, attrice a tempo perso, e naturalmente viaggiatrice instancabile, nel romanzo In fuga con la zia ha saputo regalare alla narrazione un ritmo azzeccato, nonostante le continue derive di linguaggio e credibilità, traendo confortante ispirazione dal territorio, dallo spazio della natura e da quello della mente.

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