Detective Lady (X) – Le lunghine di Fabio Lotti

Sono stato colpito da una copertina blu che presenta aperta una orchidea. È la copertina del libro di Michelle Wan La maledizione dell’orchidea, Garzanti 2007, il cui contenuto è così esplicitato: “Dordogna nel Sudovest della Francia. Mara Dunn sta coordinando i lavori di ristrutturazione nell’antica magione di Christophe de Bonford, discendente di una prestigiosa famiglia francese, quando si imbatte in una scoperta agghiacciante. In una cavità segreta, dietro un muro secolare giace il cadavere mummificato di un bambino di poche settimane. È avvolto in uno scialle blu su cui è ricamata l’immagine di una specie rarissima di orchidea selvatica. I risultati dell’autopsia confermano i sospetti degli inquirenti: l’orrendo delitto risale a più di un secolo prima. Scoprire il colpevole pare impossibile, soprattutto di fronte alla mancanza di collaborazione di Christophe che cerca in tutti i modi di dissipare i sospetti sulla sua nobile casata.
C’è tuttavia un particolare che la polizia ritiene insignificante e che invece Mara e l’amico Julian Wood, esperto di orchidee, non possono ignorare: il fiore sconosciuto, ricamato sullo scialle che avvolge il cadavere di cui restano rare segnalazioni che forse possono offrire un indizio. Quando la violenza erompe di nuovo, Mara e Julian capiscono che proprio l’orchidea è la chiave di un mistero che lega il passato e il presente della Dordogna in una rete di bugie e ricatti, manipolazioni e tradimenti, odio e brutalità”.
Abbiamo anche diversi omicidi da parte di una Bestia, non si sa bene se un lupo, o un cane, un lupo mannaro o un licantropo e due vicende parallele in tempi diversi sottolineate dai capitoli costituiti da date: la vicenda del passato inizia dall’ottobre 1870 e finisce al 23 febbraio 1872; quella attuale dal 28 aprile 2004 al 2 giugno dello stesso anno.
Veniamo a Mara Dunn: minuta, esile, sulla quarantina, capelli corti, sopracciglia dritte e mento volitivo, mancina, un paio di jeans e una T-shirt con una frase di Groucho Marx ”Dopo il cane, il migliore amico dell’uomo è un libro. Ma dentro un cane è troppo buio per leggere”. È una ristrutturatrice di costruzioni (interior design) “sveglia e impaziente per natura”. Originaria del Canada francese, più precisamente di Montreal, ha aperto uno studio in Dordogna da otto anni. Padre scozzese, madre di Quebec, ha perso una sorella e si sente in colpa. Separata dall’ex marito Hal (ormai una costante fissa) “un architetto di talento con il vizio dell’alcool ed un ego smisurato”. Ha una relazione da quattordici mesi con Julian Wood “un uomo alto, magro che andava sui cinquanta, con una faccia lunga, baffi e barba tagliati malamente, e capelli brizzolati sempre spettinati”. In seguito verremo a sapere che ha le braccia lunghe e muscolose, le mani come due forconi, profilo leggermente a pera della pancia, gambe nude, pallide, scarne e pelose. Come a dire che c’è gloria per tutti. Già sin dall’inizio sottolineate le loro diversità: lei entusiasta e piena di energia, lui segue la corrente. Ma, soprattutto, lei non condivide il suo entusiasmo per i fiori. In modo particolare la sua ossessione per le orchidee sulle quali il compagno sta scrivendo un libro. Sente che il loro rapporto sta diventando solo routine. Risponde in modo poco gentile, si sente colpevole e irritata allo stesso tempo. Gelosa di Denise che ha un incontro sessuale con Julian al quale sembra di avere fatto l’amore con un pitone. Ha un cane, Jazz, che le dà conforto “I cani, pensò lei mentre gli dava da mangiare, sono semplici rispetto alle persone. Sono felici di mangiare le stesse cose ogni giorno. Sono leali, ti accettano per quel che sei, e non si infuriano mai”. Per lei è vero il detto che più si conoscono le persone più si amano i cani. Viene corteggiata e poi aggredita da Jean-Claude Fournier, lo storico della famiglia Bonford ma sa difendersi bene. Ginocchiata all’inguine, schiaffo e borsettata in testa. Non male. Peccato che venga ritrovato morto dopo essere volato dalla finestra. Scoppia in lacrime quando si accorge che anche Julian crede che sia stata lei a buttarlo di sotto. Non riesce a dormire nemmeno con il sonnifero. Poi rappacificamento fra i due con notte d’amore e bevute di Domaine de la Source. Guida veloce. Se c’è bisogno di spingere sull’acceleratore lo fa tranquillamente mettendo un po’ in crisi il suo compagno di viaggio “Di tanto in tanto una buca li faceva sobbalzare con violenza. Per evitare di sbattere la testa, Julian si reggeva al tettuccio dell’auto con entrambe le mani”. Un ritratto di Mara viene fornito da Julian proprio in fondo al libro “Sei testarda e cocciuta e sempre pronta a giudicare. E peggio ancora, non riesci a lasciare che le cose vadano come devono andare. Vuoi sempre sistemarle. Dici che non voglio affrontare la realtà. Forse è solo che a te la mia realtà non piace. Hai le tue regole ferree e vuoi che tutti gli altri le rispettino, finché ti conviene. Ti aspetti una lealtà condizionata dagli amici, ma se la si chiede a te non ne sei capace”. Staranno ancora insieme?

Sangue di mezz’inverno di Mons Kallentoft, Nord 2010.
Malin Fors, detective della polizia di Linköping (Svezia), trentatré anni, “figura snella, atletica e vigorosa”, “capelli biondi tagliati a paggetto”, sopracciglia dritte, occhi color fiordaliso, naso corto e un po’ all’insù. Divorziata vive con la figlia Tove tredicenne, bravissima a scuola (legge pure Austen e Ibsen), l’ex marito Jame trasferito in Bosnia. Indossati jeans, camicetta bianca, maglia nera, stivali caterpillar, giaccone nero in finta piuma, preso il cellulare e la pistola è pronta per entrare in servizio. Suo compagno di lavoro Zacharias “Zeke” Martinsson, quarantacinque anni, testa rasata, corpo piccolo e asciutto, collo lungo, attivo e sicuro di sé. Solito gruppo di poliziotti a fare da contorno per il caso da seguire.
Ed il caso è rappresentato da un uomo obeso che penzola da un ramo di un albero: nudo, ferito, bruciato e congelato (miezzeca!). Trattasi di Bengt Andersson, un povero psicopatico soprannominato “Pallone” che in passato ha tentato di uccidere il padre donnaiolo e violento. Alcuni indiziati: i ragazzi che lo tormentavano, una famiglia terribile e di mezzo c’è pure la possibilità di un sacrificio pagano, una specie di stregoneria norrena per cui le vittime venivano appese agli alberi.
Non manca il solito giornalista in contrasto con Malin (e dunque salterà sul letto insieme a lei), l’analista anamopatologa (corpo elegante con movimenti ineleganti) e perfino il morto che segue e commenta la vicenda (ma non è certo una novità).
Al centro la Nostra con i suoi ricordi (avrebbe voluto rimanere a Stoccolma ma da sola non se la sentiva), la malinconia dell’amore finito a cui sembra in qualche modo aggrapparsi ancora, il rapporto con la figlia e i suoi primi slanci sentimentali, le riflessioni su una società apatica e disinteressata. L’ alcol, la solitudine.
Scrittura veloce, incisiva, capitoletti brevi, frasette in corsivo (una marea), amalgama di pensieri, ricordi, descrizioni, notazioni, dolore, violenza, brutalità, stupri. Solito freddo bestia che taglia le gambe.
La mia cocciuta idea è che con cento pagine in meno si può ottenere un risultato migliore. Ma va bene così.

Marpalò e l’assassinio nella città murata di Luisa Conz, Robin 2007.
“Aminta Marpalò, ritrovandosi gli operai in casa per alcuni lavori idraulici, decide di passare una breve vacanza presso un agriturismo nella suggestiva cittadina murata di Casteldese. Qui vivono due suoi cari amici, i coniugi Vernani. Una volta arrivata, Aminta viene a sapere che il figlio della coppia, uno stimato cardiologo, è appena morto. La versione ufficiale parla di polmonite, ma il padre insiste in una tesi apparentemente folle, l’omicidio. Nel frattempo un’altra morte agita la piccola comunità: una hostess, che da poco aveva acquistato un’antica residenza nella cittadina, viene rinvenuta cadavere nella sua abitazione per un’overdose di cocaina. Dal ritrovamento della sua agendina emerge la figura di uno steward brasiliano su cui pendono infamanti accuse di pedofilia, ma anche un presunto legame tra la ragazza e il medico deceduto. Aminta, incuriosita, decide di vederci chiaro e ben presto per lei non sarà più possibile rimandare la scoperta di una verità sconvolgente e insospettabile”.
Ha cinquanta anni. Subito alle prese con l’esistenza “Le pareva che l’altalena di positivo e negativo, di favorevole e contrario, che rappresenta la norma del vivere quotidiano, fosse una condanna ostinata al punto da non farle trovare, in quel momento, motivo per alzarsi e mettere fine all’incipiente congelamento del suo corpo”. E sul passare del tempo “Perché non lasciarsi morire nello stato e nella forma di quando si è raggiunta la maturità?”. Non si vedrebbe il decadimento di tutto il corpo. Frecciate sui politici ignoranti e maleducati, bravi solo nell’insulto e sul “premier goliardico e giocherellone che si divertiva a tirare il sasso per poi nascondere la mano, o fare le corna in una riunione internazionale di capi di stato”. Indovinate chi è. Pudica nel parlare di sesso. Si lascia prendere dall’ottimismo della giovane Carola accolta con il figlio Bibì sotto la sua protezione “Le aveva trasmesso ottimismo, l’immagine di un mondo che, pur trasformandosi in modo caotico e vorticoso, apriva spazi d’indipendenza, d’emancipazione e di libertà dalla paura del diverso”. Ostinata anche verso se stessa nel voler risolvere il caso e piena di speranza e di orgoglio “Passeresti per monsieur Poirot agli occhi di tutti”. Citato anche il solito, scontato dottor Watson. Che sia testarda lo conferma anche la domestica Attilia “Perché tu sei peggiore dei muli degli alpini che quando decidono di fermarsi o di andare avanti per conto loro neanche le botte gli fanno cambiare idea”. Onesta ma se c’è bisogno di scoprire qualcosa usa anche le frottole. E se c’è bisogno di farsi bella per “sedurre” lo fa “Adesso, infatti, con la redingote di panno nero, gli stivali a tacco alto e la pelliccia che le ornava le spalle, dava davvero l’impressione di una dama un po’ fanèe ma di sicura eleganza”. Brevi flash-back della sua vita quando si becca sulle spalle la bacchetta della maestra. Ricordo di suo padre ingegnere. Tra loro amore e contrasto, ma soprattutto stima. Ne sente la mancanza. Alla fine avverte il bisogno del capitano dei carabinieri Andrea Felsini verso il quale nutre una discreta simpatia. Una donna ritornata alla vita. Ricordo ai lettori che ne “L’impiccato” era lei che doveva impiccarsi e si imbatte in uno che l’ha già fatto!
In questo libro abbiamo le solite descrizioni del luogo, i soliti riferimenti storici, i soliti accenni ai cambiamenti della società. La solita solfa, insomma. Il tutto condito con una scrittura modesta. Uno dei tanti, troppi gialli dozzinali in circolazione.

Detective Lady (IX) – Le lunghine di Fabio Lotti

Cattivo sangue di Sandra Scoppettone, edizioni e/o 2006.
Contenuto: siamo in una meravigliosa giornata di settembre a Jefferson in Virginia. Julie Boyer, studentessa di una scuola superiore, sparisce. Non si trova. Chi deve trovarla è Lucia Dove, sceriffo, aiutata dal tenente Jack Fincham (fra loro una bella simpatia che sfocerà in amore). In seguito si aggiungerà anche, mal sopportato, l’ex marito della nostra poliziotta Mike Mc Quigg. Qualche scarna notizia. La ragazzina, brava a scuola e irreprensibile nel comportamento ha un ragazzo Buster Clark il cui comportamento proprio irreprensibile non è. Anzi, è stato addirittura sospeso dalla scuola. Dall’esame del computer di Julie si viene a sapere che ha scambiato un sacco di mail con un certo Lyle Taylor che fa il giardiniere. Viene trovata uccisa strangolata vicina a un torrente e vengono trovati sia Taylor che Clark. I due probabili assassini. O meglio uno dei due. La trama si complica un poco con l’uccisione della moglie (alcolizzata) di Fincham e di altre due ragazze. Fincham è sospettato, accusato, arrestato e rilasciato. Chi è l’artefice di tutti questi delitti? Ma è davvero uno solo come pensa Lucia?
E ora passiamo a Lucia Dove: quarantatré anni, capelli ricci e biondi, naso un po’ piccolo (secondo lei). Trucco delicato, rossetto rosa chiaro e pennellatine di fard. Veloce. Si cambia in cinque minuti. Prima di uscire il caffè. Camera da letto “femminile in tutto e per tutto, ma senza fronzoli”. Colori dominanti il bianco e il rosa. Sposata con Mike Mc Quigg che lavora nell’F.B.I. e, divorziata (ti pareva). Una figlia Clare avuta da una relazione fugace notturna con Vic Tierney dopo due anni dal divorzio. Trovata morta da un poliziotto in fondo ad un pozzo. Aveva otto anni. Per due anni in terapia. Odia la tecnologia. Laurea presa all’Elizabeth Washington una Università poco prestigiosa se, parlando della sua amica Kay bocciata in tutte le materie, era stata ammessa solo in quella scuola “Il che la diceva lunga sull’Elisabeth Washington”. Da piccola cocca di papà Roy Dove, che lavorava nel ramo dei combustibili, rispetto agli altri due fratellini. Connie, la madre, “era una donna colta e apprezzava cose che a suo marito non interessavano”. Come dire che di feeling fra i genitori manco pe’ gnente. Il nome Lucia? Dall’opera Lucia di Lammermoor. E questo fatto le ha procurato qualche fastidio perché “la gente pronunciava male il suo nome”. Attratta da Fincham, dalla sua bocca, dal suo modo di vestirsi. Per lei uno “strafigo”. Fincham, a sua volta, che ha una vita matrimoniale disgraziata (non se ne salva uno), ricambia l’interesse (anzi è proprio innamorato) e la chiama cameratescamente Arizona. Questa storia tra lei e Fincham si allunga a dismisura per tutto il libro con momenti più o meno espliciti “Le venne voglia di allungare una mano e toccare quella di lui, di accarezzarla. Ma non poteva. Continuarono a guardarsi, incapaci di staccare gli occhi l’uno dall’altra”; oppure “In macchina Lucia avvertì benissimo la tensione. La tensione erotica. Non osava guardare Fincham e con la coda dell’occhio vide che lui guardava dritto davanti a sé”; e ancora “Fincham e Dove non si mossero né dissero una parola. Poi lei si alzò e infilò la poltroncina sotto la scrivania. I loro sguardi si incrociarono, restarono avvinti e lei si sentì scossa da un lievissimo tremore”; “Continuarono a fissarsi e lei si sentì stringere lo stomaco dall’emozione. Allora abbassò lo sguardo”; “Lei lanciò un’occhiata a Fincham; Jack sembrava sul punto di esplodere e Dove si augurò che riuscisse a trattenersi”. E potrei continuare ancora con palpitazioni e dubbi fino a quando “Jack era sopra di lei” (finalmente! Non se ne poteva più…) con quel che segue. I curiosi ne sono resi edotti a pagina centosettantacinque. E nella pagina successiva lo scontato paragone “Non le era mai piaciuto il modo di baciare di Mike e facendo l’amore con lui non aveva mai provato lo stesso piacere che aveva provato con Jack”.
Pure dal pensiero dello stesso Mike si conosce qualcosa sulla personalità della nostra detective lady “Non gli era mai stata simpatica. Troppo indipendente”. E anche troia (pardon) perché si era fatta mettere incinta solo per avere un figlio. Un giudizio di Hutt, poliziotto di colore “Lucia Dove era una gran donna pensava Gill Hutt, e non solo perché l’aveva promosso. Hutt era intimamente convinto che non avesse davvero pregiudizi. In più era una persona leale e tosta. Ma certe volte proprio non ci arrivava”.
Spesso Lucia ripensa al passato, agli anni in cui frequentava le superiori, ai “casini” che aveva combinato. Si era fidanzata con Tom Foley, un tipetto poco raccomandabile secondo i suoi genitori con giubbotto di pelle e la moto Harley. Amante del vecchio cinema. Citati, tra gli altri, “Tragico destino” e “Il romanzo di Mildred” con Joan Crawford, una delle sue dive preferite. “Quella dei film d’epoca era una delle pochissime cose che avevano avuto in comune”. Riferito, naturalmente, all’ex marito. Molto occupata dal lavoro non si ricorda nemmeno da quanto tempo non esce con le sue amiche. Mangia spesso panini (hamburger con funghi trifolati) e beve birra. Per farsi capire spesso basta lo sguardo “fulminante” degli occhi. Secondo Fincham ha un istinto infallibile nel valutare una persona. Per riflettere meglio si mette seduta a letto, perché sdraiata non riesce a pensare bene. Non porta rancore e detesta doversi recare alla polizia di stato dove tutti “Si davano certe arie che sembravano la guardia a cavallo canadese”.
Una ventata di aria nuova? Diciamo una ventata.

Il thriller La stanza dei morti di Franck Thilliez, pubblicato dalla Nord editrice 2007, ha avuto un successo straordinario in Francia soprattutto per il passaparola. Bene. Tanto per cominciare la parola la passa pure il sottoscritto. Ora non voglio sbilanciarmi troppo come ha fatto Le Figaro Littéraire, che ha definito lo scrittore “Un talento indiscutibile”, ma è per me indiscutibile che il libro sia bene organizzato e che si legga volentieri. Insomma un buon libro. Che ha anche una discreta (nel senso della creazione artistica) protagonista, il brigadiere Lucie Henebelle del commissariato centrale di Dunkerque. E dunque viene proprio a fagiolo per la nostra rubrica.
Riassunto del contenuto ripreso dalla presentazione stessa del libro “Che ci faceva un uomo con una borsa piena di soldi, sul ciglio di una strada isolata nei pressi di Dunkerque? Vigo e Sylvain, due giovani informatici disoccupati sono in preda al panico dopo aver investito e ucciso lo sconosciuto. Cosa fare? Denunciare l’incidente alla polizia o prendere il denaro e fuggire? Due milioni di euro… Dopotutto non c’è nessun testimone. O almeno così credono. Ciò che i due non possono sapere è che quel denaro era il riscatto per il rapimento di una bambina e che il rapitore ha assistito all’incidente, quindi li ha visti… Toccherà a Lucie Henebelle, poliziotta ambiziosa e tormentata, con una segreta attrazione per i comportamenti deviati e i profili psicologici dei serial killer, mettersi sulle tracce del criminale, in una spasmodica corsa contro il tempo. L’indagine sarà una vera e propria discesa nell’inferno di una mente diabolica, in una sconvolgente spirale di dolore e violenza, sullo sfondo di uno scenario angosciante: la desolata provincia industriale del Nord della Francia”.
Passiamo al nostro brigadiere Lucie Henebelle: mamma di due bambine gemelle, lasciata dal marito (solita sfiga delle detective lady). Bionda, guance scarne, colorito cadaverico. Un po’ cicciotella. Certo non una presenza entusiasmante. Interessata alla psicologia “Lucie divorava quel genere di libri fin dall’adolescenza, chiusa in camera sua, ai tempi delle serate in discoteca e delle prime sigarette”. Ha ventinove anni. Torpori improvvisi, tavolette di cioccolato, un vizio ereditato da quando era incinta. Pistola Beretta. Anche lei, come Anna Travis in Dalia rossa di Lynda La Plante, Garzanti 2007, attaccata spesso al suo taccuino di appunti. Quando sa del caso viene presa da una “insana eccitazione”. Da una parte sembra quasi contenta “Si rimproverò all’istante. Come poteva provare soddisfazione se una bambina handicappata era stata appena assassinata?”. Dorme male, notti in bianco, incubi “Fauci di lupi, dita senza pelle, il sorriso del cadavere di una ragazzina”. Passione esagerata per i serial killer. Mal di testa. Petto piccolo (modesta seconda), sedere grande. Non si piace ma sente crescere l’appetito sessuale dentro di sé. Attratta dal tenente Norman dai capelli rossi. Mangia formaggio, lardo, cipolle (Dio mio!) e beve un boccale di Blanche de Bruges. Pratica di biblioteche e computer. A un certo punto fa un paragone che interessa i giocatori di scacchi (fra cui il sottoscritto) “Potremmo paragonare il “fattuale” al gioco degli scacchi al computer, mentre la coppia “fattuale/spirituale” al giocatore di scacchi ben più temibile”. Ma al suo collega Raviez non piacciono gli scacchi e la invita a lasciar perdere le sue considerazioni a ruota libera. Un altro spunto sugli scacchi (solo per i patiti del gioco) quando Vigo compra l’ultimo modello di scacchiera elettronica e alla fine del colloquio per avere un posto di lavoro. Dopo avere trattato male il suo interlocutore “Scacco matto. Il re è morto” sottolinea lo scrittore.
Pensa al futuro. Una volta finito tutto lei sarebbe ritornata nel dimenticatoio mentre i pezzi grossi avrebbero avuto tutti gli onori. Ricordi di ragazzina con le ore passate a guardare autopsie in diretta e quando andava a caccia con suo padre “per il puro piacere di vedere i conigli sanguinanti”. C’è qualcosa in lei che non va “Perché quella ricerca del male? Quel valico pericoloso? Cosa era ciò che le passava nel cervello e che lei stessa non riusciva a capire?”. Questa sua attrazione per il male meraviglia anche Norman che si trova di fronte a una donna del tutto diversa da come appare. Quando scoprirà la stanza dei morti eserciterà su di lei un fascino irresistibile “In quella stanza, l’orrore risplendeva in tutta la sua potenza. Era una scena che sfidava la logica dei sogni, l’ostilità degli incubi. La realizzazione della più bella delle follie”. Lottatrice accanita, sa difendersi con le unghie e con i denti. Non abbiamo l’incontro sessuale con Norman anche se viene evocato più volte. Due tagli alle mani nello stesso punto a metà della linea della vita. E si sono formate proprio in un momento particolare della sua vita.
L’assassino è un tassidermista-anatomista. Uno specialista che cerca non solo di conservare l’aspetto esteriore del corpo delle vittime ma anche di preservare una parte dell’organismo. Non mi era mai capitato di incontrare un tipo simile nelle mie svariate letture.
Qualche giudizio sul libro: “Avvincente romanzo” per Fabio Gambaro su “L’almanacco dei libri”, inserto di “La Repubblica”. Chiara Bertazzoni l’ha presentato su “Thriller Magazine” come “opera godibile”, di “piacevole lettura”, “ritmo serrato degno di un thriller” ma con alcuni punti in sospeso (non chiariti). Pino Cottogni sul portale di “Sherlock Magazine” ha scritto che porta “un vento nuovo nella narrativa” e “una freschezza tutta sua”. Aggiungo: un po’ di esagerazione nel voler meravigliare, colpire, sorprendere il lettore con capovolgimento delle attese; il solito metodo delle frasi in corsivo per presentare i ragionamenti interni; un po’ di esasperazione nelle elucubrazioni. E tuttavia si legge volentieri. D’altra parte se il successo arriva con il passaparola un qualche pregio ce lo deve avere per forza.
Quando uno dei disoccupati, Sylvain, incomincia a mordersi l’interno delle guance mi sono ricordato del bel racconto di Carlo Lucarelli Il terzo sparo in Crimini di Autori vari pubblicato dalla Einaudi stile libero 2005, dove la poliziotta Lara D’Angelo non fa che mordicchiarsi, appunto, le guance interne. Ma guarda un po’ dove ti porta la memoria!

Detective Lady (VIII) – Le lunghine di Fabio Lotti

Aggiungo alla corposa lista delle detective lady Lena Gamble della Sezione speciale omicidi di Los Angeles. Qualche spunto veloce: sfigata come quasi tutte le donne poliziotto con la mamma scappata di casa, il padre morto per un incidente sul lavoro quando aveva sei anni, il fratello David ucciso. Vive in una villetta appollaiata in cima ad una collina che domina Hollywood ereditata dal fratello. Due anni alla narcotici, sei mesi ad indagare sui colletti bianchi e due anni e mezzo alla omicidi. Suo partner di lavoro Hank Novak sfigato pure lui. Divorziato con tre figlie di cui una si dà alla droga e all’alcol. Bella donna (mi sfugge ora l’età) attratta dal collega Stan Rhodes ma niente da fare. Si sposta su una Prelude, risolve i cruciverba (chi non ricorda la Cora Felton di Parnell Hall, la famosa “Signora degli enigmi”?), beve caffè e vino. Mai sparato in servizio, mai ucciso nessuno (però andate a vedere in fondo alla storia), tormentata dagli incubi della morte di David. Forte, risoluta, se c’è da entrare nella casa del crimine senza autorizzazione non ci pensa due volte. Piena di rabbia che trattiene a stento si ribella anche ai superiori (mi ricorda Tempe Brennan). Questo peperino si trova in Romeo sanguina di Robert Ellis, Mondadori 2008.
“Una moglie selvaggiamente mutilata nel suo appartamento. Un marito il cui alibi fa acqua da tutte le parti. Un caso che sembra chiuso ancora prima che inizino le indagini. Una detective che dubita perfino delle prove più schiaccianti. Un enigma celato in due indizi apparentemente privi di senso che portano direttamente ad altri efferati delitti…”.
Insomma abbiamo un serial killer che se la spassa accoltellando le vittime e lasciando come firma un disco con le sinfonie di Beethoven e tutta la polizia che gli dà la caccia con il patologo, l’analista che ci offre il profilo dell’assassino (un classico) e via via tutti gli altri. Abbiamo anche la conoscenza diretta del criminale con le sue paturnie e non è solo…
Finale che ricongiunge dignitosamente tutto l’ambaradan e ci porta allo scontro diretto. Prosa piacevole, fluida senza tanti intoppi che riesce a raccogliere dignitosamente uno schema già conosciuto ma reso interessante con piccole varianti. Un titolo impossibile (l’originale “City of Fire”) da tirare in testa al suo ideatore, un malloppone di almeno ottocento pagine.

Sangue di mezz’inverno di Mons Kallentoft, Nord 2010.
Malin Fors, detective della polizia di Linköping (Svezia), trentatré anni, “figura snella, atletica e vigorosa”, “capelli biondi tagliati a paggetto”, sopracciglia dritte, occhi color fiordaliso, naso corto e un po’ all’insù. Divorziata vive con la figlia Tove tredicenne, bravissima a scuola (legge pure Austen e Ibsen), l’ex marito Jame trasferito in Bosnia. Indossati jeans, camicetta bianca, maglia nera, stivali caterpillar, giaccone nero in finta piuma, preso il cellulare e la pistola è pronta per entrare in servizio. Suo compagno di lavoro Zacharias “Zeke” Martinsson, quarantacinque anni, testa rasata, corpo piccolo e asciutto, collo lungo, attivo e sicuro di sé. Solito gruppo di poliziotti a fare da contorno per il caso da seguire.
Ed il caso è rappresentato da un uomo obeso che penzola da un ramo di un albero: nudo, ferito, bruciato e congelato (miezzeca!). Trattasi di Bengt Andersson, un povero psicopatico soprannominato “Pallone” che in passato ha tentato di uccidere il padre donnaiolo e violento. Alcuni indiziati: i ragazzi che lo tormentavano, una famiglia terribile e di mezzo c’è pure la possibilità di un sacrificio pagano, una specie di stregoneria norrena per cui le vittime venivano appese agli alberi.
Non manca il solito giornalista in contrasto con Malin (e dunque salterà sul letto insieme a lei), l’analista anatomopatologa (corpo elegante con movimenti ineleganti) e perfino il morto che segue e commenta la vicenda (ma non è certo una novità).
Al centro la Nostra con i suoi ricordi (avrebbe voluto rimanere a Stoccolma ma da sola non se la sentiva), la malinconia dell’amore finito a cui sembra in qualche modo aggrapparsi ancora, il rapporto con la figlia e i suoi primi slanci sentimentali, le riflessioni su una società apatica e disinteressata. L’alcol, la solitudine.
Scrittura veloce, incisiva, capitoletti brevi, frasette in corsivo (una marea), amalgama di pensieri, ricordi, descrizioni, notazioni, dolore, violenza, brutalità, stupri. Solito freddo bestia che taglia le gambe.
La mia cocciuta idea è che con cento pagine in meno si può ottenere un risultato migliore. Ma va bene così.

Un bel delitto per mammina di James Yaffe, Mondadori 2011.
Mammina si inserisce tra le più abili vecchiette della storia del crimine a partire dall’indimenticabile Miss Marple, per continuare con altre indimenticabili sferruzzanti e cruciverbanti (mio conio) detective lady fino ad arrivare, appunto, alla presente mammina, genitrice di David, ispettore della squadra omicidi di New York.
Alla morte della moglie Shirley decide di lasciare la sua città per andare a Mesa Grande come investigatore privato di Ann Swenson, difensore d’ufficio. Mammina, oltre la soglia dei settanta, resta a casa (è vedova, naturalmente) perché non si sente ancora pronta a “voltare le spalle a quella che era stata la sua vita fino a quel momento”. A meno che non ci sia di mezzo un possibile delitto. Proprio da parte di un amico del figlio. Allora arriva con i suoi capelli grigi, i polsi magri, la faccia rugosa e la sua incredibile energia. Il delitto avviene per davvero, una telefonata e chi parla è ucciso proprio mentre è al telefono. Siamo nell’ambiente universitario, la vittima un docente che sta sulle scatole a parecchi: all’amico di David, Mike Russo, in lotta per un posto fisso, ad uno studente di minoranza discriminata chicana, all’ex fidanzata di turno. Arrivano le indagini, un orecchino sul luogo del delitto, la telefonata che si rivela molto strana, il suo amico arrestato e poi liberato in attesa del processo, una lettera con richiesta di un libro raro posseduto da Mike in cambio di una prova che lo può scagionare. Invidie, ambizioni, tensioni, amarezze all’interno dell’accademia, sfruttati e sfruttatori di menti, razzismo strisciante, un plot complicato (in parte risaputo) neppure troppo credibile ma allo stesso tempo affascinante.
Al centro mammina che va alla sinagoga, fa amicizie, prepara colazioni e pranzetti gustosi, gira come una giovincella, gioca a Gin rummy (non so cosa sia) con il figlio imbrogliandolo, lo aspetta alzata di notte, lo aiuta a sbrogliare la matassa e, dopo la partenza, gli scrive pure una lettera finale dove spiega tutto l’ambaradan che però non gli spedirà mai. Solo che la leggeremo noi lettori.

Mi sono avvicinato con una certa diffidenza al libro. Copertina a prima vista un po’ ruffiana, frasettine brevi e sottili l’una dietro l’altra (dopo un po’ mi rendono nervoso). Bambina che sta per correre un grosso pericolo da sola nel bosco. La solita storia di violenza, magari pure strappalacrime e la solita detective sfigata, mi sono detto. Eppure ho continuato la lettura di Io ti perdono di Elisabetta Bucciarelli, Kowalski 2009, in una delle abituali librerie di Siena per un bel pezzo guadagnandomi il sorriso compiaciuto della commessa.
Al centro di tutto l’ispettore milanese Maria Dolores Vergani chiamata da un sacerdote di un paesino della Val D’Aosta. Bambini che spariscono, violentati e rilasciati, violentatore che confessa i suoi peccati a Don Paolo. Resti di ossa di una giovane donna trovati in un’area industriale di Milano a complicare una vita già complicata.
Dunque Maria Dolores Vergani psicologa quarantenne radiata dall’Albo per un suo sbaglio che lascio in sospeso. Sensi di colpa e un odio insanabile verso la madre che l’ha abbandonata lasciandola a genitori adottivi. Sua storia tribolata nei cosiddetti anni di piombo. Il padre adottivo, direttore di uno stabilimento automobilistico, sotto scorta. Paure e piccoli scongiuri. Viene su forte, sicura, severa, corazzata come una campana d’acciaio, sua bestia nera le emozioni che la avvolgono da tutte le parti (per evitarle si muove come un Cavallo sulla scacchiera) e dunque sensibile, seppure fidanzata, al fascino degli altri uomini. Soprattutto se musicisti o poliziotti. Chitarra e pistola. Parole, parole, parole, sogni, emozioni, trasporti, l’amore e il desiderio di amore che si insinua in ogni momento della vita. Sesso al punto giusto. Bello e passionale. Ma anche il male del mondo, il marcio, il degrado, la violenza, la prostituzione, la rabbia, l’odio. Il perdono. Quello celeste e quello umano. Difficile da praticare. Troppe cicatrici dentro.
Capitoletti brevi, scrittura veloce, martellante, spesso monotona e triste come le litanie che da ragazzo sentivo in chiesa. Qualche istintiva citazione (l’affannoso petto), il caso di Trinciacapelli ad inserire una nota grottesca. Quadretti di vita paesana che rimandano a certe antiche pitture ad olio. Colpo di scena finale.
Un libro attento. Misurato e sofferto. Un buon libro.

Le lunghine di Fabio Lotti – Detective Lady (VII)

Taglio netto di Leigh Russell, Mondadori 2013.
Cittadina di Woolsmarsch piena di contrasti: ad est prostituzione e droga, ad ovest benessere e ricchezza. Un serial killer problematico (altrimenti non sarebbe un serial killer) che uccide, strangolandole, ragazze bionde, la polizia a dargli la caccia attraverso soprattutto l’ispettore Geraldine Steel (il collega che fa coppia con lei, il sergente Peter, rimane ai margini), un giornalista ambizioso in cerca di notorietà e promozioni, una folla impaurita e inferocita, Questi gli ingredienti principali.
Vediamo un po’ di aggiungere qualche altro elemento partendo da Geraldine. Lasciata da Mark dopo sei anni perché troppo presa dal lavoro alla squadra omicidi del South East, genitori separati, sorella e nipotina, una figura piuttosto isolata e chiusa in se stessa, rimugina di continuo sui delitti, non riesce a rilassarsi e a dormire, si lascia guidare troppo dall’intuizione (lavata di capo dal superiore). Inizio di una storia sentimentale con il collega sergente Carter.
Subito sospettato il fidanzato della prima ragazza uccisa, un tipo manesco e violento. Poi, finalmente, arriva un particolare importante che emerge dalla deposizione di una insegnante. Il racconto si muove lungo direzioni già ampiamente codificate: le riunioni della polizia per fare il punto della situazione, le azioni del giornalista arrampicatore, la vicenda dell’assassino di cui si ripercorre la vita e i traumi, i “momenti” delle vittime prima di essere uccise, le minacce a Geraldine, l’epilogo finale movimentato e pericoloso.
Tutti elementi necessari alla confezione di un buon thriller.

L’istinto del sangue di Jean-Christophe Grangé, Garzanti 2010.
Personaggio principale il giovane giudice istruttore di Nanterre Janne Korowa. Trentacinque anni, un metro e settanta, peso tra i cinquanta e i cinquantacinque chili, zitella, qualche amica, una serie di rapporti amorosi andati a male e dunque depressione, ricovero in ospedale e Lexomil come conforto. Storia attuale con il fotografo Thomas, praticamente un dongiovanni (glielo avevano detto) che fa girare le scatole. Tiene ad una certa eleganza anche se il conto in banca è zero, scarpe Prada e macchina Twingo. Suo ufficio al terzo piano del tribunale di primo grado in materia civile dove fa un caldo bestia, alle prese con giovani vittime del saturnismo (intossicazione di piombo) e con un importante traffico di armi.
Fino a quando arriva il “caso”, e cioè il cadavere della infermiera Marion Cantelau fatto praticamente a pezzi che le riporta alla mente lo scempio della sorellastra più grande Marie. Intorno alla scena del delitto impronte di piedi e mani nude e simboli sui muri dipinti con sangue mischiato all’ocra come quelli dei primitivi. Si aggiungono, da copione, altri morti ammazzati con lo stesso metodo simile ad un antico rituale. Le vittime sembrano collegate allo psicanalista Antoine Feraud che viene messo sotto controllo e dalle registrazioni si scopre la “particolarità” di un giovane paziente, forse autistico, che potrebbe essere l’assassino. Da qui dissertazioni sulla malattia, un excursus sulla storia dei popoli primitivi, il famoso “Totem e tabù” di Freud insieme agli assilli della nostra sulla vita, il suo innamoramento per Antoine, il dolore per la madre ricoverata in un istituto.
L’evolversi della vicenda la porta ad un lungo viaggio in Nicaragua, Guatemala e Argentina per terminare a Campo Alegre nella Foresta delle Anime. Storia di violenze politiche, di dittature, emozioni e paesaggi inquietanti, con un finale ricco di tensione, fuga, lotta, paura.
Un buon libro, da leggersi con calma, che svaria su diversi argomenti e ci riporta agli albori della nostra esistenza.

Le coincidenze necessarie di Patrizia Marzocchi, Kowalski 2010.
Quarant’otto anni suonati, separata da tre senza figli, in analisi da altrettanti, gatta Ofelia a farle compagnia, amica Caterina, sigarette, biscotti al cioccolato, ciambella con la crema, tubetto Ferrero Rocher al momento giusto (ecchisenefrega della linea). Siamo di fronte a Jolanda Marchegiani di Bologna, creatrice prima della “Jolanda Marchegiani Investigation” (praticamente fallita), poi de “L’occhio di Sherlock Holmes” con il cugino Johnny (gay molto sensibile) che scrive romanzi rosa firmandoli con il suo nome.
Suo compito ritrovare un inquilino scomparso misteriosamente su richiesta dell’affittuaria Penelope Trevisani a San Giuseppe sul Panaro. Un paio di morti assassinati: lo psichiatra Giulio Santucci, accoltellato alla gola a Bologna e la pediatra Rosa Gilardi, uccisa con la sua stessa pistola proprio a San Giuseppe sul Panaro (vedi un po’ il caso, anzi la coincidenza come da titolo). E dunque vicende che si intersecano fra loro: un intrecciarsi di relazioni, amori, tradimenti, di cure psichiatriche e psichiatri che arrivano da tutte le parti.
Ad indagare il commissario Tommaso Pedroni, coadiuvato da una schiera di collaboratori, fra cui il timido ispettore Luigi Sassi. Anch’egli divorziato in amicizia con Jolanda, a sua volta amica di Marco Baldini, moglie e quattro figli ancora dietro alle gonne, la talpa della polizia che le fornisce notizie riservate.
Pedinamenti, travestimenti, facilità di entrare in relazione con l’altro ed estrema facilità dell’altro (fin troppa) di entrare in relazione con lei (confessioni a go-go anche in treno) e non manca neppure il classico momento di sconforto personale con relativo salto sul letto (un classico).
Prosa spigliata senza tanti sobbalzi (in prima persona e al presente la narrazione di Jolanda), infiorettata da una brancata di citazioni (Colombo, Poirot, Sherlock Holmes, Nero Wolfe, Patricia Highsmith, Hitchcook e…).
Un bell’incasinamento sentimental-psichiatrico con soluzione certamente non nuova nella letteratura poliziesca, esempio concreto di quanto ormai sia facile confezionare un prodotto più o meno discreto attraverso le solite situazioni standardizzate.

CSI Alaska – Primavera di ghiaccio di Dana Stabenow, Newton Compton 2011.
Continuano a imperversare i libri venuti dal freddo. In questo caso dal freddo che più freddo non si può. Più precisamente dall’Alaska (giuro). O, ancora meglio, dal villaggio di Niniltna dove un folle fa fuori nove persone con un fucile di precisione. Ma una di queste, la giovane Lisa Getty, che se la spassava con tutti gli uomini del paese, risulta essere uccisa da un’altra arma. Chi ha sfruttato questa occasione per togliere di mezzo una tal fomentatrice di invidie e gelosie?
Ad indagare Kate Shugat con il suo fedele husky (femmina) Mutt in calore con un lupo grigio in giro che le fa la corte. Vive in una capanna “nel bel mezzo di un parco nazionale di otto milioni di ettari”, sempre in continua attività, una cicatrice alla gola ricordo di un terribile momento, pelle liscia e dorata, occhi grandi e luminosi color nocciola, capelli lunghi fino alla vita, lisci e soffici come la seta, voce roca e irregolare. Ascolta Beethoven insieme ai gruppi moderni. Più avanti da un personaggio veniamo a conoscenza di altri particolari: minuta e agile, non beve alcol, è competente ed efficiente nel lavoro, dotata di un notevole senso dell’umorismo, responsabile verso gli altri che la rispettano e la temono, soprattutto per le sue gesta leggendarie.
In relazione affettiva con Jack Morgan, capo della squadra investigativa, accetta a quattrocento dollari al giorno più le spese (pure concreta) di condurre le indagini. Via allora con la motoslitta Super Jag in giro a interrogare e ascoltare e così viene a sapere che Lisa spacciava droga e uccideva gli orsi per venderne la bile. Suo amico Bobby in carrozzella reduce dalla guerra del Vietnam che cita Sam Spade e la salva dopo un tentativo fallito di venire uccisa.
Il libro si presenta non solo come la classica indagine su un terreno già arato (l’idea del morto che non c’entra nulla con gli altri non è certo nuova), ma anche, e direi soprattutto, un excursus su una società del freddo, dove si organizzano corse, scalate della montagna più alta, gruppi di cucitrici, danze del ventre, dove si dà vita ad una specie di rito religioso: il potlack, una danza per le persone uccise a cui partecipa la stessa Kate in conflitto con la nonna Ekaterina troppo attaccata alle vecchie tradizioni. Non manca una cerimonia delle donne in onore (addirittura!) dell’assassino che le corna sono pesanti per tutti.

Ma via, dai, su, gnamo, un se ne po’ più (staggese). Di che cosa? Ma di donne poliziotto (per lavoro o per caso) che spuntano fuori da tutte le parti. Ora ci si è messo anche Jeffery Deaver con La bambola che dorme, Sonzogno 2007, a crearne un’altra, a volte se ne sentisse la mancanza.
Appena ho preso in mano il Malloppone di 503 (cinquecentotre! Li mortacci…) pagine ho pregato il Signore che non fossero vere le voci che avevo sentito in giro. Cioè che questo spilungone affusolato avesse dato vita ad una nuova detective lady. Ho scorso la seconda di copertina con l’occhio trillante, tenendo ben fermo il libro che non mi si slogasse il polso, ed i vari rumors sono diventati realtà nel personaggio di Kathryn Dance. Ho scosso la testa ed ho portato la mano al portafoglio che mi ha lanciato un mesto sorriso di rassegnazione. Gli stupidi hobby (in questo caso leggere tutti i libri possibili in cui compaiono donne poliziotto) si pagano. Ed ho pagato ricevendo in cambio un sorriso, questa volta accattivante, dall’allegra cassiera. Non tutto il male ecc…
Trascinato il Malloppone a casa ho incominciato a leggerlo (con sottofondo di parolacce) tenendolo a debita distanza da alcuni Leggeri che lo guardavano con aria impaurita.
Eccone il succo che trascrivo pari pari per abulia costituzionale. “California 1999. Daniel Raymond Pell per i media è il “figlio di Manson”: affascinante e sinistramente carismatico, al pari del suo predecessore ha incantato, sedotto e plagiato i giovani adepti della sua setta. E con la complicità di uno di essi ha sterminato un’intera famiglia. Nessuno dei due però si è accorto che la notte del massacro, confusa in mezzo alle bambole, una bambina dormiva tranquilla nel suo lettino.
Otto anni dopo Pell sta scontando la condanna a vita in un carcere di massima sicurezza per l’efferata carneficina e deve essere processato di nuovo perché vari indizi lo collegano ad un altro delitto del passato rimasto irrisolto. Condotto in tribunale, è interrogato dall’agente della California Bureau of Investigation Kathryn Dance esperta in cinesica.
Kathryn è uno dei pochi poliziotti in grado di interpretare il linguaggio non verbale e di capire se testimoni e sospetti dicono la verità. E non sbaglia mai.
Questa volta, però, il suo compito è davvero arduo, perché deve confrontarsi con un osso duro, un killer dall’intelligenza quasi sovrumana, un abile manipolatore della volontà altrui. E quando, dopo un sottile gioco di parole, sguardi, gesti, Kathryn scalfisce l’assoluta compostezza di Pell e intuisce un diabolico trucco, è troppo tardi. Il “figlio di Mason” è evaso dal tribunale. Comincia la caccia”.
Kathryn Dance: prime informazioni proprio da Pell. “Cominciò con gli occhi, di un verde complementare al suo azzurro, incorniciati da un paio di occhiali dalla montatura nera e quadrata. Proseguì con i capelli biondo scuro raccolti a treccia e la giacca nera con sotto una spessa camicetta bianca per nulla trasparente”. Al collo ciondolo a forma di conchiglia, unghie corte smaltate di rosa, fede con la perla grigia, borsetta azzurra. Sempre da Pell: “Hai passato i trent’anni, agente Dance. E sei piuttosto carina, Eterosessuale, suppongo, e sono certo che ci sia un uomo nella tua vita. O c’è stato”. Vedova (marito William Swanson morto in un incidente) con due figli, Wes e Maggie, e due cani, Dylan e Patsy. Vivi (miracolo!) i due genitori. Buon rapporto con loro e anche con i figli. “Mentre suo padre scendeva le scale, Kathryn ringraziò per l’ennesima volta Dio, il destino o chiunque fosse per avere dato a lei, vedova con figli, una figura maschile affidabile”. Mente sorprendente, acuta osservatrice. Fredda e tenace. Ha già lavorato su casi di stupro, aggressione e omicidio. Prima giornalista, poi consulente per la selezione delle giurie. Ha incontrato suo marito quando era giornalista e lui un testimone dell’accusa in un processo contro Salinas. Sua salvezza la musica: “Con le melodie dell’arpa celtica di Alan Stivell, l’irrefrenabile motivo ska-cubano di Natty Bo e Benny Billy o i pezzi di Lightnin’ Hopkins che le colmavano la mente e i pensieri, Kathryn riusciva a non rivivere gli inquietanti interrogatori con violentatori, assassini e terroristi”. Insieme alla sua amica Martine Christiansen cura un sito un sito chiamato American Tunes, dal titolo di una canzone di Paul Simon degli anni settanta. Sua seconda attività “folcloristica” ricercare musica artigianale. Pistola Glock (già vista in altre detective lady) mai usata. Tiratrice così così. Sua passione scegliere le scarpe. Patisce il mal di mare.
Simpatia per Brian Gunderson, quarantenne dirigente di una banca di investimenti. Un paio di baci. Si mette di mezzo il figlio Wes. Costretta a lasciarlo. Conosce il famoso Lincoln Rhyme (sì, proprio il detective tetraplegico) ossessivamente affascinato da ogni dettaglio degli indizi. Lei, invece, colpita dagli indizi del lato umano.
Ancora simpatia (solo baci infuocati) per il collega Winston Kellog che mantiene nascosta al figlio. Scarne notizie sul cibo. Trovato birre, pinot grigio, fette di carne fredda, noccioline…
Soffre di attacchi di solitudine “un serpente che colpiva all’improvviso”. Ritrova la sua vecchia chitarra Martin 00-18, un modello di quarant’anni prima e attacca Tomorrow is a long time di Bob Dylan.
Il tutto si svolge lungo l’arco di una settimana. Il primo commento che mi è venuto è stato mah, insomma, beh, però…Solite frasette in corsivo che non se ne può più. Prova scialba per un maestro come Jeffery.
Una ciambella senza buco.

Le lunghine di Fabio Lotti – Detective Lady (VI)

Continuiamo la carrellata delle signore o signorine in giallo…

Difficile immaginare Petra Delicado in un centro commerciale, “il solo luogo al mondo in cui tutto coesiste in insensata contiguità”. Lei, che sembra trovare ordine e serenità, che sembra ricavare energia dai brulicanti paesaggi delle vecchie strade, che sembra orientare il suo intuito solo nella commedia umana dei quartieri cittadini. Come un Maigret cresciuto nell’orgoglio femminista, che ha bisogno di fiutare le case, le botteghe, le atmosfere. E infatti in un centro commerciale, mentre insolitamente fa provviste e depreca i tempi, le capita l’inaudito: “La mia Glock era sparita. Farsi rubare la pistola da una bambina, il colmo del ridicolo per un poliziotto”. Così, questo nuovo caso per lei e per il fido vice Garzon, inizia nella maniera più banale, sulle tracce di una minuscola ladra di pistole di non più di otto anni. Che rapidamente però la conduce in uno dei soliti inferni, covanti sottotraccia, in cui, procedendo tra qualche cadavere e passi falsi, si immerge la sua inchiesta di strada”. E che la porterà a scoprire casi di sfruttamento infantile ed un conformismo sociale del tutto riprovevole. Tutto scritto, come al solito, in prima persona in questo Nido vuoto di Alicia Gimenéz Bartlett, Sellerio 2007.
Petra Delicado: acquista l’ultimo libro di Philip Roth, cerca di non perdere la pazienza, critica dei giovani, dei loro comportamenti e abbigliamenti “Sono orribili, pensai, fanno di tutto per cancellare la naturale bellezza della gioventù. A pensarci bene, diceva la stessa cosa mia madre, negli anni della mia adolescenza, ogni volta che mi vedeva uscire con un vecchio cappotto “da poeta maledetto”, così lei lo definiva”. I centri commerciali sono i “luoghi più inospitali, volgari e nauseabondi dell’intero pianeta”. In crisi dopo il furto della pistola, la sua Glock. Riflessione sulla sua vita e sulla felicità in generale “Sono contraddittoria, lo so: quando l’azione mi coinvolge sento la mancanza della tranquillità, e quando riesco a vivere per un po’ una tranquilla routine, sono ugualmente scontenta”. Una personalità ben variegata. Se la prende con tutti ma capisce di essere lei la colpevole. Un disastro. Ostinatamente contraria al matrimonio “Basta guardare la gente che porta la fede al dito per adorare la solitudine”, oppure “Per questo il matrimonio è così disastroso: impone un testimone costante e indiscreto alla nostra vita”. Ricordi dei suoi due matrimoni. Nel primo era assorbita dall’evento mondano: invitati, parenti, il vestito ecc… il secondo era stato “un matrimonio divertente, quasi una parodia”.
La infastidiscono i luoghi comuni anche se ammette che spesso si basano su fatti incontestabili. Deve vedersela con se stessa, con Fermin Garzon che ha una compagna che vuole sposarlo e con la sottoposta Yolanda che ha una relazione con un suo ex fidanzato. Tutti e due chiedono consigli. Roba da manicomio. Ad un certo punto “E poi, sono stufa di essere presa per una consulente matrimoniale”. Una cosa è certa “Se accetti di esprimere un’opinione sui problemi personali di qualcuno, devi dire solo quello che l’altra persona vuol sentirsi dire. Nient’altro”. Conosciamo già dai libri precedenti della Bartlett il rapporto di scontro, spesso ironico, fra lei e Garzon che in fondo si rispettano “Pensai che un uomo che ama a tal punto mangiare non potesse poi tanto sbagliarsi sull’umanità”. Presa dai problemi della società “Di colpo mi tornarono in mente la responsabile del laboratorio, le operaie rumene, rinchiuse a cucire, i bambini di strada, la pornografia minorile. Il sorriso che avevo ancora sulle labbra sparì di colpo”. E ancora “Quel caso mi angosciava per una sola ragione: avevo visto il volto del male”. In crisi pensa addirittura di entrare in convento (un po’ forzata eh?). Presa anche dalle attenzioni dell’architetto Marcos Antigas, un uomo che “non rientrava nei soliti schemi, aveva una sua originalità. Tranquillo, un po’ assente, aveva qualcosa dell’hippy sognatore, ma anche dell’uomo razionale tutto d’un pezzo, perfettamente adatto alla realtà”. La sua voce le fa ricordare alcuni momenti piacevoli della sua vita di bambina. Cambio di umore “Se prima oscillavo fra la passività e la depressione, ora ero in preda all’ansia più frenetica”. Citato Versace “Tutti i villan rifatti adorano Versace”. Contro il matrimonio ma consapevole anche dei problemi legati alla solitudine, il “nido vuoto” del titolo. Sulle donne “Certo che se gli esseri umani sono un disastro a livello globale, noi donne lo siamo all’ennesima potenza”, e “Ma non c’è niente da fare, noi donne siamo come i tassisti, che detestano girare a vuoto e cercano immediatamente un nuovo cliente da far salire a bordo”. Il rapporto con Antigas la aiuta. Non riesce a capire come possa essere tanto ricercato l’amore a pagamento. Ha i suoi bravi momenti di irritazione. L’ispettore Machado “Me l’avevano detto che eri attaccabrighe, e ora vedo che non avevano torto”. Ma anche di commozione quando scoppia a piangere alla vista del corpo morto di una piccola ladra. Beve volentieri whisky. Filosofeggia “Ma forse nella vita tutto è così: aleatorio e ingannevole. Tutto mescolato, composito. La bellezza non implica necessariamente bontà d’animo, così come l’infanzia l’innocenza, né l’amore è sempre compassione”. Dopo averne dette di cotte e di crude sul matrimonio si sposa per la terza volta! Anche se le sembra di assistere al matrimonio di un’altra persona. Come è Petra vista dagli altri, e forse anche dalla stessa autrice, ce lo dice il commissario Coronas proprio alla fine del libro” Petra Delicado è attaccabrighe, ribelle, anarchica, testarda e, se mi perdonate l’espressione, una gran rompipalle”. Ma tutti sono innamorati di lei.

L’istinto del sangue di Jean-Christophe Grangé, Garzanti 2010.
Personaggio principale il giovane giudice istruttore di Nanterre Janne Korowa. Trentacinque anni, un metro e settanta, peso tra i cinquanta e i cinquantacinque chili, zitella, qualche amica, una serie di rapporti amorosi andati a male e dunque depressione, ricovero in ospedale e Lexomil come conforto. Storia attuale con il fotografo Thomas, praticamente un dongiovanni (glielo avevano detto) che fa girare le scatole. Tiene ad una certa eleganza anche se il conto in banca è zero, scarpe Prada e macchina Twingo. Suo ufficio al terzo piano del tribunale di primo grado in materia civile dove fa un caldo bestia (aridagliela), alle prese con giovani vittime del saturnismo (intossicazione di piombo) e con un importante traffico di armi.
Fino a quando arriva il “caso”, e cioè il cadavere della infermiera Marion Cantelau fatto praticamente a pezzi che le riporta alla mente lo scempio della sorellastra più grande Marie. Intorno alla scena del delitto impronte di piedi e mani nude e simboli sui muri dipinti con sangue mischiato all’ocra come quelli dei primitivi. Si aggiungono, da copione, altri morti ammazzati con lo stesso metodo simile ad un antico rituale. Le vittime sembrano collegate allo psicanalista Antoine Feraud che viene messo sotto controllo e dalle registrazioni si scopre la “particolarità” di un giovane paziente, forse autistico, che potrebbe essere l’assassino. Da qui dissertazioni sulla malattia, un excursus sulla storia dei popoli primitivi, il famoso “Totem e tabù” di Freud insieme agli assilli della nostra sulla vita, il suo innamoramento per Antoine, il dolore per la madre ricoverata in un istituto.
L’evolversi della vicenda la porta ad un lungo viaggio in Nicaragua, Guatemala e Argentina per terminare a Campo Alegre nella Foresta delle Anime. Storia di violenze politiche, di dittature, emozioni e paesaggi inquietanti, con un finale ricco di tensione, fuga, lotta, paura.
Un buon libro, da leggersi con calma, che svaria su diversi argomenti e ci riporta agli albori della nostra esistenza.

Una copertina nera, una mano sinistra di donna con una sigaretta fra le dita. In alto Sara Gran Una del giro. Più in basso “Uno dei romanzi criminali più duri e graffianti mai scritti… Merita un posto d’onore al fianco di Hammet, Thompson e Chandler” scrive “The Associated Press”, Editore Longanesi 2008. Interessante, mi sono detto, anche se la bocca ha preso una involontaria piega di sospetto. Quando i termini di paragone sono i grossi calibri sopra citati è meglio andarci cauti.
Siamo nei bassifondi di Manhattan negli anni cinquanta con Josephine Flannigan detta Joe, una tossica uscita dal giro da due anni. Niente si sa del padre, trascurata dalla madre se ne va via di casa occupandosi della sorella più piccola, Shelley. Droga e prostituzione per tirare avanti. Alloggia alla Sweedmore, una pensione femminile in una stanza dalle dimensioni “di una scatola di scarpe”. Due vecchie poltrone di seconda mano, un tavolo, un tavolino da salotto, un vecchio fonografo e bagno in comune con altre ragazze. Uscita da poco di galera senza un soldo. Frega portafogli, fuma l’erba che tanto non da dipendenza. Sposata e separata da suo marito Monte che l’aveva iniziata alla droga. Accetta l’incarico da parte dei genitori Nelson, di ritrovare la loro figlia Nadine scomparsa, anch’essa caduta in un brutto giro. Vista l’ultima volta con Jerry McFall, un losco figuro come suol dirsi. Mille dollari subito e mille al suo ritrovamento. Inizia il tourbillon della ricerca a partire dalla scuola che frequentava e dai locali in cui poteva essere stata: il “Rose”, il “Royale”, il “Red Roster” con tutta la fauna di sbandati, ballerine, prostitute, papponi che ci girano intorno. Ricerca dura, difficile, qualche momento di debolezza. Ma poi continua la ricerca con i soliti intoppi che si trovano in ogni noir che si rispetti. Jerry McFall viene trovato ucciso e pare che la famiglia Nelson non esista. Dunque una trappola per incastrarla…
Stile secco senza tante sbavature, giusta dose di psicologia, colpi finali a sorpresa ma solo un riecheggiamento di Hammet, Thompson e Chandler…

Le lunghine di Fabio Lotti – Detective lady (V)

Continuiamo la carrellata delle signore o signorine in giallo…
Tra le tante delusioni qualche volta capita di fare una scoperta interessante come questo Cruciverba criminale, di Parnell Hall Mondadori 2007.
“Una nuova inchiesta per Cora Felton, la Signora degli Enigmi: indagare per conto dell’amica Becky Baldwin, avvocato penalista, sull’efferato omicidio di una giovane donna, avvenuto vent’anni prima. L’uomo che sta scontando l’ergastolo per quel delitto si dichiara infatti innocente e accusa un ex collega, che però è morto in uno strano incidente d’auto. È solo l’inizio. Una dopo l’altra, per un micidiale effetto domino, le persone implicate nel caso sembrano condannate a morte certa. E l’ultima tessera del domino potrebbe essere proprio Cora”. Eh sì, tutto è poco chiaro in quel processo avvenuto venti anni prima: dall’avvocato difensore, al poliziotto testimone, al medico legale, al giudice.
Cora Felton: vive con la nipote Sherry Carter che vuole evitare le violenze del marito. Da lei si sa subito che la zia non ama ricordare i suoi compleanni e gli anniversari di matrimonio. Nella rubrica di cruciverba tenuta da Sherry c’è la fotografia di Cora che appare come “dolce nonnina dai capelli bianchi e dall’aspetto soave”. Ha passato dei momenti difficili negli ultimi tempi. Doveva sposarsi ma il progetto è fallito. Temperamento vivace, anzi più che vivace “Cora piombò nel soggiorno con lo sguardo acceso e i capelli arruffati raccolti a coda, stringendo la sua bocca a sacco” e poi “i suoi occhi color fiordaliso erano dilatati. Le guance erano rosse”. Le piace bere e fumare senza perdere il ben dell’intelletto “Sherry, potrei bere una pinta di rum e recitarti ugualmente dall’inizio alla fine il celebre discorso di Lincoln a Gettysburg”. Non si spaventa di niente. All’occasione si appende al collo l’inseparabile borsa a sacco e si cala dal tetto. Sì, avete capito bene, si cala dal tetto per entrare in un ufficio. E non ha remora nello spaccare vetri con il calcio della pistola. Non apprezza critiche sul suo aspetto fisico, una delle ragioni per cui si è divisa dal marito. Sherry ne subisce le conseguenze “Cora reagì esprimendo una serie di giudizi poco complimentosi sulla stirpe di Sherry e sul suo grado di intelligenza, e mandandola infine, non a farsi benedire, ma a farsi fare qualche altra cosa che poteva costituire, volendolo, un piacevole interludio”. Resistente. Anzi resistentissima. Praticamente non chiude occhio da due giorni.
Scorrazza a suo piacimento in internet e le piace chattare. Interessata a situazioni forti, che provocano emozioni “Voglio qualcosa di appassionante, dai risvolti succosi. Sesso, scandali, morti ammazzati. Chiedo troppo?” dice a Becky. Vista dal giudice Trillino “L’imputata, una signora piccolina, vestita di tweed, gli ricordava Miss Marple, e gli sembrava incapace, non solo di commettere il crimine di cui era accusata, ma anche solo di infrangere i limiti di velocità”. Non propriamente un occhio di lince. Infatti poco più avanti la nonnetta timida e indifesa si mostra per quello che è: “Cora avanzò sicura verso il centro dell’aula, alla maniera di Perry Mason. Non c’era una giuria a cui rivolgersi, ma fece in modo di concentrare l’attenzione di tutti su di sé, badando al tempo stesso che le telecamere la inquadrassero perfettamente”.
Personaggio interessante questa Cora Felton, una Miss Marple più dinamica e impulsiva che non sta a guardare tanto per il sottile, e una scoperta interessante questa Parnell Hall. Scrittura piacevole, gusto per il sorriso e l’ironia, una ventata di gaia leggerezza che non guasta.

Il sangue dell’altra di Tess Gerritsen, Longanesi 2007. 
“Mara Isles, medico legale di Boston, lavora a contatto con la morte e vede cadaveri tutti i giorni, gran parte dei quali vittime di sanguinosi delitti. Mai prima però d’ora aveva sentito il sangue gelarsi nelle vene, mai prima d’ora l’espressione “sosia” le era parsa tanto inquietante e reale, perché mai prima d’ora sul tavolo autoptico aveva visto il suo stesso corpo senza vita…
Eppure non è possibile negare la sconcertante realtà che lei e i suoi colleghi, tra cui la detective Jane Rizzoli, hanno davanti agli occhi: la donna uccisa con un colpo di pistola davanti alla casa di Maura è la sua copia perfetta, fin nei minimi dettagli. Ancor più incredibile è il fatto che entrambe abbiano lo stesso gruppo sanguigno e la stessa data di nascita. Per Maura, sconvolta, ci può essere soltanto una spiegazione, e quando il test del DNA conferma che la misteriosa sosia è effettivamente una sorella gemella di cui ignorava l’esistenza, un’indagine già difficile su un caso di omicidio si trasforma in un viaggio drammatico e rischioso in un passato pieno di oscuri segreti. Bisogna infatti partire dall’infanzia di Maura, dalla sua adozione avvenuta quarant’anni prima, per scoprire l’intricata verità delle sue radici”.
Parallelamente la storia di Mattie Purvis e Bart Dwayne. Lei aspetta un bambino ma il rapporto tra i due non sembra più quello felice di prima. Tra l’altro Mattie, dopo essere stata stordita nel garage della sua casa, si ritrova rinchiusa in una specie di bara. E non è tutto perché all’inizio, sì proprio all’inizio, c’è Alice Rose di quattordici anni che viene anch’essa colpita con un sasso da Eliijah Lank e messa pure lei dentro una bara. E aggiungo uccisioni di donne incinte tanto per completare il quadro.
Vediamo questa detective Jane Rizzoli. Primo spunto a pagina 24: “Mara riconobbe Jane Rizzoli, detective della Omicidi. Ormai all’ottavo mese di gravidanza, la minuta Rizzoli sembrava una pera matura nel suo tailleur pantalone”. Tenace “pur in stato avanzato di gravidanza, Rizzoli non era tipo da chiedere aiuto”. Suo marito Gabriel è partito per il Montana con una squadra dell’FBI per una indagine. Lui tutto preciso, un po’ maniaco dell’ordine da ex marine, lei più disordinata. Guardandosi allo specchio non le piacciono le sue nuove sembianze. Soprattutto il viso troppo tondo e roseo. Dov’è la poliziotta capace di abbattere una porta con un calcio e di far fuori un delinquente? Riflette sul matrimonio “due carriere, due persone ossessionate dal lavoro. Gabriel in giro, lei sola”. Ma questo lo sapeva fin dal principio. Qualche ricordo. Unica donna tra cadetti muscolosi. Tutti aspettavano che non reggesse di fronte ad un’autopsia. E invece era stata la più forte. Più avanti al capitolo dodicesimo altre informazioni: cresciuta nella cittadina di Revere con due fratelli a poca distanza dal centro di Boston, un sobborgo di operai. La sua famiglia ha avuto alti e bassi dal punto di vista economico. Quando ha dieci anni il padre perde il lavoro. Anche ora che riceve uno stipendio fisso non riesce a togliersi del tutto le insicurezze dell’infanzia. Riesce a compenetrarsi con gli altri. Capisce i problemi di Mara “l’ansia di conoscere le proprie origini, di sapere che non sei soltanto un ramoscello spezzato, ma il ramo di un albero ben radicato”. Ottima guidatrice “Jane Rizzoli guidava da bostoniana qual era, con la mano pronta sul clacson, destreggiandosi abilmente con la sua Subaru tra le macchine parcheggiate in doppia fila mentre si dirigevano verso lo svincolo dell’autostrada”. Anche impaziente e aggressiva nonostante la gravidanza. Ricorda l’episodio di Warren Hoyt che assaliva le donne nel proprio letto per tagliarle. Lei era stata il suo bersaglio finale ma l’aveva colpito e reso tetraplegico. Rimaste cicatrici da bisturi sui palmi delle mani. Anche lei ha le sue paure. Non abiterebbe mai in una casa isolata in mezzo ai boschi. Ricorda di un campeggio alle superiori “Non ho chiuso occhio”. A un certo momento la luce “Così le trova, pensò Jane. Nei parcheggi degli ambulatori. Donne incinte che vanno dal medico. Tagli velocemente la gomma e poi è solo questione di attendere. Segui la tua preda quando esce dal parcheggio e, quando si ferma, tu sei pronto, alle sue spalle”. Momento di abbattimento “Dovrei essere a casa davanti al televisore, pensò, con i piedi gonfi sollevati. Questa non è vita per una madre. Non è vita per nessuno”. Per lei la verità “è raramente quella che le persone vogliono sentire”.
Finalmente una detective lady non separata o divorziata! Aspetta un bambino e, bene o male, si arrangia con suo marito. Detto questo le solite frasette in corsivo per i pensieri (francamente stancanti), l’idea dei gemelli (in questo caso sorelle) non propriamente originale. E tuttavia dopo un po’ questa ricerca esasperata dei genitori di Mara riesce a coinvolgere almeno in parte. Diciamo passabile.

Ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai! (Le lunghine di Fabio Lotti)

Riprendo un pezzetto scritto per il blog di Omar Di Monopoli che voglio far conoscere anche a voi lettori. Con qualche, opportuno, ampliamento e aggiornamento.
Ogni tanto mi piace inventare titoli atipici per attirare l’attenzione del lettore. Poi, magari, mi becco diversi accidenti, ma qualcuno a scuriosare l’ho fregato. In questo caso trattasi di vedere dove sta andando il giallo in generale. Così, di getto, senza farla troppo lunga.
Dopo cinquanta sfumature di grigio, di nero e di rosso siamo tutti lì ad aspettare la nuova ondata di porno per signore con altrettante sfumature di nuovi colori che si butti a capofitto nel mare giallastro. Però, insomma, un bel po’ di sesso ce lo abbiamo già trovato.
Domande angoscianti che serpeggiano sulla salute delle sigle giallistiche: il noir è morto?, il thriller come sta?, il mystery che fine farà? Domande angoscianti, dicevo, con risposta univoca. Una valanga di noir, thriller, mystery e via discorrendo a dimostrazione che le sigle, come gli umani, non ne vogliono proprio sapere di tirare il calzino (mi pare giusto). Vediamo un po’…
C’è il gialletto rosa senza porno che sta spopolando e di cui ho già parlato per ogni dove. Dunque potete saltare la lettura. In breve Liala è entrata dirompente nel romanzo poliziesco e ha dipinto di rosa tutte le sue pagine. Basta andare in giro per librerie. Un fenomeno nuovo che non mi sconfinfera ma di cui bisogna prendere atto. Chi vuole vendere inserisca subito nelle sue storie un bel numero di miscele erotico-sentimentali con “il batticuore, il sussultino, lo sguardino birichino, il contattino frementino, il sospirino struggentino, il sognino spintarellino con risveglino sudatino” ed il gioco è fatto.
Poi abbiamo il giallo verde, quello di denuncia ambientale che può pure andare bene (si scrive di tutto) ma che trovo un po’ forzato. Mi pare che si dia al genere troppa responsabilità e spesso la denuncia è una specie di predicozzo mascherato. A rimetterci il giallo e il verde (salvo eccezioni).
Poi ecco il giallo storico in cui siamo proprio bravini, via. Qui non c’è da prendere lezioni da nessuno che, anzi, le diamo. Dico, rispetto agli autori stranieri. Tornato in libreria il ciclo completo di nove romanzi della Mondadori, nati con l’obiettivo di raccontare le migliori storie legate all’Impero Romano. Qualche nome: Salvatori, Forte, Marcialis, Pietroselli… E poi altri indimenticabili autori anche di altre case editrici come Montanari, Leoni, Vichi, de Giovanni, Debicke (la Debicche) e, insomma, se vi dico che siamo bravi, credetemi (ovvia!).
Poi arriva il giallo giallo, quello vero, il Giallo Mondadori (la passione è passione e un po’ di sviolinata ci sta pure bene) che, con il nuovo corso forzato o forzuto (da Forte), sta dando delle belle soddisfazioni ai suoi aficionados. Di solito snobbati anche i racconti interni si stanno facendo via via sempre più interessanti. Nuove storie, nuovi personaggi tra cui Sebastiano (Bas) Salieri di Stefano Di Marino, un illusionista e studioso delle tradizioni occulte, che sta conquistando molti lettori. Aggiungo Erica Franzoni di Annamaria Fassio, monsignor Verzi di Andrea Franco, il commissario Veneruso di Diego Lama, il commissario Buonocore di Enrico Luceri e via e via e via.
Poi ci sono i gialli neri, quelli tutto sangue e sperma che mamma mia bella fanno solo paura a vedere le loro copertine (ora vanno di moda i bulbi oculari), ma mi pare che stiano calando di intensità. Ho l’impressione che la gente sia un po’ stufa del “troppo” che cola da tutte le parti. Anche delle tasse, per dirne una.
Poi ci sono le bambine e i bambini che non solo aumentano la loro presenza nei titoli e all’interno delle pagine dei libri, ma anche sulle copertine. Di spalle lungo una strada deserta, di fronte nel bosco, un po’ da tutte le parti. E se non ci sono loro ci sono gli oggetti a ricordarcelo: uno zaino, una bambola, un vestito. O la figura imponente e minacciosa di un adulto. Bambini che subiscono violenze di tutti i tipi, compresa quella sessuale, da maniaci sconosciuti e ora, sempre più spesso, dagli stessi elementi della famiglia. Dallo zio, dal padre, dalla madre, dal nonno. Con motivazioni disgustose e aberranti, talora pazzesche come quella di bambino di tredici anni costretto a subire le vessazioni di una madre psicopatica solo perché sopravvissuto al fratello gemello. Oggi la tematica è preda di una particolare attenzione, quasi di un affannoso e morboso interesse. Non vorrei, come succede spesso quando qualcosa attira il mercato, che tutto quanto diventi un cliché, una vuota ripetizione. Una moda, insomma. I bambini non lo permettono. Non lo possono permettere.
Poi vanno di moda anche le ragazze, le donne. Soprattutto dopo l’incredibile successo de La ragazza del treno di Paula Hawkins. Sia come contenuto che come titolo. Eccone qualcuno: La ragazza nel parco, La ragazza del passato, La ragazza senza ricordi, Una ragazza bugiarda, La ragazza in fuga, La donna nel buio, La donna senza passato…Un nuovo genere di narrativa, denominato in Gran Bretagna “domestic thriller”, che si sta diffondendo a macchia d’olio. Spesso trattasi di mogli che, subito dopo il matrimonio, scoprono in Lui un terribile segreto (mai sposarsi).
Buona riuscita il giallo “visionario” con il personaggio principale che “sente” e “vede” cose che ai normali non è dato di vedere e sentire. C’è chi parla addirittura con i morti. Aspetto con ansia chi ci vive anche insieme. Intanto date qui uno sguardo.
Gialletti pulp in aumento. Letto qualche libro di autore italiano che cerca di seguire le orme di Gischler. Niente male ma ci vuole più coraggio nell’imbastardire la trama e, soprattutto, il linguaggio che rimane troppo “pulito” per questo genere. La parola, che in altri ambiti va rispettata e trattata con garbo, qui dovrebbe essere presa a calci in culo e buttata per terra (facile a dirsi, eh!).
E, a proposito della parola e del linguaggio, opera meritoria quella di Omar Di Monopoli che, soprattutto Nella perfida terra di Dio, Adelphi 2017, è riuscito a creare un nuovo impasto linguistico veramente efficace.
Poi ci sono gli autori tipo… (non li nomino nemmeno) e ho già detto tutto. E insieme a questi una montagna di stronzate che nemmeno il sottoscritto sarebbe capace di buttar giù pur con tutta la sua buona volontà e la sua innegabile perizia (a scrivere stronzate, voglio dire).
Poi c’è la spy-story con “Segretissimo” che ha ripreso a volare, soprattutto per merito del già citato Stefano Di Marino. A vederlo in foto con pugnali e mitragliette addosso ti viene pure la voglia di dargli un cazzottone in testa (però, occhio, a filare via subito) ma a leggerlo vorresti pure baciarlo (per chi ha fegato).
Poi ci sono quelle recensioni che, a dar retta a loro, il livello di qualità dei prodotti letti sarebbe sempre eccellente, eccezionale, entusiasmante. Da favola. Mai un piccolo calo, mai un abbiocco. Di solito il recensore (maschio o femmina che sia) è sull’onda dell’estasi per avere incontrato l’autore (maschio o femmina che sia), un tipo tanto a modino, carino, pulitino, stiratino, alla manino, per niente boriosino (ci credo, è alla sua prima opera) che senz’altro diventerà un punto di riferimento nel panorama letteral-giallistico del nostro paese e mi par di assistere alla scena di quella santa che vide la Madonna.
Poi ci sono le interviste e una su mille ce la fa (a non rompere).
Poi, alla fine, c’è pure il sottoscritto che non ce l’ha fatta.
E così sia.

Le lunghine di Fabio Lotti: Detective Lady (IV)

Continuiamo la carrellata delle signore o signorine in giallo…
Sfruttando il fatto di vivere in un condominio in cui abitava anche lo scrittore poeta Attilio Lolini (un caro saluto), nonché appassionato cultore di gialli, sono riuscito a carpirgli, tempo fa, qualche notizia su una detective lady a me francamente sconosciuta.
Pur vivendo negli Stati Uniti e risultando una scrittrice americana sotto tutti gli aspetti, Lillian O’Donnell è d’origine italiana essendo nata a Trieste nel 1926. Prima di darsi alle lettere fu ballerina, attrice e regista di successo. Il suo esordio di narratrice avvenne nel filone del romanzo gotico-romantico; datato 1972 è il suo primo libro d’impianto decisamente realista: Phone Calls, con protagonista il poliziotto Mulcahaney, precursore della sua “vera” investigatrice, Mici Anhalt, che debutterà cinque anni dopo in una trama assai drammatica e riuscita: Buio sulla metropoli. Lillian O’Donnell non nasconde la sua ammirazione per Agatha Christie, Dorothy Sayers e, perfino, per Josephine Tey. Come la sua idolatrata maestra, la grande Agatha, la scrittrice non manca di rilasciare sconcertanti interviste sulla politica, notando che il sistema giudiziario americano è troppo generoso con i criminali.
Va detto che un’investigatrice che si chiama Mici, almeno da noi, non si presenta con la dovuta autorità ai lettori, che stanno molto attenti ai nomi dei loro eroi; difficilmente il protagonista di una telenovela o d’un telefilm potrebbe appellarsi Amintore o Ildebrando essendo questi nomi, ad onta della loro bellezza fonica, poco adatti a protagonisti, con la pistola spianata, circolanti nelle metropoli a caccia di spietati assassini. Peccato perché Mici è un personaggio originale che emerge decisamente dall’informe panorama dei tanti investigatori sfornati con la fotocopiatrice. Nel giallo intitolato Wicked Designs Mici, che lavora all’ufficio risarcimento vittime del crimine, si trova davanti un caso veramente insolito: un’anziana signora igienista viene trovata cadavere su una scala della metropolitana; pare sia morta per un’overdose mentre il suo cane, un delizioso barboncino, viene rinvenuto, con la testa fracassata, in un secchio d’immondizia. La donna era ricca, così Mici indagando scopre che c’era molta gente interessata a farla fuori. La O’Donnell o, meglio, la Mici segue il consiglio della sua famosa antenata Miss Marple: è il danaro ossia l’eredità il motivo principe d’ogni delitto che si rispetti, traccia ineccepibile che conduce a una soluzione quanto mai logica ed esauriente.

Come piante tra i sassi di Mariolina Venezia, Einaudi 2009.
La trama interessa fino ad un certo punto. Voglio dire interessa, sì, scoprire l’assassino e tutto l’ambaradan connesso all’evento funesto, che altrimenti non sarei un lettore (anche) di gialli. Ma al centro della scena si piazza lei, Imma (Immacolata) Tataranni, sostituto procuratore di Matera. Quarantatré anni, alta uno sputo, un po’ miope (mi pare), faccia di “luna piena”, tacchi a spillo, capelli rosso mogano o fiamma o carota, o addirittura di “un infido color melanzana”, secondo lo schiribizzo giornaliero. Per la suocera, poi, “la donna peggio vestita di tutta la provincia”, anche se sui giudizi delle suocere c’è sempre da stare cauti.
Ci si piazza, dicevo, ed è difficile staccarle gli occhi di dosso. Non ha fantasia, né una particolare intelligenza, né un certo intuito comune a tanti/e piedipiatti/e dei nostri romanzi, ma una bella memoria che l’ha aiutata anche durante gli studi scolastici. Ligia al dovere, “implacabile come un orologio a cucù, insensibile alle sfumature e concentrata sul risultato”, tiene sotto torchio i suoi sottoposti (spia soprattutto la Moliterni che esce spesso per gli affari suoi) e li fa tremare quando ha la luna storta. Per non esplodere troppo spesso trattiene il respiro (guance gonfie) o tira fuori qualche piacevole ricordo. Ostinata e dura come le piante che crescono fra i sassi, i suoi pensieri vanno di pari passo con le azioni di tutti i giorni e con i suoi istinti primordiali, mentre sbuccia i piselli o, se presa da un dubbio, subito distratta da un babà o da una pizza rustica.
Sposata felicemente con Pietro e portata altrettanto felicemente al sesso come cosa naturale e spontanea, è attratta dal giovane appuntato Caligiuri che le dà una scossa dentro. Ha una figlia Valentina in età adolescenziale, studia al liceo e le procura qualche grattacapo (i soliti vestiti firmati e via dicendo) condito da qualche pulsione omicida a stento repressa (tipo soffocamento). Non manca la vecchia madre con badante, anzi badanti straniere che non ne possono più, insieme a uno strisciante senso di colpa.
Soliti personaggi di contorno: Diana, la sua assistente, “un’accanita spettatrice di fiction televisive”, il giovane e bell’appuntato Calogiuri (già citato), il maresciallo tuttofare Domenico La Macchia. Sulla trama è presto detto. Trovato morto ammazzato il giovane Nunzio (taglio alla gola) con mutande Dolce e Gabbana e sull’erba un santino di La Madonna della Sula. Di mezzo traffici illeciti e, come al solito, l’amore.
Attraverso le indagini vengono fuori in maniera naturale alcuni aspetti della società della sua terra senza il facile e roboante sdegno di tanti autori impegnati: maschilismo e dura vita delle donne, smaltimento dei rifiuti tossici radioattivi, sfruttamento degli aiuti della Comunità Europea, abusi edilizi, sottrazione di reperti archeologici.
Ma, soprattutto, è lei, Imma (Immacolata) Tataranni, che si piazza risoluta in mezzo alla scena su impossibili tacchi a spillo e si muove di qua e di là attraverso paesaggi ricchi di storia antica, incespicando, osservando, pensando, rimuginando, ricordando, sognando. E, nei momenti critici, mangiando. Che, con lo stomaco pieno, si ragiona meglio.

Quando si dice la copertina. Voglio dire che la bella copertina di un libro fa sempre un certo effetto sul lettore. Magari si prende una bufala ma intanto si acquista. Quando poi ce ne sono addirittura due, sotto nera e sopra di uno splendido giallo-arancione, allora si va proprio in brodo di giuggiole. È quello che mi è capitato con Whiskey Sour di J.A. Konrath, Alacran 2007. Ma mi è andata bene. Non è una bufala.
“In vent’anni di carriera, la tenente Jacqueline “Jack” Daniels ha catturato molti assassini, ma questa è la prima volta che è un assassino a voler catturare lei: un serial killer l’ha appena messa in cima alla sua lista. Tuttavia la bella e dura detective di Chicago PD, coadiuvata dal collega Herb, dall’ex detenuto Phin e dall’ambiguo investigatore Harry, è pronta a raccogliere la sfida. All’ultimo sangue”.
Jacqueline “Jack” Daniels: tenente della Squadra Crimini violenti del Dipartimento di polizia di Chicago. Ha una Nova del 1986. Siamo a ottobre e fa troppo freddo. Impermeabile tre-quarti London Fog sopra un blazer blu Armani e gonna grigia. A volte anche blazer di Donna Karan tanto per gradire. Non mancano jeans e maglioni. Caffè a volontà, whiskey sour ecc… Insonnia cronica. Primo spunto su di lei “A quarantatré anni i miei capelli castani erano striati di grigio, che cresceva più rapidamente di quanto lo riuscissi a tingerlo, le rughe sulla mia faccia rivelavano più l’età che la personalità e nemmeno due bottiglie al mese di crema Visine riuscivano a sistemare le cose”. Alta un metro e sessantotto, peso sessantuno chili, occhi castano scuro, capelli scuri e zigomi alti. Ha una mamma che è stata anche lei una poliziotta di Chicago e le ha insegnato a sparare bene. È la sua migliore amica, la sua guida, la sua eroina. Il padre è morto quando aveva undici anni (ormai un classico). Lasciata dal marito e dal fidanzato (altro classico). Biglietto del fidanzato Don “Jack, ti lascio per la mia personal trainer, Roxy. Non eravamo adatti l’uno all’altra, tu eri troppo presa dal tuo lavoro e anche il sesso non era granché”. Quando si dice la sintesi. Ottima giocatrice di biliardo a stecca. Esercizi mattutini con cento addominali, flessioni sulle braccia e bilanciere. Scrive con una macchina elettrica. Le piace leggere. Abituata a tutto. Forte, energica, veloce nel combattere e nello sparare. Le manca di essere innamorata. Ogni tanto ripensa con nostalgia all’ex marito Alan che ha conosciuto sul lavoro. Matrimonio sprecato per la sua carriera. Disperata decide di chiedere aiuto a una agenzia di incontri.
Una volta accoltellata dal componente di una gang, ferita a una gamba esce in fretta dall’ospedale. Regge bene il dolore. Mangia quello che trova “A ogni morte di papa mi cuocevo un hamburger o mi preparavo degli spaghetti”. Fa acquisti la notte convinta dai “teleimbonitori”. Momento triste “Nessuno era felice. Ogni giorno portava altre seccature, altri problemi, altro dolore. E se riuscivi a evitare il cancro, l’Aids, le droghe, gli incidenti d’auto, i malevoli interventi di Dio, c’era sempre la possibilità che uno sbarellato ti rapisse, o rapisse i tuoi figli e li torturasse a morte senza ragione”. Fregata (in passato) dal collega Harry per un caso risolto da lei. Prende simpatia (ricambiata) per il capo contabile Latham che va a finire in rianimazione.
La detective parla in prima persona. Prosa leggera che scivola via. Ironia, parodia, umorismo. Finalmente si sorride.

Tra le sempre più numerose detective lady che affollano le storie di stampo più o meno giallistico ecco arrivare anche la deliziosa Jane Austen in Jane e la disgrazia di Lady Scargrave di Stephanie Barron, Tea 2009.
Proprio la famosa scrittrice inglese in visita dall’amica Isobel Payne, Contessa di Scargrave, si trova testimone di una tragedia. Suo marito, Il Conte Frederick (vecchio il giusto), colto da un improvviso malore, muore in poco tempo. Un biglietto la accusa di omicidio e di adulterio. E da qui cominciano i guai.
Il tutto proposto in forma di diario scritto da Jane Austen medesima tra il 1802 e il 1803 che contiene alcune lettere all’amica Cassandra. Brevi spunti sul nuovo personaggio letterario: figlia di un ecclesiastico ha lasciato un suo pretendente al matrimonio e se ne è venuta via di casa. Spirito libero, aperto, moderno, dotata di acuta intelligenza e di brillante dialettica, tiene testa a tutte le conversazioni. Sensibile, riflessiva, timida (spesso arrossisce), all’occorrenza botta e risposta energica e affilata. Pronta a difendere la sua amica, dinamica, grande camminatrice (tre miglia le fanno un baffo), non gradisce la città, gli “interminabili pavoneggiamenti, l’irrequieta vacuità delle conversazioni, l’affollamento dei luoghi pubblici…”. Mille volte meglio la campagna.
Sempre elegante e curata nel vestire, una penna infilata in una fascia adorna di perle che porta intorno alla fronte. E vanitosa. Lo dice lei stessa “Ognuno di noi ha i suoi difetti, e il mio è la vanità”. Non crede al matrimonio ma non è immune al fascino maschile e ci scappa pure un bacio.
L’autrice cerca di riprodurre la prosa della Austen, fluente, elegante, graziosa, brillante, ricca del bon ton e dello spirito del tempo.
Libro di molti ingredienti che mischio fra loro: fasi di un processo, lettere minacciose, amori ricambiati e non ricambiati, signorine prematuramente incinte (succedeva anche allora), differenze sociali, problemi di testamento e patrimoni, aspettative delle fanciulle in un bel matrimonio con relativo bel patrimonio, mistero, dubbi, angosce, prigioni malsane e puzzolenti, fazzoletto rivelatore insieme a noci delle Barbados piuttosto indigeste, spruzzo di gotico con il fantasma redivivo del conte che a mezzanotte in punto fa la sua inquietante e grottesca comparsa. Non manca la politica e Napoleone. Psicologie ben sviluppate, buona organizzazione, colpo di scena finale con relativo pericolo (un classico) per la nostra Jane.
Piacevole senza entusiasmare.

Le lunghine di Fabio Lotti: Detective Lady (III)

Continuiamo la carrellata delle signore o signorine in giallo…
Gli uomini preferiscono il diavolo di Howard Marks, Giano 2010.
Siamo a Cardiff, anni novanta e poi duemila. Catrin Price, agente della Narcotici alle prese con un dubbio suicidio di un suo ex compagno poliziotto di cuore e di lavoro (l’aveva salvata dalla morte), caduto nelle grinfie della droga e della bellona dannata di turno. Viso infantile, pelle scura tipica della razza celtica “con qualcosa di zingaresco”, tutta vestita di nero, tatuaggi sulle braccia come se “fosse appena uscita da una banda di motociclisti”. Discreta pure lei se il nuovo collega Jack Thomas, dal sorriso compiaciuto, “le lanciava le classiche occhiate che ti inducono a controllare se hai tutti i bottoni allacciati”. È chiaro che in un momento di debolezza (ubriacatura) ci scappi “qualcosa” con inevitabile futura, tremenda vergogna. Abitudine hippy con i dodici saluti al sole dell’Hatha, mezz’ora di tae-kwon-do, praticamente una serie ripetuta di calci e pugni, poi yogurt, fiocchi d’avena e frutti di bosco surgelati. Per finire uso di kanna, erba africana con lo stesso effetto della marijuana senza lasciare traccia. Rimasta la madre tossica, il padre al largo appena nata. Poco propensa a credere negli altri, “la sua Laverda era l’unica cosa al mondo di cui si fidava completamente”. Sogno ricorrente di un’aggressione, uso del Diazepam, ricordi della storia d’amore con Rhys “Fa’ di me quello che vuoi” con quel che segue. Dalla bellona dannata (pure drogata) la notizia che il suo ex compagno, Rhys Williams, stava lavorando a un caso eclatante di molti anni fa, il suicidio della rockstasr Owen Face, gettatosi dal ponte Severn Bridge, il cui corpo non era stato trovato.
Ricerca lunga, interminabile, per scoprire la vera fine del suo amato, insieme al regista Huw Powell, costellata di mille difficoltà: incendio e morte, un furgone grigio che segue, il Supervisore, scene sadomaso, domande, colloqui, viaggi, computer, cartine, fotografie, riprese televisive, un laboratorio all’avanguardia, momenti di angoscia, abbandono e ribellione con il compagno di viaggio, il freddo, la neve, la pioggia, droghe, riti satanici, tensione, pericolo, lotta, fuga…
Ricerca asfissiante, spiegazione finale intorcinata, un po’ come tutta la storia. Le solite cento pagine in più.

La principessa di ghiaccio di Camilla Läckberg, Marsilio 2010.
Elbert Berg vuole rifarsi una vita felice alla faccia di quella befana che ha in casa. Ergo svolge dei lavoretti per mettere da parte i soldi e filarsene via. Come quello per la signora Alexandra. Scontato che la trova morta nella vasca da bagno, i polsi tagliati con la lametta da barba (suicidio o omicidio?)
Inizio promettente nella linea dei grandi scrittori scandinavi. Prosa soffice, delicata, viva introspezione psicologica senza eccedere, brevi spunti di quotidianità. Personaggio principale la scrittrice Erika Falk, trentacinque anni, amica di infanzia della morta anche lei con i suoi problemetti: genitori passati a miglior vita (un classico), il padre affettuoso e la madre arcigna, sorella Anna con matrimonio sbagliato, l’amicizia con l’ex fidanzato. E piano, piano, con calma viene fuori la vita e il mistero di Alexandra, il rapporto con il bel consorte e i suoi amori segreti.
La brava e furbetta Camilla non si fa mancare niente. Arriva l’ironia e la macchietta con il commissario Mellberg, grasso pallato, dita corte e grassocce, capelli di riporto, disordinato, goloso di cioccolatini. E pomposo. Nonché maschilista, battute equivoche e pizzicotti proprio lì alla segretaria. Suo sottoposto Patrick Hendsrtröm innamorato sin da ragazzo della nostra Erika e, guarda caso, lasciato dalla moglie. Ergo storia d’amore con finale lettonzolo (la prima così così ma la quinta una meraviglia).
Non mancano le frasette in corsivo (dell’assassino?), il pezzo di gotico al buio con la paura, l’armadio salvatutto e i passi che scivolano via silenziosi, nonché il passato che riemerge terribile nel presente (mai trovato un passato gentile e carino), il colpevole sbagliato e subito rilasciato. E, naturalmente, le solite storie di famiglie incasinate, la violenza sulle donne e sui/sulle bambini/e. Il tutto inframmezzato con tocchi leggeri di interni ed esterno, la natura, il freddo, la pioggia, la neve. Storie, dicevo, che si incastrano perfettamente fra loro e danno modo ai vari personaggi di mettersi al centro della scena, con particolare riguardo a Erika e Patrick. Forte e coraggiosa la nostra beniamina che si preoccupa della situazione matrimoniale della sorella. Sensibile e desiderosa di una vita tranquilla e serena da poter pianificare “convivenza, fidanzamento, matrimonio, figli e poi una lunga serie di giorni che si susseguono finché una mattina ci si guarda e si scopre di essere invecchiati insieme”. Consapevole del male che si nasconde sotto “una superficie che doveva essere costantemente tirata a lucido”. Un bel personaggio.
E poi dolore, pianto, slancio e gioia che si alternano con un lume di speranza che alla fine sembra accendersi.
Buona l’atmosfera di attesa per la scoperta dell’assassino e buona pure quella per vedere se il nostro Elbert ce la farà. Con tutti i mariti spallati a fare il tifo per lui.

Uno sbirro femmina di Silvana La Spina, Mondadori 2007.
“Catania, prima messa del mattino nella chiesa degli Angeli Custodi. Un ragazzo si alza, avanza, uccide il parroco e poi fugge. Poco dopo viene trovato a scuola. Non nega il delitto, lo giustifica. “Era iarrusu” afferma. Possibile? Pedofilo proprio quel prete in lotta contro la violenza e il degrado del quartiere Angeli Custodi? Don Jano Platania, la cui fama si era sparsa ben oltre i vicoli intorno alla parrocchia? Maria Laura Gangemi, commissario di polizia, non riesce a crederci. Eppure fatica come non mai a concentrarsi sulle indagini. Suo figlio Andrea è in coma all’ospedale Cannizzaro, investito da un TIR la sera prima….” Ed è amico dell’assassino, nipote di don Nitto Torrisi che, da vecchio uomo d’onore, controlla tutto il quartiere. Una brutta gatta da pelare.
Maria Laura Gangemi: commissario di polizia di Catania non le manda a dire dietro. Critica la società dei mariti violenti, della Mafia (Don Nitto Torrisi), della Chiesa come apparato in contrasto con la chiesa militante di don Jano Platania (un disobbediente per Monsignor Corrao) ucciso dal figlio di un boss, di Catania, dei siciliani tutti “ che vedono nel caffè la panacea di tutti i mali”, della Sicilia dei soprusi e del voto dato dietro compenso, dell’Italia “delle vallette, delle sceneggiate politiche, degli inciuci, delle arroganze, delle prepotenze, delle minacce e dei ricatti, delle feste napoleoniche sui panfili dei finanzieri che si mangiavano le nostre finanze a morsi”, critica anche verso se stessa come madre lontana dalle esperienze del figlio. Vita sfortunata con il marito Attilio. Solo insulti e botte. Ricordi del figlio Andrea all’ospedale perché travolto da un Tir “Andrea è una testa ricciuta, un sorriso, una recita scolastica, una mano nella sua al funerale di Attilio”. Ricordi di quando era incinta e bella, con il vestito sciolto ed i capelli lunghi e lisci , le spalle scoperte e lucide di crema. Ma tutto è cambiato.
Donna forte, coraggiosa questa Maria Laura che incute anche un certo timore “Ma a guardarla negli occhi smarrì. C’era qualcosa in quella donna, in quello sguardo duro come pietra che lo fece tremare”, “Capì che non si sarebbe scansata, che l’avrebbe messo realmente sotto le ruote se non si fosse levato, e non solo in senso metaforico”. A un certo punto “batté un pugno sul tavolo dell’ingresso facendo sobbalzare l’intera centralina con i telefoni”. Non sopporta le vittime prima ancora dei carnefici perché “non c’è carnefice senza vittima, e non c’è vittima senza carnefice”. Per lei la statua che rappresenta Il ratto di Proserpina pare che porti impresso il destino delle donne della città “Rapite, sottomesse, usate”. Momenti di fatica, di debolezza, di paura. Piange e trema. Tradisce (direi forzatamente) il marito violento con un collega giovane e carino. Incomincia a bere, in cura da una psichiatra. Cerca di ricucire il rapporto con il figlio, ha bisogno di un altro essere umano. C’è sempre un filo di speranza nella vita. In fondo al libro quando lei è vicina al figlio al letto dell’ospedale “Una mano in quel momento si posò sulla sua spalla. Una mano solida, grande. Non c’era bisogno di chiedere: sapeva a chi apparteneva”.
Lo stile di Silvana La Spina è asciutto, essenziale, non una parola di troppo. La critica alla città e alla società in generale non danneggia il racconto ma nasce spontanea e vera dalla sofferenza stessa della protagonista.

Le lunghine di Fabio Lotti: Detective Lady (II)

La prima parte qua.

Miss Marple stava per vivere l’ultima sua avventura, quando una nuova zitella, Amelia Peabody, irrompeva prepotentemente sulla scena. E non è questo un semplice modo di dire, visto l’indole focosa dell’eroina creata da Elizabeth Peters nel 1975.
Ricca ereditiera, Amelia è ancora giovane ma, per l’epoca in cui vive (l’ultimo ventennio del 1800), i trentadue anni di età pesano e la collocano irrimediabilmente tra le donne che hanno perso da tempo l’ultimo tram per maritarsi. D’altra parte, non ha mai ricevuto una proposta di matrimonio e, per sua stessa ammissione, non è per nulla attraente. Troppo alta, troppo asciutta in alcuni punti, troppo tornita in altri, ha il naso troppo grosso, la bocca troppo larga e un mento con un che di mascolino. Un po’ troppo in tutto, anche nel carattere, talmente irruente e poco femminile da far sospettare che il mento non sia l’unica sua caratteristica che l’accomuna agli uomini.
Malgrado ciò, sotto la rude scorza, Amelia nasconde un cuore che la induce a soccorrere chi è in difficoltà e a intervenire per risolvere i casi più spinosi, qualunque sia la loro natura. Interventista e indomita, tanto da farle guadagnare il nomignolo di Indiana Jones in gonnella, la nostra è comunque destinata ad essere una zitella mancata. La sua passione per le antichità egizie le fa infatti conoscere l’anima gemella: un esperto egittologo, caratterialmente mal disposto come lei, che condividerà con la nostra tutta una serie di mirabolanti avventure.

Sempre nell’età vittoriana vive la successiva eroina, Charlotte Ellison, creata da Anne Perry agli inizi del 1980.
Giovane di bella famiglia, Charlotte ha un certo fascino e sicuramente non avrebbe difficoltà a trovare marito, se non fosse per la sua caparbietà e per l’esiguità della dote su cui può contare. I suoi familiari non vedono pertanto una sistemazione facile per lei, considerando che agli uomini non piacciono le donne ribelli, poco disposte a sottomettersi alle convenzioni che la società impone. Oltre a questo, Charlotte non sa dissimulare, né nascondere i propri sentimenti; anzi, afferma le proprie convinzioni con decisione e fermezza, anche se in modo molto femminile.
In effetti, Charlotte non è la protagonista della serie – ruolo che è assegnato formalmente all’ispettore di polizia Pitt -, tuttavia le circostanze la portano a innamorarsi proprio di Pitt e a prendere così parte alle indagini in cui questi è impegnato. E si deve al suo intuito, alla sua perspicacia e al suo spirito d’iniziativa, più che all’acume investigativo del marito, se molte delle indagini sono risolte in maniera brillante.
Sebbene occupata in casi delittuosi a tempo pieno, Charlotte non dimentica i suoi doveri di moglie e di madre, né tralascia di rivendicare, sia pur con tatto e senza assumere mai antipatici atteggiamenti radicali, un diverso ruolo sociale per le donne. Un personaggio in definitiva dotato di tante apprezzabili qualità (non ultima una spiccata femminilità), destinato a soppiantare il titolare della serie, sempre più emarginato dai passi essenziali delle storie narrate e, in aggiunta, sempre più impegnato in squallide beghe d’ufficio con superiori che desiderano imporre logiche mafiose.

E passiamo a Kathryn Swinbrooke che compare in Italia nell’estate del 1997, con un ritardo di alcuni anni dalla sua effettiva nascita letteraria. Ne è autore C. L. Grace, meglio conosciuto con l’altro pseudonimo di Paul Harding, che, per quanto ne sappiamo, è il primo scrittore di gialli che affida il ruolo principale a una donna.
A differenza delle protagoniste prima considerate, Kathryn ha già una triste esperienza matrimoniale alle spalle e una professione che le permette una qual certa gratificazione sociale,.
Speziale e medico inglese del XV secolo, la nostra vive le sue avventure in un periodo burrascoso per il suo Paese, agitato com’è da lotte incessanti per la successione al trono e da intrighi che non consentono di condurre una normale esistenza quotidiana. In questo clima tetro, connotato caratteristico, e un po’ di maniera, del periodo medievale, Kathryn si barcamena con apprezzabile dignità, cercando di fornire il suo apporto professionale e le sue doti non comuni per la risoluzione dei frequenti delitti che insanguinano la contea.
Gli enigmi la interessano, senza però assorbire tutta la sua energia; lo stesso dicasi per l’amore: Kathryn è una donna troppo concreta per concedersi totalmente al sentimento. Anche l’attività di speziale e medico non è vissuta da lei per vocazione, e non è neppure il fine della sua esistenza, quanto piuttosto il mezzo per affermarsi e affermare il suo ruolo.
Una perfetta giovane in carriera, se si desidera ricorrere a una immagine per esemplificare.

Niente da capire di Luigi Bernardi, perdisapop 2011.
Personaggio principale il magistrato inquirente Antonia Monanni, un “gran pezzo di figa” e pure una “rompicazzo” (agente Gallo). “Capelli lunghi, neri e un po’ mossi”, naso prominente, vigile, sotto gli occhi scuri, bel corpo ma i seni cominciano a rilasciarsi troppo. Depilazione trimestrale che i peli sono robusti e difficili da estirpare. Odia i gialli perché “scritti con i calzini e propongono trame assurde” (Bernardi?).
Storie sentimentali infelici e veloci. Trovato un uomo che le piace dura il giusto, non lo ama più, lo lascia e si dedica tutta al lavoro. Perfino invidiata dai colleghi (carta moschicida) per i casi interessanti da seguire. Per lei la giustizia è un fatto meccanico, ci sono le leggi e vanno rispettate, non si sente un’assistente sociale, nessuna fiducia nelle prove scientifiche essendo, tra l’altro, i poliziotti pasticcioni. Ogni tanto va in crisi. non pulisce la casa, non si lava, i vestiti puzzano. Zoloft e Rivotril più Tomtom, gatto persiano, come cura. Al bisogno sesso fai da te con furiose masturbazioni. Un momento di paura nella notte, l’aggrapparsi ad una voce amica.
Tredici storie tremende, vere, cioè tratte dalla realtà e pure, o proprio per questo, incredibili. Morti ammazzati anche per futili motivi (fumava troppo, dice uno dopo un omicidio). Tutta una umanità, perversa, violenta, impazzita dove il sesso e lo stupro la fanno da padroni, dove donne e bambini sono le vittime predestinate (con qualche spunto di nemesi). Storie che girano intorno ad Antonia, la avvolgono, la intrigano e la rendono un po’ simile agli altri “Che se c’è una cosa di cui non le è mai sfottuto niente è il destino dell’umanità”.
Stile essenziale, secco, spesso brutale come le vicende che vengono fuori e restano infilzate dentro di noi.

Il Lupo Rosso di Liza Marklund, Marsilio 2008.
“Rientrata in redazione dopo la lunga assenza seguita a un’inchiesta che l’ha molto scossa, Annika Bengzton, reporter di punta della Stampa della sera di Stoccolma, parte per Luleå, non lontano dal circolo polare artico. Deve incontrare un collega giornalista che le ha promesso informazioni su un vecchio attentato terroristico rimasto irrisolto su cui lei sta indagando. Ma quando arriva, viene a sapere che qualcuno lo ha ucciso.
Le ricerche di Annika, trentacinque anni, un matrimonio in difficoltà e due bambini da accudire, conducono a un uomo che, quasi invisibile, è tornato nel profondo nord della Svezia per ritrovare le sue radici e riunirsi al gruppo di cui un tempo aveva assunto il comando, in nome di un’idea folle per la quale aveva deciso di lottare”.
Partiamo dunque dalla nostra Annika Bengzton: si è detto trentacinque anni, crisi matrimoniale, due bambini, un maschio ed una femmina. Siamo nella linea normale delle detective lady. Qui si può aggiungere il tradimento del marito Thomas che si aggiunge a sua volta ad un rapporto difficile con un precedente fidanzato ed un suo innamoramento non ricambiato. Aggiungiamo ancora, tanto per sfruttare questo verbo, la brutta avventura “intorno al Natale precedente, quando era stata presa in ostaggio e tenuta prigioniera in un tunnel da una serial killer psicopatica, la Bombarola”. Conseguenza: crisi di panico e vocine che le ronzano per la testa. Così per gradire. E caffè a barili. Anche quattro per volta. Non si pone limiti e si espone senza pensarci a situazioni limiti (oggi mi va di ripetere le stesse parole). Passione per la giustizia e la verità. Vista dal marito: estranea e inafferrabile. Un’aliena scesa sulla terra, anzi per essere più precisi “una piccola donna verde venuta da un altro pianeta”. Alterna momenti di depressione e di sconforto ad altri sicuri e decisi. Soprattutto quando c’è da togliere di mezzo l’”altra” del consorte facitor di corna. E quando c’è da far valere le sue idee con il classico scontro con il direttore responsabile del giornale. Mangia di tutto, anche un cheeseburger con salsa e cipolla che mi ha fatto rivoltare lo stomaco. Sua amica Anna Snapphane, pure lei sfortunatina. Lasciata dal marito con problemi di affidamento della figlia. Non crede in Dio (ritorno ad Annika), non ha interesse per i monumenti e gli hotel con piscina. Le piace il contatto con la gente normale. Ottima madre che si dedica con cura ai figli. Un personaggio complesso e tormentato.
Seguito anche il terrorista assassino, imbottito di idee maoiste, con una vita familiare difficile alle spalle, frustato da suo padre che pratica il laestadianesimo (c’è sempre da imparare) e pochi mesi di vita per un cancro allo stomaco. Oltre al giornalista viene ucciso anche il ragazzo che aveva visto tutto ed un consigliere comunale. Intreccio tra politica e giornalismo, miti rivoluzionari, il cambiamento della società, scontro fra chi si rassegna e chi vuole ancora combattere, lettere anonime, nomi in codice tra cui Lupo Rosso che dà il titolo al libro, paesaggi, il silenzio, il freddo, brevi pennellate di sesso, l’indagine psicologica, l’”imprigionamento”, la fuga, la salvezza, la gloria giornalistica. Stile semplice, nitido, sicuro con qualche appesantimento di troppo nell’ultima parte. Un buon libro.

L’amica di un tempo di Laura Lippman, Giano 2010.
Liberamente tratto da un fatto accaduto a Baltimora. “Jackie Bouknight aveva un figlio, Maurice, che scomparve mentre la madre era sotto controllo (evidentemente un controllo non molto efficace) dal Dipartimento dei servizi sociali della città. Alla richiesta di mostrare il bambino, la donna si rifiutò e trascorse più di sette anni in prigione per oltraggio alla corte”.
Qui la condannata è Callie (Calliope) Jenkis sulla cui vicenda vuole indagare Cassandra Fallows, una scrittrice di successo che vive a Brooklyn, amica di infanzia di Callie praticamente sparita dopo la scarcerazione.
Scrittrice di successo, dicevo, con il particolare che il terzo libro è stato un fiasco. Urge trovare qualcosa di forte come questa storia che pare proprio accattivante. Sulla cinquantina, carattere forte e intraprendente, due matrimoni falliti (il primo per colpa del marito), vita sessuale “allegra” anche durante i matrimoni, da ragazzetta incline ai giovanotti con i capelli rossi e, cito testualmente, “me ne scopai quanti più possibile” che il buon tempo si vede dal mattino. Per tenersi in allenamento come amante Bernard, e fa niente se è sposato e pure un po’ uggiosetto.
Imbranata nei movimenti sbatte dappertutto “con i fianchi e i gomiti perennemente sbucciati”. Non le mancano i mezzi economici (citati Prada e Armani che sono ormai di casa e di bottega).
Per poter andare avanti nella ricerca di Callie, Cassandra comincia a contattare tutti quelli che in qualche modo la conoscono: le vecchie amiche di un tempo, il primo avvocato difensore d’ufficio, il secondo avvocato e via dicendo.
Figura imponente quella di suo padre, presenza ossessiva durante tutto il racconto, che ha tradito più volte la moglie per poi definitivamente lasciarla. Dubbi, riflessioni, ricordi della sua vita, bugie, rancori, ricatti, il tempo che passa e che cambia (fino ad un certo punto) le persone e le cose.
Scrittura che sgorga via sicura, che si insinua, avvolge, ti prende nelle sue spirali. Uno scavare in profondità, un tessere di trame che si legano fra loro, un rifrangersi delle prospettive, un aumentare improvviso di situazioni e personaggi come nati da loro stessi.
Spunti sulla società, scontri razziali (siamo al tempo dell’assassinio di Martin Luther King), matrimoni falliti, famiglie spaccate, violenza delle donne sui neonati e dei giovani verso i genitori. Sesso a perdere, come ho accennato, e l’amore. Anzi, il sacrificio dell’Amore.
Il pericolo di questi romanzi psicologici è di far morire il lettore di claustrofobia. Qui, fortunatamente, si riesce a respirare.