A ruota (gialla) libera – Uno sguardo al passato (2)

Rubrica di Fabio Lotti

Ogni tanto mi capita di leggere un libro. Un libro vero, come L’isola dei cacciatori di uccelli di Peter May, Einaudi 2012.
E mi capita di vedere racchiusa la sua storia in un’isola che raccoglie i segreti di una vita (per altre storie, pure diverse, vedere qui).
Questa volta trattasi di Lewis, al largo della costa occidentale della Scozia, “spazzata dal vento, dura e inospitale”. Qui, più precisamente nel villaggio di Crobost, avviene un delitto che presenta un modus operandi identico a quello scoperto da due ragazzini ad Edimburgo: un impiccato sbudellato. E qui, proprio nel suo paese natio, viene spedito ad indagare l’ispettore Finlay (Fin) Macleod che ben conosce la vittima. In depressione e fuori servizio da tempo per avere perso un figlio e con un matrimonio logoro che sta finendo.
È l’inizio di un percorso a ritroso nel tempo che lo porta a rivivere momenti importanti della sua vita e a ritrovare le persone della propria infanzia e giovinezza: soprattutto l’amico del cuore Artair e la bella Marsaili con la quale aveva avuto una storia, insieme ad altri compagni di strada.
Il primo elemento da sottolineare sono i ricordi espressi in prima persona. Ricordi vivi, veri, che si alternano alla vicenda presente in terza persona: la scuola, gli amici, la morte del padre e della madre, la vita con la zia, il massacro della guga, nome gaelico delle giovani sule che venivano cacciate ogni anno, la festa dei falò e del grosso copertone da bruciare, il bacio di Marsaili, l’influenza, lo spinello, gli esami per l’università, la lotta con il mare, il ricordo mostruoso…
In secondo luogo il tempo, potente e inesorabile che cambia le speranze “Tutti quei sogni infantili persi per sempre come le lacrime nella pioggia”, che trasforma le persone dentro e fuori. Ed è di una tristezza indicibile l’incontro di Fin con i vecchi amici così diversi anche nell’aspetto fisico.
Poi le cadute dell’uomo insieme alle sue riprese come la storia del pastore Donald Murray, i terribili segreti familiari, il problema della pedofilia, la critica alla caccia alla guga, e quella alle varie chiese protestanti sull’isola, tante, troppe, ognuna scissione della precedente “testimonianza dell’incapacità degli uomini di andare d’accordo con gli altri uomini”.
Lungo tutto il percorso la natura che si inserisce prepotente con la sua terra aspra, il suo cielo, il vento, le nubi, il mare possente fa venire in mente certe stesure paesaggistiche colme di risonanze tipiche degli scrittori scandinavi. Non c’è fatica di lettura perché il racconto è “voce” che viene su dai meandri dell’animo. Passioni che si incrociano, bugie, rancori, odio, vendetta, gli “incontri dolorosi con i fantasmi del passato”, un senso di impotenza e ineluttabilità che tutto avvolge. L’indagine vera e propria, con qualche sfilacciatura nella composizione, è lì da una parte che si fa piccola di fronte alla forza delle emozioni e concreta allo stesso tempo (vedi, per esempio, l’autopsia di Angus Wilson presentata nei minimi particolari) e spinge verso un finale coinvolgente ricco di azione e continue sorprese.
Ognuno di noi si identifica spesso con un libro intero o con una parte di esso. A fine lettura ho ripensato al mio paese dove ho vissuto per venti anni. Dove ho lasciato ricordi, amicizie, sentimenti, sogni e speranze. Ho ripensato un po’ alla mia vita e l’ho ripercorsa in un attimo.
Con infinita, struggente malinconia.

Di solito con una fava si prendono due piccioni ma con L’isola dei delitti di Agatha Christie, Hake Talbot e Roy Vickers, Il Giallo Mondadori 2008, se ne prendono addirittura tre: due romanzi ed un racconto. E a poco prezzo.
Di isole la nostra (e l’altrui) letteratura è piena. Di tutte le specie. Che sia quella del tesoro o misteriosa o di Arturo (grazie Morante) non importa. Sempre isola è. E di isole è pieno il giallo (inteso in senso lato). E qui ne abbiamo una riprova.
Più precisamente in Dieci piccoli indiani della divina Agatha. Un mito. Non sto a farla lunga. Otto persone che non si conoscono fra loro sono invitate a trascorrere l’estate in una villa di Nigger Island (ecco la nostra isola) non lontana dalle coste del Devon in Inghilterra. Qui trovano il maggiordomo e la cuoca ma non il padrone che manca per motivi poco chiari. Sopra il camino delle camere c’è la famosa filastrocca “Dieci poveri negretti…”. Infine una voce registrata su un disco accusa tutti di essere degli assassini impuniti. E da qui inizia l’altrettanto famosa sequenza di morti.
L’isola “A nord ovest, verso la costa, le rocce piombavano a picco sul mare, con la superficie perfettamente liscia. Sul resto dell’isola, non c’erano alberi e c’era ben poco che potesse servire da riparo”. “Un mondo, forse, dal quale non si poteva tornare indietro” scrive la Christie. Se a questo si aggiunge lo scoppio di una tempesta…
Continuiamo con Terrore nell’isola di Hake Talbot. E anche in questo caso si fa presto perché è un classico ben conosciuto. E dunque c’è Nancy che si sveglia e non si ricorda di niente. O meglio si ricorda di essere nella casa di Frant, il padrone, ma che gli ospiti ed i domestici sono tutti scomparsi. E allora incomincia a cercarli insieme a Rogan Kincaid, una vecchia conoscenza apparsa improvvisamente. Inizio alla grande. Il problema è che Frant è morto dopo una maledizione del fratello Evan. Così in un secondo. Nascono i dubbi. Morto per la maledizione o avvelenato? E in che modo può essere stato avvelenato? E perché non pensare al suicidio? Ma il corpo del morto al quale è stata tolta la pelle dei polpastrelli è proprio quello di Frant? E perché è in evidente stato di putrefazione? E così di seguito fino allo spappolamento del cervello del lettore.
Sull’isola chiamata Kraken, non c’è molto da dire. A parte il fatto che il nome si riferisce all’antica leggenda di un mostro enorme che poteva ingoiare navi per intero e trascinarle nella sua tana (e già questo non tranquillizza affatto). Ha un “profilo bizzarramente roccioso contro la linea bassa della costa, distante meno di mezzo chilometro”. E fuori infuria il solito uragano…
E così si passa al lungo racconto di Roy Vickers L’unico superstite che ricalca un po’ il romanzo dell’Agatha con l’eccezione del naufragio. Sempre su un’isola, si capisce. Chi racconta la storia attraverso un “affidavit” è il prof. William Edward Clovering. Il naufragio è della Marigonda con carico e cinquanta passeggeri provenienti dal Capo di Buona Speranza e diretti a Londra. Si salvano sette uomini su una scialuppa e, come era già capitato al nostro Robinson Crusoe, possono ricavare da vivere per un bel po’ attraverso carico di viveri e attrezzi tratti dalla Marigonda non completamente affondata.
Si salvano per modo di dire che uno dopo l’altro ci lasciano le penne, colpiti in testa da un arnese che può benissimo essere un martello. Angoscia, paura, sospetto. Chi è l’assassino? Uno di loro o un estraneo che si aggira sull’isola?
La quale isola è a forma di triangolo scaleno, piccola ma scorbutica, nel senso che ha i lati più o meno scoscesi sul mare, vasche di cemento in rovina, un massone alto tre metri detto il “Bernoccolo” e macigni e crateri a volontà. Insomma un’isola “orribile” a detta del nostro illustratore. Che può tranquillamente nascondere un selvaggio…
Alla fine del discorso un fatto è certo. L’isola, almeno nella fantasia letteraria, porta davvero sfiga!
Bruciate i cassetti!

Lo abbiamo già visto con L’isola dei delitti pubblicato dalla Mondadori che mica c’è da fidarsi troppo delle isole. Specialmente se sono piccole, ricche di rocce e di anfratti, battute da forti venti e impietosi uragani. Va a finire che ci scappa il morto o una sequela di morti da perdere il conto.
Di tutt’altro stampo, invece, L’isola. Una storia misteriosa di Charlotte Link, Corbaccio 2008. Niente ventacci, niente tempeste, niente nebbie o cieli grigi e mari in burrasca. L’isola di Sylt, che fa parte delle Frisone, propaggine più settentrionale della Germania, è un vero paradiso naturale con sole a volontà e paesaggi da strappare il classico urlo di gioia. Ad essere sinceri non sempre che qualche volta spira “un vento fresco, piuttosto freddino per una notte d’agosto” e il sole è coperto dalle nuvole. Ma insomma rispetto alle precedenti un vero bigiù.
Il protagonista, che racconta la storia in prima persona, ha nei suoi confronti sentimenti contrastanti. Attratto dal profumo del vento, dalle onde del mare del Nord, dalle case con i tetti di paglia, dai muretti bassi che delimitano le proprietà, dalle rose selvatiche e dalle passeggiate lungo la spiaggia bagnata. Ma anche irritato dalla ostentazione di ricchezza dei suoi frequentatori. Qui è venuto con la sua compagna Clara innamorata perdutamente dell’isola (è lei che ogni anno insiste per andarci) a trascorrere le vacanze. Ma Clara ad un certo punto scompare, attratta (secondo lui) da un “vecchio pancione” pieno di grana che le ha fatto la corte ed ora si trova certamente a Parigi…
E qui inizia un vero e proprio scandaglio nei sentimenti e nelle elucubrazioni del protagonista (di cui non è detto il nome) tutto teso a sviscerare il suo rapporto con Clara, a metterne in luce i suoi lati positivi e negativi, a cercare una risposta alla sua fuga. Con classico finale a sorpresa (non troppo per i lettori più smaliziati).
Libretto agile di ottanta pagine con illustrazioni del mare di Horst Meyer. Da leggersi dopo il solito Malloppone presuntuoso.

L’istinto del sangue di Jean Christophe Grangé, Garzanti 2010.
Personaggio principale il giovane giudice istruttore di Nanterre Janne Korowa. Trentacinque anni, un metro e settanta, peso tra i cinquanta e i cinquantacinque chili, zitella, qualche amica, una serie di rapporti amorosi andati a male e dunque depressione, ricovero in ospedale e Lexomil come conforto. Storia attuale con il fotografo Thomas, praticamente un dongiovanni (glielo avevano detto) che fa girare le scatole. Tiene ad una certa eleganza anche se il conto in banca è zero, scarpe Prada e macchina Twingo. Suo ufficio al terzo piano del tribunale di primo grado in materia civile dove fa un caldo bestia (aridagliela), alle prese con giovani vittime del saturnismo (intossicazione di piombo) e con un importante traffico di armi.
Fino a quando arriva il “caso”, e cioè il cadavere della infermiera Marion Cantelau fatto praticamente a pezzi che le riporta alla mente lo scempio della sorellastra più grande Marie. Intorno alla scena del delitto impronte di piedi e mani nude e simboli sui muri dipinti con sangue mischiato all’ocra come quelli dei primitivi. Si aggiungono, da copione, altri morti ammazzati con lo stesso metodo simile ad un antico rituale. Le vittime sembrano collegate allo psicanalista Antoine Feraud che viene messo sotto controllo e dalle registrazioni si scopre la “particolarità” di un giovane paziente, forse autistico, che potrebbe essere l’assassino. Da qui dissertazioni sulla malattia, un excursus sulla storia dei popoli primitivi, il famoso “Totem e tabù” di Freud insieme agli assilli della nostra sulla vita, il suo innamoramento per Antoine, il dolore per la madre ricoverata in un istituto.
L’evolversi della vicenda la porta ad un lungo viaggio in Nicaragua, Guatemala e Argentina per terminare a Campo Alegre nella Foresta delle Anime. Storia di violenze politiche, di dittature, emozioni e paesaggi inquietanti, con un finale ricco di tensione, fuga, lotta, paura.
Un buon libro, da leggersi con calma, che svaria su diversi argomenti e ci riporta agli albori della nostra esistenza.

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