La direzione del pensiero – Marco Malvaldi

Marco Malvaldi
La direzione del pensiero. Matematica e filosofia per distinguere cause e conseguenze
Raffaello Cortina Milano, 2020
Scienza
Recensione di Valerio Calzolaio

Linguaggi letterari e numerici. In avanti. Il perché è alla base dell’imparare. Le nostre capacità si sviluppano nel tempo, in maniera lenta ma esponenziale, costruendosi su robustissime basi: fondamenta che sono astratte e concettuali, più che fisiche e intellettuali. La principale capacità di Homo sapiens è proprio il linguaggio astratto che ci permette di collaborare in maniera flessibile e in grandi numeri. Così, soprattutto da bambini ma non solo, rivolgiamo spesso a noi stessi e agli altri domande sul perché di ogni cosa, oggetto, evento, dinamica e tendiamo a suddividere i problemi prevalentemente in base ai dati che abbiamo per risolverli. C’è ormai una vera e propria disciplina scientifica che esamina la capacità astratta di noi sapiens di poter distinguere tra cause ed effetti, si chiama appunto la causalità, uno dei tanti punti di incontro tra la matematica e la filosofia e tra due dei loro principali ingredienti: le serie temporali, ovvero l’esame dei valori di variabili che cambiano nel tempo, e il senso delle relazioni, ovvero le possibili ipotesi di una direzione nelle relazioni fra le variabili esaminate. La nuova materia può essere introdotta valutando la causalità sotto tre successivi aspetti, ovvero come capacità di: predizione, prevedere il futuro; intervento, intervenire in concreto sugli eventi presenti o, in astratto, su eventi già successi; coscienza, porre e porsi ulteriori differenti connesse domande sulla comprensione e sul fraintendimento, soprattutto sulla possibile origine di uno dei processi più misteriosi della mente umana, proprio la stessa coscienza. Serve l’aiuto di altre discipline, ovviamente, come la fisica, la medicina, la linguistica e tante altre, anche narrative. Siamo curiosi, pur se il “noi” assimila troppo, scrittori e lettori, singoli individui e intera specie.

Il chimico, grande allegro scrittore e notevole multidisciplinare scienziato, Marco Malvaldi (Pisa, 1974) si è imbattuto alcuni anni fa in una nuova antica disciplina scientifica e ne esplora ora i confini con acuto senso del limite. Ne era affascinato e non riusciva subito ad addomesticarne gli strumenti. Lentamente ne è venuto a capo e, per poter essere certo di averla capita bene e di poter realizzare i calcoli connessi in piena autonomia, forse anche per comprenderla ancor meglio, ha scritto e pubblicato un efficace saggio su come distinguere le cause dagli effetti, almeno un poco. Con l’ausilio di molti diagrammi, figure, grafici, formule e di innumerevoli divertenti metafore o digressioni (letterarie e talora personali, ironiche e biografiche), pur scontando il carattere ostico di alcuni paragrafi e lasciando in appendice l’argomento più specifico, illustra in modo chiaro gli elementi principali della materia. Si tratta di un’introduzione generale, di otto capitoli distribuiti in tre parti (ognuna con un prologo) e di un epilogo, complessivamente di 14 paragrafi che sempre prendono spunto da uno studioso in carne ed ossa degli ultimi secoli, primo Karl von Robitansky, anatomista esperto di autopsie a Vienna nel 1876. Seguono il matematico Norbert Wiener e l’economista statistico Clive Granger. Poi David Hume, il fisico Randall Munroe, Gottfried Wilhelm Leibniz, il filosofo David Lewis, lo statistico Donald Rubin; tutti filtrati dalle ricerche del vero esplicito studioso di riferimento per tutto il volume, lo scienziato informatico Judea Pearl (4 settembre 1936). Poi ancora il terapista Thomas Myers, il biologo Gerald Edelman e lo psichiatra neuroscienziato Giulio Tononi. Frequenti e utili gli spunti sulla pandemia in corso, in particolare sulla mortalità comparata fra Italia e Cina. L’indice analitico elenca i nomi di persone citate, variegato e variopinto. La conclusione torna saggiamente a Dante (il linguaggio ha accesso alle parti più recondite del nostro cervello, cambia nel tempo e serve a comunicare fra noi umani) e va oltre: il linguaggio serve anche a capire e organizzare meglio ciò che pensiamo e proviamo noi stessi, contiene segni astratti concettuali espressivi sia attraverso segni, parole, frasi sia attraverso numeri, proporzioni, misure; almeno due linguaggi, dunque, da conoscere e compenetrare per definire tanto una causa o un effetto quanto le relative relazioni.

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