I margini e il dettato – Elena Ferrante

Elena Ferrante
I margini e il dettato
Edizioni e/o Roma, 2021
Letteratura
Recensione di Valerio Calzolaio

Napoli. 1992-2021. Trent’anni di Elena Ferrante, chiunque sia! L’amore molesto uscì nel 1992 ma l’autrice scriveva da molto prima, dai tempi della scuola, come tante e tanti. I suoi primi ricordi di scrittura hanno a che fare con i quaderni delle elementari. Erano diversi da quelli di oggi (come ai miei tempi, all’incirca). Avevano righe nere orizzontali, tracciate in modo da delimitare spazi di diversa misura, dalla prima alla quinta i segmenti si riducevano, visto che la mano avrebbe dovuto sempre più disciplinarsi a tenere allineate lettere piccole e tonde, possibilmente in corsivo. A delimitare il foglio bianco c’erano anche due righe rosse verticali, una a sinistra, una a destra: occorreva iniziare continuare finire dentro, lasciando intonsi i bordi, disciplinando le andate a capo e l’ordine della pagina intera (ora con il computer si fa più o meno lo stesso, si progetta la pagina come la si vorrà vedere, si stabiliscono i caratteri e i parametri del paragrafo). Scrivere era muoversi all’interno di quelle righe, vergare le parole di un dettato entro quei margini. Ciò dava soddisfazione e, al contempo, segnalava una perdita, uno sciupio, un desiderio di sregolatezza. Per tutta la sua vita di scrittrice Elena Ferrante ha sofferto e goduto di entrambe le modalità di scrittura: l’acquiescente e l’impetuosa. Si è sentita una voce di donna sempre sballottata fra la consueta scrittura ben calibrata e tranquilla e un’altra che irrompe di rado, refrattaria a generi e punteggiature. In realtà, non sono separate: la prima ha dentro di sé la seconda, pazientemente attende di esserne svirgolata, grazie al continuo frastuono ordinato-disordinato in cui è immerso il nostro io fatto esclusivamente di parole. Scrivere è divenuto disporre frammenti in un incastro e aspettare di scombinarlo: la propria bella scrittura diventa (più) bella quando perde la sua armonia e acquista la forza disperata del brutto.

Su Wikipedia il luogo e la data di nascita di Elena Ferrante sono: Napoli, 5 aprile 1943. Perché no? Sul luogo i dubbi sono pochi, almeno come contesto d’infanzia e adolescenza, napoletano di fatto e diritto. Per l’anagrafe, invece, resta più ferma la data del 1992, quando uscì L’amore molesto, il primo romanzo con quel nome e cognome autorale. Da allora è una figura pubblica, incontrata da tanti in vari luoghi (a Napoli e non solo) con età e aspetto di sapiens in carne e ossa, conosciuta da molti più come autrice di bellissime narrazioni, basta e avanza. È con questo ruolo che rilascia interviste a distanza, subisce ricerche identitarie, paga comunque le tasse, esprime opinioni da stampare, collabora con quotidiani e riviste, continua a editare testi, risultando da tempo probabilmente la più brava scrittrice italiana, certo quella di maggior meritato successo, nazionale e internazionale. I suoi romanzi sono ruvidi e trasudano lividi, slabbrature, smargini. Narra meravigliosamente in prima, un continuo flusso di coscienza momentanea e retrospettiva, turbamenti e dolori arruffati e senza redenzione. Li ho recensiti tutti, dopo una lettura a tratti mesta e voluttuosa, a tratti lieve e ironica. Il Centro Internazionale di Studi Umanistici “Umberto Eco” le chiese di preparare tre lezioni da tenere all’Università di Bologna nell’autunno 2020, lei scrisse “La pena e la penna” (l’autrice prima di Elena, in genere in terza persona), “Acquamarina” (Ferrante in prima fino alle riflessioni per la quadrilogia dell’Amica geniale, iniziata nel 2011), “Storie, Io” (l’ultimo decennio). La pandemia ha reso impossibile rispettare tempi e modi. A metà novembre 2021 l’attrice Manuela Mandracchia ha portato ottimamente in scena, nei panni di Elena Ferrante, i tre testi al Teatro Arena del Sole di Bologna ed è uscito lo splendido volumetto cartaceo che contiene anche il saggio “La costola di Dante”, letto il 29 aprile 2021 dalla studiosa Tiziana de Rogatis all’interno di un convegno dantesco. Imperdibile.

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