Il colore del nome – Vittorio Longhi

Vittorio Longhi
Il colore del nome. Storia della mia famiglia. Cent’anni di razzismo coloniale e identità negate
Solferino Milano, 2021
Storia Biografia
Recensione di Valerio Calzolaio

Europa e Africa. Nel 2012 Vittorio Longhi (Catania, 30 marzo 1972) faceva il giornalista a Bruxelles, 40enne direttore del sito d’informazione Equal Times. All’aeroporto di Amman, il 5 settembre, mentre si accinge a tornare a casa dopo aver visitato il campo profughi di Zaatari, nel nord della Giordania e al confine con la Siria, apre finalmente il messaggio arrivatogli qualche ora prima da Aida, che si presenta come una cugina eritrea, insegnante in Svezia: “Ti ho cercato perché penso che tu sia il figlio di mio zio Pietro… Mesi fa lui è partito per l’Eritrea… Da qualche settimana non abbiamo più sue notizie però. Temiamo che abbia avuto problemi con il regime. Se sei tu la persona che cerco e se hai informazioni, ti prego di farmi sapere qualcosa”. Solo che Vittorio non vede Pietro da 18 anni: si erano salutati alla stazione di Milano, Vittorio era poi rientrato nelle Marche dalla madre Loretta Muzi, definitivamente deluso e disinteressato per le sorti di Pietro, che lo aveva abbandonato piccolissimo: quando aveva tre anni fece perdere ogni traccia. Tre giorni insieme dopo venti anni di vuoto gli erano bastati. Fino a quel messaggio non aveva mai voluto davvero ricostruire le lontane origini eritree di un ramo dei progenitori. Dopo aver continuato per qualche tempo a prescinderne, coincidenze, vicende professionali, rovelli identitari, foto e altri sporadici contatti lo inducono a ritrovare le tracce del giovane sottoufficiale piemontese Giacomo Longhi (1864), giunto ad Asmara nel 1890 con l’ambiziosa fallimentare conquista monarchica di una colonia in Africa, lì legatosi a Gabrù Adahana (1874); poi del loro primo figlio “meticcio” Vittorio Longhi (17 settembre 1896 – 20 luglio 1950), a sua volta sposatosi con Maria Naumo nel 1921, un italoeritreo capace e di successo, rovinato dalle assurde feroci nefandezze del regime fascista in quell’area, ucciso a pochi metri dal cancello di casa, vicino al nero sedicenne Pietro, lasciando miseri e invisi tre femmine e quattro maschi, meticci, con caratteri somatici e sfumature della pelle che sconfessavano il cognome bianco.

Il giornalista Vittorio Longhi mostra ottime doti di narratore lungo e ci intrattiene intelligentemente attraverso una splendida sanguinante vicenda no fiction e fiction, in parte biografica, storica, introspettiva e investigativa, insieme pure un avvincente romanzo di vari meticci generi letterari e una cruda denuncia di molteplici indegni comportamenti sociali e istituzionali. La sceneggiatura mescola tre piani temporali: la vicenda dell’originaria maschia famiglia italiana e l’incontro con le donne eritree lungo un paio di generazioni meticce; la propria esistenza dalla nascita con i genitori in Sicilia, alla quasi immediata ennesima fuga triste e assurda di Pietro (già segretamente marito e padre molto tempo prima), alle coraggiose scelte di Loretta che gli garantiscono affetto, benessere e l’identità del cognome paterno; la costruzione della propria stessa identità culturale, morale e lavorativa, in particolare con le attività professionali fra il 2012 e il 2014 a Bruxelles, fino al fatidico delicato viaggio verso l’altra africana metà dei suoi colori, odori, umori, sapori e immaginari. Sono convinto che da decine di millenni siamo tutti afrodiscendenti e che da millenni sia l’intera nostra specie a essere meticcia, biologicamente e culturalmente. Purtuttavia, nel corso dell’esistenza di una singola persona, si verificano specifiche ulteriori materiali mescolanze, di geni e colori, di culture e sopraffazioni. Così, la concreta vita di popoli e comunità ha indotto da oltre cinque secoli a questa parte la tentazione di nominare e raggruppare (e spesso discriminare) come colorati o “meticci” gli arrivi di bimbi e bimbe dalla riproduzione (più o meno consensuale) fra umani di differente colore della pelle (da cui il titolo del libro). Longhi ricostruisce molti aspetti anche giuridici della questione, nell’Italia coloniale e poi fascista, ma anche nell’Italia e nell’Eritrea di oggi, sempre irrisolti, con un utile parallelo con l’americana one drop rule. La narrazione è in prima al presente per il 2012-2014, in prima e terza al passato per i secoli e decenni precedenti. Usa la terza anche su sé stesso infante e adolescente, l’attenzione grata si rivolge alla biografia della madre, del resto la dedica è “per le donne che oltrepassano i confini. Del nome, del colore, del tempo”. Potendo, Vittorio porta Rosso Conero alle cene a casa d’amici. Non ci resta che riassaggiare e provare a fare del buon ziginì.

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