Vecchie conoscenze – Antonio Manzini

Antonio Manzini
Vecchie conoscenze
Sellerio, 2021
Recensione di Patrizia Debicke

Attacco largo che spazia tra brevi, nostalgici flash back di Schiavone intinti nei ricordi e nelle scelte della sua squadra: il cambio di vita di Deruta, il morso del serpente tentatore che azzanna Pierron, con il vecchio vizio che sembra non concedergli tregua, mentre D’Intino, che con il suo fuoco amico ha quasi fatto fuori il vicequestore, è ancora relegato a un punitivo e silenzioso purgatorio.
È passato poco tempo, infatti, dall’intervento che ha lasciato Schiavone orfano di un rene, e anche ora, finalmente uscito dall’ospedale ma con il dolore della ferita che si fa sentire, comincia a patire i quasi cinquant’anni all’orizzonte. Anche se Sandra Buccellato, la giornalista ricca castellana ex moglie di Costa, vorrebbe consolarlo, sullo sfondo continua ad aleggiare, minacciosa e nera come la nuvola di un temporale, l’impalpabile presenza del suo arcinemico, il vendicativo e sanguinario Baiocchi.
Sebastiano, amico di sempre, pare introvabile dopo essere scappato dai domiciliari; Brizio e Cavalli, come chiocce affettuose, continuano a farsi sentire da Roma.
Ma anche la vita domestica è a una svolta. Le valigie sono pronte in fila all’ingresso. I suoi forzati coinquilini da mesi, Gabriele e la sua mamma, si trasferiscono. Cecilia ha deciso di accettare il buon posto di lavoro che le hanno offerto a Milano. La partenza porta lontano Gabriele, il nipote che era riuscito a scalfire un tantino la scorza di Schiavone. Che resta solo con Lupa e per di più ha ripreso a parlare con Marina (la moglie uccisa più di sei anni prima), rendendo più pesante e palpabile la sua solitudine.
Per fortuna avrà poco tempo per pensare e piangersi addosso: Rebecca Fosson, ex infermiera operata da poco, telefona in questura per denunciare che sul suo pianerottolo, al primo piano della palazzina in cui abita ci sono orme di sangue lasciate da un topo, e la vicina non risponde alle scampanellate. Nonostante la stranezza (tracce di topo?!), Schiavone spedisce l’ispettore Antonio Scipioni e l’agente Ugo Casella a controllare. Nel suddetto appartamento – un gran bell’appartamento, con le pareti ricoperte da librerie stracolme di libri, di cui parecchi antichi e di gran valore – i due troveranno Sofia Martinet, settant’anni circa, stesa a terra in una pozza di sangue. Uccisa da un colpo in testa inferto con un oggetto molto pesante che le ha sfondato il cranio. La defunta professoressa Martinet era una storica dell’arte, accademica e specialista di Leonardo da Vinci, studiosa di gran fama, nel suo campo una vera celebrità a livello internazionale.
La professoressa viveva sola dopo aver divorziato dal marito, anche lui docente universitario cattedratico alla Normale di Pisa, che si era risposato. Avevano un figlio, un perdigiorno, e i rapporti tra loro erano tesi.
Gli unici indizi sulla scena del delitto sono una «J», che figura diverse volte nell’agenda della professoressa Martinet, e un segno, una specie di incavatura all’anulare che denuncia l’evidente mancanza di un anello, che pare avesse al centro un rubino di valore, sottratto al cadavere probabilmente dopo la morte.
L’inchiesta, portata avanti da Rocco Schiavone con il suo solito stile di lavoro e di vita che scorrazza tra meditativi vagabondaggi onirici e ricordi e segnali romani della memoria, seguirà due piste. La prima collegata a un possibile coinvolgimento del figlio della vittima; la seconda invece a una scoperta di grande impatto internazionale fatta dalla Martinet riguardante ipotesi scientifiche attribuite a Leonardo, il genio del Rinascimento. “Insomma una svolta/scandalo nell’universo frequentato dai ricercatori degli studi leonardeschi”.
Per Schiavone dovrebbero esserci pochi dubbi. Dopo aver scartato altre piste e possibili alternative che mirano a portare fuori strada, lo scenario che si precisa denuncerebbe a gran voce un unico colpevole. Con movente, tempistica , luogo, modo e motivazione psicologica. Ma Schiavone storce il naso e non ci crede fino in fondo. Qualcosa non gli quadra. Ragion per cui preferisce andare oltre, allargare il tiro e cambiare bersaglio.
E tuttavia, mentre Rocco Schiavone è impegnato nell’inchiesta, alcuni ritorni dal passato lo scuotono emotivamente.
Torna a farsi vivo dal quasi nulla della latitanza Sebastiano, l’amico, in caccia del carnefice della giovane moglie, uccisa ad Aosta in casa di Schiavone. E non sarà l’unico, sconvolgente ritorno, pronto a spiazzarlo e a trasformare in spettri vecchie care conoscenze. Vecchie conoscenze, già! Mentre alcuni fatti inattesi scuotono emotivamente Schiavone, a momenti così autocritico da sorprendersi quasi a pentirsi della propria crosta di durezza.
Sarà forse perché soffia dappertutto un invitante richiamo alla forza emancipatrice dell’amore? Concede più spazio a certe riflessioni psicologiche, e alle tante suggestive atmosfere che li circondano, con le vicende private di coloro ai quali Rocco tiene. Persino Gabriele, all’inizio a Milano nostalgico e sfiduciato, comincia ad ambientarsi e a guardare a nuovi orizzonti.
Una puntina di melò in chiave rosa che ha sfiorato Schiavone aleggia decisa sulla sua squadra e annessi. Amore di qualunque tipo. Persino quello di Lupa, che fa presagire una cucciolata da piazzare. Eh già, perché ormai abbiamo il fidanzamento ufficiale dell’anatomopatologo dottor Fumagalli con la catastrofista dottoressa della scientifica Michela Gambino e, nella squadra, un Ugo Casella molto innamorato convive finalmente con la sua amata, madre di Carlo Artaz, il genio del computer, consulente ormai quasi in forza alla Questura di Aosta. Il novello vice ispettore Antonio Scipioni riesce in qualche modo a barcamenarsi con le sue donne, D’Intino ha ottenuto il perdono e Deruta… finalmente ha trovato il coraggio di fare outing.
Intanto fuori nevica, accidenti come nevica.
Grazie Antonio, alla prossima.

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