Le tre vedove – Cate Quinn

Cate Quinn
Le tre vedove
Einaudi Torino, 2021 (orig. 2020)
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir
Recensione di Valerio Calzolaio

Utah. Un autunno di poco tempo fa. Viene ucciso il bel venditore di macchine inscatolatrici Blake Nelson, occhi blu profondo e capelli biondo ramato (quasi rossi), lentigginoso, entusiasta del survivalismo, guardiano del Tempio; il cadavere è stato trovato nel deserto, tre dita in parte tagliate, ferite sull’inguine, forse anche strangolato sul greto di un fiumiciattolo dove si può magari pescare qualcosa. Ha tre mogli e ciascuna di loro potrebbe essere colpevole. Sono tutti mormoni, “santi dell’ultimo giorno”, con vari gradi di religiosità. Vivevano in un ranch isolato, senza campo per i cellulari, a più di centocinquanta chilometri da cittadine sparse e da Salt Lake City: pulita casetta di legno, bagno esterno, baracche decrepite, orticello lasciato a metà, magazzino granaio e, sul retro, il vecchio fienile dove dormivano (due letti singoli e uno matrimoniale per il marito e la prescelta di ogni notte). La trentenne Rachel è la prima moglie, la più anziana, capelli biondi cotonati, reticente, obbediente e sottomessa, sposati da circa sei anni. La 19enne Emily è la seconda, snella, bugiarda, occhi verdi azzurri e capelli chiari, sposati da quattro. Tina Keidis è la terza, cresciuta in affido, in passato tossicodipendente a Las Vegas, lunghi capelli neri e grandi occhi castani, pelle scura, formosa, schietta, arrivata da meno tempo. Indaga subito con parziale insuccesso la bella attenta detective Brewer, capelli castani e occhi ambra. Poi anche il bel detective Carlson, che già si era occupato di sette in precedenza. I matrimoni poligamici sono illegali in quella Chiesa dal 1904, i mormoni non approvano caffeina tabacco alcol, i fedeli non tolgono mai indumenti intimi sacri di spesso nylon e tengono in casa conserve e rifornimenti utili per anni in caso di (quasi) fine del mondo, la faccenda risulta decisamente complicata. La morte della e nella famiglia è questione di diffusione planetaria.

La giovane giornalista inglese Catherine Cate Quinn scrive di viaggi e costume per The Times, The Guardian e The Mirror; dopo vari romanzi storici, esordisce ottimamente in un giallo noir di raffinata ricostruita ambientazione americana. Ci fa subito capire come le tre protagoniste non potessero proprio andare d’accordo nel ménage familiare mormonista, modellate e fossilizzate in ruoli decisi dal maschio, reciprocamente fastidiosi e poco sopportabili (se non con antidepressivi): una mielosa cuoca in cucina, un’adolescente timida cameriera in salotto, una servile fascinosa puttana in camera da letto. Si sospettano a vicenda e sono tutte davvero sospettabili, separatamente e successivamente indagate dai poliziotti. Via via emergono particolari scabrosi, del resto l’ottima narrazione è in prima persona varia, le tre raccontano al presente il proprio punto di vista con acume e sensibilità femminili, tutte a loro modo molto vulnerabili. Rachel aveva traumatici trascorsi infantili e adolescenziali in una crudele setta religiosa al confine col Nevada (con clinica illegale e cimitero segreto) e ferite ancora aperte. Emily ha tendenze autopunitive, anche fisicamente. Tina si prostituiva per la droga ed è avvezza a giochetti erotici. E presentano pure inevitabili stranezze i genitori, i fratelli e le sorelle del loro marito (che stava tramando misteriosi progetti immobiliari), una famiglia d’origine danese. In tanti, in quell’America profonda e isolata, crescevano da generazioni con una dieta a base d’ignoranza e idee folli, giungendo all’adolescenza nemmeno in grado di leggere e scrivere: l’autrice lo descrive molto bene nel romanzo, meglio ricordarselo ogni tanto. Ne vien fuori una perfetta storia di “anormalità” dentro civili comunità umane (a noi ignote ed estranee) con i nostri stessi problemi di sopravvivenza, riproduzione, salute, sentimenti.

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