Il talento del cappellano – Cristina Cassar Scalia

Cristina Cassar Scalia
Il talento del cappellano
Einaudi Torino, 2021
Giallo
Recensione di Valerio Calzolaio

Catania. 26 dicembre 2016 – 3 gennaio 2017. Nevica. Nunzio Scimemi ha paura di essersi scordato una finestra aperta nelle stanze d’ingresso del vecchio magnifico albergo in ristrutturazione, il Grand Hotel della Montagna. Alle tre del mattino, reduci da festeggiamenti, convince la fidanzata 60enne Tanuzza (una vedova, stanno insieme da tre anni) che deve tornare un attimo al cantiere isolato di cui fa il custode, si trova su una strada che porta in cima all’Etna. Scendono dalla Panda 4×4, lei resta dietro al bancone, lui sente uno spiffero nel salone, entra e vede un finestrone socchiuso, poi con la torcia illumina il cadavere di una donna sul pavimento. Richiudono la porta, scappano fuori di corsa, si chiudono tremanti in auto e chiamano i poliziotti, che arrivano ma non trovano più niente: una pozza d’acqua davanti al caminetto, nessun corpo o impronta o traccia di sangue. Raggiungono al telefono il vicequestore aggiunto Giovanna Vanina Guarrasi, che si trova a Palermo per le feste, con la sorella a casa della madre e del suo ottimo secondo sposo. Vanina recupera la Mini bianca, va a salutare il caro Paolo Malfitano, magistrato alla Dda nonché ex compagno lasciato quattro anni prima e da qualche mese riapparso con turbamenti e passioni, e se ne torna subito a Catania, a fatica, c’è un gran traffico. Che l’indagine abbia inizio, la sua squadra l’aspetta al completo, sia carusi che veterani (compreso Patanè in pensione). C’è una sola denuncia di scomparsa, riguarda Azzurra Leonardi, bella e brava pediatra 41enne in servizio al Policlinico, l’ha sporta il marito separato. S’avviano ricerche, verifiche, interrogatori, finché il giorno dopo vengono trovati due cadaveri al cimitero di Santo Stefano, quello della donna insieme a quello di monsignor Antonino Murgo, un sacerdote sessantenne di Acireale, già cappellano di Sua Santità, entrambi strangolati (forse in luoghi e momenti diversi), ora adagiati insieme e uniti da un nastro rosso e da altri addobbi. Da chi? Perché?

La medica oftalmologa Cristina Cassar Scalia (Noto, 1977) continua a scrivere bei gialli, siamo al quinto ben congegnato romanzo dedicato a Vanina, ogni avventura ambientata a circa un mese di distanza l’una dall’altra, questa volta a cavallo tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017. La narrazione è in terza varia al passato, perlopiù sulla protagonista, oppure sugli altri investigatori. Lo stile appare simpatico, scorrevole, colto e attento alle parole, incistato là alle pendici della muntagna, dell’Etna (per quanto la protagonista sia originaria di Palermo e lì mantenga legami). Il titolo fa riferimento all’empatia e al carisma emanati dal talentuoso ucciso, giustamente stimato come uomo di fede ed educazione (fra gli scout, oltretutto). Non erano brutte persone. Trovare movente e occasioni degli omicidi non è affatto semplice, le piste latitano come i possibili colpevoli: fortunatamente Patanè e Guarrasi pensano all’unisono e lentamente arrivano alla stessa conclusione da strade diverse e parallele, entrambe avvincenti. Tutti gli altri personaggi sono diventati ormai di casa, sia nella vita poliziesca che nella vita personale di Vanina, cinefila, dipendente pure da sigarette e cioccolato fondente. Le turbolente descrizioni del guazzabuglio affettivo e professionale (l’attrazione per un medico gentile, la gravidanza di Giuli, i ricordi del padre ucciso dalla mafia e il richiamo del capoluogo regionale, le dinamiche in Questura e la ricerca del covo di un importante latitante) risultano efficacemente parte dell’indagine, “gialle” tanto quanto la trama. La vicina garantisce cibo di qualità, lei non saprebbe dove mettere le mani, pur se gusto e appetito non mancano (anche nei confronti del vino rosso). Nella playlist dell’auto questa volta all’inizio seleziona Vasco; poi spesso alle canzoni di parole preferisce i Brahms, Paganini e Bach del maestro Escher.

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