La vanità dei pesci pulitori – Matteo Monforte

Matteo Monforte
La vanità dei pesci pulitori
Fratelli Frilli Editori, 2019
Recensione di Roberto Mistretta

Già dal titolo e sottotitolo, La vanità dei pesci pulitori. La stravagante indagine di Martino Rebowsky, il lettore intuisce che ci sarà da divertirsi a leggere questo originale romanzo pubblicato da Fratelli Frilli Editori, casa editrice genovese specializzata in gialli e noir e non a caso finalista al Premio Letterario Glauco Felici, un premio nazionale prestigioso e ambito che ogni anno viene conferito ad autori emergenti under 45 a Tolfa, creativa cittadina in provincia di Roma che dal 2012 ospita il Festival letterario Tolfa Gialli&Noir organizzato dall’Associazione Chirone con il costante sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Civitavecchia.
Un premio che anno dopo anno ha acquisito prestigio e visibilità e ha confermato il talento dei giovani autori premiati.
Tornando al romanzo La vanità dei pesci pulitori, basterà scorrere l’incipit per ritrovarsi in una sorta di mondo parallelo: il protagonista, Martino Reboswky, si sveglia in una camera d’albergo sconosciuta con indosso un abito da prete e le pudenda di fuori, la testa che gli esplode, una bottiglia di gin vuota, evidenti residui di sniffate di cocaina sul comodino, mozziconi di cannone nel portacenere, un dvd porno in pausa sullo schermo tv e la proprietaria, cinese, che urla di lasciare libera la stanza.
Reboswky, il cui cognome richiama le origini polacche del padre, è un quarantenne sovrappeso e pigro, che porta a spasso un metro e novanta di altezza per 130 chilogrammi di ciccia, e va avanti dall’infanzia a droghe e alcool. Per guadagnarsi da vivere suona la tromba nei locali notturni, ha un rapporto di sopportazione con la madre, coltiva rapporti disinibiti con le prostitute che danno pepe e verve alla peccaminosa Genova notturna, in particolare con Desiré, sudamericana maggiorata, e non ricorda un accidenti di quello che è successo quella notte in cui era strafatto. Per vie traverse verrà a sapere che era stato visto in compagnia di Camilla, ragazza su cui aveva messo gli occhi addosso, ma quando alla tivù diranno che Camilla è stata ritrovata assassinata a colpi di coltello, Reboswky teme di essere accusato di omicidio e, aiutato dall’amica Marilù, si dà un gran da fare per ricostruire quelle ore di vuoto e trovarsi un valido alibi per quando la polizia busserà alla porta.
Ne viene fuori un’indagine ironica e rocambolesca, lontana dagli schemi di genere, col protagonista che, seppure a volte eccede nel raccontarci i suoi continui sballi con conseguenti risvegli da dimenticare e pasti ipercalorici per controbilanciare gli sballi, ci porta in una Genova inedita e ci mostra una fauna umana di deandreiana memoria.

Due parole su Matteo Monforte, graffiante autore televisivo che ha collaborato con Zelig e ha scritto i testi di noti comici italiani: Teresa Mannino, Maurizio Lastrico, Antonio Ornano. Monforte gigioneggia e si diverte a stravolgere le regole del noir d’autore che pure ben conosce, come dimostrano i chiari e puntuali riferimenti a Duca Lamberti, il personaggio di Giorgio Scerbanenco e ai personaggi di altri padri della letteratura noir. Un romanzo divertente e dissacrante quanto basta, che si legge in poche ore e spiazza il lettore con un finale a sorpresa.

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