A ruota (gialla) libera – Uno sguardo al passato (1)

Rubrica a cura di Fabio Lotti
Così, come mi frulla per la testa. Spunti di lettura, scrittori, sensazioni, emozioni, satirette per sorridere insieme

L’incanto delle sirene di Gianni Biondillo, Guanda 2015.
Milano, settembre e caldo boia. L’ispettore Ferraro in piscina per togliersi qualche chilo di troppo (la figlia Giulia lo tratta come una palla di lardo), lui che, giovanotto secco secco, era chiamato Chiodo dagli amici del quartiere. Vorrebbe defilarsi un po’ da tutto ma questa volta deve vedersela con l’omicidio di una modella, una di quelle “sirene” o “divinità iperuranie” che volteggiano ampollose nella sfilata di moda del noto Varaldi. In effetti il colpo di fucile (un M24 SWS con mirino ottico) doveva toccare proprio a lui ma si è chinato al momento giusto a raccogliere delle orchidee. Da qui l’indagine che Ferraro conduce soprattutto per l’insistenza di una vecchia amica nel mondo della moda, Luisa Donnaciva, con la quale si ritrova abbracciato nella doccia come dieci anni prima (corsi e ricorsi storici). Una pista potrebbe essere quella di uno sgarro che il suddetto Varaldi avrebbe fatto a chi gli forniva la droga.
Accanto all’indagine la storia di Aisha, nove anni, riccioli ribelli e due occhioni azzurri (Occhiblù) e il fratello Mu’ammar costretti a lasciare il proprio paese bombardato per l’Italia dove vive un altro fratello. La bambina si ritroverà sola lungo il viaggio, avrà l’aiuto del clochard Baffo (Oreste) che vuole ritornare a casa perché sente giungere la sua fine e anche quello della prostituta Marta che accoglie i suddetti al momento del bisogno.
Le due storie servono sia per la presentazione dei personaggi che per una riflessione, ora sottile e ironica (sfruttato anche il dialetto in chiave di sorriso), ora dura e cruda sulla nostra società: critica al mondo della moda fatto di invidie e giochi di potere; profluvio di servizi televisivi sull’omicidio citato, ne parlano tutti, anche “nani e ballerine” con ripetizione “ad libitum” delle immagini della morta fotomodella; sgombero di un bilocale cinese con l’ispettore-macchietta De Michelis che ha quasi una erezione per l’eccitamento; bulli contro un baracchino di un creduto islamico (inutile essere, invece, un egiziano copto, cioè cristiano); giovinastri sfatti e disillusi dalle canne; scontri con la polizia e scontri tra “fasci e antifasci” e si finisce a razziare al supermarket (vedete un po’).
L’indagine, che si avvale anche dell’informatore Mimmo ‘O Animale (soprannome tutto un programma), ha come corollario i dubbi, i rovelli, una piccola luce, “un particolare che non gira come dovrebbe” fino all’“esplosione” della verità.
Personaggio indelebile Aisha, forte eroina delle sofferenze di vita, un po’ di impostazione da fiaba per gli sventurati, qualche scena superata dalla realtà stessa in un quadro di sicuro impatto emotivo con storie che si sviluppano e intrecciano fra loro mescolando il bene e il male. E il nostro Ferraro che nulla lo turba e nulla lo infastidisce? Che non crede alla storia della livella perché siamo tutti diversi, anche nella morte? Si scioglierà, si scioglierà. Qualcosa alla fine si rompe nel suo petto davanti ad una bara. E si accorge di singhiozzare. Sempre di più.

L’incredibile viaggio di Todd Downing, Polillo 2014.
“Farà saltare in aria il treno?” “Sì, è stata questa la sua minaccia”. Mi è parso necessario avvertire qualcuno” si confida Saul King con Hugh Rennert, agente del tesoro americano in viaggio da Laredo a Città del Messico (per essere precisi è stata la moglie di S.K. a udire queste parole).
Il treno non salterà in aria ma il morto ammazzato salta fuori lo stesso dopo una lunga galleria ucciso con una iniezione ipodermica di nicotina (vedete un po’ come le studiano).
Sette i viaggiatori di una carrozza tra cui si nasconde l’assassino (lo dirà in seguito lo stesso Rennert che indaga): “King, Spahr, Radcott, il messicano dallo sguardo furtivo, l’uomo dai capelli grigi, l’individuo alto che aveva l’aria di un agricoltore e la signora vestita di taffetà nero che portava un anello al dito e le maniche coi polsini”. Avvoltoi che sembrano seguire il treno, costretto a fermarsi per un guasto alla macchina, a creare un clima lugubre e spettrale, una spilla da cravatta trovata, un tagliacarte sparito, una cappelliera che non è al suo posto e altri piccoli indizi sparsi qua e là.
Ancora: un secondo omicidio che avviene con le stesse modalità, l’isolamento della carrozza in cui si trovano i sospettati, delitto che si riallaccia a un altro delitto del passato, l’inquietudine e la paura che serpeggiano, la tensione in continuo aumento, anche per la presenza dei soldati sul treno che temono un attentato del movimento dei Cristeros ribelli al governo.
Scrittura precisa, accurata, personaggi credibili, colpo di scena finale ben assestato, e insomma un lavoro svolto con la bravura dell’artigiano di un tempo che fu.

Lui è Bill Scott. Lei è Eve, la stupenda moglie di un gangster di Miami. Sono scappati a Cuba e ora si trovano in un bar affollatissimo: “All’improvviso, lei mi si afflosciò davanti come uno zampillo d’acqua e giacque raggomitolata ai miei piedi”. Eve è stata uccisa con un lungo pugnale dall’impugnatura particolare: una scimmietta accoccolata che si porta le mani agli occhi. Ecco l’inizio di uno dei libri più belli che abbia mai letto. Anche se si tratta della terza (o quarta?) lettura di L’incubo nero di Cornell Woolrich, Il Giallo Mondadori 2008.
Per Bill si mettono male le cose. Tutto sembra congiurare contro di lui. L’altro pugnale che ha portato con sé (impugnatura diversa con solita scimmietta che si tappa le orecchie) sparito, il venditore che mente. Unica via di uscita la fuga che le prigioni cubane non sono noccioline. Corsa fra i vicoli, aiuto insperato di una donna (Mezzanotte). Salvezza, flash back del suo incontro con Eve. Piccola luce in un tunnel senza speranza. Ritrovare il fotografo che ha scattato una fotografia proprio nel momento in cui erano insieme al bar. Chissà, forse si può sperare di vedere chi ha pugnalato Eve. Ma il fotografo è stato rapito…
Trama semplice, essenziale. Descrizioni accurate delle strade, dei vicoli, dei locali, delle persone. Prosa sicura, creativa, scintillante. Capace di penetrare nei meandri della psicologia umana. Figure a tutto tondo. Vere, reali. Uomini e, soprattutto, donne (sulle “donne” di Woolrich si aprirebbe un capitolo a parte).
Si legge tutto d’un fiato. E a bocca spalancata (sarà dura recensire altri libri).

L’inferno alle porte di Bill Pronzini, Il Giallo Mondadori 2016.
“Oh, avrebbe scatenato l’inferno, senza dubbio. Un inferno allo stato puro”. Siamo a pagina 120 e l’inferno, Pete Balfour, brutto da far paura (piccolo, grassottello, bocca da pesce persico preso all’amo e scolatore indefesso di Jack Daniel’s) in parte l’ha già scatenato. Preso di mira da Ned Verriker con quella frase che lo nominava primo sindaco della Valle degli Stronzi (la battuta è sulla bocca di tutti gli abitanti della piccola città di Six Pines nella Sierra californiana), ha provocato un incendio alla sua casa dove è morta bruciata la moglie, mentre lui, maledizione, non c’era.
Ora studia un piano per farlo fuori che deve pagare le sue stupide prese in giro. Nel frattempo ha imprigionato Kerry Wade (poteva essere una testimone pericolosa), moglie dell’investigatore privato Bill che tenterà in ogni modo di ritrovarla con l’aiuto di Jake Runyon, collega di una sua agenzia investigativa a San Francisco. E con l’aiuto, poco collaborativo, del vicesceriffo Broxmeyer a corto di uomini e di budget. Tre personaggi che si alternano durante il racconto con le loro storie personali, fatte spesso di sofferenza: Pete, Kerry e Bill, vicenda di quest’ultimo svolta in prima persona.
Praticamente la Vendetta, la Ricerca e la Lotta per la liberazione. Dubbi. ripensamenti, domande, paura, assillo, movimento continuo e scontro che si intrecciano a formare palpiti di viva tensione. Traduttore Mauro Boncompagni e questo è già, di per sé, una sicurezza.

Sarò sincero. Questa volta niente titolo, niente copertina, niente informazioni dalla seconda o dalla quarta, niente recensioni o roba simile. Ad attirarmi verso libro è stato lo sconto del venticinque per cento che campeggiava bello vistoso in numeri neri su fondo giallo. Nelle scelte della vita ci sta pure questo. Parlo di L’infiltrato di Tommaso Capolicchio, Kowalski 2009. Altro elemento di attrattiva, peculiare della suddetta casa editrice, la copertina plastificata, leggera e flessibile che posso maramaldeggiare a mio piacimento.
Thriller psicologico e di azione. Fabio Giannona, agente speciale di una fantomatica organizzazione al di sopra di tutto e di tutti, viene mandato a Budapest per difendere una troupe di filmetti porno fatta oggetto di mortali attenzioni da parte di criminali che obbediscono ad una altrettanto fantomatica Dama Nera. Prima c’è il risveglio dal coma ma non spariscono sogni, incubi, e arriva pure il passato che riemerge piano piano con numerosi flash back fino alla riscoperta del vero se stesso.
Un guazzabuglio di sesso, amore, botte, scazzottate, pistolettate, ingenuità narrative e psicologiche. Con una prosa che scimmiotta un po’ quella di Chandler spesso ridondante e un pizzichino compiaciuta. Tutto si svolge come scontato, grigio, anonimo. Manca la vis, la presa diretta. Anche le azioni più drammatiche, interne ed esterne al protagonista, sembrano svuotarsi mano a mano che si va avanti, che si procede nella lettura. Il libro scorre ma non prende.
O meglio non mi ha preso che si tratta di una sensazione del tutto personale. Lo sconto non paga.

L’ira funesta di Paolo Roversi, Rizzoli 2013.
Avevo lasciato Paolo Roversi a Milano alle prese con il giornalista free lance Radeski con il suo vespone giallo e il Buk Labrador “dagli occhi liquidi” e me lo ritrovo ora in un paesino della Bassa a tirar su un nuovo personaggio, anzi, nuovi personaggi. Intanto il paesino è Piccola Russia governato da incalliti comunisti e composto da una Polisportiva (la Poli), la caserma dei carabinieri, l’ex cooperativa ora in disuso, la farmacia, il negozio di alimentari, un’osteria. Intorno “le fattorie, le porcilaie e i loghini dell’aperta campagna”. A vigilare su tutto il maestoso Po.
Qui abitano le classiche figure di paese che non si sono mosse di un passo insieme a quelle che ritornano dopo tanti anni dall’America o dalla Germania con le loro straordinarie esperienze e i loro mitici ricordi. Qui abitano soggetti strampalati come il Gaggina “un ragazzone di centotrenta chili, alto come un trattore” che va fuori di testa e mette in subbuglio il paese. E qui abita pure Omar Valdes, il comandante della stazione dei carabinieri (quattro in tutto) “carattere ruvido e di poche parole” con la passione spudorata per la pesca, specie del pesce siluro (vedi “Il male quotidiano” di Massimo Gardella, Guanda 2012), un mostro baffuto pesante anche più di cento chili. Finito lì, il Valdes, “per colpa di faccende vecchie e sepolte”, lui di Cagliari dove vivono l’anziana madre e la sorella. A questi si aggiunga una giornalista che fa le cose sul serio riguardo agli sbarchi e alla vita degli emigranti che arrivano su Lampedusa e come ricompensa viene spedita anche lei nella Bassa (mai dire la verità). Chiaro che nasce qualcosa di friccicarello con il nostro maresciallo che un po’ di situazioni ormoniche fanno sempre bene.
Quando il giallo arriva con l’assassinio di Giuanìn Penna (quello ritornato dall’America), sbudellato da una spada, l’imputato principale sarà il Gaggina che minaccia tutti con una katana da samurai e si è asserragliato in casa con due ostaggi (il giornalista e il regista di paese) e la nonna pluriottantenne prodiga dispensatrice, a suo tempo, di delizie amorose. Ma c’è qualcosa che non quadra in tutta la faccenda e allora si deve ricercare nel passato. È lì la chiave di volta per scoprire il movente di un delitto inatteso.
Questo noir un po’ serio, un po’ leggero, un po’ ironico, un po’ grottesco, un po’ pulp, un po’ sociale, si inserisce tra i prodotti genuini di quella banda di mascalzoni (vedi anche “Sugarpulp”) che hanno preso di mira la Bassa con le loro storie strampalate che divertono e a volte (non sempre) fanno riflettere più dei mallopponi seriosamente impegnati. La trama giallistica è fragiletta e risaputa (pure certi personaggi sono gli stessi da una vita) ma quello che conta è il tratteggiare un universo di paese fatto di rapporti consolidati dal tempo, di frizzi, lazzi, battute, prese per il culo, storie eclatanti rimaste nella memoria comune e che riemergono con l’evolversi della vicenda. E insomma il libro va letto con quello spirito goliardico con il quale è stato scritto. Altrimenti cambiate canale.

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