Nero come la notte (Le gialle di Valerio 227)

Tullio Avoledo
Nero come la notte
Marsilio Venezia, 2020
Noir

Pista Prima, nordest. Febbraio 2020. Molti chiamano la città Pista Prima per via di un vecchio libro in cui uno scrittore aveva così rinominato la sua, prendendo spunto da George Orwell, un luogo a suo tempo molto vivibile e oggi in crisi (come tanti altri). Il peggior quartiere è un quotidiano esperimento di sopravvivenza, “le Zattere”, piaga bubbone pustola ovvero area di un ricco progetto urbanistico abbandonato e di successivi falliti tentativi di riqualificata speculazione, ormai ecomostro acquisito e lontano dal centro con quattro enormi edifici degradati (uno bruciato), canali nebbiosi, strade dismesse, campi spogli, discariche abusive, viadotti incompiuti, tunnel pericolosi, informali mercati, precari insediamenti ovunque nella sterpaglia, centinaia e centinaia di persone periferiche di tutti i generi, tipi, colori, odori e lingue, funzioni, attività. Niente fognature illuminazione servizi, un mondo a parte con regole proprie e un Consiglio di tre che presiede alcune scelte di convivenza minima fra i migranti irregolari. Lì si risveglia Sergio Stokar, malmesso fisicamente (neanche più possibilità di sane erezioni) con vaghi ricordi di quel che era e avvenne. Un poco rimesso in sesto da uno strano medico in uno strano ambulatorio, continuando a sognare i trascorsi di alcol droghe sesso, accettano di farlo rimanere incaricato di diventare una specie di sceriffo. Era un poliziotto forte, capace, famoso e molto fascista razzista, prima di sbroccare. Vien presto fuori che sono state atrocemente uccise delle ragazze, fra di loro una splendida prostituta polacca che lui aveva amato. Ci si mette d’impegno per scoprire i colpevoli, per quel che può, con continue incursioni nella vita urbana che conosciamo, fra criminali di tutte le risme collusi con poteri di ogni tipo.

L’ottimo bancario scrittore Tullio Avoledo (Valvasone, provincia di Pordenone, 1957) ancora una volta (dopo quasi una quindicina di romanzi in poco più di 15 anni) affresca un mondo letterario contiguo agli ecosistemi umani reali, cupo e affascinante, compatto e turbinante. La narrazione in prima persona è del 50enne derelitto bipolare investigatore che, però, lui stesso (con frequenti corsivi) ricorda confusamente la moglie e il divorzio (poi Maria Luz e Dolores), non distingue chiaramente gli incubi dai pericoli, e soprattutto non conosce bene cosa è accaduto per farlo rinascere come Lazzaro, cosa di vero o falso c’è nella propria testa sul passato e sul presente, chi e perché in vario modo lo manovra, lo attrae e respinge. Non (gli) mancheranno ovviamente incontri sanguinolenti, snuff movies, complotti, stragi. Innumerevoli i personaggi rimarchevoli efficacemente delineati. Del resto, nel prologo (in terza persona) il 31 dicembre 1999 l’Albanese aveva già accoltellato a morte lo Zingaro per costruirsi un futuro. Per tutti, comunque, del domani non vi è certezza, mentre Sergio tiene almeno fermi il legame verso gli affetti sentimentali e l’odio per l’avidità cinica. Titolo noir (non molto originale) da un verso di Milton. Continui e precisi i tristi riferimenti all’oggi, dai recenti governi della montante marea di merda populista all’ordinanza comunale del 2017 che vieta di dare cibo ai colombi. Ogni tanto appare grappa di qualità, almeno downtown. Suonerie, canzoni e concerti di vario credo politico e musicale.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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