Le Lunghine di Fabio Lotti: Personaggi (I)

Breve excursus su alcuni personaggi particolari.
Uno degli elementi della grandezza e bellezza di Notte di sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler, Meridiano Zero 2011, è il personaggio principale Toby Sawyer.
Giovanottone sbrindellato, lo vediamo subito con i pantaloni “già fino a metà delle chiappe”, aiuto sceriffo in prova in una piccola città piena di segreti. Sbrindellato e timido di fronte al Capo massiccio, anzi “enorme” e quindi niente battute su ciccia e ciccione. Primo impatto simpatia e tenerezza. Sigarette Winston perennemente in bocca, macchina Chevy Nova un “ammasso di ruggine”, ex suonatore di chitarra in una band. Sposato con Doris che lavora in una tavola calda vive in un trailer, grande amore per “il più bel bambino del mondo” che “sarebbe diventato un neochirurgo”. Altro elemento a suo favore il forte sentimento paterno dentro un ragazzo con i sogni di un ragazzo che si sono spezzati proprio per l’avvenuta paternità.
Andiamo avanti. Amante la giovane Molly, l’unica cosa buona della sua vita che però sarà costretto a lasciarlo come la moglie. Dunque l’abbandono. La solitudine, forse già implicita nella sua natura. Lo dice lui stesso “Quando andavo in giro con la mia band mi ero sentito sì libero, ma molto spesso solo”.
Ancora. Toby è buono (episodio del cane che deve spruzzarlo con l’ammoniaca ma gli dà da mangiare), e vedi pure la poliziotta Amanda e lo sguardo “duro da sbirro” che lui non potrà mai avere. Buono ma anche un po’ razzista (come noi?) verso i messicani “Da un lato mi facevano pena, ma dall’altro non vedevo l’ora che si togliessero dai piedi”.
È riflessivo (pensieri sulla città che non offre prospettive ai giovani), sgomento quando ammira il cielo stellato e si sente come “un moscerino”, ricorda le paure da piccolo, le strane forme nell’ombra, si percepisce inadeguato “Forse, se fossi stato una persona più in gamba… O un musicista migliore. O un sacco di altre cose”.
È buffo e un po’ imbranato. O meglio Gischler ce lo presenta anche così attraverso l’episodio dell’armadio con la punta del glande incastrata nella cerniera dei pantaloni. Una specie di macchietta che si aggiunge al ricordo (nostro) di tanti “armadisti” scappati a gambe levate.
Pure incazzato nero con il mondo, il male esiste ma non si riesce a riconoscerlo fin dall’inizio (episodio di Nonna Jordan), forte, scaltro e risoluto quando c’è da menare le mani, colpire con l’accetta o con la pistola o salvare la propria pelle. Un personaggio a tutto tondo reso più completo dai ricordi che si affacciano di tanto in tanto. Ricordi che servono a rendere spessore alla storia e a rivelare qualcosa di nuovo anche in altri personaggi. Vedi la “terribile” Amanda, per esempio, che durante il ricordo del matrimonio fallito si mordicchia il pollice e alza la spalla, un gesto che vale più di mille parole (ecco la grandezza di uno scrittore).
Insomma, per riprendere cose già dette, Toby Sawyer siamo noi, con i nostri sogni spezzati, il sesso coniugale e quello con l’amante, il cielo stellato che ci sgomenta, la paura, il senso del fallimento, un po’ di bontà e un po’ di razzismo, l’incazzatura verso il mondo che ci circonda, l’amore profondo per il bambino e i progetti su di lui. Un eroe un po’ sbrindellato abbandonato da tutti. Ma carico di umanità. Che suscita tenerezza, rabbia e ammirazione insieme.

Passo, poi, a Billy Lafitte, creatura di Anthony Neil Smith in Yellow Medicine, Meridiano Zero 2011.
Si parte dal presente. Billy, vice sceriffo in quel di Yellow Medicine, è in galera accusato dal federale Rome di un accordo con dei terroristi islamici. Primi spunti di vita. Nato e cresciuto nel profondo Sud, più precisamente nel Golfo del Mississippi, poi trasferitosi in Minnesota dopo l’uragano Katrina che ha sconvolto la sua vita e quella della sua famiglia, moglie e due figli. Lo sapremo più avanti ma possiamo dirlo ora. Durante il terribile uragano si appropria di parte del carico per le migliaia di persone senza tetto. Ergo perde il posto, tanti quattrini e la moglie, cristiana evangelica osservante che non perdona il suo comportamento ma lo aiuta a trovare un altro lavoro. Interrogatorio di Rome duro, reazione con urla e minacce, pistola elettrica che fa il suo effetto.
Si passa alle tre settimane precedenti l’arresto. Metà marzo, la ragazzina Drew (che si era scopata come molte altre) ha bisogno di aiuto, cioè di ritrovare Jan, l’attuale fidanzato spacciatore di metanfetamina. Da qui inizia la sua avventura.
Non facciamola lunga e fermiamoci sul nostro Billy. Qualche spunto lo troviamo: trentasette anni, un “tripudio di baffi e basette”, una certa somiglianza con il padre, forte e sbrigativo contro i ragazzi di oggi lagnosi che non è mai colpa loro, ce l’ha con gli abitanti del Minnesota razzisti, “gelidi, repressi figli di puttana” e allo stesso tempo un branco di imbecilli. Ricordi che arrivano all’improvviso in qua e là, adolescenza borghese, bravo a scuola, amici tipici secchioni, padre elettricista morto in un incidente di lavoro, madre maestra elementare, noia e quindi pillole per dimagrire, antiallergici, ecstasy, furti nei negozi. Pizzicato da un poliziotto e preso a pedate si convince ad arruolarsi, così se la può prendere a sua volta con qualcuno.
Casa sul fiume, un etto e mezzo di terra, tanti progetti ma la roba è ancora negli scatoloni, ama Drew senza essere ricambiato e ama la sua famiglia a cui manda i soldi. Ascolta gli Elvis Antichrist (la band di Drew) e gli Horror Pops, beve Cabernet francese e australiano. È duro, aggressivo e violento, galletto e spaccone con le ragazze che gli capitano a tiro e qualche dottore ubriaco ma in difficoltà contro il male vero e più grande di lui. Allora vomita, vomita e vomita. Tormentato da incubi, resistente alla fatica, alle ferite e al freddo gelido, sempre in ansia per le sorti di Drew. Incazzato nero con i terroristi che uccidono autorizzati da Dio, la religione non c’entra niente, si tratta solo di egoismo.
C’è, come dire, una certa enfatizzazione, volontaria o involontaria, di Billy e di tutta la vicenda. Il tutto stiracchiato per le lunghe (cinquanta pagine di troppo?) con il nostro risoluto a farci credere che è uno spaccone violento, un gran figlio di puttana che cerca la pace per fare i cazzi suoi e pure dal cuore d’oro per Drew e la famiglia, ma non ci riesce. E neppure il destino lo ripaga di un suicidio abortito due volte che gli avrebbe dato un minimo di dignità e credibilità come antieroe.

Terzo incontro con Jack Ryan ne Lo sconosciuto n. 89 di Elmore Leonard, Einaudi 2011. Trentasei anni, una serie infinita di lavori: polizze assicurative, auto, operaio edile e autotrasportatore, sindacalista, catena di montaggio alla Chevrolet, commesso a Troy, da giovane furti nelle abitazioni, finito dentro una volta per aggressione. Alla fine consegna di atti giudiziari su consiglio dell’amico agente di polizia Dick Speed. Lavoro giusto. Paziente e abile nel rintracciare i destinatari, si sente padrone di se stesso, ormai è entrato nel giro, anche se non gli piacciono gli sfratti e i pignoramenti. Lavoro giusto, per lui, e pericoloso. Minacce continue e insomma bisogna stare all’erta. Meglio avere vicino una pistola.
Vive in un bilocale di un condominio a Royal Oak, una Pontiac Catalina due porte a sostituire la Cougar, sposato con “una ragazza tranquilla” che poi diventa una “zuccona sempre pronta a trovare il pelo nell’uovo”. Ergo divorzio e frequentazione con Rita, la segretaria di uno studio legale.
Da Jay Walt (capelli luccicanti di lacca) e poi da Mr Perez “tanto cordiale e amichevole” (quindi infido) il compito di ritrovare, con bei dollaroni sonanti, un certo Robert Leary jr, un azionista che possiede quote di una società senza saperlo.
Piccolo problema: il suddetto Robert è un delinquente, praticamente una carriera da assassino psicopatico. E non è il solo a cercarlo, lo vuole trovare anche Virgil, cappello a coprirgli leggermente l’occhio sinistro, baffoni da brigante, occhiali da sole, che ha un conto in sospeso con lui. Ad aiutare nell’impresa il nostro Jack Ryan il già citato Dick Speed, “un metro e ottantatre per novantacinque chili”, capelli su capelli, collanine strette e Levi’s attillati e scoloriti, in servizio presso la Criminal Investigation Division.
Tutto si complica con l’uccisione di Robert (all’obitorio lo Sconosciuto n. 89) e l’entrata in gioco della moglie alcolizzata Denise, meglio conosciuta come Lee, depositaria delle azioni, presa di mira da Perez che vuole fregarla. Qui il cambiamento del nostro Ryan, anch’egli con una storia di alcolismo alle spalle, ora ricaduto in depressione. Bloody Mary, bourbon, vodka, birra, ritorno tra gli Alcolisti anonimi, incontro con Denise, il desiderio di toccarla, di starle vicino, di proteggerla “E la dolce, sorridente espressione di quegli occhi” che gli restano nel cuore. Affettuoso, premuroso, innamorato. Cinque giorni in Florida e poi insieme “Fecero l’amore con il sorriso sulle labbra”. E qui il miracolo. Ryan c’è e non c’è, ad un tratto sembra sparire, perdere peso e consistenza. Sembra quasi ondeggiare, levitare nell’aria. Solo il suo pensiero è vivo, concreto e fisso. Difendere il suo amore e fregare Perez. A qualunque costo, anche di perdere la vita tra le pistolettate di un ex galeotto.
Leonard, l’ho già scritto ma lo ripeto, è il Narratore, il Creatore di personaggi fusi con l’ambiente stesso da cui sembrano quasi venir fuori all’improvviso. Se ne inquadra uno, il principale in quel momento, nello stesso tempo eccone altri come venuti su dal nulla: il vecchio ubriaco che vomita, l’elegantone con l’aria da atleta professionista, le facce scialbe e grigiastre, il custode di un palazzo dall’aria “di uno che non sorride più da chissà quanto”, il barista spilorcio che versa con il lumicino e non sta neanche a sentirti.
La storia si sviluppa, si complica, si gonfia quasi per partenogenesi, uno scorrere naturale degli avvenimenti con Ryan al centro della vicenda insieme a Lee, ai suoi dubbi e ai suoi tormenti. Una vita da balordo che può essere riscattata dedicandosi, finalmente, ad una “persona”, a qualcuno che ama e che può salvare. Con l’astuzia, la forza, i nervi d’acciaio, schivando i pericoli che incombono su entrambi.
Una storia di perdizione e redenzione sviscerata soprattutto dall’interno senza tante smancerie e trucchetti strappalacrime o subdole scenette di sesso esplicito, magari un po’ scontata in certi frangenti che ricorrono in storie similari, ma che può benissimo brillare tra i migliori classici del genere.

Attraverso Fuego di Marilù Oliva, elliot 2011, si fa la conoscenza di Elisa Guerra, la Guerrera.
Vado un po’ a braccio senza guardare troppo al sottile e ad un discorso articolato. Bologna “selciato in fiamme”. Elisa Guerra, la Guerrera, portatrice di pizze a lavorare per Atef “pakistano lungimirante” con famiglia numerosetta a carico nel paese natio. A tempo perso (le vanno tutte male) giornalista pubblicista, studia criminologia, in lotta continua per un posto di lavoro sente “dileguarsi le speranze nel futuro”. A mente la “Divina Commedia” sotto la sferza della prozia Fausta Zenzero ma ora “salsa, rum e niente divieti”. Caporeista, si dedica con molto impegno a questa disciplina che è un’arte marziale, via con una Peugeot 205 opaca tendente al grigiastro, in media un pasto al giorno e un piccolo sacchetto di patatine fritte. Tutta tesa a portare avanti il progetto del suo giornalino “Fuego” che le dà grande slancio vitale in un momento di depressione. Sua amica Catalina, magrissima e rossa di capelli, legge il futuro con i tarocchi, tiene una agenzia matrimoniale “Tu mi turbi” (tutto un programma) e si innamora di un pompiere (non scherzo).
Attorno a lei un piromane che brucia in qua e là (ecco il perché del pompiere) e becca pure il suo scooter, trovato poi morto per schiacciamento del torace e il burundanga in corpo che fa venire le allucinazioni, lo scontro con una donna travestita da uomo (spiegazione così e così), tutto il mondo latino con i balli, la salsa e i loro incredibili attori: il Chupa Chupa (che male alle unghie!), El Tigron, il subordinato El Pony geloso da morire, El Divino insegnante insigne di salsa, la Princesa bella da morire, El Electrico con il quale avrà un’avventura, il ritorno di una vecchia fiamma come il cantante Roelvis. E insomma amori, passioni, invidie, gelosie e tutte le inquietudini dell’animo umano.
Incontro con l’ispettore Basilica “profilo di Ligabue e accortezza di uomo di mare”, matrimonio in crisi più imposto che voluto, attratto da Elisa “Piccolina, scura, sembra una reginetta egizia senza frangia… pelle olivastra, bocca carnosa, iridi nerissime”, tacchi da capogiro, fremiti stuzzicarelli tra i due con momento di forte sensualità che si espande per tutto il racconto.
Intervista andata a male con uno scrittore semi arrivato pomposetto che la fa lunga e se la tira parecchio (chi potrebbe essere?), il maschilismo che impera tremendo pure nel Duemila (da discutere). Un sogno, o meglio un incubo di Elisa, la prozia, la fuga, la levitazione, il fuoco, la madre morta impiccata, Brevi squarci sui miti relativi al fuoco di varie popolazioni, balli su balli, un altro morto ucciso con la gola falciata, il culto sciamanico.
Al centro di questa vicenda, esposta in maniera volutamente singhiozzata, la Guerrera con le citazioni di Dante, la voglia di riuscire, la speranza, la delusione, la passione e l’amore, il suo rapporto particolare con Basilica. Magari un po’ in disparte, più osservatrice che attrice. Un personaggio al di fuori dei canoni tradizionali in un mondo latino americano con le sue regole e i suoi modi di vita, e un personaggio di una attualità sconcertante alle prese con i problemi assillanti di ogni giorno. Che non si ferma e non si abbatte. Che lotta, come una guerriera, appunto. Come dovranno fare i nostri giovani per trovare almeno un segno di conforto e di speranza al loro futuro. Incrociamo le dita.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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