La guerra dei Bepi (Le varie di Valerio 147)

Andrea Pennacchi
La guerra dei Bepi
People Gallarate, 2020
Prefazione di Fabio Mini
Teatro

Guerre. Stagioni 1915-1918, Monte Ortigara (Vicenza). Lager di Ebensee (Austria), 1944 – 1945. Mogadiscio (Somalia), 2 luglio 1993. Tre splendidi rumorosi visionari verosimili monologhi. Bepi Pennacchi si era arruolato nei bersaglieri, per non emigrare, come altri giovani. Vide tanti commilitoni morire nella guerra fra italiani e austriaci, soprattutto nell’inferno delle battaglie sulle Alpi venete dalla primavera 1915, lungo il confine con il Trentino-Alto Adige, fra la combattuta Asiago, le cime di duemila metri e il bordo dell’Altipiano da dove si vede Venezia: attacchi e ritirate, disfatte e trincee, golene e paludi, sangue e fango, bestemmie e preghiere, fino alla fine. Ad autunno 1918 i soldati di entrambi gli schieramenti scendono dai monti a sud passando per le colline, sono ormai mescolati insieme, pallidi e silenziosi, senza più armi. Il figlio Valerio Pennacchi faceva il tipografo a Padova e a 17 anni diventò partigiano, il primo aprile 1944 scelse Bepi come nome di battaglia; quelli della sua squadra furono presto arrestati e spediti in un campo di concentramento ai lavori forzati per la costruzione di un centro ricerche missilistiche; inenarrabile; morirono prigionieri tantissimi di loro. A maggio 1945 vengono infine liberati 16mila cadaveri ambulanti, arlecchini pulciosi; Valerio torna a casa il primo luglio. I Bepi sono gli innumerevoli soldati semplici di ogni guerra, soldati eterni e universali, talora giusto appena ragazzi di leva, militi noti che in qualche caso sono riusciti a raccontarsi, disillusi delusi arrabbiati feriti, come nel caso dei reduci dalla Somalia dopo l’operazione Restore Hope, in particolare quelli dopo la prima battaglia dalla fine della seconda guerra mondiale, uno scontro a fuoco con armi pesanti che vide impiegati militari dell’Esercito italiano (tre morti e più di venti feriti) nei carri e autoblindo attaccati da milizie locali, ora nota come battaglia del pastificio o del checkpoint Pasta.

Andrea Pennacchi (Padova, 11 ottobre 1969) è un bravissimo uomo di teatro, teatrista dal 1993, attore, regista, drammaturgo e scrittore, famoso da un paio d’anni per i monologhi come personaggio televisivo del programma Propaganda Live (in parte rintracciabili nel precedente volume People Pojana e i suoi fratelli) e nel 2020 soprattutto come coprotagonista della serie noir Petra (interpreta la “spalla” Monte della commissaria Delicato). Il bel volume raccoglie un trittico di vere storie di guerra, gli sono state raccontate, le ha arricchite di studi e documenti, le ha vissute emotivamente in modo indiretto e intenso, grazie al nonno paterno Bepi, al padre Valerio e a un episodio di La storia siamo noi. La narrazione è in prima ovviamente, un attore in teatro interpreta i due Bepi e, nell’ultimo più lungo caso dell’imboscata, il caporale di leva originario di Campolongo, pilota 20enne dell’autoblindo, in dialogo con altri tre colleghi presenti e in contatto con il comando e gli altri carri, unico che potrà ripercorrere la vicenda da vecchio veterano, venti anni dopo. Lo scrittore nell’introduzione spiega che a casa sua nessuno parlava mai della guerra, nemmeno la madre alla quale i nazisti in ritirata avevano ucciso il proprio padre, che da bambino leggeva fumetti di battaglie epiche, che aveva fatto la leva proprio nel periodo dell’operazione in Somalia con abbastanza entusiasmo e il bisogno di uscire dal quartiere patavino di periferia. Il lettore riesce a immaginarsi la scena scarna ed essenziale, il teatro civile e il conflitto armato, parole colorite che rappresentano insieme tragedia e commedia, umanamente immaginabili a qualsiasi latitudine in ogni tempo, narrazione esterna del contesto e toccanti travolgenti dialoghi in diretta, tutto rielaborato attraverso la lente della drammaturgia e della scrittura. Il testo è godibilissimo, inframezzato dalla citazione delle musiche in sottofondo, canzoni celebri accanto alla colonna sonora originale di Giorgio Gobbo, recuperabili attraverso una playlist Spotify al link tinyurl.com/playlist-bepi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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