Numa Pompilio. Il figlio dei numi – Franco Forte, Flavia Imperi, Beppe Roncari

Franco Forte, Flavia Imperi, Beppe Roncari
Numa Pompilio. Il figlio dei numi – Il secondo re
Mondadori, collana Historica. 2021
Recensione di Roberto Mistretta

È in libreria dal 18 febbraio il secondo volume dei “Sette re di Roma” Numa Pompilio. Il figlio dei numi, pubblicato da Mondadori nella collana Historica, nata per dare corpo e sostanza ai leggendari personaggi che hanno posto le basi per creare uno dei più grandi imperi che il mondo abbia mai conosciuto e rendere immortale la città eterna: Roma.
A firmarlo una prestigiosa trilogia di autori: Franco Forte (ideatore e promotore dell’iniziativa che co-firma tutta la serie), Flavia Imperi (orientalista e redattrice, autrice di racconti per diversi editori, tra cui Mondadori) e Beppe Roncari (traduttore, cura i blog di Urania, Segretissimo e del Giallo Mondadori e le pagine social della collana Oscar Storia).
Il romanzo si apre con una scena quasi apocalittica che spiegherà le origini del nome di colui che, dopo non poche peripezie, diventerà il secondo re di Roma dopo la scomparsa del fondatore, Romolo.
È la notte del 21 aprile del 753 a.C e l’antica città sabina di Cures celebra il sacro rito dei Parilia. La notte è squarciata da una tempesta con tuoni e lampi ma, nonostante gli elementi naturali siano scatenati, Mezia, regina dei sabini e fresca madre della futura regina Tazia, si sveglia di soprassalto: ha udito dei vagiti provenire da fuori. La piccola Tazia dorme serena e, nonostante i dolori del parto recente, Mezia esce nella notte e si porta al tempio della dea Feronia. Davanti all’altare trova riverso in una pozza di sangue un hirpo sorano, un sacerdote lupo del monte Soratte. E dietro l’altare un uomo gravemente ferito che ben conosce: Pompone Pompilio. Avrebbe dovuto sposarlo se gli dei non avessero disposto diversamente. Pompone le indica qualcosa di importante di cui lei dovrà occuparsi.
Pompone le lasciò la mano, e lei si avvicinò al fagotto di stracci. Lo aprì. Dentro era rannicchiato un neonato dalla pelle violacea, ancora sporco degli umori del parto. Mezia se lo portò subito al petto per scaldarne il corpicino gelato.
«Chi l’ha lasciato qui?» domandò a Pompone. «Perché è sull’altare sacro?»
«Certi misteri è meglio che rimangano tali.»
A risponderle fu una voce comparsa dal nulla, alle sue spalle. Mezia si girò e vide un’ombra avvicinarsi. Per un attimo credette che fosse un altro hirpo sorano, venuto a finire il lavoro, ma quando la figura si avvicinò al fuoco sacro riconobbe i lineamenti aquilini di Hirpino, l’etrusco che Pompone aveva accolto a Cures alcuni anni prima. Anche lui era sporco di sangue, ma non sembrava essere il suo.
Questo l’incipit del corposo romanzo, costruito sulle poche notizie reperite dai testi degli antichi storici, che spiega le origini del nome del secondo re di Roma: Numa Pompilio, figlio dei numi. E pone le basi per l’evolvere dell’intera storia che ci farà conoscere da vicino il giovane Numa: adottato da Mezia, sposerà Tazia, sorella di Ersilia, moglie di Romolo, e sarà istruito dall’etrusco Hirpino.
Numa si rivela un bambino prodigio, destinato a una sorte gloriosa, ma il mistero delle sue origini continua a tormentarlo. Durante l’infanzia di Numa faremo conoscenza anche di Valerio Veselio, destinato a diventare senatore di Roma e suo acerrimo nemico, che non mancherà di umiliare il giovanissimo Numa chiudendolo in un pozzo e di metterlo in pericolo di vita. Quando Numa ha quindici anni, nel 738, durante il rito dell’iniziazione, Veselio farà sì che lui debba riportare dalla foresta dei peli di lupo. Numa rischierà la vita, ma a salvarlo sarà la camena Egeria, una ninfa dei boschi di cui si innamorerà e da cui avrà un figlio.
E sarà lei a guidarlo fino alle origini, a sua madre.
Il destino di Numa però è segnato: sposerà Tazia, conoscerà Romolo ed Ersilia, ma gli eventi tracceranno per lui un destino di sofferenza e sangue, specie dopo che Tazia si offrirà come ostaggio, al posto della sorella Ersilia, ai feroci hirpi sorani e Summano, il loro capo, farà scempio del suo corpo. Numa decide di ritirarsi dalla vita politica, lontano dalle città e dagli uomini, dalla loro ferocia e dalle loro guerre e diventa un saggio dei boschi. Ma in un mondo primigenio, in cui i sacrifici umani convivono con sogni rivelatori, tra boschi popolati di sacerdoti lupi e dee immortali, a Roma, che sta per diventare la Città Eterna, Romolo è scomparso. Rapito in una tempesta, dicono i senatori capeggiati da Veselio. Invece è caduto sotto i pugnali di chi vuole rigenerare col sangue del fondatore i fasti di Roma e ne smembra il corpo per seppellirlo in luoghi sacri.
Ed è allora che il destino di Numa si compie: come da precise indicazioni di Romolo, «Solo chi ha saputo rinunciare al potere è adatto a esercitarlo», i fedelissimi del primo re si recano da Numa nei boschi e gli chiedono di prendere il suo posto.
Un’intera città sotto una cappa di menzogna e sotterfugi, nel caos, senza governo, seduta in mezzo al crocevia del commercio del sale. Era come una catasta di legna secca pronta a prendere fuoco da un momento all’altro. E un “incendio” simile non avrebbe impiegato troppo tempo a infiammare anche le campagne sabine, come in passato. Qualcuno doveva trovare una soluzione. Ma come? Cosa sarebbe successo a Cures, se li avesse rimandati indietro con un rifiuto?” si legge a pagina 203.
Un romanzo che immerge appieno il lettore nella sua trama. Gli autori ci presentano i personaggi del mito, li rendono vivi e vittime delle loro stesse passioni, facendo sì che lettore partecipi all’evoluzione degli eventi e si cali in quel tempo lontano, coi suoi riti, le sue credenze, le innumerevoli crudeltà e le origini stesse della città eterna.

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