Lettera a un razzista del terzo millennio (Le varie di Valerio 88)

Luigi Ciotti
Lettera a un razzista del terzo millennio
Gruppo Abele, 2019
Migrazioni

A noi, italiani. Ora, in questo secolo. È appena arrivata una lettera. Redatta da un uomo che in genere scrive poco e agisce molto, preferisce i fatti con il loro linguaggio, silenzioso ma vero. Rivolta non solo a me, chi altri avrà voglia di leggerla scoprirà che ci interessa tutti, come compatrioti. Un sacerdote famoso, don Luigi Ciotti, ha deciso di scriverci di fronte all’ingiustizia che monta intorno a noi. Di ogni cosa che non va si dà la colpa ai migranti, non è d’accordo. Le migrazioni non vanno sottovalutate ma governate in un modo intelligente ed è necessario parlarne senza rimozioni. Così ci ha provato. E ci è riuscito. Prende in esame tutte le paure, ne condivide l’origine, ci si confronta, allarga lo sguardo su altre emozioni e su altri fatti. Inizia dalle ingiustizie, non le nega certo, anzi conferma subito che non viviamo in un bel mondo, troppe povertà disoccupazione disuguaglianze. Prendersela con chi non c’entra nulla non fa che aggravare il problema. L’inversione di tendenza, quando cioè i figli hanno iniziato a stare peggio dei padri, è cominciata già alla fine degli Ottanta, e dunque ben prima che nel nostro Paese si affacciassero ampie immigrazioni. Eppure, il razzismo dirotta la rabbia sociale contro il capro espiatorio dei migranti, incombe come pulsione ostile e aggressiva nei confronti di chi è percepito diverso: per il colore della pelle o per abitudini di vita, lingua, religione. Si susseguono insulti e gesti quotidiani di intolleranza, di emarginazione, di odio; il linguaggio di alcuni media getta benzina sul fuoco e alimenta pregiudizi; alcune leggi contribuiscono a dare diritto di cittadinanza al razzismo con un inasprimento repressivo che non c’entra niente con la sicurezza. Il testo è molto descrittivo e minuzioso nelle citazioni e negli esempi, soprattutto per sfatare i luoghi comuni dell’invasione in corso, del “prima gli italiani”, dei muri, dell’“aiutiamoli a casa loro” o dell’“uomo solo al comando”.

Pio Luigi Ciotti (1945) ha deciso di trovare parole semplici e giuste per contrastare l’onda xenofoba e razzista. Non si sente, comodamente e presuntuosamente, dalla parte giusta. La parte giusta non è un luogo dove stare; è, piuttosto, un orizzonte da raggiungere. Insieme. Non mostrando i muscoli e accanendosi contro la fragilità degli altri. Ascoltando, ribattendo, approfondendo, agendo. Sicurezza è vivere in libertà insieme agli altri, non a scapito di altri; è costruire una società responsabile, fondata su diritti e doveri, dove ogni persona sia riconosciuta nella sua inviolabile dignità. Così ci ha scritto una lettera aperta, chiara, ferma, costruttiva, colma di rispetto e pietà per ciascuno di noi, senza pulpiti, con tanti palpiti. Coglie l’occasione per offrire spunti autobiografici sulla propria vocazione e fede, sul Gruppo Abele, sul comune percorso di impegno. La sua e la loro parrocchia è la strada. Segnala di essere anche lui un migrante, trasferitosi dalla provincia di Belluno a Torino per il lavoro operaio del padre. Ricorda con precisione l’ex medico divenuto clochard, il cruciale incontro che a 17 anni cambiò la sua esistenza. Spiega i primi passi del Gruppo fra drogati, prostitute, immigrati, carcerati, disadattati, emarginati. Richiama spesso le parole di Papa Francesco e i passi dell’Enciclica, cita altri donne e uomini che hanno detto o scritto frasi significative. Conclude con la speranza e la voce dei bambini. Un libro magnifico che si legge in 30 minuti, che si può portare in tasca, che ci fa con-vivere meglio, che può aiutarci a non subire come inevitabile ineluttabile l’onda imperante contro la libertà di migrare e contro il valore di ogni persona.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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