La Debicke e… Venezia 1902, i delitti della fenice

Davide Savelli
Venezia 1902, i delitti della Fenice
Todaro, 2019

Venezia, 1902: un ragazzo tedesco cade nel vuoto, dalla sommità del campanile di San Marco, e si schianta tra i turisti nella piazza evitando per un pelo due signore di Mantova. Ma l’orario di visita del campanile era già terminato: in alto non avrebbe dovuto esserci nessuno, e invece… Certo, un morto spiaccicato sul selciato non è una buona pubblicità. Bisogna chiarire la faccenda prima possibile, tanto che le indagini vengono discretamente affidate al commissario di polizia Guido Bordin, molto capace pur se afflitto da problemi esistenziali e ancora tormentato da sensi di colpa per la morte di un amico. Intanto nella dinamica dell’incidente c’è qualcosa che non quadra. Un incidente analogo è avvenuto l’anno prima a Tubinga ma Werner Ziegel, fratello della vittima di allora, non crede che quel “suicida” (bavarese e molto cattolico) abbia potuto togliersi la vita. Ed è arrivato a Venezia sulle tracce di un connazionale, convinto che sappia qualcosa di quel fatto. La chiacchierata mette una pulce nell’orecchio di Bordin. Il volo del ragazzo del campanile è stato un suicidio o è stato spinto? La faccenda si aggrava perché anche Ziegel viene ritrovato morto alla Giudecca, vicino alla fabbrica di orologi. Due strani suicidi? Più facile due omicidi. Tra commissario e assassino comincia una vera sfida che si risolverà in una caccia all’uomo tra calli e canali. Una sfida che vedrà anche invertirsi i ruoli tra cercatore e preda. Ma qual è la molla che spinge il killer a uccidere? Potrebbe avere dei legami con il furto di alcuni rarissimi e preziosi testi da una libreria antiquaria di proprietà di una nobile famiglia veneziana?
Una trama che corre durante i pochi, anzi pochissimi giorni di vita che restano ancora al campanile di San Marco, prima dello storico crollo del 14 luglio, mentre il confronto tra assassino e commissario si dilata ripercorrendo flashback legati al passato. Un romanzo suggestivo che ricostruisce per i lettori una Venezia che fu: una città lagunare fatta di favolose librerie antiquarie, di circoli intellettuali ma anche di bàcari (le vecchie osterie), ancora in parte buia (l’illuminazione a gas copre solo una zona della città), dove i nuovi edifici industriali che stanno sorgendo svettano minacciosamente annunciando un inquieto futuro.

Autore, regista, scrittore, docente universitario a contratto, Davide Savelli è nato a Forlì il 2 luglio 1968. Negli ultimi anni si è diviso tra l’insegnamento di Teoria e tecnica di produzione audiovisiva presso l’Università di Bologna (Laurea magistrale in Mass media e politica) e il suo mestiere di autore e regista al servizio di numerosi broadcaster (Rai, La7, Sky, laEffe, A&E, Fox); attualmente collabora con Rai Cultura. Ha scritto o realizzato numerosi programmi, serie e documentari.

Nota storica: dopo il plebiscito del 1866 per l’Unità d’Italia, Venezia dovette affrontare il fatto di essere declassata da capitale a città di provincia del nuovo Stato, con conseguenze negative sia sul piano del lavoro che per il disagio legato alle condizioni economiche e sociali della popolazione. Bisognava rimboccarsi le maniche. Nel 1891 fu approvato il piano regolatore cittadino per dare il via a una serie di trasformazioni viarie quali l’apertura della via Vittorio Emanuele, sventrando calli e vicoli, dalla Stazione di santa Lucia a Rialto (oggi Strada Nova), l’apertura di Campo Manin, il Bacino Orseolo, Calle larga XXII marzo. Si provvide anche alla ristrutturazione dell’Arsenale e alla creazione della Stazione marittima di Venezia. Poi dal 1895, con l’elezione a sindaco di Filippo Grimani (che lo fu fino al 1919), vi fu un fiorire di investimenti anche dall’estero. Il barone Salomone de Rothschild aprì una fabbrica di bitume, fu costruito il primo gasometro a San Francesco della Vigna, Breda dette il via ai cantieri navali nella zona di Sant’Elena, Cantoni al cotonificio veneziano, Stucky al Molino Stucky e nel’isola della Giudecca, Arturo Junghans aprì una fabbrica di orologi. Non basta perché dalla fine dell’Ottocento il Lido di Venezia si trasformò in una località balneare di lusso attirando nelle sue spiagge e nei nuovi alberghi di lusso l’aristocrazia e la ricca borghesia d’Europa e d’America. Una città, la Venezia di Savelli, abituata a confrontarsi con la burocrazia e la mentalità savoiarda e ormai frequentata regolarmente da un turismo di buon livello.
Era il 1902 quando il campanile di San Marco, della cui esistenza abbiamo notizie fin dal IX secolo, crollò su se stesso. La storia del Paron de casa, come viene chiamato dai veneziani, è costellata di momenti magici (come quello in cui Galileo Galilei dimostrò il funzionamento del suo cannocchiale proprio da qui) ma anche da cedimenti, fulmini, incuria. La stessa incuria che portò la burocrazia sabauda del neonato Regno d’Italia a sottovalutare e ignorare gli allarmi sullo stato precario della struttura, nonché ad avviare dei lavori di rifacimento della copertura in piombo della loggetta, vero e proprio colpo di grazia per l’intera costruzione. Dopo i danni causati dai lavori, non restò che stare a guardare impotenti il progressivo e rapido sgretolarsi dell’intera struttura che, in pochi giorni, crollò su se stessa. La notizia fece il giro del mondo, destando ovunque grande scalpore. E se l’invenzione di cineprese e cellulari era ancora lontana, qualcuno tuttavia giurò di aver scattato una foto del momento del crollo, tanto che si diffusero alcuni fotomontaggi che, oggi, vengono conservati con cura.

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