Lupi e agnelli di Diego Giordano

E poi arrivano quei libri strani, totalmente inaspettati, e solo per caso ricolleghi che il nome sulla copertina è tra i tuoi contatti di FaceBook (ma non per caso, vi siete effettivamente incontrati dal vivo) e però non ti ha subissata di richieste, notizie, inviti. Badate: so benissimo che FB per molti di noi è strumento di promozione, alcuni lo usano con discrezione, moltissimi ne abusano, qualcuno non ci pensa proprio. Quindi nella borsa del mare ho infilato questo Lupi e agnelli (Todaro, 2012) di Diego Giordano chiedendomi “Chissà cosa ha scritto l’avvocato”.
Complice una giornata particolarmente tranquilla, l’ho iniziato e finito. Con molta soddisfazione. Lupi e agnelli è un poliziesco ambientato in Calabria, a Vibo Valenzia. La morte di un prelato molto vicino al Vaticano è l’occasione, per il commissario Danderani e i suoi uomini, di indagare a fondo su una vecchia storia di cui non sospettavano neanche l’esistenza. Molti personaggi ben costruiti, trama articolata che per una volta non scava nel tessuto criminal-culturale calabrese ma indaga un fenomeno nuovo e per molti versi nascosto. Alla squadra di Danderani si affiancano la dottoressa Corneli e un investigatore inviato dal Vaticano. Personaggi minori azzeccati, riflessioni significative, descrizioni dettagliate e accurate.
Insomma, per essere praticamente un esordiente, Diego Giordano mi ha positivamente colpita.

AB – Che genesi ha Lupi e agnelli ? Quanto tempo è rimasto nella tua testa, quanto nel cassetto?
DG – Sinceramente, proprio non la ricordo, la genesi di Lupi e agnelli. Rammento che ho cominciato a pensare a un’organizzazione criminale di rango internazionale. Però non mi interessava tanto descrivere i suoi meccanismi di azione, i delitti, i responsabili. Volevo soprattutto capire le connessioni che una criminalità ad altissimo livello può intessere con i meccanismi istituzionali. Credo che uno dei più gravi problemi delle grandi civiltà burocratiche sia proprio che, molto spesso, fatti che sicuramente avrebbero rilevanza penale, riescono invece a essere travestiti da azioni, provvedimenti, formalmente del tutto legittimi, contro i quali non si può fare niente, nessun Giudice può intervenire. E poi, mi interessava l’assoluta indifferenza verso la persona umana, che diventa merce di scambio, come se fosse un oggetto. Una specie di rivisitazione moderna di quella che è stata chiamata la “banalità del male” in relazione alla tragedia della Shoah. Alla fine, si è aggiunto, ed è stata la naturale conseguenza delle meditazioni, il problema del “se” del rispetto della legge, della convenzionalità della legge statale rispetto a valori etici che forse sono molto, molto più importanti.
Nella testa, il romanzo c’è rimasto poco. Un anno, mi sembra. Il difficile, difficilissimo, è venuto dopo: farsi pubblicare. Per fortuna, alla fine, ho incontrato Veronica Todaro e Tecla Dozio. Veronica è una delle poche signore rimaste in circolazione. Per lei, non era assolutamente importante che io fossi un autore pressoché inesistente, una firma che non c’era. E di tutto si è occupata, ma non dei contenuti del libro. Lo stesso ha fatto l’effervescente Tecla Dozio, la Fernanda Pivano del giallo italiano, che ha creduto in me malgrado, se posso dirlo, me stesso. Ha saputo vedere, al di là degli errori, delle imperfezioni, delle sviste, diciamo pure delle “cappellate”, che c’era qualcosa che, secondo lei – spero non si sia sbagliata – meritava di venire alla luce. Da quello che mi stanno dicendo i lettori che si mettono in contatto con me, credo che non si sia sbagliata. Naturalmente, io resto convinto del contrario.

AB – Sei nato a Roma e vivi a Roma. Come mai hai scelto di ambientare il romanzo a Vibo Valentia?
DG – Con Vibo ho un legame magico, cominciato per caso oltre quarant’anni fa, diciamo con una storia d’amore dell’adolescenza, una di quelle realtà “forti” che magari non sono importanti di per sé ma segnano per tutta la vita. Ed è una città che è tornata sempre, nella mia vita, nelle circostanze più impensabili, quando proprio non me l’aspettavo. Ad esempio quando il caso e null’altro ha voluto che, nel 1985, fossi mandato a Catanzaro, dopo aver vinto il concorso in Avvocatura. Oppure, come quando, nel 1990, tornato a Roma ormai da tre anni, io e mia moglie, che ci eravamo stancati della campagna, accettammo l’invito di una nostra amica ad andare per una volta in vacanza insieme a lei in Calabria, a Briatico. Scegliemmo l’appartamento da affittare sulla carta e senza conoscere nessuno. Da allora ci torniamo ogni estate: i nostri padroni di casa sono diventati parte della nostra famiglia, e viceversa. Abbiamo visto i loro figli crescere, diventare adulti, diventare professionisti, sposarsi, avere dei figli a loro volta. Una magia anche questa, o una specie di piccolo miracolo, se pensiamo al mondo d’oggi.

AB – Quale è stata la spinta a scrivere, e a scrivere un giallo?
DG – Ehm… Io, il mio primo libro – un giallo horror – l’ho scritto a nove anni. Si intitolava “Il mistero del Drago” ed era ambientato nel Luna Park dell’Eur, a Roma. Il commissario Danderani (ma forse era il padre dell’attuale) compare in un paio di romanzi che scrissi a dieci anni, dopo aver visto il Maigret di Gino Cervi in televisione. Poi la vita ha disposto diversamente… Quanto a pubblicazione, ovviamente. La realtà è che si scrive, si dipinge, si canta perché c’è il bisogno di farlo. Esattamente come si mangia perché c’è il bisogno di mangiare.

AB – In che modo ti sei documentato?
DG – In gran parte è stata la mia esperienza professionale a suggerirmi domande e risposte, soprattutto per il mondo della burocrazia. Per quanto riguarda i servizi di assistenza sociale – e qui chiarisco, se mai ce ne fosse bisogno, che la scelta di ambientare i fatti a Vibo è unicamente una finzione letteraria – li ho presi dalla mia esperienza per così dire para-professionale nell’ambito di una vicenda familiare, non personale per fortuna, che ho dovuto affrontare. Ho visto cose inaccettabili in una società civile. La giustizia minorile, così come è strutturata, non può funzionare. È proprio la giurisdizionalizzazione del conflitto genitoriale in sede di affidamento dei minori, la cui soluzione dovrebbe essere affidata come regola a professionisti in grado di gestire e non giudicare il conflitto, a creare i primi danni. Subito dopo, sono i modelli giudiziari adottati dal legislatore, privi della regola del necessario contraddittorio, a crearne di altri. A ciò si aggiungono inefficienze delle strutture giudiziarie e amministrative, pressappochismo, incompetenze professionali e non ultimo un ruolo esercitato a volte come potere sovrano e assoluto. Certi assistenti sociali credono di essere, e in concreto lo diventano, i padroni despoti della coppia e dei minori. In un attimo possono decidere, con un bagaglio culturale e professionale che, se posso permettermi, in certi casi è realmente modesto ed è privo perfino di buon senso, che un bambino o una bambina non rivedranno mai più i genitori. Dopo dieci, venti, trent’anni, quei genitori biologici non saranno più nessuno per quei bambini e le protesi artificiali che erano state date a questi ultimi solo raramente saranno riuscite a colmare il vuoto, che sarà invece una ferita aperta per sempre.

Un’amministrazione mediocre, che tira a campare. Salva qualche eccezione, dentro ci sta gente che alle spalle ha solo meriti elettorali o concorsi di comodo. Gente che passa la vita a cercare il modo di lavorare meno possibile. Siamo nella burocrazia dell’ignavia, della poca voglia di lavorare, del piccolo favore personale. (pagina 67)
AB – La frase del romanzo che ho riportato, è un tuo parere personale?
DG – No, un mio giudizio con trent’anni di minuziosa esperienza verso la pubblica amministrazione. Per fortuna, però, riguarda, trasversalmente, solo certe realtà terrificanti che sono stato costretto a frequentare. In realtà, il mondo della burocrazia pubblica italiana è molto più composito di quello che si pensa e che accuse, diciamolo pure, qualunquistiche perché generalizzate, possono far immaginare. Debbo dirlo, perché altrimenti mi sentirei di mancare all’obbligo di verità: oggi ci sono amministrazioni molto, molto efficienti, e funzionari, dipendenti, molto, molto capaci e competenti. È una favola quella che vuole il pubblico impiego composto nella quasi totalità di strutture inefficienti e di gente che non lavora prendendo lo stipendio a sbafo. La mia è una notazione, diciamo così, orizzontale, non riguarda soltanto le grandi o le piccole amministrazioni, il Nord o il Sud. Penso all’Arma dei Carabinieri, ad esempio, dove conosco gente straordinaria, e che ha una formazione professionale e umana elevatissima, dove esiste una trasmissione della tradizione militare e amministrativa di prim’ordine, ma anche alla Polizia di Stato, almeno per quanto riguarda i vertici e i quadri intermedi, ad esempio funzionari di levatura professionale e morale altissima, oppure all’Agenzia delle Entrate, che si è dotata di personale molto capace ed efficiente, sia a livello centrale che a livello periferico, almeno nella mia esperienza, che riguarda gli uffici del Nord Italia. La Guardia di Finanza, poi, ha ufficiali e sottufficiali in grado di rivoltare bilanci meglio di un agguerrito commercialista. Penso anche a certe piccole realtà locali, per esempio alcuni comuni o alcune comunità montane. Per concludere, vorrei dire che l’apparato burocratico italiano non va giudicato sulla base di casi singoli, anche se eclatanti. Va giudicato nella sua interezza, nella sua complessità, e soprattutto tenendo conto delle sue difficoltà oggettive, che non sono solo strutturali ma anche, ad esempio, economiche.

AB – C’è qualcosa di te in Danderani, qualcosa di personale. Il figlio all’estero, il cane, la casa al lago del Salto. E gli altri personaggi, invece, su chi sono “ritagliati”?
DG – Sì, effettivamente mio figlio Alessandro gioca a rugby e sta a Fort Lauderdale, dove fa l’avvocato, non l’architetto, quello è un mio personale omaggio a un Maestro che mi piace tantissimo, Richard Meier. Alessandro ha preso due lauree, una in Italia, l’altra in Florida: e pensare che per me il diritto americano è peggio dell’arabo. Patrizio, invece, il nome che compare nel romanzo, studia ancora giurisprudenza qui in Italia. Poi c’è Valerio, che non compare ma il cui nome ho utilizzato per darlo alla moglie di Danderani, mentre nella realtà mia moglie si chiama Daniela. E il mio cane, che per davvero è una Labrador retriver femmina, si chiama Lisa come la figlia, anziché – è il nome che ho usato nel romanzo – Margie come la moglie di Homer Simpson, a cui, tra parentesi, secondo i miei figli, io assomiglio. Anzi, diciamo che secondo loro sono esattamente come lui, mi chiamano perfino “Il Pelato”. Gli altri due personaggi principali – Stefano De Angelis e Marco Sbardella – esistono per davvero e sono proprio come li ho descritti. Sono amici dei miei figli – cresciuti insieme a noi, può dirsi – e hanno all’incirca l’età che ho attribuito loro nel romanzo. È reale pure il soprannome di “Ridge” che ho dato a Stefano, anche se l’origine è diversa da quella che ho scritto. E Marco viene per davvero chiamato “Marcolino”. L’unica differenza rispetto al romanzo è che Ridge è un ingegnere gestionale e Marcolino è un montatore di programmi televisivi, anche se adesso si diverte a fare il barman. Anche Gianluca Ridolfi esiste per davvero. È un cugino di mia moglie, ma per me è come un fratello e anche lui è come l’ho descritto nel romanzo, età compresa. L’unica cosa che mi dispiace è che non ho potuto chiamarlo con il soprannome con cui tutti, da anni e anni, lo chiamiamo: Giangi. Ovviamente non è titolare di una agenzia investigativa ma dipendente di una famosa società di servizi informatici. In realtà, nel romanzo ci sono i nomi di molte tra le tante persone cui sono legato, a cui devo qualcosa. È stato un modo per ringraziarle, diciamo con un segno stabile, che rimanga nel tempo e che non siano solo parole che se ne vanno.

AB – Rosetta Saccà è un personaggio straordinario. Una signorina di novantaquattro anni e mezzo che batte di gran lunga certi ventenni di oggi…
DG – Il personaggio corrisponde per moltissimi tratti a quello di una mia zia che viveva a casa con noi, zia Rosetta; anche il cognome è lo stesso. Era nata nel 1906, non aveva conosciuto i genitori, morti nel terremoto di Messina del 1908, ed era stata allevata in una casa famiglia di Messina gestita da una donna russa che è stata una vera eroina, Sofia Idelson, di cui nessuno oggi quasi si ricorda più. Diciamo che in lei ho voluto disegnare una specie di angelo protettore, e anche il riscatto che viene dopo la sofferenza. Gran parte degli episodi che ho narrato a proposito di questo personaggio sono, purtroppo, veri. Ho voluto descrivere il “nido di vipere” che si annida in certe famiglie, nidi nei quali bambini, ragazzi innocenti diventano il capro espiatorio inconsapevole di odi, rancori, interessi economici, follie famigliari.

AB – La quarta di copertina recita (e io condivido) “Una storia dove i “cattivi” sono cattivi veri e dove i “buoni” lo sono a modo loro, e la superficialità pare essere la vera protagonista. Un finale dove la giustizia e la verità trionfano. Forse. Dipende da cosa si intende per giustizia e verità.”
Appunto, cosa si intende per giustizia e verità?
DG – Non lo so. Il senso ultimo del libro è proprio questo: non lo so.

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Diego Giordano è nato a Roma nel 1954. Vive a Roma con la moglie e due figli (un altro se n’è andato in America) e il loro cane. È un avvocato dello Stato e attualmente si occupa prevalentemente di diritto tributario e di diritto della privacy.  Si è occupato anche di pubblico impiego, di legislazione in materia di accesso, legislazione ambientale, espropriazioni e appalti. Ha avuto esperienze nel campo penale in processi contro la criminalità organizzata di stampo mafioso e per fatti di terrorismo. Anziché lavorare preferirebbe però dedicare più tempo a leggere e scrivere, ascoltare musica e trascorrere il tempo libero in un casale dalle cui finestre guarda il lago del Salto. È stato consulente di qualche Ministro. Nel 2003 ha pubblicato con Editori Riuniti “E io ti aspetto, ricordalo”. A 41 anni da quando li ha letti la prima volta, continua a rileggere i lirici greci e i poeti latini.

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Buona lettura 🙂

19 thoughts on “Lupi e agnelli di Diego Giordano

  1. “solo per caso ricolleghi che il nome sulla copertina è tra i tuoi contatti di FaceBook (ma non per caso, vi siete effettivamente incontrati dal vivo)”

    Ah, la specifica tra parentesi mi tranquillizza. Pensavo di essere l’unico al quale hai rifiutato il contatto FB. 🙂

      • Ehm… non è molto elegante intervenire in una pagina che recensisce il proprio lavoro. Scusate tanto se lo faccio. Sì, la scelta di Veronica di distillare in poche gocce le pubblicazioni in e-book (che pure ha una spiegazione oggettiva) non tiene conto del fatto che ormai molti comprano solo titoli digitali (anche se, pare, i numeri non sono così alti) e che con questo sistema si supera il problema della distribuzione…

  2. @Ugo: se serve una petizione sottoscrivo anch’io 🙂 (anche se Merce di Scambio l’ho finalmente trovato alla Feltrinelli della Stazione Centrale di Milano, ultima copia, e ultimo di quattro tentativi in altrettante librerie a Pavia, Como, Lecco)

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  7. il giorno 16 febbraio 2016 improvvisamente per un attacco cardiaco Diego ci ha lasciato. Compagno di scuola di mio fratello dalla prima elementare al terzo liceo insieme al fratello gemello Gaetano.Le estati le passavamo insieme a Silvi Marina, come non ricordare il Colonnello Giordano che raccoglieva le telline….e la Mamma Palmira che era la mia professoressa di matematica durante l’inverno e in estate mi dava ripetizioni sotto l’ombrellone….tutto un mondo passato…..finito per sempre, Zia Rosetta mitica zia….che usciva da casa solo con i guanti di filo e il cappellino di paglia. Sono quei ricordi che hanno scandito la mia vita di fanciullo e adolescente, ciao Diego ora ritroverai tutta la tua famiglia che è fuggita prima di te, per la luce eterna del Signore.

  8. Gianluca!
    Non avevo mai letto queste righe…! Le ho scoperte solo ora, dopo più di due anni.
    Grazie di cuore per averle scritte!

    • Grazie per il tuo intervento. Diego era una gran brava persona, sono contenta di averlo conosciuto, anche se per poco.

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