Detective Lady (XV) – Le lunghine di Fabio Lotti

Ecco due gialli che hanno per protagonista una levatrice molto, ma molto in gamba. Si tratta di Omicidio a Gramercy Park e L’albero degli impiccati di Victoria Thompson, Classici Mondadori 2007. Partiamo dal primo.
“Edmund Blackwell, noto guaritore che si serve del magnetismo, viene ritrovato morto, apparentemente suicida. Come se questo non bastasse, sua moglie Letizia entra improvvisamente in travaglio. Sarah Brandt, levatrice, è convocata dal detective Frank Malloy proprio sulla scena del crimine: l’elegante casa del famoso guaritore. Il suicidio è in realtà omicidio e il neonato cade preda di un morbo misterioso. Affidandosi all’esperienza medica e all’intuito femminile, Sarah scopre la causa della malattia del piccolo Blackwell e svela uno scandalo che portano le ricerche di Malloy su una strada lastricata di avidità, frode e passione…”. Possibili indiziati la moglie Letizia, il figlio della prima moglie Edmund Blackwell, il padre di Letitia Maurice Symington, l’assistente del guaritore Amos Potter, il maestro di scuola (che si scoprirà amante di Letitia) Peter Dudley e l’immancabile maggiordomo Granger.
Veniamo al secondo “Si erge un albero infame nel bel mezzo di Washington Square, una tra le più antiche e celebri piazze di Manhattan. Il nome dice tutto: “l’albero degli impiccati”. Ed è proprio in quell’ombra sinistra che Sarah Brandt, levatrice per vocazione, investigatrice per necessità, si reca dopo avere ricevuto una lettera tanto formale quanto ingannevole. Nelson Ellsworth, austero scapolo, chiede il suo aiuto per quella che sembra una questione di cuore. Ma la vicenda si tramuta in delitto proprio sotto l’albero degli impiccati. E con l’aiuto del sergente Malloy, Sarah verrà a conoscenza di una verità allucinante e terribile”. Siamo alla fine dell’Ottocento.
Ed ora cerchiamo di tirare fuori qualche particolare interessante sulla nostra infermiera-detective Sarah Brandt: figlia di Felix Decker appartenente ad una famiglia di alta classe e discendente dai primi coloni olandesi, abita in Bank Street. Primo spunto “Era forte e resistente alla fatica, dopo i lunghi anni in cui aveva marciato a tutte le ore per le strade della città, affrettandosi per arrivare dov’era stata chiamata prima che un bambino vedesse la luce”. Avverte una “curiosa sensazione di piacere” nei confronti di Frank Malloy detective (vedovo) della polizia metropolitana di New York. Con lui molti battibecchi divertenti. Riguardosa e gentile. Tace e ascolta prima di parlare. Ma anche decisa, energica e furibonda all’occasione. Sa perfino urlare, dare schiaffi e maneggiare bene la scopa come arma di difesa. Un bel caratterino. Però anche tenera “Sarah le prese una mano stringendola fra le proprie”. Sempre pronta ad aguzzare le orecchie per ascoltare i discorsi degli altri. Attenta ai minimi particolari “A Sarah non sfuggì il fatto che la signora Fitzgerald avesse chiamato Blackwell con il nome di battesimo”. Ha occhi grandi e bellissimi. Vedova del medico Tom ironizza sui pettegolezzi “I vicini spettegoleranno comunque. Ma non preoccupatevi, la mia reputazione non corre nessun pericolo. Si domanderanno semplicemente se ci sposeremo presto”.
Ricordi teneri del marito Tom che scompaiono all’improvviso quando si trova sola con Frank Malloy vedovo (già detto) e con il figlio Brian che ha una grave malformazione a un piede. Citati vecchi che giocano a scacchi nel secondo libro pagina dieci (questo non importa niente a voi, ma a me sì. Una specie di promemoria dei gialli in cui compaiono gli scacchi).
Sa liberarsi degli importuni “Signor Prescott, se non uscite di qui nel giro di dieci secondi, esco sulla veranda di casa e comincio a strillare che siete venuto ad aggredirmi”. Con i giornalisti “Le bastò un minuto per liberarsi di loro e raggiungere la porta della signora Ellsworth, ancora un attimo ed era già dentro”. Spesso si chiude la porta alle spalle con un “tonfo” ed entra spavalda dappertutto. Se c’è bisogno si fa largo anche a gomitate. Talvolta furiosa anche con se stessa. Le piace la parte della città viva e pulsante “non quella dell’ordine e della tranquillità dei quartieri residenziali dove abitavano i suoi ricchissimi genitori”. Riesce a trattenersi per non rispondere male. Aveva desiderato figli con suo marito Tom ma non erano venuti e un nuovo matrimonio non rientra nei suoi piani. Nessuno può prendere il suo posto.
Ecco come la vede Frank “Gli piaceva il modo in cui la lampada traeva riflessi dorati dai suoi capelli biondi, e come si muoveva così sicura di sé e nello stesso tempo così piena di femminilità. Perché non c’era dubbio che fosse una gran bella figura di donna, che avrebbe riempito molto piacevolmente le braccia di un uomo. Oppure il suo letto”.
Giudizio drastico della signorina Stone “Una giovane donna non dovrebbe mai rimanere sola in compagnia di un giovanotto fino a quando non si sono fidanzati, e anche in questo caso… Ma le ragazze di oggi lo sa Dio cosa fanno!”.
I genitori non hanno approvato il suo matrimonio con il dottore Tom e non approvano l’amicizia con Malloy. La madre “Una donna non sposata, agli occhi del mondo, non potrà mai essere soltanto amica di un uomo sposato”.
Per Sarah nessuno merita la morte “A me non importa quello che Anna Blake ha fatto, ma non meritava di morire”. Ostinata. Lo dice la madre “Ormai non spero più di vederti sposata di nuovo. Il dottor Brandt dev’essere stato un uomo molto tollerante per essere riuscito a sopportare un carattere ostinato come il tuo”.
Mangia panino imbottito di formaggio e anche con la salsiccia. Soffre di emicrania. Ogni tanto momenti di trasporto verso Malloy e viceversa: “per un momento rimasero a fissarsi negli occhi, e Sarah credette di scorgere in quelli scuri di lui qualcosa che non aveva visto mai prima. Un desiderio struggente…”. Talvolta diventa rossa. Ma è anche intraprendente. Alla fine ci scappa un bacio (ho fatto un tifo pazzesco per questo) ma Malloy decide di fermarsi qui.
Gialli classici con storie ben costruite, soprattutto dialoghi dal ritmo serrato, prosa essenziale. Da leggere.

Molto tempo fa avevo scritto su “Sherlock Magazine” che il libro Carne fresca di Stella Duffy, Marsilio 2006, non mi era piaciuto. Per niente. Avevo deciso, quindi (saggezza dei meno giovani), di non parlarne. Lo avrei ripreso in mano con più calma in una occasione successiva. Mi sono ricreduto. Non c’è dubbio. Almeno in parte.
Contenuto (sintesi estrema): si tratta di un parto particolare per cui Molly deve partorire un bambino di Saz nel senso che questa dona il suo ovulo a Molly fecondato dallo sperma di Chris (un amico di colore, gay). Poi ci sono due ricerche condotte da Saz sui genitori naturali di Chris e su quelli (sempre naturali) di Patrick Sweeney, figlio adottivo di Gerald Freeman che, guarda caso, si trova in una fotografia relativa al battesimo di Chris. Saz, attraverso questa indagine, scopre che alla fine degli anni Sessanta esisteva un mercato di neonati venduti o regalati dopo avere fatto sapere alle madri che i loro figli erano morti. Non chiedetemi altro, per favore.
Protagonista Saz Martin: sempre in movimento, la vediamo all’inizio correre sotto la pioggia (in seguito verremo a sapere anche la lunghezza del percorso: cinque chilometri), far cadere le chiavi di casa e dire “Merda, cazzo, merda, vaffanculo, cazzo” che mi hanno fatto venire in mente le citate “variazioni”. Poi le cade anche il walkman con il quale sta ascoltando “i lamenti di Neil Young”. Poco più sotto e nella pagina successiva e in quella successiva ancora il solito ritornello sull’“arnese” di riproduzione maschile. Ormai un dato sicuro. Linguaggio diretto. Esplicito. Senza tante manfrine. Sul fisico si viene a sapere che ha gli addominali scolpiti “contro le vecchie cicatrici delle ustioni che coprivano i muscoli ben delineati, il corpo pronto a reagire, preparato a qualunque mazzata stesse per piombarle addosso”. Di più niente da fare per dichiarazione della stessa autrice che l’ha voluto lasciare di proposito nel vago. Un po’ nervosetta “Con una sberla spense la segreteria, furiosa con Molly che non le aveva lasciato un messaggio completo…”. Anche in seguito “Saz fece una smorfia e con un calcio mandò all’aria alcune pagine”. Mentre l’aspetta va su e giù per le stanze della sua casa, lava i piatti, mette a posto i vestiti sparpagliati sul pavimento, dà un morso ad una brioche, controlla l’orologio al muro e quello al polso, telefona. Vuole un bambino a tutti i costi. Si rende conto della importanza e “bizzarria” di questo evento. Per essere meglio preparata a svolgere il proprio ruolo di “componente non gravido della coppia” annota mentalmente di cercare un po’ di padri con cui parlare. Accetta il mondo com’è. Bevicchia (ironico). In un incontro tra lei, Marc e Chris arriva alla terza bottiglia di vino. E sputacchia (non ironico) nel bicchiere di vino. Molto rispettosa e sensibile verso la sua compagna “Stava sdraiata nel buio e nel silenzio, cercando in tutti i modi di non agitarsi e disturbare Molly, mentre aspettava che l’alcool bevuto quella sera facesse il suo effetto e le calmasse la mente irrequieta abbastanza da concederle un sonno ristoratore”. Oppure “Quando Saz entrò nel letto ormai dopo le due di notte si domandò se fosse giusto svegliare la sua compagna incinta per fare sesso nel bel mezzo della notte” ma desiste. Il suo amore per questa donna la porta ad un comportamento più maturo rispetto al passato “Quattro anni passati felicemente in coppia con Molly le avevano tolto qualsiasi desiderio di sperimentare le gioie di tirare l’alba girando per locali. L’idea di rivisitare la landa delle angosce esistenziali dei vent’anni popolata da una gioventù affamata di sesso, e di terminare la serata cercando di decifrare l’incoerenza delle proprie ciance da ubriaca, la riempiva di orrore che puzzava di vomito, con la colonna sonora di un tedio pericolosamente nostalgico”. Ciò che le piace è “Crollare sul pavimento accanto alla sua innamorata e guardare tv spazzatura, mangiare groviera caldo e squagliato sul pane nero di segale, con senape extraforte, e mezza barretta di appiccicosa cioccolata di caramello, bere una o due bottiglie di vino ghiacciato scelto con cura e poi farsi una bella dormita di otto ore”. Va beh, de gustibus con quel che segue. Però quando ci dà sotto ci dà sotto davvero di brutto tanto “da far arrabbiare sul serio il loro vicino di sopra”. Ha una visione “personale” degli avvocati: “paranoici ultrapedanti” , “dei poveri fissati” felici di incontrare “un viso giovane e vivace” che avrebbe portato un po’ di aria fresca “nelle loro vite altrimenti polverose”. Ecco come viene giudicata dai “normali”. L’impiegato “Dopo avere parlato sottovoce al telefono, guardò verso Saz e inarcò le sopracciglia per esprimere quanto trovasse sorprendente che l’avessero anche solo fatta entrare nell’edificio, e ancora di più il fatto che la sua titolare l’avrebbe ricevuta”. Diretta, impulsiva. Spiccia, veloce nel fare le cose “In mezz’ora Saz si lavò, si vestì, lasciò un biglietto a Molly e prese un taxi per andare in città”. Poco portata per il mondo degli affari ma piuttosto informata su quelli scandalistici. Accenno alla sua infanzia disastrata “Non sapevo nulla quando avevo sedici anni, solo che odiavo i miei, odiavo mia sorella, e che sarei morta se non fossi andata a Londra nel giro di una settimana. E che nessuno mi avrebbe mai capita. O amata”. Quando si accorge di sbagliare cerca di porvi rimedio. Soprattutto nel rapporto con gli altri. Comunque sia riesce a risolvere alla svelta il problema dei rimorsi. Caffè forte e cioccolata amara Hobnobs (?). All’occorrenza una sniffata di coca innaffiata con una bottiglia di vino. Per quanto riguarda la religione qualche concetto le è rimasto per via di una sorella maggiore che “aveva attraversato una fase di conversione” piuttosto breve dopodiché se ne era andata via di casa. Resistente. Dopo essere stata picchiata selvaggiamente “In quei momenti sapeva che doveva cercare di restare sveglia, che non doveva permettere a quella che, senza dubbio, era una commozione cerebrale fortissima di trasformarsi in qualcosa di peggio, cazzo, capiva le motivazioni mediche per restare coscienti nonostante il dolore”.
Conclusione: una riflessione sul personaggio ed una sul libro. Saz è un personaggio interessante, un miscuglio di volontà, di tenacia, di spregiudicatezza, di amore, ricca di sentimenti delicati, di passione. Una “creatura” vera, viva. La sua forza sta probabilmente “nei suoi limiti come investigatrice”. Non ha lampi di genio, né le si accende la lampadina al momento giusto. Non anticipa gli eventi e talvolta li subisce. Per il resto, tenendo a bada il mio maledetto inconscio, ho ancora qualche dubbio. È vero, come ha scritto Carlo Oliva, che la nostra Stella Duffy ha uno spiccato interesse per le “situazioni familiari anomale, che è da sempre uno dei pilastri del giallo classico”, ma quando si esagera si esagera. Insomma, per dirla con un proverbio “Il troppo stroppia”. E qui si è stroppiato.

Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (IV)

Si riparte!…
E allora saliamo in carrozza con A.A. Fair La notte è per le streghe
Non fatevi ingannare dal nome dell’autore. Trattasi dello pseudonimo di Erle Stanley Gardner, creatore del famoso personaggio di Perry Mason e, in questo caso, della coppia di detective Bertha Cool e Donald Lam. Solo che Bertha, in assenza del socio arruolatosi in Marina, dovrà cavarsela da sola. “E quando un rappresentante di commercio le piomba in ufficio con un problema di recupero crediti, è tempo di mettersi al lavoro. Ma ci sarà da sudare, perché la faccenda appare da subito un po’ bizzarra. Intanto il debitore da cui occorre incassare il denaro è in realtà lo stesso cliente. Poi ci sono di mezzo la moglie sobillata dalla suocera, un creditore a corto di soldi e un’intestazione fittizia di beni ritortasi contro l’improvvido donatore. Altro che caso di routine: un enorme pasticcio. Ed è ancora niente, prima che a complicare davvero le cose intervengano un delitto, la sparizione di una donna, lettere anonime, insomma un mare di guai. A Bertha l’ardua impresa di ricomporre un mosaico che la condurrà sulla pista delle streghe.” Brrrr… Una detective sessantenne, capelli bianchi, sovrappeso, avida e tirchia da morire. Ma anche leale e coraggiosa. Vi resterà simpatica.

Ross Macdonald Il tunnel
Anche qui eccoci di fronte ad uno pseudonimo, ovvero quello dell’americano Kenneth Millar, prima insegnante universitario e poi grande scrittore di gialli hard boiled, erede di Chandler e Hammett, rimasto famoso per il personaggio di Lew Archer (favoloso Paul Newman cinematografico). Lo troviamo anche sotto lo pseudonimo di John Ross Macdonald.
Nel presente libro niente Archer ma il docente di inglese nel Michigan Robert Branch. Siamo nel 1943 in piena guerra e spionaggio. Dunque sospetti su sospetti, perfino che una spia nazista si celi nell’università. Che si tratti del professore tedesco Herman Schneider, o dell’attrice tedesca che sarà presto sua assistente, di cui il nostro docente inglese si era innamorato a Monaco prima della guerra? E qualcuno cercherà di coinvolgerlo come omicida in un delitto…

Anne Perry Il fiume della vendetta
Anne Perry nasce a Londra nel 1938. Terminati gli studi incomincia a girare il mondo, facendo la hostess sugli aerei e a terra e lavorando anche nel settore alberghiero e in quello della moda. Tornata in Inghilterra nel 1972, dopo un lungo periodo trascorso negli Stati Uniti, la Perry inizia a scrivere romanzi storici. Il successo però le arride solamente quando ha l’idea di realizzare un romanzo poliziesco ambientato in epoca vittoriana. Incomincia così la serie dedicata all’ispettore Pitt, a cui farà seguito, qualche tempo dopo, quella incentrata sull’ispettore Monk. Entrambe le serie hanno ottenuto una vasta popolarità in Gran Bretagna e in tutto il mondo.
Londra 1869. Più precisamente a novembre. Lungo un molo del Tamigi un cadavere di mezza età dentro un sacco di tela con un proiettile nella schiena. La vittima, si scoprirà, è un falsario evaso da poco. Questo il caso di cui si dovrà occupare il nostro William Monk, comandante della polizia fluviale. Un caso difficile, forse con agganci nel passato. Ma l’istinto di Monk è proverbiale…
Chi ama il personaggio può buttarsi tranquillamente anche su I meandri della notte lungo un percorso da brivido. Bambini che, nel Royal Naval Hospital di Greenwich, sembrano essere sottoposti ad esperimenti come cavie innocenti. E William Monk dovrà indagare sui terribili misteri dell’ospedale.

Altro William interessante è quello creato dalla penna di Maureen Jennings, ovvero William Murdoch che troviamo in diverse pubblicazioni tra cui Onora il male (da noi pure nella serie televisiva I misteri di Murdoch). Siamo a Toronto, in Canada. Un omicidio dentro una chiesa presbiteriana. Quello del reverendo Horward picchiato selvaggiamente e pugnalato. “Una lama conficcata nel collo della vittima ha reciso di netto l’arteria, e il sangue è zampillato tutt’intorno nella stanza, impregnando il tappeto. Un lato del volto è stato massacrato a calci, l’orbita destra maciullata; l’altro occhio è aperto, a fissare il vuoto. Il riverbero di quella violenza brutale aleggia ancora nell’aria. Una rapina finita male, a giudicare dalla scomparsa di un orologio da taschino in argento, ma la realtà dei fatti potrebbe non essere così banale. Una pista sembra ricondurre l’omicidio del pastore all’assegnazione dei sussidi per famiglie indigenti. E sulla sua onorata reputazione emergono dicerie infamanti. Per quanto ampio sia il repertorio di miserie umane cui Murdoch ha assistito nella sua carriera, il limite viene ogni volta superato. È tempo di affrontare una cruda verità. La radice del Male alligna anche nell’animo degli uomini di fede.”

Passiamo ora ad un bel trio di autori italiani.

Alberto Odone La meccanica del delitto
Sentiamo lo stesso autore “Monaco di Baviera, tardo autunno 1920, un’epoca in cui la giustizia, per le strade e nei tribunali, la fanno i corpi paramilitari di estrema destra, i grandi industriali, i politici, ma Kurt Meingast non ci sta: un tempo era il migliore investigatore della Kripo, ora è un uomo profondamente segnato da ferite di guerra che gli tormentano il corpo e la mente. E anche se è ancora in servizio è di fatto un emarginato. Eppure una notte, in un vicolo, accanto al cadavere di un criminale che è appena stato ucciso da due colleghi, decide che è stanco di prestarsi a quel gioco, che è tempo di tornare a fare quel che sa fare meglio: scoprire i colpevoli.” Accusare i colleghi, però, è pericoloso… Una breve, ma bella recensione, qui  e qui  l’intervista per conoscerlo meglio.

Diego Lama La settima notte di Veneruso
Sette racconti nella Napoli del 1884 durante gli anni del colera con Veneruso, il commissario capo della polizia del Regno “grassoccio, pesante, stanco, sudicio, invidioso, triste, maleducato, di cattivo umore, ma assai sensibile e quasi buono”. Sette racconti e sette casi da risolvere: “un vecchio avvocato accoltellato in una casa abitata da tre sorelle, una scienziata uccisa, forse, dalla sua serva, una donna impiccata nelle campagne del Vomero, un’ex prostituta avvelenata nella residenza di un conte, un marinaio scuoiato e una nave carica di misteri, uno scrittore strangolato in un lupanare.” Tra una storia e l’altra gli “intervalli”, ovvero le notti, ovvero i rimuginamenti di Veneruso sui fatti accaduti e qualche spicchio di società. Al ristorante ambulante di Peppe Savio brocche di vino rosso e fumate con la pipa, zoccole, puttane e ubriachi da tutte le parti insieme a qualche serenata (siamo sulla sommità dei Quartieri Spagnoli dove abita). Veneruso che si saluta da solo e si dà la buonanotte. Scrittura facile, ironica, dialoghi veloci, serrati, il sorriso che volteggia felice insieme a qualche punta di malinconia. Basta leggere il primo racconto “Le sorelle Corcione” e ve ne innamorerete.

Enrico Luceri L’ora più buia della notte
Ho conosciuto Enrico Luceri molto tempo fa alla presentazione di un mio libro a Siena. Signore elegante, distinto, gentile e colto. Tanto gentile da avermi fatto dono di Le colpe vecchie fanno le ombre lunghe di lui medesimo, Prospettiva 2008, con una dedica che mi fece piacere. E, ancora di più, la lettura del libro, tra giallo classico e ombre gotiche.
Ma vediamo l’ultimo nato “Nella villa dell’archeologo Enrico Roselli cova una miscela esplosiva di rancori e segreti. Impegnato nella produzione di documentari televisivi, Roselli si tormenta all’idea di aver abbandonato la ricerca sul campo, il contatto con la terra che è l’anima del suo lavoro, fatto di scavi e scoperte entusiasmanti. Per fortuna ha accanto la sua collaboratrice, Irene, che lo ammira sinceramente, secondo qualcuno forse troppo. Poi c’è la moglie, Roby, molto più giovane. Alla loro domestica non è sfuggita la sua tresca con un amico di famiglia, di cui il marito dev’essere messo al corrente. Sarà tuttavia un episodio insignificante, come un bicchiere di latte rovesciato, a innescare una sequenza inarrestabile di tragici eventi. Del resto un archeologo dovrebbe aspettarsi che, dopo una vita passata a riportare alla luce tombe protette da sortilegi e antiche maledizioni, una qualche sciagura incomba su di lui. Ma Roselli non è tipo da cedere alla superstizione, e questo non lo aiuterà. Tra quelle mura alberga una presenza che vuole uccidere. È solo questione di tempo.”
Un viaggio nella paura dentro una cornice classica, una paura che “non è scatenata da qualcuno o qualcosa, sconosciuto o meno, ma pagina dopo pagina da noi stessi, dalla nostra immaginazione. Da ciò che custodiamo nella memoria. Da ciò che la coscienza non sorveglia più. Dal ricordo di un’emozione. Da ciò di cui dovremmo pentirci, e non riusciamo o vogliamo farlo. E questa considerazione, anche in un giallo classico, non è per nulla consolatoria”. Parole dello stesso autore.

Per il filone degli apocrifi sherlockiani, curato magistralmente da Luigi Pachì, basta buttarsi su qualcuno degli ultimi nati per rinverdire le mitiche gesta di Sherlock-Watson. Si trovano soprattutto a Londra, ma si possono incontrare perfino a Firenze in Il gioielliere di Firenze di Christopher James (avvelenamenti da stricnina e trame di una setta segreta). Oppure, anziani, ritirati nel Sussex a condurre una vita tranquilla. Fino a quando, facile prevederlo, qualcosa non viene a turbare la loro serenità come il suicidio di un ragazzo (Petr Mcek Il messaggero di Hitler). Uno dei maggiori scrittori di apocrifi sherlockiani è senza ombra di dubbio Martin Davies. Ultimo suo parto pubblicato La signora Hudson e la maledizione degli spiriti. E questa volta sarà proprio la citata signora, governante di casa, a dare un contributo investigativo “a un’indagine infestata da serpenti velenosi e giganteschi ratti di Sumatra.”

Buone letture!
P.S.
Per quanto riguarda gli speciali non perdetevi La morte viene da lontano di Peter Lovesey-Paul Harding e Melville Davisson Post a cura di Mauro Boncompagni. Ma sugli speciali ci ritornerò in seguito.

Detective Lady (XIV) – Le lunghine di Fabio Lotti

“Stoccolma, estate 2003. Una serie di furti sconvolge i nuovi ricchi dell’alta finanza. Unico indizio: i ladri portano sempre via, oltre a gioielli e quadri, una costosissima bottiglia di vino pregiato. È la Banda delle Cantine. L’inchiesta è affidata all’ispettore capo Ewa Johnsén, 39 anni, da poco divorziata, fisico statuario e folta chioma bionda, tutta intuito, volontà e sex appeal. Ma in realtà la lunga serie di furti non è che la punta dell’iceberg di uno scandalo ben più ampio che coinvolge l’alta borghesia, stimati professionisti, poteri forti, tutti criminosamente legati tra loro. A Ewa il compito di venirne a capo…”. Così viene presentato Il mercato dei ladri di Jan Guillou, Corbaccio 2007.
Vediamo questa Ewa Johnsén. Già sin dall’inizio si sa, lo avete appreso dalla presentazione (ma già ve lo immaginavate), che è divorziata. Più precisamente con il poliziotto Hasse Järneklov. Per via di una serie ininterrotta di anni praticamente vuoti. Separazione quasi naturale. Lui prende la sua roba e parte, mentre lei socchiude la porta. Lei tiene l’appartamento e lui la casa al mare. Tutto a posto. Niente litigi o risse furibonde. Meglio così. Capelli biondi, uniforme da convegno Armani (i nostri stilisti si trovano dappertutto). Vino preferito Chardonnay. Da 14 anni fa questo lavoro, ha lavorato alla omicidi, alla narcotici, alla investigativa ed ora nella polizia tributaria. È sovrintendente, un grado sopra commissario. Subito cottarella per Pierre che dice di essere un ladro (e se fosse stato un pluriomicida sarebbe svenuta ai suoi piedi?). “Ewa soffocò l’impulso improvviso di invitarlo a salire”. Ma poi si pente. Svolge con molta cura il suo lavoro. Vuole conoscere più informazioni sul vino dal giornalista Erik Ponti e da Pierre che sono esperti. Non riesce ad inquadrare il collega Muhr con il quale lavora. A volte le sembra “carne a volte pesce”. Brava con il computer. Per scaricare la tensione va in palestra. Ancora non abituata a vivere la nuova vita da separata. Colazione con corn-flakes, passeggiata con jeans e felpa. Di nuovo attratta da Pierre “Al rapido contatto tra la mano di lui e il suo seno sinistro provò quasi una fitta”. Qualche ricordo del passato quando arriva la prima notte di mezza estate. Si butta sul lavoro. Bevicchia. Arriva al terzo bicchiere e alla seconda bottiglia con l’amica Anna Holt, commissario anche lei (naturalmente separata, ci mancherebbe…) con corpo e movimenti da ballerina. Difende suo marito dall’accusa di razzismo. Discussione con Anna sull’uomo ideale per le poliziotte. Indecisa sulle vacanze accetta con sollievo una chiamata di aiuto di un collega. Rigida etica professionale. La sera prima della partenza per la Corsica lavora fino alle due e mezzo. Rimugina su se stessa. Una donna di mezza età, di buona cultura che si prende una sbandata per uno straniero. “Forse era folle, ma le emozioni erano proprio così, un po’ folli”. A pagina 277 ci dà, finalmente, di brutto. Borsetta francese, completo Armani (ancora), tacchi alti. Non vuole fare la casalinga.
Qualche scenetta sfiziosa tra cui “Si abbassò i jeans, si infilò una bottiglia di vodka nel sedere e la agitò ben bene in modo da farne entrare almeno due cicchetti, poi si portò la bottiglia alla bocca e bevve tra le grida di giubilo misto a disgusto dei presenti” (naturalmente non si tratta di Ewa). Da inserire nel libro Bloody Art di Pablo Echaurren, Edizioni Fernandel 2006. Ci farebbe la sua bella figura.
Anche un’idea sfiziosa. Un’isola dei famosi in cui gli ultimi due classificati devono sfidarsi all’ultimo sangue. Nel sultanato di Muscat e Oman dove tutto è permesso. Tra poco lo sarà anche da qualche altra parte.
Non so cosa dire.

Requiem per una pornostar di Jeffery Deaver, Rizzoli 2010.
Lasciati da parte Pellam e Rhyme il nostro Jeffery si è buttato ultimamente sul gentil sesso (vista l’aria buona che tira da queste parti) con Kathryn Dance, Bryn Mckenzie, ed ora con Rune.
Salta in aria il vecchio cinema a luci rosse “Velvet Venus” a Manhattan proprio mentre da quelle parti sta passando Rune, aspirante regista. La curiosità è troppa e la ragazza si infiltra tra gli agenti che indagano sull’accaduto. Lasciato un messaggio dall’esecutore della strage, più precisamente un avvertimento della “Spada di Cristo” tratto dal “Libro della Rivelazione” di San Giovanni che si riferisce alla fine del mondo dell’Apocalisse e agli angeli sterminatori. In tutto sette e qui siamo solo all’inizio. Una brutta storia.
Dicevo di Rune: piccola, alta poco più di un metro e cinquanta, capelli castani “raccolti in una coda di cavallo”, minigonna rossa con sagome di dinosauri, tre orologi e tre gioielli. Vive da sola su una barca galleggiante nel fiume. Desiderosa di girare un documentario sull’accaduto attraverso la storia della protagonista quel giorno in cartellone, la pornostar Shelly Lowe. Purtroppo saltata in aria pure lei nella sua casa con il secondo angelo che arriva puntuale di lì a poco.
Ad indagare Sam Healy della squadra artificieri lasciato dalla moglie. E si capisce come andrà e dove andrà a finire la storia della sua amicizia con Rune che lo aiuta nelle indagini. Nel solito posto ma senza tante capriole, il che, di questi tempi, è una bell’andare controcorrente.
Abbiamo dunque una digressione sul cinema porno in crisi che se lo girano anche a casa; un trattatello sugli esplosivi e Rune, tra il lavoro e l’indagine, sempre in pericolo e in continua lotta con qualche assalitore. Aggiungo bella tosta e decisa, ricca di risorse e combattiva, si attacca con tutte le forze al sentimento per Healy mandando pure degli accidenti alla moglie.
Il classico pacchetto ben confezionato e quasi scontato attraverso una scrittura di media qualità: sesso, fanatismo bigotto, sfiga e amore. Un caldo tremendo e insopportabile (anche questo ormai quasi un cliché, come l’inverno da gelare le mani o la pioggerella fitta fitta), con il doppio colpo a sorpresa che non fa più impressione e magari la sorpresa vera sarebbe quella, da qui in avanti, che non vi sia alcun colpo a sorpresa. Da certi autori si pretende di più. Ma parecchio di più.

Il sentiero dei bambini dimenticati di Elly Griffiths, Garzanti 2009.
Partiamo dal personaggio principale. Ruth Galloway, trentanove anni, ottanta chili di peso, “capelli castani lunghi fino alle spalle, occhi azzurri, carnagione pallida” con uno splendido sorriso. Nata a Londra, vive in un cottage sul limitare del Salmarsh, una distesa di paludi salate a ridosso della costa. Professoressa di archeologia forense all’università del North Norfolk, specializzata nella datazione delle ossa antiche. Due gatti, Flink maschio dal pelo fulvo e Sparky gattina dal pelo nero con il naso bianco a farle compagnia. Ha lasciato il marito Peter perché terminato l’amore, in conflitto con i genitori non sopporta il fratello Simon il “perfettino”. Sua amica Shona che insegna inglese all’università, adora Springsteen, Bruce, Rod e Bryan, legge volumi di archeologia, gialli, manuali di cucina, guide di viaggio, romanzi rosa. In continua lotta con il suo peso e in continua riflessione su se stessa e gli altri.
Si trova ad affrontare un caso particolare con l’ispettore Nelson, figura imponente e massiccia, sbrigativo nei modi, metodico nel lavoro, sposato con due figlie.
Sintesi: viene trovata una mano di una bambina leggermente chiusa con un braccialetto che sembra fatto di fibre vegetali risalente all’età del Ferro. Ritorna di attualità anche il caso di un’altra, Lucy Downey, scomparsa da circa dieci anni a cui si aggiunge quella improvvisa di Scarlet Henderson. Seguono lettere dell’assassino all’ispettore Nelson con passi tratti dalla Bibbia, di Shakespeare e di Eliot che alludono ad antichi rituali e sacrifici. A cui si aggiungono, come nel più classico dei classici, biglietti di minaccia alla stessa Ruth. Altri personaggi: Erik, suo primo tutor all’università; Cathbad suo “vecchio” studente; David, l’ornitologo vicino di casa e Peter l’ex marito, già menzionato. Da aggiungere la bambina rinchiusa in una stanza sotto terra la cui storia si evidenzia con le solite frasi in corsivo.
Un thriller psicologico che scava in profondità soprattutto nell’animo di Ruth (ma anche di Nelson), donna forte e coraggiosa, piena di dubbi che riesce in qualche modo a risolvere in positivo. Martellata dal significato nascosto delle lettere, dal presente e dal passato che riaffiora di continuo.
Un thriller con grosse venature di gotico: la paura, la corsa nella palude, il rischio della morte, l’incombere dell’assassino, l’arrivo del temporale, il tuono, le urla e insomma tutto l’armamentario usuale per creare ansia e terrore. E poi rivelazioni, colpi di scena, il sospetto riversato ora sull’uno ora sull’altro dei personaggi, la rivelazione finale, dubbia nella motivazione e di non difficile soluzione per i lettori più esperti.
La mano c’è, e si vede. Prosa sicura, efficace nella parte scientifica, nella delineazione dei personaggi o nella descrizione dell’ambiente interno ed esterno. Un libro godibile soprattutto all’inizio che scade poi piano piano nell’abituale cliché di storie complicate dal punto di vista sentimentale (risparmiata, fortunatamente, la solita scena sessuofobica) e anche della pura struttura narrativa piuttosto risaputa e sfruttata.

Detective Lady (XIII) – Le lunghine di Fabio Lotti

Heat Wave di Richard Castle, Fazi 2010.
New York, trentasette gradi e un tizio, più precisamente l’immobiliarista Matthew Starr, che cade giù dal sesto piano di un edificio e rimane stecchito. Ad indagare la detective Nikki Heat con i colleghi Ochoa e Waley (Roach) e lo scrittore Jameson Rook. Alcuni indizi fanno pensare ad un omicidio e non mancano i possibili sospettati: la moglie che tradisce, un concorrente in affari, un mafioso, l’amministratore finanziario e via di seguito.
Al centro la nostra Nikki, belloccia e sfortunata con la madre morta uccisa quando aveva diciannove anni e i ricordi che riaffiorano all’improvviso. Atletica, si allena con le arti marziali e con il suo allenatore Don anche per un altro tipo di allenamento più ravvicinato. Suo metodo di lavoro parlare, ascoltare, capire e poi riflettere con nomi, date, fotografie sulla lavagna. In conflitto con Rook, ci scappa pure un “Vai a cagare”, ma poi ripensamenti, occhiate e sguardi furtivi conditi da batticuore fino allo scontato epilogo con capriole sul letto.
Le indagini portano a scoprire una vita dissoluta del morto tra donne e gioco e allora i sospetti su questo e su quello, una collezione di quadri che fa gola (veri o falsi?) ed altri cadaveri sparsi fino alla chiusura con inevitabile lotta.
A chiudere in bellezza via il caldo torrido e l’arrivo di un’ondata di freddo dal Canada. Ergo vento, pioggia, fulmini e i due eroi che si baciano sulla porta di casa inzuppati fradici. Che carini!
Note positive: costruzione discreta, lettura veloce, piacevole, psicologie credibili, movimentato il giusto.
Scontati: solito passato di merda che riaffiora, solita sfiga familiare, solito contrasto che si tramuta in innamoramento, solito caldo boia, ormai cliché irrinunciabile.
Ma gira e rigira gli elementi di un romanzo poliziesco sono sempre gli stessi ed è difficile tirar fuori anche un sol pizzico di originalità.

Petra Connor è la protagonista di Subito dopo mezzanotte di Jonathan Kellerman, Sperling and Kupfer 2007. Dato che la trama del romanzo, in questo tipo di ricerca che sto conducendo ci interessa il giusto, ricopio pari pari la presentazione del libro “Una e un quarto di notte. Petra Connor, l’affascinante detective della squadra Omicidi di Los Angeles, è svegliata da una telefonata del distretto di polizia: strage al Paradiso Club. Quattro morti. Adolescenti che avevano partecipato a un concerto hip-hop. Perché quell’orrendo massacro? Oltre al gravoso incarico di decifrare il rebus, Petra deve fare da baby sitter al ventiduenne dottorando Isaac Gomez, impegnato in una ricerca statistica sui crimini avvenuti in città dal 1991 al 2001. Il suo Q.I. è superiore alla media come la sua timidezza e la miseria in cui versa la sua famiglia. E se fosse proprio il giovane impacciato cervellone a fornire la chiave dell’enigma? Incrociando i dati risultano infatti sei efferati delitti commessi negli ultimi sei anni, tutti subito la mezzanotte. E tutti il 28 giugno. L’assassino sembra divertirsi un mondo a fracassare il cranio delle vittime osservandone colare la materia grigia…Quale disegno segue la follia? E quale legame con la carneficina del Paradiso? Non c’è un minuto da perdere, nemmeno per Eric Stahl, il collega che tiene in pugno il cuore di Petra: tra un mese è il 28 giugno”.
Occupiamoci di Petra Connor: intanto ha già risolto due casi di omicidio. Dopo subentra “la solitudine”. Temperamento arzillo, non può stare ferma senza far nulla. Innamorata di “un taciturno detective di nome Eric Stahl con un passato nei servizi speciali dell’esercito”. Certo non un tipo appariscente se al primo incontro gli sembra un becchino. In seguito, in un momento delicato in cui sta per affrontare un pluriomicida, le pare “elastico” e “armonioso”. Ma poi, quando lo vede in calzamaglia, la fa sorridere. Sfortunatissimo. Già sposato con moglie e due figli. Persi tutti. Impassibile nei momenti critici “Di fronte a un indiziato con la calotta cranica ridotta in poltiglia i poliziotti, anche i veterani più incalliti, reagiscono solitamente con un minimo di emozione. Eric non mostrava in quel momento più di quella che avrebbe provato nel limarsi le unghie”. Petra, “cresciuta in Arizona con cinque fratelli e un padre vedovo” si è anch’essa sposata ma poi divorziata. Tanto per restare nel solco desolato delle detective lady. Brava in cucina, ama dipingere. Ognuno vive nella propria casa. Primo rapporto con Isaac Gomez: da una parte si sente protettiva, dall’altra irritata perché è restia ad abbracciare subito la sua teoria. Cioè che gli omicidi del 28 giugno abbiano qualcosa in comune. Tuttavia sa bene che Isaac “era più intelligente di lei, molto di più. Ignorarlo avrebbe potuto risultare un errore di quelli malandrini”. Buon senso. E proprio da lui ci arrivano di tanto in tanto particolari sulla nostra Petra. Che è agile e aggraziata e con un bel caschetto di capelli neri. Occhi castano scuro tendenti al nero. Occhi “indagatori”, “lavoratori” e non “strumenti da flirt”. Lineamenti nitidi, la pelle d’avorio e sottili vene blu. L’antitesi della bambolona maggiorata. Ma proprio per questo “la rispettava il doppio proprio per come sapeva essere se stessa, resistente alle volgari pressioni della moda corrente”. Una persona seria, di cui, evidentemente si è innamorato. “Quella pelle, quegli occhi. Quel modo che avevano i suoi capelli neri di ricadere con naturalezza al proprio posto”. Sempre da lui sappiamo anche come si veste. Invariabilmente di nero tanto che i colleghi la chiamano “Morticia”, ma anche “Barbie” e questo non riesce a capirlo. Insomma, proprio una bella donna. Altri particolari verranno aggiunti in seguito. Mani affusolate e forti, aggressiva in un modo assai femminile. Non le dispiace un po’ di “sesso atletico”. E quando non resiste non resiste. Rischiando il grottesco “Poi non ce la fece più. Prima spogliò frettolosamente il suo corpo pallido e ossuto, poi si strappò quasi di dosso i vestiti, con tanto affanno che per poco non inciampò nei calzoni”. Oppure “Petra osservò la sua sagoma sfocata. Al diavolo. Si spogliò e lo raggiunse. Crudeli e sconsiderate le posizioni in cui lo costrinse”. È veramente innamorata di lui. Lo dimostra in ogni momento. Si commuove ai ricordi. Come quando piange ripensando a Shirley Lenois, una poliziotta madre di cinque figli che si era fatta in quattro per lei quando era entrata nella polizia. Non fuma ma non le dispiace un buon caffè. Non pare molto ordinata “Si versò dell’altro caffè, giocò con fili di mozzarella, prese uno dei fascicoli. Bevve e mangiò e cominciò a leggere. Sporcando le copertine di olio. Trattandole senza molto riguardo”. Esperta guidatrice sa districarsi nel traffico e orientarsi perfettamente. Anche quando con la mente è altrove. Ottima osservatrice “Il comportamento insolito di Kurt Doebbler si fissò nella mente di Petra e, dopo che per qualche giorno ebbe lavorato inutilmente al caso Paradiso, si ritrovò a pensare a lui”, “Eppure era sicura che la persona con cui aveva parlato al reparto di oncologia aveva reagito con ansia sentendola parlare di Sandra”. Spiccia e diretta con gli altri. Si fa capire anche senza parlare “Petra indirizzò un sorriso intinto nel veleno dritto al naso all’insù della fanciulla”. Già detto che non può stare ferma un attimo “Decisa a escludere dai suoi pensieri l’attentato nonché il lavoro d’ufficio, si era buttata anima e corpo in faccende domestiche e assalti maniacali alla sua tela, dai quali aveva ricavato solo una monumentale depressione”. Che risolve facendo anche la spesa e telefonando ai suoi cinque fratelli, nonché alle loro mogli. Solo a pagina 188 si viene a sapere che ha trent’anni. Ogni tanto pensa anche a se stessa: cena leggera, bagno caldo, un tocco di trucco. Mangia alla svelta essendo cresciuta con cinque fratelli famelici. In netto contrasto con Eric che mangia, invece, lentamente. Non disdegna i piccoli, buoni ristoranti dove può ordinare salmone alla griglia con patate al forno e cavolo stufato. Esperta nei travestimenti “Petra aveva nascosto la chioma nera sotto la parrucca bionda che usava per i suoi travestimenti ai tempi in cui si occupava di furti d’auto. Interpretava una donna di dubbie virtù a caccia di una Mercedes da comprare per pochi dollari”. Nei momenti di tensione ha “le budella torte”, le mani gelate e le martellano le tempie. Sa mantenere il controllo di fronte alle provocazioni. Soprattutto a quelle del suo capo Schoelkopf “Lei è un’amorale, vero?” l’apostrofò lui. Petra strinse i pugni. Tieni la bocca chiusa, bella mia”. Fino ad un certo punto, però. Quando il capo insiste si sente la faccia bruciare come se gliel’avesse infilata in una fornace ed è “pronta a saltare alla gola di quel bastardo…”. Testarda. Dopo che è licenziata non si dà per vinta. Subito a casa mette via cavalletto e colori e allestisce un tavolo di lavoro su quello da pranzo. Se c’è da dormire per forza manda giù un tranquillante e la mattina dopo si sveglia “più battagliera che mai”. Resistente. Può stare ore ed ore a sorvegliare un probabile assassino sgranocchiando caramelle.
Che dire del libro? Le solite cose che si dicono di altri libri. Sembrano tutti fatti con lo stesso stampino. Capitoletti brevi, smozzicati, dialogo imperante con frasi in corsivo che diano risalto al pensiero, battutine più o meno ironiche, aggancio ormai imprescindibile con il passato, serial killer di turno che sembra un tizio e poi è un altro…Insomma lascio a voi lettori il giudizio. Anche perché a me interessa la detective lady di turno. Ma anche qui niente di nuovo sotto il sole. Solita sfiga, solita ragazza forte, solita storia di amore e sesso… No, non è giornata.

Dopo la cicciotella detective panettiera Corinne Chapman ecco Phryne Fisher l’aristocratica londinese (nata in Australia) venuta dal basso dopo avere ricevuto una inaspettata eredità. Alta, slanciata, caschetto di capelli neri, occhi grigioverdi, vestiti di classe inappuntabili (insomma una gnocca come la cortigiana greca Frine di cui porta il nome). Adora “Alice nel paese delle meraviglie”, legge un po’ di tutto, perfino il “Trattato di tossicologia” di Glaister. Abita in una bella villa con la dama di compagnia Dot Williams e i Butler marito e moglie per le faccende domestiche. Colore verde suo preferito, sa sparare, conosce i trucchi della lotta senza armi, canta, fuma, gioca a whist, fa tranquillamente all’amore senza innamorarsi. I soldi non le mancano ma si annoia a morte. E allora ecco che si inventa detective. Paese Australia (sì, avete capito bene), anni ’20 (sì, avete capito bene). Protagonista di Il treno per la campagna di Kerry Greenwood, Polillo 2009. Copertina verde al posto della solita copertina rossa.
Il treno è sempre stato un luogo ideale per sparizioni e morti misteriose. E dunque va a fagiolo anche per questa storia. Siamo in treno. Cloroformio, tutti narcotizzati eccetto la nostra Phryne che spacca il vetro del finestrino con una pistolettata. Sparita una signora ritrovata poi morta come calpestata lontano dalle rotaie, in più arriva una ragazzina che ha perso la memoria. Sparito anche uno strano controllore giovane, biondo e con un bel sorriso. C’è di mezzo un ipnotizzatore, la magia (va di moda) e lo sfruttamento di ragazze degli orfanotrofi. Per le sue indagini si avvale dell’apporto di Bert e Cec. Ci sono pure due bei giovanotti con uno dei quali si lascia andare fino ad un certo punto perché è inutile innamorarsi di lei “Ma non ho intenzione di giocare con il tuo cuore, Lindsay: solo col tuo corpo”. E infatti ci gioca. Non manca il movimento, gli scontri, pedate (quelle coi tacchi fanno veramente male), cazzotti e gomitate. E un cuore grande che si prende cura di due ragazze dell’orfanotrofio.
Struttura semplice come la prosa. Anche troppo. Traduzione che a naso un po’ mi puzza (nel senso che non mi convince). Una onesta confezione, talora gradevole, ma niente di più.

Detective Lady (XII) – Le lunghine di Fabio Lotti

La detective. Un caso troppo facile di Y.S. Lee, Mondadori 2010.
Si parte dall’agosto 1853 a Londra. Mary Lang, dodici anni, condannata all’impiccagione per furto con scasso, viene liberata da una fantomatica “Accademia per Ragazze di Miss Scrimshaw” con lo scopo di “offrire alle giovani una vita indipendente”. Direttrice Anne Treleaven e collaboratrice Felicity Frame.
Si passa di botto al 1858, quando Mary è già diventata una esperta insegnante. Arrivano i primi dati sulla sua vita sfortunata: il padre naufragato con la nave su cui viaggiava, la madre costretta a fare mille lavori, poi a prostituirsi e lei a rubare. Le viene chiesto se vuole far parte di una Agenzia di investigazioni e di svolgere alcune indagini su un mercante che sembra fare commerci di contrabbando. Affare fatto e da qui inizia l’avventura della nostra nuova eroina che entra come damigella di compagnia nella casa del mercante in questione Henry Thorold, sposato con moglie invalida ed una figlia capricciosa. Altri personaggi il giovane Michael Gray, segretario del sig. Thorold, George Easton, promesso sposo di Angelica, suo fratello James, la sguattera Cass (Cassandra Day) e… e tanto basta. Aggiungo il licenziamento della precedente damigella di compagnia che era rimasta accidentalmente incinta (da chi?).
Ora Mary ha diciassette anni, capelli corvini, bella, coraggiosa, risoluta, con la battuta pronta tanto da suscitare l’interesse di qualche maschietto come Michael e James. Iniziano le indagini, le esplorazioni al buio, un incontro particolare dentro un armadio, travestimenti, appuntamenti furtivi, movimento, pedinamenti, rivelazioni inaspettate, un ricovero per marinai asiatici che riceve una particolare sovvenzione dal sig. Thorold, certi conti che non tornano, le uscite in carrozza della sua signora, simpatie e battibecchi, il morto ammazzato e lo scontro finale. Con qualche spruzzatina di critica al maschilismo del tempo, alla condizione inferiore della donna e al razzismo degli inglesi per le persone di colore, mentre c’è un caldo bestiale ed una puzza orribile che viene su dal Tamigi.
Dubbiosa tutta quanta la struttura con diversi punti da chiarire e pure la psicologia dei personaggi un po’ traballante (sembra che manchi sempre qualcosa). L’impressione è quella di un lavoro che va via spensierato e giulivo con l’entusiasmo e l’ingenuità del neofita.

Da una delle mie numerose scorribande nelle librerie di Siena (per chi ancora non lo sapesse vivo in un piccolo paese vicino a questa splendida città) ho scoperto una nuova detective che voglio far conoscere ai miei lettori: Nastja Kamenskaja della polizia criminale di Mosca. Personaggio creato dalla scrittrice Alexandra Marinina nel libro (e in altri) La donna che uccide, pubblicato dalla Piemme editore 2006.
Il libro si apre con uno “scorcio” su Jurij Efimovich Tarasov, vicedirettore dell’ufficio protocollo del Sovincentr, fissato con l’ordine e la pulizia. Trovato morto asfissiato da una collega di lavoro. Nel frattempo un killer si diverte a far fuori giovani tra i diciannove e i venticinque anni di età con un colpo di arma fa fuoco alla testa “che non figurava tra quelle note alla polizia”. Poi c’è un altro morto ammazzato. Un certo Agaev che, insieme a Platonov, indaga sui misteriosi (e poco chiari) affari di una ditta. Chi l’ha ucciso? Viene sospettato proprio Platonov che l’ha incontrato per ultimo (e sul suo conto corrente vengono trovati un bel po’ di soldi provenienti dalla ditta sospetta) che fugge per difendersi meglio e scoprire il “complotto” ordito contro di lui. Riesce a farsi aiutare da una bella ragazza, Kira, che lo ospita nel suo appartamento e lo aiuta a spedire messaggi telefonici ad alcuni personaggi della storia, fra cui la nostra Nastja (Anastasija) Pavlovna Kamenskaja. Ma chi è veramente questa Kira?…
Passiamo a Nastja Kamenskaja. Devo dire che la ricerca è stata abbastanza fruttuosa. Sparsi qua e là ci sono diversi indizi che ci aiutano a farci un’idea abbastanza precisa di questo personaggio. “Nastja Kamenskaja sentì un ginocchio duro in mezzo alla schiena”. Ecco come inizia la sua presentazione. Con un mal di schiena “trattato” dal fisioterapista che le consiglia di fare ginnastica. Parole al vento “In tutta la sua vita non solo non aveva praticato nessuno sport, ma non aveva fatto neppure un po’ di ginnastica casalinga. Era troppo pigra anche per quello”. Primo spunto, dunque, pigra. In seguito verremo a sapere che ha anche qualche problema circolatorio per cui le mani ed i piedi le si gelano facilmente. Secondo spunto rivelato dal fisioterapista quando capisce chi è la sua paziente “Quella di cui dicono che abbia un computer nella testa”. Bene, un cervellone. Continuiamo. Precisa, puntuale, non vuole mai saltare per nessun motivo le riunioni del mattino. Pigra nel fisico ma non nella mente. Per arrotondare lo stipendio statale si dà alla traduzione di un romanzo francese. Giallo, e ti pareva. Esperta, espertissima nel suo lavoro “Aveva una mentalità capace di superare l’ambito delimitato dalle magiche parole “di norma”, il che le consentiva di immaginare anche le versioni apparentemente più improbabili”. Lavora nel suo ufficio al numero 38 di via Petrovka. Si deve sposare con Aleksej Chistjakov “ allampanato, rosso, arruffato e bonario… un brillante accademico, docente universitario e autore di alcuni manuali pubblicati all’estero, oltre che vincitore di numerosi premi internazionali per le sue ricerche in ambito matematico”. Bravo anche a metterle le corna. In seguito sapremo che inforca un bel paio di scarpe numero quarantacinque. Non male.
Ritornando alla Nostra. Si dimostra onesta nel suo lavoro anche quando deve interrogare una vecchia amica “Un’altra cosa è se pensi che, io, conoscendoti dall’università, dovrei essere sicura della tua innocenza e ti sei offesa perché, sulla base di questo unico motivo, non ti ho cancellato dalla lista dei sospetti. Mi dispiace se questo ti offende. Ma è qualcosa a cui ci dobbiamo rassegnare. La situazione è questa e io non la posso cambiare”. E diretta. Vedi l’incontro con Igor Sergeevich “E a proposito, siccome non voglio tirarle un colpo alle spalle, la avviso subito che domani il mio superiore colonnello Gordeev le chiederà certamente per prima cosa come mai la sua deposizione non è stata messa a verbale. E lei cosa risponderà?”. Vuole vedere in faccia le cose, parlare con i sospetti e poi farsene un’idea.
Qualche spunto anche sui genitori. La madre praticamente viveva davanti al computer e suo padre, nella polizia criminale, “se riusciva a dormire cinque ore in una settimana per lui era già il massimo”. Ovviamente divorziati se no non c’è gusto (ormai una tradizione nei romanzi polizieschi). Con sacrosanta sofferenza per la figlia. Rivolgendosi al futuro marito “Ti ricordi quanto ho sofferto quando ho saputo che mia madre aveva un amico, e mio padre un’amica? Non sapevo darmi pace e non riuscivo nemmeno più a dormire la notte”. Ha un fratello di nome Aleksandr che non è proprio di grande avvenenza “Il bambino bruttino e poco amato che era stato Sasha era diventato un uomo bruttino e poco amato, e aveva sposato una donna che mirava solo ai suoi soldi. Poi aveva avuto la fortuna di incontrare una ragazza straordinaria che lo amava teneramente e disinteressatamente”. Anche lui sta per divorziare dalla moglie per sposare Dasha che aspetta un bambino. Dall’incontro di Dasha con Nastja si ottengono altre informazioni sulla protagonista. Che ha una faccia inespressiva, gli occhi scialbi, le sopracciglia sbiadite, la pelle pallida (secondo lei stessa), dita lunghe e sottili e un bel paio di gambe “favolose” (secondo Dasha). Particolare messo in evidenza anche nel libro L’amica di famiglia “Il vestito nero le fasciava perfettamente la figura snella, e metteva in risalto il suo bel seno e la vita sottile.
“E allora?” Nastja improvvisò una complicata piroetta, e nello spacco profondo fino all’anca s’intravide una gamba seducente, velata da una calza chiara”.
Comunque sia non le interessa il suo aspetto e nemmeno di piacere agli uomini. Lei pensa continuamente ai “suoi” omicidi. Vero solo in parte. Quando si trova di fronte al “capo” Zatochnyi “si accorse all’improvviso, quasi con terrore, che quell’uomo le piaceva”. E quando questo Zatochnyi le dichiara apertamente la sua “simpatia” sente “di nuovo un brivido percorrerla tutta, e arrossì violentemente”. Questa attrazione la prova anche in seguito. In modo viscerale e prepotente “Adesso, invece, sbirciando di sottecchi il generale cinquantenne, pensò che le piaceva da morire. Nonostante l’incipiente calvizie. Nonostante che fosse un pochino più basso di lei. E, soprattutto, nonostante che tra poco più di un mese si celebrasse il suo matrimonio. Nonostante tutto… Il generale Zatochnyi le piaceva e basta. Sia come investigatore. Sia come capo. Sia come uomo”. Non ama le “beghe” economiche perché le trova terribilmente noiose. E poi “I soldi non sono mai la causa principale di un delitto. Possono essere un’occasione, una causa secondaria. Mai la causa principale”. A lei interessa capire il perché delle cose. Quando prevede che deve succedere qualcosa di brutto è combattuta “In quei minuti le capitava di desiderare con la stessa forza che i fatti le dessero ragione e che invece smentissero le sue previsioni”. Le dà fastidio scegliere il vestito da sposa. Troppa fatica. Dasha “A te piacerebbe anche andare in giro nuda, pur di non doverti preoccupare del tuo look. Sei di una pigrizia tremenda!”. Uso abbondante di caffè “Non riusciva assolutamente a lavorare in modo decente senza una tazza di caffè forte”. Adegua, più o meno consapevolmente il suo metodo di lavoro all’umore. Se è in preda alla rabbia “Avanzava a testa bassa, senza più guardare l’orologio né considerare le convenienze, come se la fame e la stanchezza per lei non esistessero più”. Veste sportiva in jeans e maglione. Durante la normale esistenza quotidiana, lo ripeto, non può fare a meno di pensare al suo lavoro. Cellule grigie in continuo fermento. Soprattutto sulla figura di Tarasov. Il tema della pigrizia, già accennato, ritorna spesso “Nastja Kamenskaja gironzolava malinconicamente per il suo appartamento, cercando inutilmente di vincere la pigrizia”. E dorme parecchio. Come una marmotta. Da un giro al supermercato veniamo a sapere che è golosa delle palline al formaggio “Ma cosa ci posso fare se posso mangiarmi un’intera scatola di palline al formaggio senza muovermi dal computer e poi non mangiare più nient’altro per tutto il resto della giornata? Non è colpa mia se non mi piace cucinare”.
Personaggio interessante.

Detective Lady (XI) – Le lunghine di Fabio Lotti

Diane Wei Liang L’occhio di giada, Sperling & Kupfer 2007.
“Mei è una giovane cinese intraprendente e coraggiosa. Vive a Pechino, ha un’agenzia di investigazioni tutta sua, possiede un’auto – cosa non da poco per una donna anche nella Cina d’oggi – e ha perdipiù un segretario maschio. Un giorno Zio Chen, un amico di vecchia data della madre, si presenta da lei con un’insolita richiesta: la prega di ritrovare l’occhio di giada, un antico sigillo d’inestimabile valore “scomparso” durante i saccheggi della Guardia Rossa nel periodo della Rivoluzione culturale ma che lui ha buoni motivi di ritenere ancora in città. Affascinata dalla romantica leggenda che ammanta il gioiello, l’investigatrice si mette all’opera sfidando corruzione e omertà e contattando personaggi disparati. E, mentre indaga, si trova non solo a percorrere la storia più oscura del suo Paese, ma anche a scoprirne lo scrigno dei segreti della sua vita privata e famigliare: come morì il padre? Quale terribile colpa sembra nascondere la madre ora gravemente malata? Perché il suo primo e unico amore la lasciò e ora ricompare all’improvviso?”.

Vediamo un po’ questa Mei Wang: ha il suo ufficio in un vecchio palazzo del distretto di Chongyang di Pechino, una agenzia di consulenza perché gli investigatori privati sono messi all’indice. Criticata aspramente dalla sorella minore Lu “…sei un’asociale, non ti intendi di politica, non hai guanxi, nessuna delle conoscenze e contatti di cui avresti bisogno”. Caratteristiche di Lu: tre anni più giovane e di una bellezza straordinaria. “Dolce, affascinante e piena di talento”. Primo segno di un contrasto più grande. Suo assistente (di Mei) Gupin un giovane di venti anni “con le spalle larghe e i muscoli che gli trasparivano dietro la camicia”. Timido e onesto. Costretta a lasciare il campo di lavoro e il padre scrittore insieme a sua madre Ling Bai che da giovane lavorava in una rivista di propaganda chiamata La vita delle donne. Ha trenta anni, viso tondo e capelli lunghi alle spalle. Il naso affilato e “La gente dice che mi fa sembrare sempre arrabbiata”. Ha studiato all’università di Peking. Fidanzata con Yaping che la lascia, si sposa e viene lasciato a sua volta. Si incontrano di nuovo. Lui le spiega che non ha continuato con lei perché si sentiva inferiore. Mei lascia il posto al Ministero in continua pressione con un uomo di potere che la vuole a tutti costi come amante. Si sente una incompresa dagli altri e Mama (la sua mamma) la paragona al padre, un uomo solitario che viveva di letteratura, di principi e ideali: “Mei è diventata proprio come suo padre: sta sempre a guardare gli altri dall’alto in basso, sempre a giudicare”. E infatti Mei avrebbe voluto diventare una scrittrice proprio come lui. Rimprovera alla madre di averlo abbandonato. Carattere forte: “Un’agenzia investigativa le avrebbe dato l’indipendenza che aveva sempre desiderato. E le avrebbe dato anche la possibilità di dimostrare a tutti quelli che le avevano voltato le spalle che avrebbe avuto successo anche da sola”. Siamo nel 1995 e Lu si deve sposare proprio in questo anno. Per lei conta soprattutto la bellezza e l’immagine. Sono diverse fra loro. Mei pensa addirittura di non andare al suo matrimonio. Parole buone dallo Zio Chen “Tu sei sempre stata la mia preferita. Non sto dicendo che Lu non mi piace, ma tu sei diversa. Sei coraggiosa. Non corri dietro alle cose come invece fanno gli altri”. Contento che abbia avviato un lavoro in proprio. Sa mettersi anche in ghingheri se l’occasione lo richiede. Ha una Mitsubishi rossa donatale dalla sorella (in questo caso gentile). Spesso colpita dai ricordi, soprattutto del padre e della madre. Assomiglia molto nell’aspetto fisico a sua madre con il naso dritto e affilato. Quando si ammala si sente in colpa per averla ferita. Sa parlare con la gente e accattivarsela. Dentro di sé avverte sempre l’attrazione per l’unico fidanzato. Quando sta per incontrarlo di nuovo “Una travolgente miscela di emozioni si scatenò dentro di lei, come l’acqua che sale da un pozzo profondo, i suoi pensieri si fecero confusi”. In contrasto se vederlo o meno. Un suo giudizio “A scuola non ti sei mai integrata completamente, e non ti facevi coinvolgere da ciò che ti accadeva intorno. Un sacco di gente ti considerava arrogante. Io, invece, pensavo che fossi isolata ma felice di esserlo”.
Triste conclusione “Sembra tutto sbagliato. Ho sempre pensato che la verità e l’amore mi avrebbero resa felice. Ma non è stato così”.
Il fulcro del libro non è tanto costituito dalla vicenda gialla ma questa, come avviene sempre più spesso, costituisce l’occasione per mettere in luce le magagne di una società (fabbriche della contraffazione, polizia menefreghista, sfruttamento dei lavoratori che vengono dalle province ecc…). La conclusione: ciò che conta in America è il denaro, in Cina il potere.

Maria Cristina Aggio e Nazareno Valente Il risveglio dei Palici, editrice Odissea Mystery 2009, vincitore della prima edizione del premio Thriller Magazine (vista la composizione della giuria non è poco).
Si parte con la liberazione di un prigioniero dalle Latomie, cave di pietra usate come carceri, si continua con la spiegazione del fallimento della spedizione di Alcibiade contro Siracusa avvenuta tra il 414 e il 413 a.C. Presagi funesti: l’eclissi di luna, la mutilazione delle erme, si parla di un tradimento durante la battaglia del fiume Assinaros dove furono uccisi molti soldati ateniesi. Arrivano bigliettini con la minaccia di morte per i traditori da eseguirsi entro l’Asinaria, cioè la festa istituita dai Siracusani proprio in ricordo della disfatta degli ateniesi sul fiume sopra citato. E i morti ammazzati incominciano a venire… (sono quasi un’ecatombe). Frammento dorato di lamina vicino ai loro corpi.
Chi può essere il vendicatore? Uno degli scampati al macello, l’uomo liberato dalle latomie o addirittura uno dei traditori che vuole impossessarsi di qualcosa per cui stanno ancora insieme? (diciamo pure che è un tesoro). Ma si tratta solo di vendetta o c’entra di mezzo qualche altro sentimento?
Ad indagare la caria Mnesarete, medico venuto da Atene a Siracusa per parlare con colui che tutti ritenevano successore del grande Ippocrate. Ferma, composta, risoluta, innamorata del giovane Fileo dato per morto in battaglia. Suo spasimante il logografgo Sombrothidas, sua schiava Erice, una specie di indovina che “sente” avvicinarsi gli eventi nefasti e il risveglio terribile dei Fratelli Palici “divini signori degli antichi Siculi” (da qui il titolo del libro).
Questa Mnesarete, infastidita dalla corte di Sombrothidas e imbronciata quando non gliela fa (ottima psicologia), non è mica male con i suoi capelli corvini “ondulati e lunghissimi” e dalle forme “morbide e flessuose”. Occhi scuri, vivida intelligenza, notevole capacità dialettica e di osservazione sarà lei che, novella Poirot, alla fine svelerà le trame complesse degli omicidi.

“Stoccolma, estate 2003. Una serie di furti sconvolge i nuovi ricchi dell’alta finanza. Unico indizio: i ladri si portano sempre via, oltre a gioielli e quadri, una costosissima bottiglia di vino pregiato. È la Banda delle Cantine. L’inchiesta è affidata all’ispettore capo Ewa Johnsén, 39 anni, da poco divorziata, fisico statuario e folta chioma bionda, tutta intuito, volontà e sex appeal. Ma in realtà la lunga serie di furti non è che la punta dell’iceberg di uno scandalo ben più ampio che coinvolge l’alta borghesia, stimati professionisti, poteri forti, tutti criminosamente legati tra loro. A Ewa il compito di venirne a capo…”. Così viene presentato Il mercato dei ladri di Jean Guillou, Editore Corbaccio 2007.
Vediamo questa Ewa Johnsén. Già sin dall’inizio si sa, lo avete già appreso dalla presentazione (ma già ve lo immaginavate), che è divorziata. Più precisamente con il poliziotto Hasse Järneklov. Per via di una serie ininterrotta di anni praticamente vuoti. Separazione quasi naturale. Lui prende la sua roba e parte, mentre lei socchiude la porta. Lei tiene l’appartamento e lui la casa al mare. Tutto a posto. Niente litigi o risse furibonde. Meglio così. Capelli biondi, uniforme da convegno Armani (i nostri stilisti si trovano dappertutto). Vino preferito Chardonnay. Da 14 anni fa questo lavoro, ha lavorato alla omicidi, alla narcotici, alla investigativa ed ora nella polizia tributaria. È sovrintendente, un grado sopra commissario. Subito cottarella per Pierre che dice di essere un ladro. “Ewa soffocò l’impulso improvviso di invitarlo a salire”. Ma poi si pente. Svolge con molta cura il suo lavoro. Vuole conoscere più informazioni sul vino dal giornalista Erik Ponti e da Pierre che sono esperti. Non riesce ad inquadrare il collega Muhr con il quale lavora. A volte le sembra “carne a volte pesce”. Brava con il computer. Per scaricare la tensione va in palestra. Ancora non abituata a vivere la nuova vita da separata. Colazione con corn-flakes, passeggiata con jeans e felpa. Di nuovo attratta da Pierre “Al rapido contatto tra la mano di lui e il suo seno sinistro provò quasi una fitta”. Qualche ricordo del passato quando arriva la prima notte di mezza estate. Si butta sul lavoro. Bevicchia. Arriva al terzo bicchiere e alla seconda bottiglia con l’amica Anna Holt ,commissario anche lei (naturalmente separata, ci mancherebbe…) con corpo e movimenti da ballerina. Difende suo marito dall’accusa di razzismo. Discussione con Anna sull’uomo ideale per le poliziotte. Indecisa sulle vacanze accetta con sollievo una chiamata di aiuto di un collega. Rigida etica professionale. La sera prima della partenza per la Corsica lavora fino alle due e mezzo. Rimugina su se stessa. Una donna di mezza età, di buona cultura che si prende una sbandata per uno straniero. “Forse era folle, ma le emozioni erano proprio così, un po’ folli”. Finalmente a pag. 277 ci dà giù di brutto. Borsetta francese, completo Armani (ancora), tacchi alti. Non vuole fare la casalinga.
Qualche scenetta disgustosa tra cui “Si abbassò i jeans, si infilò una bottiglia di vodka nel sedere e la agitò ben bene in modo da farne entrare almeno due cicchetti, poi si portò la bottiglia alla bocca e bevve tra le grida di giubilo misto a disgusto dei presenti” (naturalmente non si tratta di Ewa). Da inserire nel libro BloodyArt di Pablo Echaurren, Edizioni Fernandel 2006. Ci farebbe la sua bella figura.
Anche un’idea sfiziosa. Un’isola dei famosi in cui gli ultimi due classificati devono sfidarsi all’ultimo sangue. Nel sultanato di Muscat e Oman dove tutto è permesso. Tra poco lo sarà anche da qualche altra parte.

Detective Lady (X) – Le lunghine di Fabio Lotti

Sono stato colpito da una copertina blu che presenta aperta una orchidea. È la copertina del libro di Michelle Wan La maledizione dell’orchidea, Garzanti 2007, il cui contenuto è così esplicitato: “Dordogna nel Sudovest della Francia. Mara Dunn sta coordinando i lavori di ristrutturazione nell’antica magione di Christophe de Bonford, discendente di una prestigiosa famiglia francese, quando si imbatte in una scoperta agghiacciante. In una cavità segreta, dietro un muro secolare giace il cadavere mummificato di un bambino di poche settimane. È avvolto in uno scialle blu su cui è ricamata l’immagine di una specie rarissima di orchidea selvatica. I risultati dell’autopsia confermano i sospetti degli inquirenti: l’orrendo delitto risale a più di un secolo prima. Scoprire il colpevole pare impossibile, soprattutto di fronte alla mancanza di collaborazione di Christophe che cerca in tutti i modi di dissipare i sospetti sulla sua nobile casata.
C’è tuttavia un particolare che la polizia ritiene insignificante e che invece Mara e l’amico Julian Wood, esperto di orchidee, non possono ignorare: il fiore sconosciuto, ricamato sullo scialle che avvolge il cadavere di cui restano rare segnalazioni che forse possono offrire un indizio. Quando la violenza erompe di nuovo, Mara e Julian capiscono che proprio l’orchidea è la chiave di un mistero che lega il passato e il presente della Dordogna in una rete di bugie e ricatti, manipolazioni e tradimenti, odio e brutalità”.
Abbiamo anche diversi omicidi da parte di una Bestia, non si sa bene se un lupo, o un cane, un lupo mannaro o un licantropo e due vicende parallele in tempi diversi sottolineate dai capitoli costituiti da date: la vicenda del passato inizia dall’ottobre 1870 e finisce al 23 febbraio 1872; quella attuale dal 28 aprile 2004 al 2 giugno dello stesso anno.
Veniamo a Mara Dunn: minuta, esile, sulla quarantina, capelli corti, sopracciglia dritte e mento volitivo, mancina, un paio di jeans e una T-shirt con una frase di Groucho Marx ”Dopo il cane, il migliore amico dell’uomo è un libro. Ma dentro un cane è troppo buio per leggere”. È una ristrutturatrice di costruzioni (interior design) “sveglia e impaziente per natura”. Originaria del Canada francese, più precisamente di Montreal, ha aperto uno studio in Dordogna da otto anni. Padre scozzese, madre di Quebec, ha perso una sorella e si sente in colpa. Separata dall’ex marito Hal (ormai una costante fissa) “un architetto di talento con il vizio dell’alcool ed un ego smisurato”. Ha una relazione da quattordici mesi con Julian Wood “un uomo alto, magro che andava sui cinquanta, con una faccia lunga, baffi e barba tagliati malamente, e capelli brizzolati sempre spettinati”. In seguito verremo a sapere che ha le braccia lunghe e muscolose, le mani come due forconi, profilo leggermente a pera della pancia, gambe nude, pallide, scarne e pelose. Come a dire che c’è gloria per tutti. Già sin dall’inizio sottolineate le loro diversità: lei entusiasta e piena di energia, lui segue la corrente. Ma, soprattutto, lei non condivide il suo entusiasmo per i fiori. In modo particolare la sua ossessione per le orchidee sulle quali il compagno sta scrivendo un libro. Sente che il loro rapporto sta diventando solo routine. Risponde in modo poco gentile, si sente colpevole e irritata allo stesso tempo. Gelosa di Denise che ha un incontro sessuale con Julian al quale sembra di avere fatto l’amore con un pitone. Ha un cane, Jazz, che le dà conforto “I cani, pensò lei mentre gli dava da mangiare, sono semplici rispetto alle persone. Sono felici di mangiare le stesse cose ogni giorno. Sono leali, ti accettano per quel che sei, e non si infuriano mai”. Per lei è vero il detto che più si conoscono le persone più si amano i cani. Viene corteggiata e poi aggredita da Jean-Claude Fournier, lo storico della famiglia Bonford ma sa difendersi bene. Ginocchiata all’inguine, schiaffo e borsettata in testa. Non male. Peccato che venga ritrovato morto dopo essere volato dalla finestra. Scoppia in lacrime quando si accorge che anche Julian crede che sia stata lei a buttarlo di sotto. Non riesce a dormire nemmeno con il sonnifero. Poi rappacificamento fra i due con notte d’amore e bevute di Domaine de la Source. Guida veloce. Se c’è bisogno di spingere sull’acceleratore lo fa tranquillamente mettendo un po’ in crisi il suo compagno di viaggio “Di tanto in tanto una buca li faceva sobbalzare con violenza. Per evitare di sbattere la testa, Julian si reggeva al tettuccio dell’auto con entrambe le mani”. Un ritratto di Mara viene fornito da Julian proprio in fondo al libro “Sei testarda e cocciuta e sempre pronta a giudicare. E peggio ancora, non riesci a lasciare che le cose vadano come devono andare. Vuoi sempre sistemarle. Dici che non voglio affrontare la realtà. Forse è solo che a te la mia realtà non piace. Hai le tue regole ferree e vuoi che tutti gli altri le rispettino, finché ti conviene. Ti aspetti una lealtà condizionata dagli amici, ma se la si chiede a te non ne sei capace”. Staranno ancora insieme?

Sangue di mezz’inverno di Mons Kallentoft, Nord 2010.
Malin Fors, detective della polizia di Linköping (Svezia), trentatré anni, “figura snella, atletica e vigorosa”, “capelli biondi tagliati a paggetto”, sopracciglia dritte, occhi color fiordaliso, naso corto e un po’ all’insù. Divorziata vive con la figlia Tove tredicenne, bravissima a scuola (legge pure Austen e Ibsen), l’ex marito Jame trasferito in Bosnia. Indossati jeans, camicetta bianca, maglia nera, stivali caterpillar, giaccone nero in finta piuma, preso il cellulare e la pistola è pronta per entrare in servizio. Suo compagno di lavoro Zacharias “Zeke” Martinsson, quarantacinque anni, testa rasata, corpo piccolo e asciutto, collo lungo, attivo e sicuro di sé. Solito gruppo di poliziotti a fare da contorno per il caso da seguire.
Ed il caso è rappresentato da un uomo obeso che penzola da un ramo di un albero: nudo, ferito, bruciato e congelato (miezzeca!). Trattasi di Bengt Andersson, un povero psicopatico soprannominato “Pallone” che in passato ha tentato di uccidere il padre donnaiolo e violento. Alcuni indiziati: i ragazzi che lo tormentavano, una famiglia terribile e di mezzo c’è pure la possibilità di un sacrificio pagano, una specie di stregoneria norrena per cui le vittime venivano appese agli alberi.
Non manca il solito giornalista in contrasto con Malin (e dunque salterà sul letto insieme a lei), l’analista anamopatologa (corpo elegante con movimenti ineleganti) e perfino il morto che segue e commenta la vicenda (ma non è certo una novità).
Al centro la Nostra con i suoi ricordi (avrebbe voluto rimanere a Stoccolma ma da sola non se la sentiva), la malinconia dell’amore finito a cui sembra in qualche modo aggrapparsi ancora, il rapporto con la figlia e i suoi primi slanci sentimentali, le riflessioni su una società apatica e disinteressata. L’ alcol, la solitudine.
Scrittura veloce, incisiva, capitoletti brevi, frasette in corsivo (una marea), amalgama di pensieri, ricordi, descrizioni, notazioni, dolore, violenza, brutalità, stupri. Solito freddo bestia che taglia le gambe.
La mia cocciuta idea è che con cento pagine in meno si può ottenere un risultato migliore. Ma va bene così.

Marpalò e l’assassinio nella città murata di Luisa Conz, Robin 2007.
“Aminta Marpalò, ritrovandosi gli operai in casa per alcuni lavori idraulici, decide di passare una breve vacanza presso un agriturismo nella suggestiva cittadina murata di Casteldese. Qui vivono due suoi cari amici, i coniugi Vernani. Una volta arrivata, Aminta viene a sapere che il figlio della coppia, uno stimato cardiologo, è appena morto. La versione ufficiale parla di polmonite, ma il padre insiste in una tesi apparentemente folle, l’omicidio. Nel frattempo un’altra morte agita la piccola comunità: una hostess, che da poco aveva acquistato un’antica residenza nella cittadina, viene rinvenuta cadavere nella sua abitazione per un’overdose di cocaina. Dal ritrovamento della sua agendina emerge la figura di uno steward brasiliano su cui pendono infamanti accuse di pedofilia, ma anche un presunto legame tra la ragazza e il medico deceduto. Aminta, incuriosita, decide di vederci chiaro e ben presto per lei non sarà più possibile rimandare la scoperta di una verità sconvolgente e insospettabile”.
Ha cinquanta anni. Subito alle prese con l’esistenza “Le pareva che l’altalena di positivo e negativo, di favorevole e contrario, che rappresenta la norma del vivere quotidiano, fosse una condanna ostinata al punto da non farle trovare, in quel momento, motivo per alzarsi e mettere fine all’incipiente congelamento del suo corpo”. E sul passare del tempo “Perché non lasciarsi morire nello stato e nella forma di quando si è raggiunta la maturità?”. Non si vedrebbe il decadimento di tutto il corpo. Frecciate sui politici ignoranti e maleducati, bravi solo nell’insulto e sul “premier goliardico e giocherellone che si divertiva a tirare il sasso per poi nascondere la mano, o fare le corna in una riunione internazionale di capi di stato”. Indovinate chi è. Pudica nel parlare di sesso. Si lascia prendere dall’ottimismo della giovane Carola accolta con il figlio Bibì sotto la sua protezione “Le aveva trasmesso ottimismo, l’immagine di un mondo che, pur trasformandosi in modo caotico e vorticoso, apriva spazi d’indipendenza, d’emancipazione e di libertà dalla paura del diverso”. Ostinata anche verso se stessa nel voler risolvere il caso e piena di speranza e di orgoglio “Passeresti per monsieur Poirot agli occhi di tutti”. Citato anche il solito, scontato dottor Watson. Che sia testarda lo conferma anche la domestica Attilia “Perché tu sei peggiore dei muli degli alpini che quando decidono di fermarsi o di andare avanti per conto loro neanche le botte gli fanno cambiare idea”. Onesta ma se c’è bisogno di scoprire qualcosa usa anche le frottole. E se c’è bisogno di farsi bella per “sedurre” lo fa “Adesso, infatti, con la redingote di panno nero, gli stivali a tacco alto e la pelliccia che le ornava le spalle, dava davvero l’impressione di una dama un po’ fanèe ma di sicura eleganza”. Brevi flash-back della sua vita quando si becca sulle spalle la bacchetta della maestra. Ricordo di suo padre ingegnere. Tra loro amore e contrasto, ma soprattutto stima. Ne sente la mancanza. Alla fine avverte il bisogno del capitano dei carabinieri Andrea Felsini verso il quale nutre una discreta simpatia. Una donna ritornata alla vita. Ricordo ai lettori che ne “L’impiccato” era lei che doveva impiccarsi e si imbatte in uno che l’ha già fatto!
In questo libro abbiamo le solite descrizioni del luogo, i soliti riferimenti storici, i soliti accenni ai cambiamenti della società. La solita solfa, insomma. Il tutto condito con una scrittura modesta. Uno dei tanti, troppi gialli dozzinali in circolazione.

Detective Lady (IX) – Le lunghine di Fabio Lotti

Cattivo sangue di Sandra Scoppettone, edizioni e/o 2006.
Contenuto: siamo in una meravigliosa giornata di settembre a Jefferson in Virginia. Julie Boyer, studentessa di una scuola superiore, sparisce. Non si trova. Chi deve trovarla è Lucia Dove, sceriffo, aiutata dal tenente Jack Fincham (fra loro una bella simpatia che sfocerà in amore). In seguito si aggiungerà anche, mal sopportato, l’ex marito della nostra poliziotta Mike Mc Quigg. Qualche scarna notizia. La ragazzina, brava a scuola e irreprensibile nel comportamento ha un ragazzo Buster Clark il cui comportamento proprio irreprensibile non è. Anzi, è stato addirittura sospeso dalla scuola. Dall’esame del computer di Julie si viene a sapere che ha scambiato un sacco di mail con un certo Lyle Taylor che fa il giardiniere. Viene trovata uccisa strangolata vicina a un torrente e vengono trovati sia Taylor che Clark. I due probabili assassini. O meglio uno dei due. La trama si complica un poco con l’uccisione della moglie (alcolizzata) di Fincham e di altre due ragazze. Fincham è sospettato, accusato, arrestato e rilasciato. Chi è l’artefice di tutti questi delitti? Ma è davvero uno solo come pensa Lucia?
E ora passiamo a Lucia Dove: quarantatré anni, capelli ricci e biondi, naso un po’ piccolo (secondo lei). Trucco delicato, rossetto rosa chiaro e pennellatine di fard. Veloce. Si cambia in cinque minuti. Prima di uscire il caffè. Camera da letto “femminile in tutto e per tutto, ma senza fronzoli”. Colori dominanti il bianco e il rosa. Sposata con Mike Mc Quigg che lavora nell’F.B.I. e, divorziata (ti pareva). Una figlia Clare avuta da una relazione fugace notturna con Vic Tierney dopo due anni dal divorzio. Trovata morta da un poliziotto in fondo ad un pozzo. Aveva otto anni. Per due anni in terapia. Odia la tecnologia. Laurea presa all’Elizabeth Washington una Università poco prestigiosa se, parlando della sua amica Kay bocciata in tutte le materie, era stata ammessa solo in quella scuola “Il che la diceva lunga sull’Elisabeth Washington”. Da piccola cocca di papà Roy Dove, che lavorava nel ramo dei combustibili, rispetto agli altri due fratellini. Connie, la madre, “era una donna colta e apprezzava cose che a suo marito non interessavano”. Come dire che di feeling fra i genitori manco pe’ gnente. Il nome Lucia? Dall’opera Lucia di Lammermoor. E questo fatto le ha procurato qualche fastidio perché “la gente pronunciava male il suo nome”. Attratta da Fincham, dalla sua bocca, dal suo modo di vestirsi. Per lei uno “strafigo”. Fincham, a sua volta, che ha una vita matrimoniale disgraziata (non se ne salva uno), ricambia l’interesse (anzi è proprio innamorato) e la chiama cameratescamente Arizona. Questa storia tra lei e Fincham si allunga a dismisura per tutto il libro con momenti più o meno espliciti “Le venne voglia di allungare una mano e toccare quella di lui, di accarezzarla. Ma non poteva. Continuarono a guardarsi, incapaci di staccare gli occhi l’uno dall’altra”; oppure “In macchina Lucia avvertì benissimo la tensione. La tensione erotica. Non osava guardare Fincham e con la coda dell’occhio vide che lui guardava dritto davanti a sé”; e ancora “Fincham e Dove non si mossero né dissero una parola. Poi lei si alzò e infilò la poltroncina sotto la scrivania. I loro sguardi si incrociarono, restarono avvinti e lei si sentì scossa da un lievissimo tremore”; “Continuarono a fissarsi e lei si sentì stringere lo stomaco dall’emozione. Allora abbassò lo sguardo”; “Lei lanciò un’occhiata a Fincham; Jack sembrava sul punto di esplodere e Dove si augurò che riuscisse a trattenersi”. E potrei continuare ancora con palpitazioni e dubbi fino a quando “Jack era sopra di lei” (finalmente! Non se ne poteva più…) con quel che segue. I curiosi ne sono resi edotti a pagina centosettantacinque. E nella pagina successiva lo scontato paragone “Non le era mai piaciuto il modo di baciare di Mike e facendo l’amore con lui non aveva mai provato lo stesso piacere che aveva provato con Jack”.
Pure dal pensiero dello stesso Mike si conosce qualcosa sulla personalità della nostra detective lady “Non gli era mai stata simpatica. Troppo indipendente”. E anche troia (pardon) perché si era fatta mettere incinta solo per avere un figlio. Un giudizio di Hutt, poliziotto di colore “Lucia Dove era una gran donna pensava Gill Hutt, e non solo perché l’aveva promosso. Hutt era intimamente convinto che non avesse davvero pregiudizi. In più era una persona leale e tosta. Ma certe volte proprio non ci arrivava”.
Spesso Lucia ripensa al passato, agli anni in cui frequentava le superiori, ai “casini” che aveva combinato. Si era fidanzata con Tom Foley, un tipetto poco raccomandabile secondo i suoi genitori con giubbotto di pelle e la moto Harley. Amante del vecchio cinema. Citati, tra gli altri, “Tragico destino” e “Il romanzo di Mildred” con Joan Crawford, una delle sue dive preferite. “Quella dei film d’epoca era una delle pochissime cose che avevano avuto in comune”. Riferito, naturalmente, all’ex marito. Molto occupata dal lavoro non si ricorda nemmeno da quanto tempo non esce con le sue amiche. Mangia spesso panini (hamburger con funghi trifolati) e beve birra. Per farsi capire spesso basta lo sguardo “fulminante” degli occhi. Secondo Fincham ha un istinto infallibile nel valutare una persona. Per riflettere meglio si mette seduta a letto, perché sdraiata non riesce a pensare bene. Non porta rancore e detesta doversi recare alla polizia di stato dove tutti “Si davano certe arie che sembravano la guardia a cavallo canadese”.
Una ventata di aria nuova? Diciamo una ventata.

Il thriller La stanza dei morti di Franck Thilliez, pubblicato dalla Nord editrice 2007, ha avuto un successo straordinario in Francia soprattutto per il passaparola. Bene. Tanto per cominciare la parola la passa pure il sottoscritto. Ora non voglio sbilanciarmi troppo come ha fatto Le Figaro Littéraire, che ha definito lo scrittore “Un talento indiscutibile”, ma è per me indiscutibile che il libro sia bene organizzato e che si legga volentieri. Insomma un buon libro. Che ha anche una discreta (nel senso della creazione artistica) protagonista, il brigadiere Lucie Henebelle del commissariato centrale di Dunkerque. E dunque viene proprio a fagiolo per la nostra rubrica.
Riassunto del contenuto ripreso dalla presentazione stessa del libro “Che ci faceva un uomo con una borsa piena di soldi, sul ciglio di una strada isolata nei pressi di Dunkerque? Vigo e Sylvain, due giovani informatici disoccupati sono in preda al panico dopo aver investito e ucciso lo sconosciuto. Cosa fare? Denunciare l’incidente alla polizia o prendere il denaro e fuggire? Due milioni di euro… Dopotutto non c’è nessun testimone. O almeno così credono. Ciò che i due non possono sapere è che quel denaro era il riscatto per il rapimento di una bambina e che il rapitore ha assistito all’incidente, quindi li ha visti… Toccherà a Lucie Henebelle, poliziotta ambiziosa e tormentata, con una segreta attrazione per i comportamenti deviati e i profili psicologici dei serial killer, mettersi sulle tracce del criminale, in una spasmodica corsa contro il tempo. L’indagine sarà una vera e propria discesa nell’inferno di una mente diabolica, in una sconvolgente spirale di dolore e violenza, sullo sfondo di uno scenario angosciante: la desolata provincia industriale del Nord della Francia”.
Passiamo al nostro brigadiere Lucie Henebelle: mamma di due bambine gemelle, lasciata dal marito (solita sfiga delle detective lady). Bionda, guance scarne, colorito cadaverico. Un po’ cicciotella. Certo non una presenza entusiasmante. Interessata alla psicologia “Lucie divorava quel genere di libri fin dall’adolescenza, chiusa in camera sua, ai tempi delle serate in discoteca e delle prime sigarette”. Ha ventinove anni. Torpori improvvisi, tavolette di cioccolato, un vizio ereditato da quando era incinta. Pistola Beretta. Anche lei, come Anna Travis in Dalia rossa di Lynda La Plante, Garzanti 2007, attaccata spesso al suo taccuino di appunti. Quando sa del caso viene presa da una “insana eccitazione”. Da una parte sembra quasi contenta “Si rimproverò all’istante. Come poteva provare soddisfazione se una bambina handicappata era stata appena assassinata?”. Dorme male, notti in bianco, incubi “Fauci di lupi, dita senza pelle, il sorriso del cadavere di una ragazzina”. Passione esagerata per i serial killer. Mal di testa. Petto piccolo (modesta seconda), sedere grande. Non si piace ma sente crescere l’appetito sessuale dentro di sé. Attratta dal tenente Norman dai capelli rossi. Mangia formaggio, lardo, cipolle (Dio mio!) e beve un boccale di Blanche de Bruges. Pratica di biblioteche e computer. A un certo punto fa un paragone che interessa i giocatori di scacchi (fra cui il sottoscritto) “Potremmo paragonare il “fattuale” al gioco degli scacchi al computer, mentre la coppia “fattuale/spirituale” al giocatore di scacchi ben più temibile”. Ma al suo collega Raviez non piacciono gli scacchi e la invita a lasciar perdere le sue considerazioni a ruota libera. Un altro spunto sugli scacchi (solo per i patiti del gioco) quando Vigo compra l’ultimo modello di scacchiera elettronica e alla fine del colloquio per avere un posto di lavoro. Dopo avere trattato male il suo interlocutore “Scacco matto. Il re è morto” sottolinea lo scrittore.
Pensa al futuro. Una volta finito tutto lei sarebbe ritornata nel dimenticatoio mentre i pezzi grossi avrebbero avuto tutti gli onori. Ricordi di ragazzina con le ore passate a guardare autopsie in diretta e quando andava a caccia con suo padre “per il puro piacere di vedere i conigli sanguinanti”. C’è qualcosa in lei che non va “Perché quella ricerca del male? Quel valico pericoloso? Cosa era ciò che le passava nel cervello e che lei stessa non riusciva a capire?”. Questa sua attrazione per il male meraviglia anche Norman che si trova di fronte a una donna del tutto diversa da come appare. Quando scoprirà la stanza dei morti eserciterà su di lei un fascino irresistibile “In quella stanza, l’orrore risplendeva in tutta la sua potenza. Era una scena che sfidava la logica dei sogni, l’ostilità degli incubi. La realizzazione della più bella delle follie”. Lottatrice accanita, sa difendersi con le unghie e con i denti. Non abbiamo l’incontro sessuale con Norman anche se viene evocato più volte. Due tagli alle mani nello stesso punto a metà della linea della vita. E si sono formate proprio in un momento particolare della sua vita.
L’assassino è un tassidermista-anatomista. Uno specialista che cerca non solo di conservare l’aspetto esteriore del corpo delle vittime ma anche di preservare una parte dell’organismo. Non mi era mai capitato di incontrare un tipo simile nelle mie svariate letture.
Qualche giudizio sul libro: “Avvincente romanzo” per Fabio Gambaro su “L’almanacco dei libri”, inserto di “La Repubblica”. Chiara Bertazzoni l’ha presentato su “Thriller Magazine” come “opera godibile”, di “piacevole lettura”, “ritmo serrato degno di un thriller” ma con alcuni punti in sospeso (non chiariti). Pino Cottogni sul portale di “Sherlock Magazine” ha scritto che porta “un vento nuovo nella narrativa” e “una freschezza tutta sua”. Aggiungo: un po’ di esagerazione nel voler meravigliare, colpire, sorprendere il lettore con capovolgimento delle attese; il solito metodo delle frasi in corsivo per presentare i ragionamenti interni; un po’ di esasperazione nelle elucubrazioni. E tuttavia si legge volentieri. D’altra parte se il successo arriva con il passaparola un qualche pregio ce lo deve avere per forza.
Quando uno dei disoccupati, Sylvain, incomincia a mordersi l’interno delle guance mi sono ricordato del bel racconto di Carlo Lucarelli Il terzo sparo in Crimini di Autori vari pubblicato dalla Einaudi stile libero 2005, dove la poliziotta Lara D’Angelo non fa che mordicchiarsi, appunto, le guance interne. Ma guarda un po’ dove ti porta la memoria!

Detective Lady (VIII) – Le lunghine di Fabio Lotti

Aggiungo alla corposa lista delle detective lady Lena Gamble della Sezione speciale omicidi di Los Angeles. Qualche spunto veloce: sfigata come quasi tutte le donne poliziotto con la mamma scappata di casa, il padre morto per un incidente sul lavoro quando aveva sei anni, il fratello David ucciso. Vive in una villetta appollaiata in cima ad una collina che domina Hollywood ereditata dal fratello. Due anni alla narcotici, sei mesi ad indagare sui colletti bianchi e due anni e mezzo alla omicidi. Suo partner di lavoro Hank Novak sfigato pure lui. Divorziato con tre figlie di cui una si dà alla droga e all’alcol. Bella donna (mi sfugge ora l’età) attratta dal collega Stan Rhodes ma niente da fare. Si sposta su una Prelude, risolve i cruciverba (chi non ricorda la Cora Felton di Parnell Hall, la famosa “Signora degli enigmi”?), beve caffè e vino. Mai sparato in servizio, mai ucciso nessuno (però andate a vedere in fondo alla storia), tormentata dagli incubi della morte di David. Forte, risoluta, se c’è da entrare nella casa del crimine senza autorizzazione non ci pensa due volte. Piena di rabbia che trattiene a stento si ribella anche ai superiori (mi ricorda Tempe Brennan). Questo peperino si trova in Romeo sanguina di Robert Ellis, Mondadori 2008.
“Una moglie selvaggiamente mutilata nel suo appartamento. Un marito il cui alibi fa acqua da tutte le parti. Un caso che sembra chiuso ancora prima che inizino le indagini. Una detective che dubita perfino delle prove più schiaccianti. Un enigma celato in due indizi apparentemente privi di senso che portano direttamente ad altri efferati delitti…”.
Insomma abbiamo un serial killer che se la spassa accoltellando le vittime e lasciando come firma un disco con le sinfonie di Beethoven e tutta la polizia che gli dà la caccia con il patologo, l’analista che ci offre il profilo dell’assassino (un classico) e via via tutti gli altri. Abbiamo anche la conoscenza diretta del criminale con le sue paturnie e non è solo…
Finale che ricongiunge dignitosamente tutto l’ambaradan e ci porta allo scontro diretto. Prosa piacevole, fluida senza tanti intoppi che riesce a raccogliere dignitosamente uno schema già conosciuto ma reso interessante con piccole varianti. Un titolo impossibile (l’originale “City of Fire”) da tirare in testa al suo ideatore, un malloppone di almeno ottocento pagine.

Sangue di mezz’inverno di Mons Kallentoft, Nord 2010.
Malin Fors, detective della polizia di Linköping (Svezia), trentatré anni, “figura snella, atletica e vigorosa”, “capelli biondi tagliati a paggetto”, sopracciglia dritte, occhi color fiordaliso, naso corto e un po’ all’insù. Divorziata vive con la figlia Tove tredicenne, bravissima a scuola (legge pure Austen e Ibsen), l’ex marito Jame trasferito in Bosnia. Indossati jeans, camicetta bianca, maglia nera, stivali caterpillar, giaccone nero in finta piuma, preso il cellulare e la pistola è pronta per entrare in servizio. Suo compagno di lavoro Zacharias “Zeke” Martinsson, quarantacinque anni, testa rasata, corpo piccolo e asciutto, collo lungo, attivo e sicuro di sé. Solito gruppo di poliziotti a fare da contorno per il caso da seguire.
Ed il caso è rappresentato da un uomo obeso che penzola da un ramo di un albero: nudo, ferito, bruciato e congelato (miezzeca!). Trattasi di Bengt Andersson, un povero psicopatico soprannominato “Pallone” che in passato ha tentato di uccidere il padre donnaiolo e violento. Alcuni indiziati: i ragazzi che lo tormentavano, una famiglia terribile e di mezzo c’è pure la possibilità di un sacrificio pagano, una specie di stregoneria norrena per cui le vittime venivano appese agli alberi.
Non manca il solito giornalista in contrasto con Malin (e dunque salterà sul letto insieme a lei), l’analista anatomopatologa (corpo elegante con movimenti ineleganti) e perfino il morto che segue e commenta la vicenda (ma non è certo una novità).
Al centro la Nostra con i suoi ricordi (avrebbe voluto rimanere a Stoccolma ma da sola non se la sentiva), la malinconia dell’amore finito a cui sembra in qualche modo aggrapparsi ancora, il rapporto con la figlia e i suoi primi slanci sentimentali, le riflessioni su una società apatica e disinteressata. L’alcol, la solitudine.
Scrittura veloce, incisiva, capitoletti brevi, frasette in corsivo (una marea), amalgama di pensieri, ricordi, descrizioni, notazioni, dolore, violenza, brutalità, stupri. Solito freddo bestia che taglia le gambe.
La mia cocciuta idea è che con cento pagine in meno si può ottenere un risultato migliore. Ma va bene così.

Un bel delitto per mammina di James Yaffe, Mondadori 2011.
Mammina si inserisce tra le più abili vecchiette della storia del crimine a partire dall’indimenticabile Miss Marple, per continuare con altre indimenticabili sferruzzanti e cruciverbanti (mio conio) detective lady fino ad arrivare, appunto, alla presente mammina, genitrice di David, ispettore della squadra omicidi di New York.
Alla morte della moglie Shirley decide di lasciare la sua città per andare a Mesa Grande come investigatore privato di Ann Swenson, difensore d’ufficio. Mammina, oltre la soglia dei settanta, resta a casa (è vedova, naturalmente) perché non si sente ancora pronta a “voltare le spalle a quella che era stata la sua vita fino a quel momento”. A meno che non ci sia di mezzo un possibile delitto. Proprio da parte di un amico del figlio. Allora arriva con i suoi capelli grigi, i polsi magri, la faccia rugosa e la sua incredibile energia. Il delitto avviene per davvero, una telefonata e chi parla è ucciso proprio mentre è al telefono. Siamo nell’ambiente universitario, la vittima un docente che sta sulle scatole a parecchi: all’amico di David, Mike Russo, in lotta per un posto fisso, ad uno studente di minoranza discriminata chicana, all’ex fidanzata di turno. Arrivano le indagini, un orecchino sul luogo del delitto, la telefonata che si rivela molto strana, il suo amico arrestato e poi liberato in attesa del processo, una lettera con richiesta di un libro raro posseduto da Mike in cambio di una prova che lo può scagionare. Invidie, ambizioni, tensioni, amarezze all’interno dell’accademia, sfruttati e sfruttatori di menti, razzismo strisciante, un plot complicato (in parte risaputo) neppure troppo credibile ma allo stesso tempo affascinante.
Al centro mammina che va alla sinagoga, fa amicizie, prepara colazioni e pranzetti gustosi, gira come una giovincella, gioca a Gin rummy (non so cosa sia) con il figlio imbrogliandolo, lo aspetta alzata di notte, lo aiuta a sbrogliare la matassa e, dopo la partenza, gli scrive pure una lettera finale dove spiega tutto l’ambaradan che però non gli spedirà mai. Solo che la leggeremo noi lettori.

Mi sono avvicinato con una certa diffidenza al libro. Copertina a prima vista un po’ ruffiana, frasettine brevi e sottili l’una dietro l’altra (dopo un po’ mi rendono nervoso). Bambina che sta per correre un grosso pericolo da sola nel bosco. La solita storia di violenza, magari pure strappalacrime e la solita detective sfigata, mi sono detto. Eppure ho continuato la lettura di Io ti perdono di Elisabetta Bucciarelli, Kowalski 2009, in una delle abituali librerie di Siena per un bel pezzo guadagnandomi il sorriso compiaciuto della commessa.
Al centro di tutto l’ispettore milanese Maria Dolores Vergani chiamata da un sacerdote di un paesino della Val D’Aosta. Bambini che spariscono, violentati e rilasciati, violentatore che confessa i suoi peccati a Don Paolo. Resti di ossa di una giovane donna trovati in un’area industriale di Milano a complicare una vita già complicata.
Dunque Maria Dolores Vergani psicologa quarantenne radiata dall’Albo per un suo sbaglio che lascio in sospeso. Sensi di colpa e un odio insanabile verso la madre che l’ha abbandonata lasciandola a genitori adottivi. Sua storia tribolata nei cosiddetti anni di piombo. Il padre adottivo, direttore di uno stabilimento automobilistico, sotto scorta. Paure e piccoli scongiuri. Viene su forte, sicura, severa, corazzata come una campana d’acciaio, sua bestia nera le emozioni che la avvolgono da tutte le parti (per evitarle si muove come un Cavallo sulla scacchiera) e dunque sensibile, seppure fidanzata, al fascino degli altri uomini. Soprattutto se musicisti o poliziotti. Chitarra e pistola. Parole, parole, parole, sogni, emozioni, trasporti, l’amore e il desiderio di amore che si insinua in ogni momento della vita. Sesso al punto giusto. Bello e passionale. Ma anche il male del mondo, il marcio, il degrado, la violenza, la prostituzione, la rabbia, l’odio. Il perdono. Quello celeste e quello umano. Difficile da praticare. Troppe cicatrici dentro.
Capitoletti brevi, scrittura veloce, martellante, spesso monotona e triste come le litanie che da ragazzo sentivo in chiesa. Qualche istintiva citazione (l’affannoso petto), il caso di Trinciacapelli ad inserire una nota grottesca. Quadretti di vita paesana che rimandano a certe antiche pitture ad olio. Colpo di scena finale.
Un libro attento. Misurato e sofferto. Un buon libro.

Le lunghine di Fabio Lotti – Detective Lady (VII)

Taglio netto di Leigh Russell, Mondadori 2013.
Cittadina di Woolsmarsch piena di contrasti: ad est prostituzione e droga, ad ovest benessere e ricchezza. Un serial killer problematico (altrimenti non sarebbe un serial killer) che uccide, strangolandole, ragazze bionde, la polizia a dargli la caccia attraverso soprattutto l’ispettore Geraldine Steel (il collega che fa coppia con lei, il sergente Peter, rimane ai margini), un giornalista ambizioso in cerca di notorietà e promozioni, una folla impaurita e inferocita, Questi gli ingredienti principali.
Vediamo un po’ di aggiungere qualche altro elemento partendo da Geraldine. Lasciata da Mark dopo sei anni perché troppo presa dal lavoro alla squadra omicidi del South East, genitori separati, sorella e nipotina, una figura piuttosto isolata e chiusa in se stessa, rimugina di continuo sui delitti, non riesce a rilassarsi e a dormire, si lascia guidare troppo dall’intuizione (lavata di capo dal superiore). Inizio di una storia sentimentale con il collega sergente Carter.
Subito sospettato il fidanzato della prima ragazza uccisa, un tipo manesco e violento. Poi, finalmente, arriva un particolare importante che emerge dalla deposizione di una insegnante. Il racconto si muove lungo direzioni già ampiamente codificate: le riunioni della polizia per fare il punto della situazione, le azioni del giornalista arrampicatore, la vicenda dell’assassino di cui si ripercorre la vita e i traumi, i “momenti” delle vittime prima di essere uccise, le minacce a Geraldine, l’epilogo finale movimentato e pericoloso.
Tutti elementi necessari alla confezione di un buon thriller.

L’istinto del sangue di Jean-Christophe Grangé, Garzanti 2010.
Personaggio principale il giovane giudice istruttore di Nanterre Janne Korowa. Trentacinque anni, un metro e settanta, peso tra i cinquanta e i cinquantacinque chili, zitella, qualche amica, una serie di rapporti amorosi andati a male e dunque depressione, ricovero in ospedale e Lexomil come conforto. Storia attuale con il fotografo Thomas, praticamente un dongiovanni (glielo avevano detto) che fa girare le scatole. Tiene ad una certa eleganza anche se il conto in banca è zero, scarpe Prada e macchina Twingo. Suo ufficio al terzo piano del tribunale di primo grado in materia civile dove fa un caldo bestia, alle prese con giovani vittime del saturnismo (intossicazione di piombo) e con un importante traffico di armi.
Fino a quando arriva il “caso”, e cioè il cadavere della infermiera Marion Cantelau fatto praticamente a pezzi che le riporta alla mente lo scempio della sorellastra più grande Marie. Intorno alla scena del delitto impronte di piedi e mani nude e simboli sui muri dipinti con sangue mischiato all’ocra come quelli dei primitivi. Si aggiungono, da copione, altri morti ammazzati con lo stesso metodo simile ad un antico rituale. Le vittime sembrano collegate allo psicanalista Antoine Feraud che viene messo sotto controllo e dalle registrazioni si scopre la “particolarità” di un giovane paziente, forse autistico, che potrebbe essere l’assassino. Da qui dissertazioni sulla malattia, un excursus sulla storia dei popoli primitivi, il famoso “Totem e tabù” di Freud insieme agli assilli della nostra sulla vita, il suo innamoramento per Antoine, il dolore per la madre ricoverata in un istituto.
L’evolversi della vicenda la porta ad un lungo viaggio in Nicaragua, Guatemala e Argentina per terminare a Campo Alegre nella Foresta delle Anime. Storia di violenze politiche, di dittature, emozioni e paesaggi inquietanti, con un finale ricco di tensione, fuga, lotta, paura.
Un buon libro, da leggersi con calma, che svaria su diversi argomenti e ci riporta agli albori della nostra esistenza.

Le coincidenze necessarie di Patrizia Marzocchi, Kowalski 2010.
Quarant’otto anni suonati, separata da tre senza figli, in analisi da altrettanti, gatta Ofelia a farle compagnia, amica Caterina, sigarette, biscotti al cioccolato, ciambella con la crema, tubetto Ferrero Rocher al momento giusto (ecchisenefrega della linea). Siamo di fronte a Jolanda Marchegiani di Bologna, creatrice prima della “Jolanda Marchegiani Investigation” (praticamente fallita), poi de “L’occhio di Sherlock Holmes” con il cugino Johnny (gay molto sensibile) che scrive romanzi rosa firmandoli con il suo nome.
Suo compito ritrovare un inquilino scomparso misteriosamente su richiesta dell’affittuaria Penelope Trevisani a San Giuseppe sul Panaro. Un paio di morti assassinati: lo psichiatra Giulio Santucci, accoltellato alla gola a Bologna e la pediatra Rosa Gilardi, uccisa con la sua stessa pistola proprio a San Giuseppe sul Panaro (vedi un po’ il caso, anzi la coincidenza come da titolo). E dunque vicende che si intersecano fra loro: un intrecciarsi di relazioni, amori, tradimenti, di cure psichiatriche e psichiatri che arrivano da tutte le parti.
Ad indagare il commissario Tommaso Pedroni, coadiuvato da una schiera di collaboratori, fra cui il timido ispettore Luigi Sassi. Anch’egli divorziato in amicizia con Jolanda, a sua volta amica di Marco Baldini, moglie e quattro figli ancora dietro alle gonne, la talpa della polizia che le fornisce notizie riservate.
Pedinamenti, travestimenti, facilità di entrare in relazione con l’altro ed estrema facilità dell’altro (fin troppa) di entrare in relazione con lei (confessioni a go-go anche in treno) e non manca neppure il classico momento di sconforto personale con relativo salto sul letto (un classico).
Prosa spigliata senza tanti sobbalzi (in prima persona e al presente la narrazione di Jolanda), infiorettata da una brancata di citazioni (Colombo, Poirot, Sherlock Holmes, Nero Wolfe, Patricia Highsmith, Hitchcook e…).
Un bell’incasinamento sentimental-psichiatrico con soluzione certamente non nuova nella letteratura poliziesca, esempio concreto di quanto ormai sia facile confezionare un prodotto più o meno discreto attraverso le solite situazioni standardizzate.

CSI Alaska – Primavera di ghiaccio di Dana Stabenow, Newton Compton 2011.
Continuano a imperversare i libri venuti dal freddo. In questo caso dal freddo che più freddo non si può. Più precisamente dall’Alaska (giuro). O, ancora meglio, dal villaggio di Niniltna dove un folle fa fuori nove persone con un fucile di precisione. Ma una di queste, la giovane Lisa Getty, che se la spassava con tutti gli uomini del paese, risulta essere uccisa da un’altra arma. Chi ha sfruttato questa occasione per togliere di mezzo una tal fomentatrice di invidie e gelosie?
Ad indagare Kate Shugat con il suo fedele husky (femmina) Mutt in calore con un lupo grigio in giro che le fa la corte. Vive in una capanna “nel bel mezzo di un parco nazionale di otto milioni di ettari”, sempre in continua attività, una cicatrice alla gola ricordo di un terribile momento, pelle liscia e dorata, occhi grandi e luminosi color nocciola, capelli lunghi fino alla vita, lisci e soffici come la seta, voce roca e irregolare. Ascolta Beethoven insieme ai gruppi moderni. Più avanti da un personaggio veniamo a conoscenza di altri particolari: minuta e agile, non beve alcol, è competente ed efficiente nel lavoro, dotata di un notevole senso dell’umorismo, responsabile verso gli altri che la rispettano e la temono, soprattutto per le sue gesta leggendarie.
In relazione affettiva con Jack Morgan, capo della squadra investigativa, accetta a quattrocento dollari al giorno più le spese (pure concreta) di condurre le indagini. Via allora con la motoslitta Super Jag in giro a interrogare e ascoltare e così viene a sapere che Lisa spacciava droga e uccideva gli orsi per venderne la bile. Suo amico Bobby in carrozzella reduce dalla guerra del Vietnam che cita Sam Spade e la salva dopo un tentativo fallito di venire uccisa.
Il libro si presenta non solo come la classica indagine su un terreno già arato (l’idea del morto che non c’entra nulla con gli altri non è certo nuova), ma anche, e direi soprattutto, un excursus su una società del freddo, dove si organizzano corse, scalate della montagna più alta, gruppi di cucitrici, danze del ventre, dove si dà vita ad una specie di rito religioso: il potlack, una danza per le persone uccise a cui partecipa la stessa Kate in conflitto con la nonna Ekaterina troppo attaccata alle vecchie tradizioni. Non manca una cerimonia delle donne in onore (addirittura!) dell’assassino che le corna sono pesanti per tutti.

Ma via, dai, su, gnamo, un se ne po’ più (staggese). Di che cosa? Ma di donne poliziotto (per lavoro o per caso) che spuntano fuori da tutte le parti. Ora ci si è messo anche Jeffery Deaver con La bambola che dorme, Sonzogno 2007, a crearne un’altra, a volte se ne sentisse la mancanza.
Appena ho preso in mano il Malloppone di 503 (cinquecentotre! Li mortacci…) pagine ho pregato il Signore che non fossero vere le voci che avevo sentito in giro. Cioè che questo spilungone affusolato avesse dato vita ad una nuova detective lady. Ho scorso la seconda di copertina con l’occhio trillante, tenendo ben fermo il libro che non mi si slogasse il polso, ed i vari rumors sono diventati realtà nel personaggio di Kathryn Dance. Ho scosso la testa ed ho portato la mano al portafoglio che mi ha lanciato un mesto sorriso di rassegnazione. Gli stupidi hobby (in questo caso leggere tutti i libri possibili in cui compaiono donne poliziotto) si pagano. Ed ho pagato ricevendo in cambio un sorriso, questa volta accattivante, dall’allegra cassiera. Non tutto il male ecc…
Trascinato il Malloppone a casa ho incominciato a leggerlo (con sottofondo di parolacce) tenendolo a debita distanza da alcuni Leggeri che lo guardavano con aria impaurita.
Eccone il succo che trascrivo pari pari per abulia costituzionale. “California 1999. Daniel Raymond Pell per i media è il “figlio di Manson”: affascinante e sinistramente carismatico, al pari del suo predecessore ha incantato, sedotto e plagiato i giovani adepti della sua setta. E con la complicità di uno di essi ha sterminato un’intera famiglia. Nessuno dei due però si è accorto che la notte del massacro, confusa in mezzo alle bambole, una bambina dormiva tranquilla nel suo lettino.
Otto anni dopo Pell sta scontando la condanna a vita in un carcere di massima sicurezza per l’efferata carneficina e deve essere processato di nuovo perché vari indizi lo collegano ad un altro delitto del passato rimasto irrisolto. Condotto in tribunale, è interrogato dall’agente della California Bureau of Investigation Kathryn Dance esperta in cinesica.
Kathryn è uno dei pochi poliziotti in grado di interpretare il linguaggio non verbale e di capire se testimoni e sospetti dicono la verità. E non sbaglia mai.
Questa volta, però, il suo compito è davvero arduo, perché deve confrontarsi con un osso duro, un killer dall’intelligenza quasi sovrumana, un abile manipolatore della volontà altrui. E quando, dopo un sottile gioco di parole, sguardi, gesti, Kathryn scalfisce l’assoluta compostezza di Pell e intuisce un diabolico trucco, è troppo tardi. Il “figlio di Mason” è evaso dal tribunale. Comincia la caccia”.
Kathryn Dance: prime informazioni proprio da Pell. “Cominciò con gli occhi, di un verde complementare al suo azzurro, incorniciati da un paio di occhiali dalla montatura nera e quadrata. Proseguì con i capelli biondo scuro raccolti a treccia e la giacca nera con sotto una spessa camicetta bianca per nulla trasparente”. Al collo ciondolo a forma di conchiglia, unghie corte smaltate di rosa, fede con la perla grigia, borsetta azzurra. Sempre da Pell: “Hai passato i trent’anni, agente Dance. E sei piuttosto carina, Eterosessuale, suppongo, e sono certo che ci sia un uomo nella tua vita. O c’è stato”. Vedova (marito William Swanson morto in un incidente) con due figli, Wes e Maggie, e due cani, Dylan e Patsy. Vivi (miracolo!) i due genitori. Buon rapporto con loro e anche con i figli. “Mentre suo padre scendeva le scale, Kathryn ringraziò per l’ennesima volta Dio, il destino o chiunque fosse per avere dato a lei, vedova con figli, una figura maschile affidabile”. Mente sorprendente, acuta osservatrice. Fredda e tenace. Ha già lavorato su casi di stupro, aggressione e omicidio. Prima giornalista, poi consulente per la selezione delle giurie. Ha incontrato suo marito quando era giornalista e lui un testimone dell’accusa in un processo contro Salinas. Sua salvezza la musica: “Con le melodie dell’arpa celtica di Alan Stivell, l’irrefrenabile motivo ska-cubano di Natty Bo e Benny Billy o i pezzi di Lightnin’ Hopkins che le colmavano la mente e i pensieri, Kathryn riusciva a non rivivere gli inquietanti interrogatori con violentatori, assassini e terroristi”. Insieme alla sua amica Martine Christiansen cura un sito un sito chiamato American Tunes, dal titolo di una canzone di Paul Simon degli anni settanta. Sua seconda attività “folcloristica” ricercare musica artigianale. Pistola Glock (già vista in altre detective lady) mai usata. Tiratrice così così. Sua passione scegliere le scarpe. Patisce il mal di mare.
Simpatia per Brian Gunderson, quarantenne dirigente di una banca di investimenti. Un paio di baci. Si mette di mezzo il figlio Wes. Costretta a lasciarlo. Conosce il famoso Lincoln Rhyme (sì, proprio il detective tetraplegico) ossessivamente affascinato da ogni dettaglio degli indizi. Lei, invece, colpita dagli indizi del lato umano.
Ancora simpatia (solo baci infuocati) per il collega Winston Kellog che mantiene nascosta al figlio. Scarne notizie sul cibo. Trovato birre, pinot grigio, fette di carne fredda, noccioline…
Soffre di attacchi di solitudine “un serpente che colpiva all’improvviso”. Ritrova la sua vecchia chitarra Martin 00-18, un modello di quarant’anni prima e attacca Tomorrow is a long time di Bob Dylan.
Il tutto si svolge lungo l’arco di una settimana. Il primo commento che mi è venuto è stato mah, insomma, beh, però…Solite frasette in corsivo che non se ne può più. Prova scialba per un maestro come Jeffery.
Una ciambella senza buco.