La Debicke e… La promessa del tramonto

La promessa del tramonto
di Nicoletta Sipos
Garzanti, 2016

Tanto di cappello a Nicoletta Sipos, non è facile romanzare qualcosa che fa parte della propria vita, mettere sulla carta sentimenti, impulsi, affetti e riflessioni che appartengono a un diario privato, e riuscire a renderlo vivo, avvincente e intrigante per il lettore, costringendolo a bruciare le pagine.
Tibor e Sara, i protagonisti di La promessa del tramonto, non provengono dalla fantasia dell’autrice, perché sono i suoi genitori. Tutto o quasi tutto è vero, frutto di ricordi diretti o riportati quindi, anche se Sipos ha dichiarato di aver interpretato e romanzato talvolta qualche buco nero.
Fa piacere di riscoprire oggi, in questi tempi così diversi, difficili e in cui l’etica troppo spesso cambia strada, la tangibile realtà di una bella storia d’amore.
Una storia in cui miracolosamente la speranza ha vinto sull’odio. Una storia in cui l’amore ha vinto sui pregiudizi. Niente è riuscito a spezzare un legame che non accettava confini. Una storia in cui una promessa ha vinto sul destino. Perché era stato proprio il filo rosso del destino a farli incontrare e a legare per sempre i due protagonisti.
Un viaggio da incubo, per chi è rinchiuso con due donne e un poppante in un nascondiglio stretto e buio di una piccola nave da carico che risale verso Vienna le acque del Danubio sconvolto dalla tempesta e dalla piena, serve da leitmotiv a Tibor Schwartz, medico di etnia ebrea, in fuga dagli eccessi del regime stalinista in Ungheria, per riassumere le vicende sue e della sua famiglia.
Tibor Schwartz trova la forza per resistere, nel continuare a pensare, nel ricordare, e nel martellarsi nella mente che l’amore come un talismano è in grado superare ogni ostacolo. Ci vuole credere e si attacca tenacemente a questa speranza.
La sua vita è stata fatta solo di fughe: prima dalle leggi razziali dell’Italia fascista, poi dai campi di lavoro riservati agli ebrei ungheresi nella seconda guerra mondiale. E ora dall’odio strisciante, dal ghetto morale e intellettuale dell’Ungheria nel 1951, in cui imperversa la dittatura. Un barbaro regime inaccettabile per un uomo come lui, la cui unica colpa è sempre stata solo il voler vivere secondo i suoi principi.
E adesso, mentre il vascello che dovrebbe portarlo verso la libertà avanza a fatica, l’unico bagliore che rischiara il suo cammino è pensare a lei, a sua moglie, a Sara e ai loro figli, Nives e Mathias. Pensare a lei e a loro che sono tutto per lui e che lo aspettano, già salvi, al sicuro in Italia.
La barbara e folle persecuzione razziale, i parenti di Sara e gli orrori della guerra hanno provato a dividerli. Ma finora nessuno ci è riuscito e ora Tibor Schwartz sta andando a raggiungere i suoi cari, la sua famiglia, anche a costo della vita e mira a costruire per loro tutti un futuro migliore.
Perché Tibor e Sara si sono scambiati una promessa: la promessa di rivedersi e ritrovare, nonostante tutto, la felicità. Si sono battuti insieme, sfidando la violenza e il terrore. Hanno affrontato giorni di angoscia e notti infinite sotto i bombardamenti, senza mai demordere, senza mai rinunciare al loro coraggio e alla loro dignità. E finche saranno una cosa sola, nessuno potrà rubarglieli.
Hanno lottato sempre, fino allo stremo anche quando tutto sembrava perduto, perché quando si è in due, tutto può diventare possibile.
Un romanzo che sa commuovere e con una marcia in più regalata anche da certi particolari della storia vissuta dalla coppia prima e durante la seconda guerra mondiale e da quanto accadde in quegli anni sia in Ungheria che in Italia. Solo qualche volta il tono si fa più prudente, più distaccato, quasi l’autrice avesse paura di mettere troppo pathos o di personalizzare troppo la narrazione abbandonandosi alla tensione emotiva.
Apprezzo la puntuale e rigorosa attenzione dedicata ai fatti di costume, cultura, politica e approvo la sua scelta di cedere la parola nella parte finale ai giornali e a chi visse direttamente le vicende di allora.
Un plauso alla redazione per aver introdotto la significativa intervista conclusiva a Nicoletta Sipos.

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