Testimoni sepolti – Michele Rondelli

Michele Rondelli
Testimoni sepolti
Ianieri edizioni, 2022
Recensione e intervista di Roberto Mistretta

Esordio letterario per Michele Rondelli, blogger di lunga esperienza e docente liceale, che ha pescato nella storia della sua terra, l’agrigentina Casteltermini, ricca di pirrere, le miniere di zolfo, per romanzare una tragedia del passato che costò la vita a ottantanove minatori e il ferimento di altri trentaquattro. Era il 4 luglio del 1916 quando una fuga di grisou venne a contatto con le lampade a fiamma dei surfarari e provocò l’ennesimo scoppio in quelle viscere da cui undici giorni dopo riemerse Vincenzo Butera, un ragazzino che scavò con le mani per aprirsi la via della salvezza. Di lui parla lo storico Francesco Lo Bue nel suo “Uomini e fatti di Casteltermini nella storia moderna e contemporanea”. Una tragedia di cui si custodiscono gli atti nelle sentenze dei tribunali.
Rondelli romanza quel contesto, calando i suoi personaggi nell’immaginaria (ma non troppo) Calarmena. A raccontare e a condurci per mano nella Sicilia del secolo scorso sarà il giornalista Ruggero De Robertis che dovrà decifrare la chiave dei delitti in cui si imbatte.
Il romanzo si avvale della prefazione del noto regista Michele Guardì: “Michele Rondelli, con stile moderno e inconsueto, costruisce il suo intrigante romanzo. Che tra dubbi, sospetti e faide misteriose, si allarga su uno scenario di delitti a incastro”.

Abbiamo intervistato l’autore.

Come è nata l’idea di questa storia?
L’idea di scrivere su questa storia nasce dalla necessità, oserei dire l’urgenza, di farla conoscere. Si tratta del più grave disastro minerario dell’Italia post unitaria: 89 morti in miniera forse a causa della negligenza altrui, forse per un caso fortuito. A fare da contraltare di speranza la sopravvivenza di Vincenzo Butera, unico sopravvissuto, la cui testimonianza pone però inquietanti interrogativi.

Quanto è importante saper dosare la verità storica in una trama romanzata?
Quando si scrive un romanzo, partendo da un fatto accaduto realmente, ci si trova, volenti o nolenti, a dovere cercare un bilancio tra storia e fiction. Io ho adottato un metodo molto semplice: negli aspetti più controversi mi sono ancorato fortemente alla realtà, il sopravvissuto e gli 89 morti. Man mano che mi allontanavo dai fatti storici, ho dato sempre più spazio alla fantasia, facendo in modo che il romanzo si alleggerisse arricchendosi di altri poli d’interesse: i primi vagiti della mafia rurale, le storie personali dei personaggi, il ruolo dell’intellettuale, specie s’è donna, in quel periodo, storie d’amore e tanti altri elementi.

Quale la difficoltà maggiore della gestione della sua opera che ha incontrato?
La prima difficoltà è stata nel gestire la mia inesperienza: la tendenza a spiegare tutto al lettore, cosiddetta infodump; ho fatto poi una gran confusione con i nomi, creando una selva di personaggi omonimi; anche la gestione del punto di vista mi ha creato non pochi problemi. A risolvere tutte le incertezze hanno pensato i miei editor, Raffaella Catalano e Giacomo Cacciatore, direttori della collana Le dalie nere di Ianieri edizioni, che con pazienza e sapienza mi hanno guidato lungo tutto il percorso di editing.

Quanto di suo come autore ha trasferito nei vari personaggi?
Nei personaggi ho trasferito gran parte del mio mondo. Per me scrivere significa aprire la porta d’ingresso per quel mondo che è nascosto dentro di me. Alcuni personaggi hanno la mia stessa passione per i libri, altri la mia fobia per i luoghi chiusi e bui, altri incarnano le mie frustrazioni e i miei sogni. Ma, come già detto per il bilancio tra storia e fiction, mi sono sforzato di non fare di ogni personaggio me stesso.

Quale lettore ideale immaginavi mentre scrivevi?
I miei lettori ideali sono i miei alunni, mi capita spesso di pensare a loro quando scrivo. Questo non significa che ho scritto un libro per ragazzi, anzi gli argomenti sono “tosti”, ma io ho fiducia nelle nuove generazioni, mi ci confronto tutti i giorni, per questo spero di riuscire a suscitare in loro la passione per la verità e la giustizia.

Cosa ci insegna la storia della tragedia mineraria di Cozzo Disi?
Ci insegna a conservare la memoria. Testimoni sepolti, anche se è ambientato nel 1916, è molto attuale. Ci ricorda che quando si abbassa il livello della sicurezza, il posto di lavoro diventa un pericoloso inferno, le tanti morti bianche che falcidiano l’Italia lo dimostrano. Ci avverte che nel mondo ci sono ancora tanti bambini sfruttati, che in tenera età sono costretti a lavorare in miniera, a vivere di percosse e stenti. Ci rammenta che in ogni occasione l’uomo deve essere considerato il fine e mai il mezzo.

Che cosa significa per uno scrittore di Casteltermini avere raccontato questa tragedia seppure sotto forma di romanzo storico-sociale?
Io sono innamorato della mia gente, con la quale ho un rapporto viscerale. Questa tragedia andava raccontata per rispetto verso la mia gente, verso quella povera moltitudine che nelle viscere della terra ha sofferto le pene dell’inferno per portare a casa un pezzo di pane, si è ammalata ed è morta. Spero che il mio romanzo sulla tragedia di Cozzo Disi contribuisca a conservare e allargare la conoscenza e la memoria di quei fatti.

Dopo quest’esordio con un editore nazionale, sta lavorando ad altri progetti?
L’esordio con un editore nazionale, Mario Ianieri, è la realizzazione di un sogno, la conferma che c’è la possibilità di essere un figlio legittimo di quel mondo che io amo: il mondo dei libri. Al momento mi godo la promozione di questo romanzo e le belle sensazioni che ne derivano. Sto scrivendo, scrivo e leggo come gesto d’amore verso me stesso. Sono alle prese con nuovo romanzo, ma il progetto è ancora a uno stato troppo embrionale per poterne parlare.

Testimoni sepolti sarà presentato in anteprima nazionale il prossimo 21 aprile a Casteltermini

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