Nero come il sangue – Lucarelli e Picozzi

Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi
Nero come il sangue
Solferino, 2021
Recensione di Patrizia Debicke

Il primo fu Caino. Ma perché si uccide? Cosa fa scattare quell’insopprimibile e irrefrenabile voglia di uccidere?
Sul’Enciclopedia Treccani quella voglia viene definita “OMICIDIO (lat. omicidium). – Nel linguaggio giuridico e nel linguaggio comune omicidio non è l’uccisione di un uomo, in qualsiasi modo avvenuta, bensì l’uccisione di un uomo causata dal fatto antigiuridico, volontario o colposo, di un altro uomo”. Con la precisazione che “L’omicidio volontario è sempre stato presso ogni popolo e in ogni epoca considerato come delitto, anche se non è sempre stato punito in modo uniforme, anche se non sempre la repressione fu statale, né sempre per via diretta. Notevolmente diverse nel tempo e nello spazio appaiono inoltre le circostanze di aggravamento, di diminuzione o di scusa”.
Ma senza allargarsi a metodologia, giustificazioni e a una diversa etica che ha praticato diversi usi, costumi e pene nel corso dei millenni, i nostri due autori hanno ristretto il campo alla “Storia dell’omicidio dalla rivoluzione francese ai giorni nostri”. Insomma da quando Madame la Guillotine si mise all’opera. Un viaggio di due secoli per scoprire cosa ci sia dietro al bisogno di uccidere.
A farci da guida, in questo pseudo inferno semidantesco, Carlo Lucarelli, scrittore, sceneggiatore e conduttore televisivo, e Massimo Picozzi, psichiatra, criminologo e consulente delle forze dell’ordine, mentre gli omicidi si impadroniscono del palcoscenico con il loro macabro corteo di follia, sadica perversione, odio, insana passione, gelosia, tornaconto e magari sadico piacere.
Delitti commessi in ogni modo: con proiettili, lame e veleni o persino a mani nude da temibili personaggi messi in fila a recitare sulla stessa scena, quella del crimine. Una giostra mortale, un carosello che continua a girare esibendo assassini e vittime, agenti di polizia e legali, scienziati e giudici. Un immenso quadro vivente che dal giallo si volge al nero. E, visto che il titolo del romanzo di Lucarelli e Picozzi è Nero come il sangue, da rompiscatole quale sono mi sono detta: “anche se in questo caso il concetto è stato con ogni evidenza usato metaforicamente per parlare di delitti, voglio spiegare come anche nella realtà il sangue da rosso possa diventare nero”. Succede quando il sangue che non circola più all’interno di un corpo diventa deossigenato, mutando il suo colore da rosso fino a diventare talmente scuro da sembrare nero.
Quindi, con un doppiamente Nero come il sangue, abbiamo un libro, quasi un’antologia, e un podcast di 20 episodi che, a richiesta, sono disponibili su Aubile.
Un carosello di omicidi “esemplari”, in grado di garantire una trama e dei colpi di scena tipici del giallo.
Dai delitti più feroci, quali quelli di William Burke e William Hare, a quelli perversi e inquietanti di Antonio Boggia, a quelli spietati per puro movente economico di Henri Désiré Landru. Dalla strage londinese di prostitute, attribuita al tuttora sconosciuto Jack lo Squartatore, passiamo agli italianissimi delitti passionali, come la storia di Giulia Trigona e Vincenzo Paternò.
Ogni crimine è unico, ci sono casi in cui la spinta a uccidere ha tratto origine da dinamiche personali, più o meno comprensibili, più o meno folli.
Forse la noia ha suggerito il perverso gioco mortale di Leopold e Loeb, mentre l’interesse materiale, i soldi, il riscatto, sarebbero stati dietro al tragico rapimento di Baby Lindbergh.
Alcuni omicidi più di altri hanno segnato un’epoca: la strage della Family di Charles Manson, il complesso pasticcio politico intorno alla morte di Wilma Montesi. Per non parlare di celebri casi moderni che vanno da Angelo Izzo e i mostri del Circeo alla strenua convinzione di impunibilità di O.J. Simpson fino alla viziata “stizza” della moglie che volle la morte di Maurizio Gucci. E i dubbi duri a morire legati all’omicidio Versace, alle esplosioni mortali di Ted Kaczynski e a quelle dell’emulatore veneto, l’anonimo Unabomber nostrano.
Tanti episodi che passano minuziosamente in rassegna sfumature e dettagli di alcuni delitti della storia, ricostruendone il contesto, i moventi, e le dinamiche. Tutti hanno un punto in comune: un elemento di casualità. E tutti dimostrano che l’immagine mediatica di un assassinio, anche con lo scorrere del tempo, è sempre di moda e continua a fare audience. C’è poca differenza tra le feroci cronache dei briganti, come venivano narrate dai cantastorie, e l’attuale verbosa retorica di un talk show televisivo.
Complimenti: libro stuzzicante e godibile. Poi, sapendo che Lucarelli e Picozzi sono pericolosissimi “narratori seriali”, non mi resta che dire “alla prossima”.

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