Una Sirena a Settembre – Maurizio de Giovanni

Maurizio de Giovanni
Una Sirena a Settembre
Einaudi, 2021
Recensione di Patrizia Debicke

Chi è “la Signora”? Una sirena, una creatura fatata che, come una madre con il figlio bambino, indirizza i passi dell’autore e, pian piano, indizio su indizio, suggerisce la storia. Una presenza percepibile, quasi reale.
Di lei scrive Maurizio de Giovanni: “Se volete una storia, dovete andare dalla Signora. Arrivarci non è banale. La Signora sta alla fine di un vicolo privo di uscita, in cima ai Quartieri Spagnoli; l’imboccatura della stradina è nascosta fra due sporgenze di antichi palazzi in rovina, cresciuti nel tempo – al pari delle costruzioni circostanti – come organismi viventi, una propaggine alla volta, un balcone qui e una finestra là, due muri e un’intercapedine man mano che servivano un ripostiglio, una stanzetta per la creatura o un po’ d’aria per mammà che sta poco bene, e che sarà mai.”
Con la tenerezza di una madre, e allora perché “Sirena”, vi chiederete? Perché si rifà all’intrinseca simbologia legata al nome: mito greco a parte, la figura della sirena accomuna i popoli antichi, dagli Assiri ai Vichinghi, e descrive una creatura che dalla cintola in su pare una donna, e sotto pesce. Senza dimenticare la leggendaria origine della fondazione di Napoli. Portiamo le lancette del tempo indietro di 3500 anni! E l’Odissea, benché scritta nell’VIII secolo a.C., narra vicende che si svolgono tra il XIV e il XV secolo a.C. Dalla mitologica figura della Sirena Partenope, descritta nell’Odissea, famosa per il suo canto melodioso, nasce anche l’appellativo “partenopeo” che i napoletani utilizzano ancora per identificarsi. Suicidatasi dopo l’abbandono di Ulisse, il corpo della Sirena fu portato dalle correnti marine tra gli scogli di Megaride (dove oggi sorge Castel dell’Ovo), e là venerato come una creatura divina, ma giunto poi a terra sull’isolotto, si disperse nel paesaggio partenopeo, con il capo appoggiato a oriente, sull’altura di Capodimonte, e la coda a occidente, verso il promontorio di Posillipo. Così divenne la protettrice del luogo e diede il nome a quel piccolo villaggio. Da allora, come per “incanto”, la città, pur a distanza di secoli continua ad essere chiamata “città partenopea” e la bella Sirena ne è il simbolo. Il suo mito poi lo ritroviamo anche a Capri, considerata la terra delle sirene.
Insomma sia a nord che a sud sempre lei, la Sirena, una creatura ambigua, imprevedibile, affascinante, ora maligna, ora benevola.
Ma la Signora/Sirena che apre la storia è sempre aperta e benevola e, secondo Maurizio de Giovanni, mentre sbriga i più semplici impegni quotidiani contemporaneamente ricorda, narra, spiega, dà indicazioni: “Perché dovete sapere che la Signora racconta. Voi arrivate, prendete posto su una pietra piatta, un blocco di tufo che pare sorgere dal suolo quasi fosse una pianta fossile, e lei comincia a parlare. E quando uscirete frastornati dal vicolo, convinti di essere stati lì pochi minuti, sarà invece sera o sarà mattina, il contrario dell’ora in cui siete arrivati. Si muovono un sacco di magie, attorno alla Signora”. Questa è vera magia napoletana perché a Napoli, città della Sirena/Signora, le cose non sono mai quelle che sembrano. E per arrivare a interpretarle ci vuole un tramite, un’interprete insomma. Ragion per cui, con un tocco di bacchetta magica, il nostro incantatore Maurizio de Giovanni riporta in scena Gelsomina Settembre, detta Mina, la bella e coraggiosa assistente sociale napoletana resa popolare in tutta Italia grazie alla fiction Rai interpretata da Serena Rossi.
Proprio lei, già protagonista di ben quattro romanzi del “nostro”, divorziata da Claudio de Carolis (nella fiction Giorgio Pasotti), un inflessibile magistrato ancora innamorato di lei, nonostante la convivenza con la bella bionda e non stupida giornalista/conduttrice televisiva Susy.
Mina è tornata masochisticamente a vivere con la madre (sullo schermo Marina Confalone) che la bersaglia di critiche sulla sua vita sia lavorativa che sentimentale. Critiche materne che per buona si appuntano sulla scelta di prestare servizio in qualità di assistente sociale, per uno stipendio risicato e spesso pagato in ritardo, nel Consultorio Quartieri Spagnoli. Passione civile, dove affronta le tante richieste con ferreo senso della giustizia, sempre pronta a contrastare ogni sopruso. Compito tutt’altro che semplice, visto che la sua anima bella e la sua mente devono convivere con un viso e un corpo da schianto. Al Consultorio Mina lavora a stretto contatto con un affascinante ginecologo, Domenico detto Mimmo, talvolta dal suo inconscio idealizzato come sosia di Brad Pitt (nella fiction invece Giuseppe Zeno), cotto di lei ma sempre incerto su come comportarsi. A guardia del portone c’è Giovanni detto «Rudy» (da Rodolfo Valentino, chiaro no?) Trapanese, il cerbero quasi nano che si crede un adone, con gli occhi sempre “appizzati” sulla quarta abbondante di seno di Mina.
Nello sfondo, a mo’ di utile coro, le ineguagliabili vecchie amiche con le quali Mina condivide ancora una inestinguibile complicità dai tempi di scuola, valide e collaudate spalle in tante occasioni.
Per Mina stavolta ci sono ben due fatti precisi, che si dimostreranno due vere e proprie rogne; due fatti che dovrebbero essere chiari e semplici e invece c’è più di qualcosa che non quadra, i conti non tornano.
Il primo dei due accoglierà Mina e Mimmo al mattino, al loro arrivo, con il preannuncio di una specie di rivoluzione in atto nel quartiere, vista l’assenza del portinaio, e subito dopo il dichiarato sciopero dei loro assistiti, venuti a protestare in delegazione. La storia che ha fatto grande “scanto” ai Quartieri Spagnoli è la messa in onda su Tele Sirena, gettonatissima televisione locale, di una drammatica scena di estrema povertà: un bambino che si contende del cibo con un cane in un cortile, fra montagne di spazzatura. Là ai Quartieri Spagnoli, vicino al Consultorio, dove la miseria e l’abbandono si respirano nell’aria, dove la mancanza di un lavoro pulito mette la gente di fronte a scelte difficili, facendo fallire i buoni propositi delle istituzioni. Ma anche per questo un luogo in cui maggiormente bisogna saper proteggere dignità e rispetto.
Il secondo, grave ma certamente non isolato, è il caso dell’anziana insegnante scippata, caduta e trascinata per strada nei pressi della metropolitana di via Toledo, ora ricoverata in ospedale in coma. Uno scippo come tanti, provocato dall’ostinazione degli anziani di ritirare la pensione in posta, ma il seguito appare nebuloso. Quella che dovrebbe essere la soluzione del caso, sia per modalità che per i particolari collegati, non torna troppo. E poi Mina ha appena ricevuto un grido d’aiuto da una giovanissima invalida con una bellissima voce d’angelo che ha un fratello bravo, studioso, lavoratore, disposto a tutto per riuscire a far curare la sorella. Insomma neppure questo secondo fatto convince… Così, con l’aiuto di Mimmo Gammardella, il ginecologo più bello e innamorato di Napoli, e stavolta anche del suo caustico ex marito, il magistrato Claudio De Carolis, Mina vuole andare a fondo della storia. Ma dovrà muoversi con precauzione, servendosi del suo migliore savoir faire e di tutte le cartucce a disposizione, compreso il trio di collaudate vecchie amiche, perché attorno a questa faccenda ruotano inganni di sirene di ogni genere, e le sirene, si sa, incantano. Per fortuna, a farle da faro tra raggiri e incomprensioni, ci sarà l’antica saggezza della Signora, grande poetico personaggio che domina tutto il romanzo, nato dalla inarrivabile fantasia di Maurizio de Giovanni.
E sappiamo già che per lui, a maggior ragione se si parla della città della Sirena, le cose non sono mai come sembrano.

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