La strantuliata – Fabrizio Escheri

Fabrizio Escheri
La strantuliata
Ianieri Edizioni, 2021
Recensione di Roberto Mistretta

Il godibile La strantuliata dell’esordiente palermitano Fabrizio Escheri (Ianieri Edizioni), in libreria dal 15 aprile, inaugura a pieno merito la collana “Le dalie nere”, diretta da due esperti di noir come Raffaella Catalano e Giacomo Cacciatore, la cui denominazione è un chiaro omaggio a un maestro indiscusso del genere, James Ellroy, e al suo capolavoro.
Un romanzo breve che già dal titolo richiama coordinate isolane che si rifanno agli insegnamenti di Pirandello, Sciascia e Consolo senza dimenticare la teatralità di Camilleri, ma strizzano l’occhio anche a ben altri padri della letteratura e del teatro, che ci ricordano come il mondo è solo un palcoscenico dove donne e uomini recitano la propria parte.
La strantuliata del titolo è un modo di dire tipico siciliano e richiama la chiave di volta del racconto, quando uno dei protagonisti paragona l’omicidio con cui si apre la storia a uno strantuluni, ossia a una scossa necessaria per dare un segnale forte a chi non vuole intendere altri metodi più blandi.
L’ambientazione è quella tipica dell’entroterra siculo, al confine tra le Madonie e i Nebrodi, in piena era fascista, anno 1936. Il significato dello strantulone viene spiegato al trentottenne Blando Blasco Antonio Maria nato a Sperlinga il 18 luglio 1898, autista di corriera sulla linea Licu/Sperlinga, che arrivato con la Berta, il suo Fiat 621 modello Lusso carrozzato Bertone, nei pressi del bivio di Comunello, scorge in mezzo alla strada qualcosa che gli cambierà per sempre la vita.
Ne avrei da raccontare di cose io, che sul sedile di quella fottuta corriera ci ho poggiato il culo per ben ventitré anni: mani sul volante e sguardo in avanti, preso nel mare di grano che d’estate assumeva un colore giallo abbagliante, da perderci la vista.”
Questo l’incipit col protagonista che racconta la sua vita scandita da abitudini e ritmi d’ogni giorno nell’assolata Sicilia agreste dove fa avanti e indietro con la corriera, senza patemi né sussulti. Fino a quel fatidico giorno.
Cosa ci faceva uno scapolare d’estate, al centro della carreggiata di quella strada deserta. Il mantello stava lì, fermo sulla strada, coperto di polvere. No, non era un mantello abbandonato sotto c’era qualcosa. Sollevai il cappuccio dello scapolare e, finalmente, lo vidi. Il volto tumefatto e rinsecchito ma inconfondibile. Era don Tano Strippuni, il sovrastante del barone di Chibbò”.
Come il più classico dei gialli, La strantuliata si apre con un ingombrante cadavere ritrovato per caso. Ma le similitudini finiscono qui. Già nei capitoli successivi l’autore vira decisamente dal genere (non c’è alcuna indagine), e a seguito di decisioni poco accorte il protagonista si ritroverà impaniato in una spirale che gli sconvolgerà la vita fino all’amaro epilogo finale. Nella terra dei latifondi, dove il detto nenti vitti, nenti sentu, nenti dicu è imperativo per chi vuole vivere tranquillo i suoi giorni, ieri come oggi, il protagonista sarà chiamato a pagare dazio per cotanta avventatezza.
Ogni capitolo viene sigillato da un proverbio che racchiude il senso dell’ineluttabile che pagina dopo pagina s’addensa sul nostro autista, alla cui originaria colpa di non avere tirato dritto lasciando lo scapolare col suo cadavere dove stava, si sommano altre ingenuità, quali gravissime colpe agli occhi di chi tutto sa e tutto tace. Legge e Chiesa comprese. Ma a chi troppo tira la corda nella terra dove l’omertà regna sovrana, quando non bastano i timbuluna, si dà una strantuliata, ma se pure quella non ottiene l’effetto desiderato, allora padre figlio e spirito e santo. E come viene si conta.
Un giallo gustoso nella sua levità, che si legge volentieri e porta il lettore indietro nel tempo, quando l’onore aveva ben altro rossore ma anche allora le passioni degli uomini non derogavano alla ragione, e il cuore si sa, non conosce padrone, tra pietre e latifondi, tra spighe e falci. Paradossi e menzogne, volte e maschere, innocenti e colpevoli, nobili e plebei, chiesa e sagrestia, in una girandola di avvenimenti che con amarezza si compendiano nel proverbio che saprà di ineluttabile ammonimento: Cu s’affuca chi so manu, nun ave nuddu ca lu chianci.

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