Viaggetto con la Polillo e company (Le lunghine di Fabio Lotti)

A ruota (gialla) libera
Così, come mi frulla per la testa. Spunti di lettura, scrittori, sensazioni, emozioni, satirette per sorridere insieme…
Viaggetto con la Polillo e company
Parto dai libri rossi della Polillo, una casa editrice che ci fa riscoprire tanti piccoli gioielli di un glorioso (a volte più, a volte meno) passato. Per esempio Se muoio prima di svegliarmi dello scrittore americano Sherwood King del 1938 che dette vita ad un film straordinario, La signora di Shanghai, interpretato dalla indimenticabile Rita Hayworth. Qui abbiamo l’ex marinaio Laurence Planter ora autista di un importante avvocato sposato a una donna bellissima. Ed ecco che gli arriva una strana e brividosa proposta dal socio dell’avvocato: dovrà fingere di ucciderlo per liberarsi dalla moglie e procurarsi una nuova identità. Come ricompensa un bel mucchio di dollaroni. Niente male ma… ma da qui nasceranno tutte le sue peripezie. Una bella storia in prima persona con il classico personaggio accusato ingiustamente di omicidio e una dark lady spietata e, allo stesso tempo, innamorata.

Se volete qualcosa di diverso dal solito personaggio umano che fa fuori altri personaggi umani, allora viene a fagiolo Il libro che uccide di William Fryer Harvey. Non aggiungo altro così vi lascio nell’incertezza se sia proprio un libro a uccidere qualcuno… Sto scherzando. Comunque un consiglio ve lo do. Occhio a Vita e morte di Mr Badman. Evitate di comprarlo!

Iniziò con un bacio, finì con un delitto di Derek (Howe) Smith, trattasi del classico delitto impossibile. Nel senso che sarà pure impossibile ma qualcuno ci lascia lo stesso le penne. In questo caso la protagonista di uno spettacolo a cui assistono (sono stati invitati con un biglietto) Steve Castle, ispettore capo di Scotland Yard, e l’amico Algy Lawrence, classico investigatore dilettante fornito di genio. Doveva essere uccisa secondo copione della scena. In teoria, naturalmente, ma non nella pratica. Il caso sembra risolto con il colpevole catturato dopo un inseguimento. Troppo facile. No, non ci siamo. E sembra che nessuno dei sospettati sia l’assassino. Caso che sta a pennello al nostro Algy.

Passiamo a Se morirò di lunedì… di Charles Barry. Una storia davvero curiosa. Si parte dalla scomparsa di Peter Perley, padrone di una agenzia ippica, il cui cadavere viene ritrovato, dopo poco più di una settimana, in una cava di sabbia. Il verdetto è “morte per assideramento.” Niente di speciale se non fosse per il fatto che nel testamento si è impegnato a lasciare il suo patrimonio secondo il giorno della sua morte: il lunedì a un nipote, il martedì a un altro e così via per i rimanenti della settimana (giuro!). Cruciale, dunque, stabilire il giorno della morte e il sospetto che dietro a questa ci sia la mano di qualche erede. Sarà compito dell’ex commissario di polizia Laurence Gilmartin a risolvere un caso davvero strano.

Un libro che sta filando via come un treno è Il delitto ha le gambe corte di Christian Frascella, Einaudi 2019. A Torino tre problemi per l’investigatore privato Contrera: ritrovare una bella ragazza scomparsa di cui si è invaghito; proteggere l’ex moglie e la figlia dalle molestie di uno stalker e riportare a casa un cinese dedito alle arti marziali. Personaggio Contrera fuori dagli schemi (però, a onor del vero, costruire un personaggio fuori dagli schemi è diventato, oggi, esso stesso uno schema): ex poliziotto, ex marito e padre detestato dalla moglie e dalla figlia, vive con la sorella, odiato dal cognato (i due nipotini, però, lo ammirano). Spulciando in qua e là ironia e sorriso tra violenza e disperazione.

Il mistero del cadavere sul treno di Franco Matteucci, Newton Compton 2019.
Già conosciuto con La mossa del cartomante, Newton Compton 2014, dove avevo incontrato, come personaggio principale, il poliziotto Marzio Santoni. Ecco che cosa avevo scritto su di lui “Ad indagare l’ispettore Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, capelli biondi lunghi, occhi azzurri, fisico splendido e splendido naso capace di avvertire i minimi odori (mi ricorda don Attilio Verzi di Andrea Franco). Vespa 50, bianca come la neve, degli anni ottanta (e qui mi viene in mente il free lance Radeski di Paolo Roversi). Scapolo, vive in una casa con formicaio (giuro) e il topo Mignolino. Suo assistente Kristal Beretta, capelli a spazzola, occhi celestini e una gran simpatia. Supercapo Soprani invischiato in traffici piuttosto dubbi. Portatore di disgrazie al solo apparire il falco Trogolo, come in questo caso”. Ora è alle prese con la morte per malattia di una sensitiva “capace di parlare con gli alberi”. Sollecitato dalla lettera di Miss Coccoina (nome tutto un programma e non sappiamo ancora chi sia) la morte della ragazza diventa sospetta e si pensa ad un omicidio. Forse da parte dello stesso marito, insegnante di Forest Theraphy, che se la spassa con l’amante. Siamo a Valdiluce, su una montagna fiabesca, dove succederanno fatti drammatici e inquietanti che metteranno in pericolo la sicurezza, la privacy e l’intimità di ognuno. Il tutto attraverso un dosaggio equilibrato tra momenti di pathos e sorriso.

A ruota (gialla) libera – Rivelazioni! (2)

Così, come mi frulla per la testa. Spunti di lettura, scrittori, sensazioni, emozioni, satirette per sorridere insieme…

La vera, incredibile storia di tanti personaggi leggendari. Da Poirot a Miss Marple, da Sherlock Holmes a Nero Wolfe, da Philo Vance a Perry Mason
Come già espresso nella puntata precedente sono venuto in possesso di certe lettere esplosive da parte di personaggi famosi del romanzo poliziesco.
Philo Vance si lamenta di essere stato trasformato in un personaggio di discendenze nobiliari, colto e raffinato, mentre per sua natura era portato più ai modi spicci e naturali dei campagnoli. Di nascosto la notte a bettole e puttane. Fiumi di birra e rutto libero alla Fantozzi, seguito da qualche mitragliata nelle parti basse (traduzione piuttosto libera e modernizzata). Gli scacchi, poi, adatti a smidollati perditempo buoni a nulla. Al che mi sono piuttosto incacchiato e ho in mente di rispondergli per le rime. Anche se non ho ancora trovato la risposta giusta…
“Aria! Aria! Aria!” grida di continuo Henry Merrivale, il Vecchio di Carr, come se fosse sotto un attacco di asma. E tutta la lettera dà l’idea di uno fuori di testa che ripete sempre le stesse cose con una novità assoluta: il delitto della camera aperta. Il suo autore non ne ha mai voluto sapere, costringendolo ad estenuanti soggiorni in camere chiuse, ed ora il Vecchio la propone alle generazioni di questo secolo. Un delitto in una casa con porte e finestre aperte dove circoli un’aria almeno respirabile per chi deve condurre le indagini e dove l’assassino venga visto mentre compie addirittura il misfatto. Un’idea nuova, originale, geniale, punteggiata da “Arconti di Atene!”. Milionate e milionate di copie vendute. Dice lui. E non c’è da dargli torto, dico io, che le stronzate spesso vendono più dei capolavori.
Philip Marlowe ce l’ha a morte con l’autore che lo faceva fumare di continuo. Ha scritto una lettera pietosa da un ospedale dove è in cura per un cancro al polmone. Manda un saluto a tutti e ci prega di ricordarlo. Gli risponderò di stare tranquillo che il suo nome vincerà di mille secoli il silenzio. E non mi pare poca cosa, visto il poetico accostamento.
Lo stesso dicasi per Duncan Maclain, l’investigatore cieco di Baynard Kendrik, che ci vedeva benissimo ed era costretto a girare le scene fantasiose del suo autore con una benda sugli occhi. Per entrare meglio nel personaggio, secondo Baynard. Al suo attivo una trentina di riferimenti variegati da primo posto al Festival Internazionale degli Insulti. Dove “abita” ora può vedere all’opera un bel po’ di campioni del gioco degli scacchi che ha sempre amato con i loro tic e le loro manie. Fischer fa un casino del diavolo per la scacchiera che non gliene va bene una, la luce troppo forte o troppo debole, il pubblico troppo vicino o troppo lontano e insomma un bel rompipalle; Lasker avvelena tutti con il suo sigaro pestilenziale e sbuffa di continuo “Lotta, sempre lotta, fortissimamente lotta!”; Tal ipnotizza i suoi avversari con lo sguardo dei suoi occhi diabolici e sulla scacchiera sacrifici a go-go; Blackburne gira mezzo ubriaco fra i tavoli e arraffa tutti i liquori a portata di mano; Steinitz ha sfidato perfino Dio su dieci partite e insomma intelligenti, mah, strani parecchio di sicuro.
Padre Brown si lamenta, invece, di non essere stato una vera, genuina creatura del favoloso intelletto di Chesterton, un personaggio, cioè, compiutamente inventato e non una fotocopia di un essere esistente come Padre John O’Connor di Bradford, al quale manda subito un paio di sentiti accidenti per quel viso rotondo e inespressivo come gnocchi di Norfolk e gli occhi incolori come il mare del Nord. Almeno l’autore avesse scelto un esemplare umano di un certo fascino! E invece si ritrova ad essere un pretucolo da strapazzo imbranato fradicio con l’ombrello che gli casca perennemente fra i piedi. Una macchietta, solo una macchietta! E giù altri accidenti che in bocca ad un religioso mi hanno creato, devo dire, un certo imbarazzo.
Perry Mason sbuffa e risbuffa di non avere mai potuto intessere una relazione amorosa con Della Street, di cui era innamorato pazzo. Solo rapporti di lavoro, mentre lui si ingrifava (mio conio) non appena la vedeva ancheggiare con il lato B bello sodo, e l’avrebbe pure inchiappettata anche durante il controinterrogatorio di un teste reticente. Qui non ho potuto edulcorare niente e speriamo in un momento di distrazione della responsabile. (Uhm… n.d.A.)
Insomma ho fra le mani una interminabile sequela di lettere esplosive che faranno saltare sulla sedia i lettori del mondo letteral-giallistico. Ne cito soltanto altre due per non farla troppo lunga. In primis quella del famoso Maigret che si lamenta di una vita insipidamente grigia insieme alla signora Maigret, appunto, e dei quintali di birra che gli ha fatto ingurgitare l’autore. Conseguenza prostata da mongolfiera e corse interminabili al gabinetto. Per seconda quella di Charlie Chan, il cicciottello ispettore di Honolulu, stressato dalla ricerca disperata di proverbi e aforismi vari con i quali condire le sue indagini. Non aveva un attimo di tregua e doveva tirarli fuori anche di notte per finire freschi freschi al mattino sulle pagine dell’autore. Dalla scrittura zigzagante e da tutto il contesto del discorso si evince uno stato mentale decisamente alterato.
L’unico soddisfatto in questa trenata di musi lunghi e volti paonazzi è John Evelyn Thorndyke che si crogiola beato nella sua bellezza apollinea, o quanto sono bello, o quanto sono fascinoso e come me non c’è nessuno. Bello e scientifico con quella sua valigetta verde sempre appiccicata dietro e dunque mi prega di ricordarlo ai lettori, qualora se ne fosse dipartita la memoria. Insieme al suo creatore, Richard Austin Freeman che, smack smack smack, se lo bacerebbe tutto! Anche per quell’inverted story, una robetta mica da poco nell’ambito della letteratura poliziesca. E insomma ricordateci, ricordateci, ricordateci e allora me lo segno, seppure con un po’ di stizza che a me non mi ricorda nessuno.
Tutte le lettere, ad eccezione di quest’ultima, sono un miscuglio di rabbia, invettive e rimpianto di noti personaggi, per non essere stati riconosciuti per quello che erano. Una lotta continua con gli autori che li tiranneggiavano ed umiliavano. Li rendevano ridicoli con i loro tic, le loro stupide manie inventate per attirare l’attenzione del lettore e vendere di più. I personaggi letterari, e il romanzo poliziesco è letteratura, hanno diritto ad essere rispettati per quello che sono e nessuno deve modificare la loro natura.
Questo è il messaggio principale. Il sottoscritto l’ha recepito e comunicato in questo blog. Ed è tutto vero, giuro, cascassero le palle a quelli che non mi credono.

A ruota (gialla) libera – Rivelazioni! (1)

Così, come mi frulla per la testa. Spunti di lettura, scrittori, sensazioni, emozioni, satirette per sorridere insieme…

La vera, incredibile storia di tanti personaggi leggendari. Da Poirot a Miss Marple, da Sherlock Holmes a Nero Wolfe, da Philo Vance a Perry Mason
Sono stato incerto fino all’ultimo. La cosa è troppo grossa per essere creduta. Sputo il rospo anche se già vi vedo pronti a storcere la bocca e scuotere la testa. Ho ricevuto delle rivelazioni. Più precisamente delle lettere. Ma non le solite lettere che si ricevono tutti i giorni dai parenti, dagli amici o dalla fidanzatina di turno. Voglio dire, è incredibile… ho ricevuto delle lettere da certi personaggi famosi del romanzo poliziesco! Un bel pacco di lettere infiocchettate che mi ha portato un tizio dall’aspetto misterioso (sembrava Babbo Natale) e che ribaltano completamente certi giudizi. Qualcuno già si alza e se ne va, qualcuno rimane con evidente espressione di compatimento nei miei confronti. Facciamo in questo modo. Ascoltatemi e poi alla fine subissatemi pure di fischi o tiratemi quello che vi capita fra le mani.
Sono lettere così commoventi e nello stesso tempo così piene di risentimento, di odio e di rimpianto che mi hanno commosso e sconvolto allo stesso tempo. Non so per quale motivo i loro autori abbiano scelto proprio il sottoscritto come destinatario ma le vie del Signore sono infinite. Mi hanno anche pregato di leggerle e di far conoscere il loro contenuto ai lettori di questo blog e le vie del Signore sono ancor più infinite.
Sono lettere firmate. Vedi quella di Poirot. Avete capito bene. Proprio lui, quel tipetto bassotto pienotto, con i baffetti ben curati, i guanti, le ghette, il bastone sempre dietro, quello delle celluline grigie, insomma, l’infallibile investigatore creato dalla immaginifica penna della Christie. Un’arpia, una strega, un tiranno. No, non sono io che lo dico. È Poirot stesso che lo ripete in continuazione. Lui per natura disordinato, per non dire caotico, costretto ad essere sempre preciso, stirato, impomatato e lucidato a puntino. Lui, un uomo del tutto normale, ridotto ad un mezzo omuncolo con la testa d’uovo! Le pare che abbia la testa d’uovo? mi ha chiesto evidentemente stizzito, accludendo una sua foto alle lettera. E non c’è da dargli torto. Tra l’altro è pure senza baffi. E non è nemmeno belga. Un italiano, Porro, storpiato malignamente, dice lui, in Poirot. Un italiano che tra le varie stupidaggini inventate non patisce il freddo, e che, e qui tralascio la sequela di insulti per la nostra Agatha, ama appassionatamente le donne. Tra le quali figura, figura… Miss Marple!
No, non andate via anche voi, lo giuro (tra l’altro pensate di trovare qualcosa di meglio in giro?), sì proprio Miss Marple che non è la vecchietta simpatica che abbiamo conosciuto ma uno schianto di figliola da far strabuzzare gli occhi (foto docet), costretta dall’arpia, gelosa fradicia, a truccarsi e trasformarsi in grinzosa zitella. La sera, dopo il lavoro, dopo il supplizio, si incontravano per dare libero sfogo alla loro passione. E questo fatto è confermato dalla stessa Miss Marple, nome vero Lucia Marpalò, anche lei italiana, nella sua lettera, votata alle umiliazioni più penose come a ciangottare di continuo con delle moriture, per non perdere il posto di lavoro in un momento di gravi difficoltà economiche.
L’ultima parte è davvero commovente. Una confessione dolorosa e difficile che deve essergli costata molto. Poirot non era quell’infallibile genio che abbiamo conosciuto, quell’ingegno mostruoso che scioglieva gli enigmi più incredibili e complessi. Poirot aveva un suggeritore! Sì, proprio un suggeritore nascosto nel punto giusto dalla “strega” che sbrogliava tutte le matasse poliziesche e lui a ripetere come un allocco. A volte non c’era nemmeno bisogno del suggeritore perché la storia, insinua malignamente Poirot, era così scombinata che poteva andar bene qualsiasi soluzione. E non deve avere avuto neppure troppo torto se un famoso scrittore, a proposito di “Assassinio sull’Orient Express”, scrisse che solo un deficiente, o giù di lì, avrebbe potuto scoprire chi era l’assassino.
Un’altra lettera è di Nero Wolfe. Di quell’omone grande e grosso uscito fuori a stento (battutina extra) dalla penna di Rex Stout. Dice subito che ha vomitato più lui degli antichi romani al vomitorium, e che quello stupido di un Fritz non era per niente il cuoco invidiabile descritto dall’autore, ma un rimescolatore di brodaglie da strapazzo. Che le favolose frittelle mattutine, le salsicce di mezzanotte, lo stufato d’anatra ripiena e perfino l’insalata brasiliana gli procuravano immancabilmente una stressante diarrea. Una volta erano arrivati perfino alle mani e aveva ricevuto una coltellata ad un braccio su cui portava ancora i segni.
Le orchidee non lo interessavano manco pe’ gnente (tradotto un po’ alla paesana), mentre subiva una attrazione particolare per il girasole, così allegro, così illuminante, ed anche per il giaggiolo senza una spiegazione precisa. C’erano state lotte furiose con l’autore ma alla fine l’aveva vinta lui, con la promessa che qualche volta lo avrebbe fatto uscire dalla sua casa, dalla quale non lo faceva muovere di un passo. Il lavoro gli piaceva, questo è vero, ma invidiava soprattutto gli investigatori dell’hard boiled che potevano scorrazzare in giro a loro piacimento tra cazzotti e pistolettate. Una volta si era messo perfino in contatto con uno di quei personaggi scapestrati che tanto lo entusiasmavano, un certo Sam Spade che gli aveva promesso una parola buona con il suo autore. Scoperto da Archie Goodwin era stato preso per il bavero e riportato di forza, seppure con fatica, all’ovile. Era solo lui, lui solo, gli disse in tono minaccioso che doveva fare quello che facevano quelli dell’hard boiled. Nero Wolfe in poltrona a ponzare, zitto e mosca. E così è trascorsa la sua vita fra orchidee, Fritz, Goodwin e poltrona, appunto.
Ho ricevuto due lettere complementari: una di Sherlock Holmes e una di Watson. Riassumo per non farla troppo lunga. Sherlock Holmes nella vita non voleva fare certo il protagonista di gialletti da strapazzo. Semmai l’eroe in uno di quei romanzoni belli tosti di guerra e amori impossibili che rimangono impressi per una miriade di anni nell’animo di dolci, ammalianti fanciulle. Costretto a forza con la droga (da qui l’uso della cocaina) dall’autore ad interpretare un ruolo che non sentiva suo. Non sopporta, non ha mai sopportato il violino, strumento da fighetti, ma ha sempre avuto una passione sviscerata per il tamburo. Da ragazzo stamburate da tutte le parti e una notte in gattabuia per avere tenuto sveglio l’intero quartiere. Falsa la celebre frase “Elementare, Watson!”, inventata ad arte da Doyle solo per infondergli un’aura di infallibilità. La sua espressione nei momenti cruciali era ben altra “Ora so’ cavoli amari, Watson!” (traduzione edulcorata), per dire che l’incertezza era il suo campo di battaglia. Alla forca tutti gli imitatori successivi che lo hanno preso in giro o fatto diventare un pacioso apicultore.
Il dottor Watson, a sua volta, è di umore nero, nerissimo, per avere dovuto interpretare sempre la parte del bischero, della spalla, lui portato ad essere il personaggio principale. Suo udito stravolto dalle strampalate note del violino stonato e dalle strampalate deduzioni dello spilungone che mandavano in visibilio una turba ammaliata di lettori allocchi. Costretto, a volte, ad interpretare altre figure di contorno e perfino il famoso mastino di Baskerville in un momento di penuria di attori (non c’era un cane che volesse fare quella parte). E qui ha emanato, pardon scritto, una specie di struggente guaito che mi ha rimescolato il sangue.
Alla prossima. Se ci arrivo…

A ruota (gialla) libera – Occhio a non passare di qua!

A ruota (gialla) libera di Fabio Lotti
Così, come mi frulla per la testa. Spunti di lettura, scrittori, sensazioni, emozioni, satirette per sorridere insieme…

Occhio a non passare di qua!
La mia trasformazione in licantropo notturno è dovuta alla lettura dei gialli di Carr e di Van Dine sul mistero della camera chiusa, che poi con Gaston Leroux è diventato il mistero della camera gialla. Una sera sul tardi, mentre ne stavo leggendo uno e mi scervellavo a capire per l’ennesima volta come fa un povero cristo a morire assassinato dentro una stanza chiusa all’interno da tutte le parti senza che l’omicida si ritrovi dentro con lui, mi sono cominciati a uscir fuori peli, artigli e zanne. Li ho cercati, li ho trovati, li ho abbrancati e portati in una camera. Prima l’ho aperta, poi l’ho chiusa e ho detto loro di risolvere il mistero. Riuscissero questa volta a passare da una camera chiusa ad una aperta. Ogni tanto vado a vedere come se la cavano. Sono sempre lì dentro.
Non avvicinatevi! Statevene alla larga! Questo è un angolo tutto mio. Buio da far paura. Da qui guardo, scruto e azzanno. Non voi reietti della penna ma tutti quelli che vengono incensati e osannati. Autori e personaggi. Maschi, femmine e… come sono sono. Non vado per il sottile. Mi piace il candore delle loro carni e il succo denso del loro sangue. Quanto più ricchi e famosi tanto più appetitosi. Da qui ne sono passati parecchi. E parecchi ne ho azzannati tutti belli pomposi che non se l’aspettavano. Si credevano invincibili, insuperabili ed eterni. Ma dovreste aver visto le loro facce spaurite quando li ho ghermiti e avere sentito i loro tristi gemiti per capire quanto siano molli e flaccidi questi palloni gonfiati! Soprattutto quando sono da soli e non hanno il viscido appoggio dei soliti paraculi.
Il primo che mi è capitato fra le grinfie è stato Holmes. Sì proprio Sherlock Holmes! Non avvicinatevi! Non crediate di farmi paura perché siete in tanti. Anche se la vostra pellaccia mi fa schifo vi giuro che vi sbrano con un colpo solo. Holmes, il grande Holmes, l’insuperabile Holmes! È passato di qui con la solita mantellina, la solita pipa puzzolente, il solito cappellaccio, il solito sguardo da “So tutto mi” che mi ha fatto sempre andare in bestia. Era con Watson, con quel povero tontolone del dottor Watson che viene preso sempre in giro. Stavano discutendo e ancora una volta lo spilungone gli ha rifilato una serie di discorsi uno dietro l’altro con il solo scopo di metterlo a disagio e far sentire la sua marcata superiorità. Alla luce del lampione ho visto la faccia bonaria del dottore diventare rossa come un cocomero. Ho digrignato le zanne e Holmes deve avere percepito qualcosa perché si è girato verso l’angolo buio dove ero nascosto. Hanno parlottato fra di loro e poi ho sentito la voce di Watson “Non andare. Può essere pericoloso.” Ma ancora una volta il bellimbusto non si è fidato di lui e ha fatto la fine che si meritava. Un logorroico, un borioso di nulla. Uno che ha risolto dei casi impossibili con argomenti impossibili e tutti lì a bocca spalancata come citrulli. Si può osannare uno che si droga, un cocainomane che dovrebbe marcire in prigione? Ma gliel’ho fatta pagare la sua superbia! Anche se il pasto è stato un disastro. Poca polpa e tanti ossi.
Di qui è passato anche Poirot. Fermi! Non fate un altro passo in avanti che faccio un macello. Vi conosco tutti, nome e cognome. Non ve l’aspettavate, vero? Vi conosco, mascherine. Difensori sciagurati di questi parti mostruosi. Sì, è passato di qui anche Poirot. E ha fatto la fine che si meritava. Era un caldo boia, uno di quei caldi africani che fanno sudare anche l’abitante del Burundi e lui era tutto vestito a puntino con le sue maledette scarpe lucide, le ghette e i guanti. Capite! Perfino con i guanti quando io impazzisco se non mi tolgo la canottiera. Di giorno mentre ritorno quello di prima. Di notte, invece, è ancora peggio. Con tutti questi peli la sauna è assicurata. Dunque è passato il nano belga con la sua ridicola testa d’uovo. Mi sono nascosto nell’angolo più buio nel caso fossi scoperto dalle sue cellule grigie. Sì, perché le sue cellule grigie scoprono tutto. Anche quello che non c’è. E come gongola quando le mette in funzione! E come sorride! E come si liscia i baffi! E come ti guarda dal basso in alto! Ho odiato Poirot fin dall’inizio. Quando tutti erano ammaliati dal suo scilinguagnolo sciolto e non si accorgevano di essere presi in giro da lui e dalla grande burattinaia Agatha Christie. Uno almeno gliel’ha cantate chiare e tonde alla cosiddetta regina del giallo. Regina poi, regina dei miei stivali. Un certo Chandler che ringrazio con tutto il cuore. Anche se…Insomma qualche giorno fa è passato di qui insieme ad Hammett e ad Edgar Allan Poe. Ubriachi fradici si sono messi a cantare le osterie. Una figuraccia! Christie e Poirot dicevo. Una bella coppia davvero. Che ha sedotto milioni di babbei. Speravo tanto che passassero insieme che pure a lei dovevo dirgliene un paio ma è venuto solo Poirot. Oltre i guanti aveva anche un bel bastone da passeggio. Non lo lascia mai. Ho l’impressione che lo porti perfino al gabinetto a volte inciampasse e cadesse dentro il water. È arrivato con i suoi passettini corti e veloci e ha incominciato a parlare. Ho guardato bene se vicino ci fosse quell’imbecille di Hastings, ma niente. Nemmeno l’ombra di un passero. Parlava da solo ma non sentivo bene. Mi sono scostato dal buio profondo per ascoltare meglio. Parlava di sé. Dei suoi casi risolti. Della sua abilità. Della sua fine intelligenza. E si rivolgeva alle sue favolose cellule grigie. Allora non ce l’ho fatta più a trattenermi. Sono uscito di corsa dal buio, ho emesso uno dei miei ululati più terribili, l’ho abbrancato con gli artigli, l’ho portato nel mio angolo e l’ho fatto a pezzi. Questa volta è andata bene. Ho trovato più polpa che osso. Anche se è stata dura strappargli tutti i vestiti. Lo volete sapere? Non era la prima volta che i due cicisbei passavano di qui. Questa è una strada particolare. Ai margini della città. Qualche lampione e poi buio pesto. Sono passati, ma non soli. In compagnia. In dolce compagnia. Sì, proprio in dolce compagnia con due “sventole” da far girare la testa. E in atteggiamento provocatorio. Una volta Poirot è stato abbracciato dalla sua bella di turno che gli ha sussurrato “Pisellone mio!” facendogli tremare i baffi e cadere il bastone. Vi meravigliate eh? Vi vedo sbiancare. I due più intransigenti misogini della storia del giallo che vanno a…Tutta una finta, tutta una recita. Vi hanno preso in giro. E voi ci siete cascati ancora una volta, allocchi che non siete altro.
È passata anche Miss Marple. Porc… Chi ha tirato il sasso? Giù le mani dai sassi o vengo lì e… Ecco, fate bene a scappare. Dunque anche Miss Marple è passata di qui. Avevo voglia di dirgliene quattro per quella sua falsa modestia, per quel suo artefatto candore, per quella sua curiosità da pettegola nata e cresciuta prima di squartarla ma… ma è stato impossibile. È arrivata insieme a quelle dannate vecchiette che le fanno sempre compagnia e hanno incominciato a parlare a parlare a parlare che non la finivano più. Del figliolo del postino, di zia Carolina, della cognata del marito del funzionario di polizia, dei pasticcini di quella, delle tendine immacolate di quell’altra. Non ne potevo più. Ho messo la coda tra le gambe, pardon tra le zampe, e sono ritornato quatto quatto nella mia tana.
Philo Vance e Lord Wimsey passeggiavano insieme tutti leccati a puntino con la solita aria di snobismo strafottente che circola nelle loro facce. Si stavano beccando come due galli in un pollaio anche se non c’erano le galline: io conosco quindici lingue, io sedici, io so giocare a scacchi, anch’io, io ho una stupenda collezione di incunaboli, io fumo solo sigarette egiziane e bevo solo caffè turco, io vado a cavallo, io sono un impareggiabile spadaccino, io faccio collezione di francobolli, io colleziono qui io colleziono là, il mio autore è più bravo del tuo, guarda che la mia autrice ha perfino tradotto la “Divina Commedia”, il mio ha scritto le famose venti regole ecc… ecc… ecc… Appena passato il lampione gli sono saltato addosso e me li sono mangiati insieme ai loro monocoli.
Nero Wolfe non esce mai di casa? E chi ve lo ha detto? Si muove, si muove. Con lo stesso obiettivo di Holmes e Poirot. Non porta rose ma gardenie. Una sera è arrivato insieme al suo cuoco personale. Fritz se non sbaglio. Stavano litigando su un piatto. Non ricordo di preciso. Due piccioni con una fava mi sono detto. Li ho abbrancati tutti e due. Questo Fritz mi ha pregato lasciarlo vivo, almeno per un po’, che con tutta la carne del suo padrone mi avrebbe preparato un sacco di piatti prelibati. Mi ha convinto. Perché mangiare sempre crudo e di fretta?
Fatto fuori anche Dan Brown. Per la soddisfazione di un amico pseudo scrittore di gialletti che conosce il mio segreto. Era stufo di farsi un mazzo così e di vendere al massimo duemila copie mentre questo Dan Brown ne sforna a milionate. È passato per questa strada maledetta. Tutti, prima o poi, passano per questa strada che porta non solo a… a quello che già sapete ma anche verso altri precipizi dell’animo umano. L’ho beccato mentre contava i suoi blocchetti di assegni e le carte di credito. Quando è arrivato a cento gli sono saltato addosso. Ha cercato disperatamente di difenderli come fossero pezzi e’ core. Di notte ho una forza tremenda ma c’è voluto del bello e del buono per trascinarlo nell’angolo buio. Qui ha giocato la carta della corruzione con la storia che mi avrebbe regalato la Gioconda. Per un attimo sono rimasto perplesso. Poi mi è venuta in mente la faccia disperata del mio amico dopo l’uscita di ogni suo libro e non ho avuto pietà.
Al tenente Colombo ho staccato di netto un braccio che teneva alzato anche mentre camminava. Non ricordo se era il destro o il sinistro. Si è salvato lasciandomelo tra le fauci e scappando come un razzo su una macchina nuova fiammante. Come abbia fatto a guidarla rimane un mistero.
Invece Maigret l’ho salvato. Pure se mi stuzzicava l’appetito bello sodo com’era. Fumava tranquillamente la pipa. Era a passeggio con la moglie. Signora Maigret diceva, signora Maigret e signora Maigret e signora Maigret. Anche nell’intimità di una passeggiata. Mai che la chiamasse con il suo nome. Mi ha fatto venire una rabbia! Poi ho visto la faccia della signora Maigret che era contenta di sentirsi chiamare signora Maigret e li ho lasciati andare.
È passato Montalbano. Sì proprio Montalbano. Assomigliava spiccicato a Zingaretti. Era parecchio buio ma l’ho riconosciuto perché ad ogni passo diceva “Montalbano sono”. Quando ho finito di spolparlo gli ho detto la frase che avevo in mente di dirgli da un pezzo “Montalbano fosti!”.
A un certo punto ho visto un signore alto, bello, elegante dal profilo greco. Teneva in mano una valigetta verde. Lì per lì non l’ho riconosciuto. Poi ha appoggiato la valigetta sopra un muro e ha cominciato a tirar fuori arnesi e ampolle varie. Thorndyke ho detto! Bene, anche tu non mi scappi. Troppo bello, troppo bravo, troppo intelligente, troppo scientifico. In realtà ce l’avevo soprattutto con il suo creatore, quel Richard Austin Freeman che ha aperto la porta proprio al cosiddetto giallo scientifico motore primo di tutte le indagini pazzesche moderne dove i morti non vengono lasciati in pace nemmeno da morti. E sono costretti a dire tutto sulla loro dipartita. Intanto ho divorato il suo apollineo personaggio. Era delizioso.
Non sempre questo mio lavoro notturno dà delle soddisfazioni. Con Sarti Antonio è andata proprio male. Sarti Antonio chi? Quello di Macchiavelli. No, non del Machiavelli con una c sola. Che c’entra il segretario fiorentino! Di Loriano Macchiavelli. Chiaro? È arrivato trafelato con la faccia accesa che sembrava scoppiare da un momento all’altro. Forse ce l’ha a morte con qualcuno, ho pensato. Si è scelto un angolino buio vicino al mio. Ora è fatta, ho pensato di nuovo. È venuto da solo in bocca al lupo. Si è tirato giù i pantaloni e ha scaricato una montagna di cacca che si sentiva ad un miglio di distanza. La solita colite cronica. Mi ha fatto passare l’appetito. E ho giurato di non pensare più.

Sulla rotta del giallo Mondadori (IV) – Le lunghine di Fabio Lotti

Gli Speciali…
Questa volta diamo uno sguardo veloce agli Speciali Mondadori che sono davvero “speciali”. Basti pensare al curatore Mauro Boncompagni. Così, come sono stati presentati in quarta di copertina. Non c’è da aggiungere altro data l’alta qualità degli autori e il costo veramente appetibile.

IL MESSAGGIO DEL MORTO
AGATHA CHRISTIE, I Sette Quadranti
Un gruppo di amici in vena di scherzi, riunito per il weekend, organizza una levataccia shock per un compagno dormiglione collocandogli in camera ben otto sveglie. Ma il mattino dopo le sveglie squillano invano e lo shock è riservato ai burloni: la loro vittima dorme il sonno eterno per aver assunto una dose eccessiva di sonnifero. Il tragico episodio, con tanto di lettera incompiuta, è la scintilla che dà l’avvio a un intrigo dagli sviluppi impensabili.
JOHN DICKSON CARR, Astuzia per astuzia
Non è cosa di tutti i giorni, in uno studio legale, assistere all’irruzione di un ometto che indossa un fez verde e va delirando circa un delitto imminente. Nemmeno accade così spesso che un cliente venga pugnalato a morte in quelle stanze. Eppure è questa la sorte toccata al povero Abu di Ispahan, spirato pronunciando le sue ultime, ermetiche parole a proposito di certi guanti. Un autentico rompicapo che è un invito a nozze per l’avvocato Patrick Butler.
ELLERY QUEEN, L’avventura dell’orologio sotto la campana di vetro
Che cosa si ottiene mettendo insieme un’ametista purissima, un profugo dalla Russia zarista, una coppa d’argento, una partita a poker, cinque biglietti di auguri di buon compleanno e, dulcis in fundo, un orologio protetto da una campana di vetro? Per chiunque non sia Ellery Queen, un rebus impossibile da decifrare. Per lui, un caso semplice come sommare due più due.

AMORI MALATI
ORIANA RAMUNNO, L’amore malato
Una youtuber di successo viene assassinata con selvaggia efferatezza. Per Emma, investigatrice della Mobile, sentir parlare di delitto passionale è inconcepibile, quando non c’è altro che odio. Si tratta forse del fatale epilogo di una storia di maltrattamenti che, come spesso accade, si sarebbe dovuto prevenire? Ma a nessuno importa, finché non è troppo tardi. Un copione che si ripete sempre uguale.
ANTONIO TENISCI, Ombre viola
Il cadavere di una ragazza sul ciglio di una strada. Massacrata nella notte a colpi di martello. Un’altra immagine nell’atroce galleria delle vittime di una violenza cieca che sembra dilagare come un contagio. Bocche mute e sguardi senza futuro, volti che portano i segni del pianto e della sofferenza, in una straziante sfilata che per il commissario Pazienza non può, non deve, diventare routine.
ELISA BERTINI, Nerocuore
Un uomo è accusato dell’omicidio della moglie, e per Minerva Mai l’ombra della paura risorge dal passato a oscurare la sua nuova vita. Perché certe ferite non si cancellano ed è come se ogni volta succedesse a lei. Ma qualcosa non le torna nella ricostruzione dei fatti. È tempo di trasformarsi da preda in fuga a cacciatore. Per non dare tregua agli uomini che uccidono le donne.

DELITTI IN GIOCO
JOHN V. TURNER, L’uomo dal fazzoletto
Per un boxeur come Al Fanlagan, soprannominato il Massacratore, l’incontro per il titolo dei pesi medi dovrebbe essere una passeggiata. Eppure Al va giù al primo round, per non rialzarsi più. Infatti è morto. Avvelenato. Ma come può essergli stata somministrata la sostanza letale, se nelle ore precedenti non aveva assunto cibo né bevande? L’unica ipotesi possibile, per l’avvocato Amos Petrie, è che sia successo sul ring…
S.S. VAN DINE, Il mistero di casa Garden
Sodio radioattivo, l’Eneide di Virgilio e un cavallo da corsa: è con questo rebus astruso che un anonimo attira l’attenzione sulla famiglia Garden. Se poi nell’attico della loro residenza chi si è giocato tutto su un purosangue rivelatosi perdente si uccide con un colpo di pistola, l’enigma si colora a tinte fosche. Ma c’è tra i presenti l’investigatore Philo Vance, pronto a cimentarsi con un assassino che non ha tenuto conto del suo talento.
ELLERY QUEEN, L’avventura della finale di baseball
Ellery Queen, tifoso accanito, si sta godendo a New York la finale del campionato di baseball, ma tutto sembra congiurare per impedirgli di assistere in pace al match. Come quando un famoso ex giocatore muore all’improvviso tra gli spettatori. Allora Ellery dovrà rivolgere per qualche istante la geniale mente al caso di omicidio più inopportuno che gli sia mai capitato.

AGLI ALBORI DEL GIALLO
JOHN BUCHAN, I trentanove scalini
Al ritorno dalla Rhodesia in Inghilterra, l’ingegnere minerario Richard Hannay si ritrova accusato di un omicidio che non ha commesso. La vittima è un americano in possesso di informazioni su un complotto per uccidere il primo ministro greco. Braccato dalla polizia e dai cospiratori, dovrà risolvere il mistero per salvarsi la vita.
EMILIO DE MARCHI, Il cappello del prete
Il barone Carlo Coriolano di Santafusca ha un debito che non è in grado di saldare. Don Cirillo è un religioso che, a dispetto della vocazione, ha messo insieme molti denari. Quale rimedio migliore, per il nobile decaduto, che togliere di mezzo il prete e impadronirsi dei suoi averi? Un delitto perfetto, se non fosse per la sparizione di un certo cappello.
EDGAR ALLAN POE, I delitti della rue Morgue
Al quarto piano di una casa a Parigi vengono rinvenuti i cadaveri di due donne, brutalmente assassinate. Porte chiuse a chiave, passaggi troppo stretti per un essere umano, eppure nessuna traccia del colpevole. Di fronte a un caso che appare senza soluzione, la parola a C. Auguste Dupin, pioniere della scienza investigativa.

TRE MISTERI PER LE SIGNORINE OMICIDI
PATRICIA WENTWORTH, La collezione
La morte violenta di un collezionista è di per sé un caso interessante. Ancora di più se costui, per ironia della sorte, raccoglieva gioielli appartenuti alle vittime di delitti assurti agli onori della cronaca. Per l’investigatrice privata Maud Silver poter contribuire alle indagini è un invito a nozze, e una pessima notizia per il colpevole.
KAY STRAHAN, La Fattoria del Deserto
Quando un omicidio e un suicidio sconvolgono la vita degli ospiti di un ranch nel Nevada, sembra che nessuno possa decifrare una simile esplosione di follia. Nessuno eccetto l’investigatrice Lynn MacDonald.
La sua proposta è semplice e onesta: rimborso spese in caso di insuccesso, diecimila dollari se riesce. E a Lynn non piace fallire.
STUART PALMER, Il mistero della villetta da luna di miele
Per Hildegarde Withers, investigatrice dilettante, intrufolarsi in casa d’altri non è poi così grave se c’è di mezzo sua nipote, scomparsa dopo una lite con il marito. Non sono dello stesso avviso i poliziotti che l’arrestano per violazione di domicilio. Ma avranno modo di ricredersi, quando la zitella ficcanaso scoprirà cose che loro nemmeno si sognano.

I TRE VOLTI DEL NOIR
JAMES HADLEY CHASE, Colpo a freddo
Confessare il suo crimine è ciò che rimane a Chad Winters. Un cronico bisogno di soldi e la presunzione di poter commettere il delitto perfetto l’hanno spinto ad architettare il suo piano. Sposare una ricca ereditiera e poi ucciderla. Niente di nuovo sotto il sole. Ed è finita male. Per quelli come lui va sempre a finire così.
STEFANO DI MARINO, Per il sangue versato
Sergio vorrebbe davvero cominciare un’altra vita, magari con l’affascinante Thiushan. Ma vecchi debiti e una serie di macchinazioni alle quali è impossibile sfuggire lo costringono a tentare un ultimo colpo: un favoloso carico di rubini provenienti dall’Oriente. Il piano s’intreccia però con la vendetta di un uomo solo e disperato…
FRANCIS ILES, Viaggio nel buio
L’omicidio è l’unica soluzione, Norman Cayley lo sa. Un’avventura amorosa può capitare a tutti, ma Rose vuole fare sul serio. Un bel guaio per un avvocato in carriera che invece punta alla figlia del socio anziano dello studio. Per risolverlo gli basterà aspettare in strada, al buio, pieno di whisky e con una rivoltella in tasca…

Non perdeteli e buona lettura!

Detective Lady (XVII) – Le lunghine di Fabio Lotti

Sto diventando un investigatore. Una specie di Sherlock Holmes in miniatura alla ricerca di tutte le tracce che mi permettono di tirar fuori l’identikit più completo possibile del personaggio femminile, a sua volta detective per mestiere o per caso, che sto seguendo. Qualche volta il compito è facile dato che gli indizi si affastellano l’uno sull’altro con grande generosità, talaltra piuttosto arduo soprattutto quando l’autore è un po’ reticente, o meglio riservato, rispetto alla sua “creatura”. Comunque sempre interessante. Come nella presente circostanza.
Questa volta parto proprio dall’idea che mi sono fatto su Tempe (Temperance) Brennan, docente di antropologia alla “University of North Carolina” di Charlotte e personaggio principale di Carne e ossa scritto da Kathy Reichs e pubblicato dalla Rizzoli nel 2006. Sul contenuto, che qui interessa relativamente, vedremo in seguito. Partiamo dall’aspetto fisico. Occorre arrivare a pagina sessantanove per saperne qualcosa. Ce lo dice la stessa Tempe. Altezza uno e sessantacinque, peso cinquantaquattro chili. Inoltre “Occhi nocciola, vivaci, qualcuno avrebbe detto intensi. Qualche zampetta di gallina, sì, ma erano ancora il mio pezzo forte. Zigomi alti, naso piuttosto piccolo. La mascella si manteneva tonica e, nonostante qualche capello grigio, il color miele era ancora nettamente prevalente”. Età oltre i quaranta. La solita sfiga sentimentale che accomuna tante detective femminili. Sposata e poi divisa, ma non ancora divorziata, con Pete, un avvocato che l’ha tradita e che tiene un cane e un gatto. Si sente sempre attratta fisicamente da lui anche se ha una nuova relazione con Andrew Ryan, detective della squadra omicidi di Montreal. Ed ha una figlia Katy “meravigliosa”, “turbolenta” e “quasi laureata”. Un piccolo sunto della sua vita sentimentale ce lo fornisce lo stesso Ryan in un momento di crisi “A diciannove anni hai sposato l’avvocato Pete. Lui era un imbroglione e tu un’alcolizzata. Il tuo matrimonio è fallito. Tua figlia fa l’università. La tua migliore amica è un’agente immobiliare. Hai un gatto. Ti piacciono le patatine Cheetos e detesti il formaggio di capra. Non porteresti mai abiti con i volant o tacchi a spillo. Puoi essere caustica, esilarante, e una tigre a letto”.
Passiamo al temperamento. Forte, focoso, irascibile. Se ne rende conto ella stessa: “A volte riesco a darmi dei buoni consigli, per esempio non innervosirti. Ma spesso li ignoro”, oppure “Per la rabbia, le dita mi si piegarono a formare un pugno. Sentivo ribrezzo per l’arroganza e la pomposa indifferenza di quel bastardo”. E quando va oltre le righe si pente “E mi dispiacque di essermi irritata con lui” riferito a Ryan. Tagliente nei giudizi. Il giornalista Homer Wimborn che le sta tra i piedi le sembra un Homer Simpson con il “quoziente intellettivo di un plancton”. Se non parla bastano gli occhi “Dal mio angolo di osservazione potevo vedere la coppia alla nostra destra che ci fissava. Li fulminai con un’occhiata. Rivolsero lo sguardo altrove”. Decisa a combattere la violenza “Sono giunta a pensare alla violenza come a un delitto di potenza dell’aggressore sui più deboli che si rigenera all’infinito. Gli amici mi chiedono come possa sopportare di fare il mio lavoro. Semplice: mi sento chiamata a demolire quei maniaci prima che loro demoliscano altri innocenti”. Sul lavoro è attenta, metodica, concentrata.. Non si lascia distrarre “Inoltrandomi nel bosco, misi la mente in modalità “scena del crimine”. Da quel momento in poi avrei escluso qualunque elemento estraneo e mi sarei concentrato solo sui fattori pertinenti. Avrei notato ogni pianta troppo rigogliosa, ogni rametto piegato, ogni odore, ogni insetto. Il frastuono umano intorno a me sarebbe diventato rumore di fondo”. Le piace questo lavoro anche perché le permette di presentarsi senza fronzoli e senza trucco “Ogni giorno è un venerdì casual. Più che casual”. Niente problema per il cibo. A casa vive di “takeaway o di pasti congelati”. Le piace informarsi sui fatti del giorno attraverso la radio, i giornali ed internet. Sta volentieri con i giovani, con i suoi studenti, un po’ casinari ma pieni di vita e di energia. Forte, dicevo, con un momento di crisi quando si abbandona al pianto sul torace di Pete. Ma si riprende subito “Avanzando nella luce di quel mattino splendente, ingoiai rabbia e paura e dubbio, e riplasmandoli in qualcosa di nuovo. Qualcosa di positivo”. Difficile che riesca ad aprirsi del tutto. Ci riesce solo con Ryan quando ripercorre la sua storia familiare. Ottimista “Una cosa la so. Emma aveva ragione. Comunque vada a finire, sono tra i fortunati. Ci sono molte persone nella mia vita. Persone che mi vogliono bene”.
Contenuto in breve (ma breve breve) : Tempe Brennan è impegnata con venti studenti a scavare un sito a Dewees “isola di barriera a nord di Charleston, South Caroline”. Viene ritrovato un corpo “intrusivo”, cioè introdotto nel sito più tardi rispetto a tutti gli altri. Di un maschio bianco sulla quarantina alto tra uno e ottanta e uno e ottantacinque. Che presenta segni di violenza in alcune parti (ovvero ossa) del corpo. Strangolamento? Colpo di frusta? Un colpo al mento o alla testa? L’indagine si sviluppa con Emma Rousseau, il coroner competente del caso che ha una brutta malattia. Poi c’è un altro omicidio di un uomo impiccato a un albero e di una donna ritrovata dentro a un bidone…
Parallelamente corre la storia del suo ex marito Pete incaricato di indagare su alcune questioni finanziarie che riguardano la Chiesa della Misericordia Divina e di approfondire gli spostamenti della figlia scomparsa del suo cliente coinvolta nell’organizzazione. Due storie che, naturalmente, si intersecano. C’è anche di mezzo una clinica… e non vi dico altro.
Stile fluido con qualche punta di narcisismo (guarda come sono brava). Un po’ stancante (a dir la verità) il fatto delle ossa che si trovano ora sparse un po’ dappertutto. Voglio dire nei romanzi polizieschi. Ultimamente le ho ritrovate in La città delle ossa di Michael Connelly, La signora in verde di Arnaldur Indridason, Il silenzio delle ossa di Michael Baden e Linda Kenney. Senza contare i precedenti che sono parecchi. A partire dai libri della Cornwell.
E allora un grido mi sorge spontaneo dal petto “Dateci la ciccia!”.

Questa volta mi ha attirato il cognome. Lippman. Ho preso in mano il libro. Lippman, ma dove ho già letto questo cognome, ho farfugliato fra i denti. Lippman. Ma sì, un colpetto sulla fronte con la mano destra ed il ricordo è venuto fuori. Dal libro Scacco perpetuo di Icchokas Meras che stavo leggendo. Qui si trova un certo Abraham Lipman (con una sola “p”, però) che ha una discreta parte nella storia. Il libro mi piaceva e chissà che anche questo Baltimora Blues di Laura Lippman, Giano 2008, non mi facesse lo stesso effetto. Qualche volta è proprio il Caso a guidare le nostre scelte…
Trascrivo impunemente dalla seconda di copertina “Il giornale presso cui lavorava, il secondo quotidiano di Baltimora, ha chiuso i battenti un paio di anni fa e da allora Tess Monaghan, ventinove anni, capelli lunghi castani raccolti in una treccia, la pelle chiara e gli occhi castani, non vive certo uno dei suoi momenti migliori. Senza lavoro e senza sussidio di disoccupazione, trascorre il tempo andandosene a vogare la mattina al Circolo di Canottaggio e a correre la sera per le strade di Baltimora che non se la passa bene nemmeno lei, col suo triste record di un omicidio al giorno.
Qualche settimana fa Tess ha incontrato, nelle acque del circolo, Darryl Paxton, Rock per gli amici, ricercatore di biologia alla Hopkins di Baltimora…”.
Non la faccio lunga. Rock propone a Tess di seguire Ava, la sua, ragazza per appurare se è davvero nei guai, come sembra. Ava, la classica gnocca coi fiocchi, lavora nello studio legale di Michael Abramowitz, l’avvocato difensore dei peggiori delinquenti della città. Dopo qualche pedinamento Tess si rende conto che Ava è un’abile ladra e che ha una storia (forzata, si verrà a sapere poi) con il suo datore di lavoro. Il quale datore di lavoro, Michael Abramowitz, verrà trovato strangolato nel suo ufficio (ma ha ricevuto anche qualche mazzata in testa). E qui le cose si complicano e c’è di mezzo pure il VOMA, cioè l’associazione delle vittime di aggressione (soprattutto stupri).
Ma veniamo a Tess e a qualche altro particolare su di lei. Vuole leggere il “Don Chisciotte” ma non ci riesce. Altre letture: citati “Imbroglio d’amore” e i libri di M. Cain. Suo ex fidanzato Jonathan Ross. Suo amico Darryl Paxton, detto Rock. Sua zia la dinamica Kitty, riccioli rosso fuoco e occhi verdi, che trabocca di gioia e suo zio Donald un tempo un bell’uomo ma con il fascino tramontato. Tess (da bambina Theresa e poi Tesser) vive in un appartamento piccolo, praticamente una stanza divisa da librerie ma ha un bel terrazzo da cui può vedere la città.
Veste spesso sportiva con jeans, una T-shirt bianca fuori dai pantaloni e scarpe da basket, oppure stivali di camoscio e giacca in pelle. E comunque roba simile. Adolescenza di grandi successi per le sue belle forme. Guida una Toyota ma prende volentieri i mezzi pubblici. Sua amica-nemica Whitney “ricca e magra” mentre lei è “sfrenata e impulsiva”. Ama soprattutto la vecchia musica di Cole Porter, Johnny Mercer, Rodgers e Hart, Bob Dylan. Ha ancora vivi (miracolo) tutti e due i genitori. Suo padre di sessanta anni, capelli rossi e pelle chiara ha il piccolo vizio di fare rutti mentre è a tavola (da tirargli una bottiglia piena in testa). Mangia e beve un po’ di tutto: croissant al cioccolato con caffè alla nocciola, panna acida e cipolle (e qui mi fermo che mi viene da vomitare), scotch, vermouth (Martini), birra, bourbon. Solo una scena veloce di sesso con il suo ex fidanzato. Si abbassa i jeans e si cala su Jonathan senza farla tanto lunga.
Rivisitazione critica di Baltimora dell’acciaio, della polvere rossa, delle vittime dell’asbestosi. La bella Baltimora dell’est osannata negli articoli dei giornalisti e ora imbrattata e luogo di incontro di ragazzini che fumano PCP e crack. La solita storia del cambiamento in peggio.
Buona la scrittura e l’orchestrazione della trama. Ma il libro è del 1997 e si sente.

In viaggio coi Bassotti della Polillo (1) – Le lunghine di Fabio Lotti

Una veloce carrellata rosso fuoco…
Dunque qualche appunto veloce sui libri di una benemerita collana che mi sono passati fra le mani. Partiamo da Il mistero del vecchio granaio di Henry Ware Eliot Jr, Polillo 2018. “Che cos’hanno in comune delle orme su un muro; un granaio che “sembra” impenetrabile; una rivoltella Colt 45 scomparsa; un barile pieno di trucioli per imballaggio e di pallottole, e un crittogramma in apparenza indecifrabile? Nulla, almeno a prima vista. E che c’entrano i due cadaveri seminudi infilati nel bagagliaio di due auto, una delle quali ripescata in un lago?” Un bel problema per cinque amici che si trovano a trascorrere le vacanze sulle colline del Massachusetts. Più precisamente dentro un vecchio granaio trasformato in abitazione. Gruppo composto dai proprietari Ed e Jeanie, dallo scrittore di gialli George, dal famoso detective Gil e da Mike, il direttore del giornale locale. Un discreto rompicapo da tenere bene gli occhi sbarrati. E non so se vi basterà…

La maledizione del rubino di Adam Bliss, Polillo 2018.
Ovvero quando un gioiello, come il rubino Camden, porta una sfortuna maledetta. Tutti quelli che l’hanno indossato hanno fatto una brutta fine. Meglio stargli alla lontana secondo Gary Maughan, amico del ricchissimo possessore Van Every e narratore della storia. Ma c’è sempre qualcuno che non crede alle terribili leggende come questa. Vedi la famosa attrice Margalo Younger che, invitata ad ammirarlo, lo indossa tranquillamente. Facendo la scontata brutta fine addirittura nella stessa stanza dove sono presenti gli altri due personaggi! Impossibile…

L’enigma della rosa di John V. Turner, Polillo 2018.
Qui due parole sull’autore sono obbligatorie, tanto ha fatto e scritto in poco tempo, avendo lasciato la nuda terra a soli 39 anni (1905-1945). Sesto figlio di un sellaio, trascorre l’infanzia in un sobborgo di Manchester, fa il giornalista e poi lo scrittore sfornando ben 45 romanzi in quindici anni firmati anche con gli pseudonimi Nicholas Brady e David Hume. Romanzi di stampo classico ma anche hard boiled all’americana con ritmo pazzesco e botte da tutte le parti. Tra i suoi personaggi preferiti il giornalista di nera Tony Carter, l’eccentrico reverendo Ebenezer Buckle e il piccolo avvocato Amos Petrie che troveremo anche qui.
In breve “I MILIONARI DEVONO MORIRE” è la minaccia che riceve il riccone Okley Masters, sposato con la bella figlia di Lord Mayers, attraverso un biglietto portato dal suo segretario. Ma non è il solo. Lo riceve anche Lord Belden, il magnate dei giornali. E tutti e due si ritroveranno nella casa di campagna di Masters per il fine settimana. Insieme ad altri ospiti, naturalmente. Così come naturale, per un giallo che si rispetti, sarà l’arrivo di un bel morto ammazzato. Proprio con le fattezze del già citato Masters persuaso che si trattasse solo di uno scherzo. Una bella gatta da pelare per il piccolo Amos e l’ispettore Ripple di Scotland Yard.

La lettera sbagliata di Walter S. Mastermann, Polillo 2018.
A Scotland Yard il telefono della scrivania del sovrintendente Sinclair comincia a squillare. È la voce di una donna che annuncia la morte del ministro degli Interni a casa sua. “Chi parla?” domanda Sinclair. “Oh, nessuno di speciale, solo l’assassino.”
Inizio niente male. Dopo un po’ arriva l’amico Silvester Collins, avvocato che ha abbandonato la professione forense per diventare un detective dilettante e collaboratore della polizia. Lineamenti marcati, naso piuttosto largo, occhi castano chiari e capelli ricci quasi neri. Estremamente elegante, sportivo e gentile ma si arrabbia se gli amici lo chiamano Sherlock Holmes. Un tipo assai diverso da Sinclair “funzionario esperto senza nessuna genialità” ma ricco di esperienza (ci ricorda il famoso duo). Qualcuno gli ha telefonato dicendogli che voleva proprio lui. E sembrava una donna… La notizia è vera. Il ministro degli interni, il vedovo Sir James Watson, è stato ucciso nella sua biblioteca con un colpo di pistola alla tempia. Porta sbarrata e finestre chiuse con il fermo. Nessuna via d’uscita per l’eventuale assassino…
Un consiglio ai lettori. Non fidatevi delle apparenze. Non fidatevi! Il libro uscì nel 1926 con una prefazione lusinghiera di Chesterton. E questo è già un bel marchio di qualità.

Delitto in Cornovaglia di Anthony Weymouth, Polillo 2018.
“Mrs Bennet, una ricca vedova con uno squisito senso dell’ospitalità, ha invitato alcuni amici nella villa che ha affittato per i mesi estivi in Cornovaglia. Tra gli ospiti ci sono Joyce, la figlioccia, Geoffrey, il nipote, Mr Frere, un colonnello in pensione, Sir John Manners, rientrato dal servizio civile in India, e l’avvocato Sylvanus Ward. Al termine di una cena Geoffrey, che per tutta la giornata aveva mostrato grande nervosismo, chiede privatamente all’avvocato un consiglio: deve assolutamente versare 30 sterline come acconto di un grosso debito che ha contratto e non vorrebbe rivolgersi alla zia. L’avvocato lo esorta a farlo, ma il mattino seguente si scopre che dal portafoglio di Sir John mancano proprio 30 sterline. Un semplice furto? Niente affatto, perché la situazione precipita quando uno degli ospiti viene trovato pugnalato a morte nel suo letto e un altro scompare misteriosamente con indosso solo il pigiama e la vestaglia. L’ispettore Meredith della polizia locale si trova ben presto in difficoltà e allora non rimane che chiedere aiuto a Scotland Yard. Sarà così l’ingegnoso ispettore Treadgold a risolvere il complicato caso, partendo da pochi e bizzarri indizi: una macchia di ruggine su un lenzuolo, un’etichetta strappata sulla quale è impressa una strana impronta e un pezzo di corda sporco di catrame.” Libro valutato assai diversamente dai lettori. Per quello che mi è parso, spilluzzicandolo in una libreria di Siena, sembra di piacevole lettura senza inutili orpelli.

L’indizio della luna crescente di Valentine Williams, Polillo 2018.
Intanto si tratta di un inedito del 1924. Bel colpo! Chi narra la storia, Peter Blakeney, è un autore che vive un momento felice della sua creatività. Infatti sta scrivendo una commedia che ha interessato un produttore di Broadway. Per l’ispirazione si è trasferito in una tenuta di Mr Lumsden, vecchio amico assai ricco, sui monti Adirondack nello stato di New York. Qui numerosi ospiti tra cui Victor Haverseley e signora Graziella, un vecchio medico, belle ragazze come Sara Carruthers, zitellone curiosone come miss Ryder, segretarie…Insomma un discreto mazzo di personaggi che si divertono un mondo tra nuotate nel lago vicino, partite a bridge e a tennis. Ma è solo apparenza. Tradimenti e ripulse amorose scatenano violente gelosie. Fino alla morte di qualcuno con il classico dubbio: suicidio o omicidio? Un bel caso e un chiaro giallo ad enigma per il possente e ingenuo sceriffo Hank Wells e per il giovane occhialuto Trevor Dene di Scotland Yard. Per lui è sicuro omicidio e lo si può capire, pensate un po’, dalla luna crescente… Di gradevole lettura senza entusiasmare.

Omicidio a Kensington di C. St. John Sprigg, Polillo 2018.
A Kensington, ovvero al “Garden Hotel” gestito dalla coppia Mr e Mrs Budge e frequentato da pittoreschi personaggi. Qui arriva il giornalista Charles Venables (con il monocolo!) invitato dall’amica lady Viola di cui è innamorato e subito assiste ad un furioso litigio proprio fra i due. La signora Budge si ammala per poi scomparire misteriosamente, insieme ad una cliente, dalla stanza in cui è chiusa, tenuta addirittura sotto stretto controllo. In seguito la sua testa verrà trovata dentro una cappelliera e altre parti del cadavere in svariati posti dell’albergo. Il marito sospettato, per evitare l’arresto, si suicida. Almeno così sembra… Bella gatta da pelare per Bernard Bray, ispettore di Scotland Yard coadiuvato dal giornalista Venables, amico di vecchia data. Capitoletti brevi, spezzettati, personaggi “leggeri”, ovvero poco approfonditi, a rendere meno efficace una prima opera di uno scrittore morto troppo presto a soli ventinove anni in uno scontro con i franchisti nella valle di Jarama.

Detective Lady (XVI) – Le lunghine di Fabio Lotti

Clotilde e l’estate dei delitti di Bruno Coppola, Rizzoli 2009.
Clotilde Kuster Melis è una ragazza di vent’anni che sta per laurearsi in filosofia. Figlia del signor Alberto “alto e magro come un grissino” e della signora Bianca “svanita e surreale, sempre con la testa fra le nuvole”. Fratello più piccolo di tre anni e fidanzata con Marco (troppo posato) anche lui sotto tesi di laurea. Carattere aperto, socievole, curiosa di tutto, grande camminatrice. E belloccia (corpo snello, gambe lunghe), il che non guasta.
La sua vita cambia all’improvviso alla scoperta di un nonno, Horatius Kuster, mai conosciuto “montenegrino emigrato negli USA per sfuggire alle bande di ustascia” e ritornato in Italia per dare un contributo alla sua patria devastata dalla guerra.
Da qui i guai per la nostra giovane detective invischiata in traffici illeciti, tra agenti della CIA e un’isola popolata da lucertole blu. E morti. Uno, due, tre. E il mistero di una criptica poesia. Un po’ scontato l’incontro-scontro tra l’allegra Clotilde e il nonno burbero (che poi tanto burbero non è), tra l’idealismo e la cruda realtà, tra la passione e il calcolo politico.
Aggiungo una certa ingenuità narrativa e una certa predilezione per il punto esclamativo che un po’ di senso di esagerazione te lo lascia.

Alla ricerca di Sonya Dufrette di R.T. Raichev, Elliot 2009.
“Luglio 1981. Nella villa di campagna di Lady Mortlock, durante il party dato in occasione del matrimonio tra Carlo e Diana, una bambina scompare. Poco dopo la sua bambola viene ritrovata sulla riva del fiume che scorre vicino alla casa, ma della piccola nessuna traccia. Tutte le ricerche si rivelano inutili e il caso viene archiviato come un tragico incidente”.
Venti anni dopo, leggendo un articolo di giornale che rievoca il matrimonio reale, la signora Antonia Darcy ripensa all’episodio della bambina scomparsa di cui anche lei era stata testimone. E, come dire, il caso si riapre. Nella testa della nostra Darcy, bibliotecaria cinquantenne in un “esclusivo club londinese per ex militari”, divorziata (ti pareva) con figlio David e la nipotina Emma. Ad aiutarla in questa ricerca il maggiore Hugh Payne, vedovo, socio del club e suo accanito ammiratore.
Aggiungiamo che, sempre la nostra Antonia Darcy, è una scrittrice di romanzi polizieschi (quasi scontato), le piace la musica classica, presa spesso da cattivi presentimenti, ancora fragile per il divorzio. Determinata tuttavia nella ricerca della verità.
La quale ricerca parte da ciò che lei stessa aveva scritto di quella particolare giornata, per poi svilupparsi con il ritrovare i personaggi che vi presero parte. Un viaggio nella sua mente ricca di dubbi (la bambina è stata uccisa o rapita, oppure è sempre viva?), di scoperte, di fragili verità, di assilli, di ripensamenti fino all’epilogo finale. In un continuo confrontarsi con le educate schermaglie amorose del maggiore che piano piano riescono a vincere in parte la sua ritrosia.
Prosa leggera, piacevole, ricca di citazioni letterarie che non appesantiscono il testo. Un buon lavoro.

Ombre sul lago di Cocco e Magella, Guanda 2013.
Cernobbio, lago di Como. Resti umani sulle montagne, giovane morto ammazzato con due colpi di pistola, gamba destra rotta, una catenina, un mezzo medaglione, la sigla K.D. ritrovata su un portasigarette d’argento. Preposta a risolvere il mistero il commissario Stefania Valenti, 45 anni, separata da Guido, figlia Camilla di 11 anni, Ron il gatto rosso.
Doppia indagine sul passato della Seconda guerra mondiale e sul presente seguendo un po’ la scia di Massobrio (Occhi chiusi), Pandiani (Pessime scuse per un massacro) e Pasini (Venti corpi nella neve), ognuno con le sue peculiarità.
Bisogna muoversi con discrezione perché incombe il senatore Cappelletti, la cui Villa Regina al tempo della guerra era stata trasformata in ospedale dai tedeschi. Tutto ruota intorno a questa villa e alle sue vicende familiari che sembrano siano in stretto rapporto con il morto. E tutto ruota intorno a Stefania, personaggio principale con i suoi momenti di forza (“Non sappiamo nulla di te, ragazzo, ma ci arriviamo, stai tranquillo”), e di crisi che, comunque, continua imperterrita l’indagine anche quando questa viene archiviata (un classico fin troppo ripetitivo). Aggiungo lettura di Camilleri, boccate di Muratti Lights, la solita citazione della Christie e un “Elementare Watson” che se non ci sono il lettore si sente male.
Attorno alla protagonista gli immancabili personaggi della polizia, ognuno con le proprie caratteristiche, tra cui il solito capo criticone “Stai conducendo una indagine, non stai inventando una trama di un romanzo”, la giornalista che l’aiuta nello svelamento del mistero e uno in particolare, l’ambientalista Luca Valli, con il quale sembra nascere qualche fremito stuzzicarello: difficoltà ad essere disinvolta con lui, mani che si sfiorano, mano sulla spalla, profumo di dopobarba, cuore che batte e insomma il brividino che si fa largo nella corazza dei sentimenti senza quegli assatanati salti sul letto che si trovano ormai dappertutto.
Scrittura semplice e pulita, racconto affidato per molta parte (forse troppa) alle rievocazioni di alcuni personaggi, ricerche d’archivio, microfilm, esame particolare di una fotografia che può riservare sorprese, spunti di vita lavorativa, spunti di vita familiare, Camilla e la sua amica, la mamma, le zie, il paesaggio del lago e della montagna ad affascinare la mente e il cuore della protagonista e del lettore. Profumino culinario con il lavarello in salsa verde e una telefonata che promette un seguito.
Buona lettura senza urletti di gioia.

Due di troppo di Janet Evanovich, Salani 2008.
Personaggio principale è Stephanie Plum “l’investigatrice più sexy e simpatica del mondo”. Partiamo dalla seconda di copertina “Irresistibile, magnetica, divertente, Stephanie torna con la sua seconda avventura, in cui è alle prese con Kenny Mancuso, un ragazzo come tanti che probabilmente ha appena ammazzato il suo migliore amico. Ancora una volta finirà per scontrarsi con Joe Morelli, poliziotto di discutibile passato e dalla libido costantemente su di giri, con la cattiva abitudine di immischiarsi negli affari di Stephanie… Non è professionale, ma è molto convinta, non è bella però è sexy, più che coraggiosa è assolutamente incosciente, e ha un fiuto infallibile per i guai”.
Bene, c’è da divertirsi, mi sono detto fregandomi le mani. Il classico giallo spiritoso, magari come Whiskey Sour o Niente baci alla francese che mi avevano strappato più di un sorriso. E infatti spigliata è spigliata questa Stephanie, italo-ungherese (divorziata ma, udite udite, ha ancora in buona salute i genitori) che vive da sola con Rex, un criceto che gira tutto il giorno su una ruota. Come lavoro cerca di riportare in gattabuia chi è libero e non se lo merita. Incosciente è incosciente perché entra ed esce dagli appartamenti altrui con semplice noncuranza. Naturalmente senza permesso, altrimenti che incoscienza sarebbe. Veste sportiva (all’occorrenza elegante ma è un’impresa) con Levi’s e maglietta o camicia e scarpe da tennis. Mangia e beve sportivamente di tutto: torte, sciroppi, pompelmi, popcorn, KitKat, cioccolata, caffè, marshmallows (?), panini con miele e burro di arachidi, cheeseburger, patatine, pappa d’avena, succo d’arancia e così via. Occhi azzurri, pelle chiara, capelli ricci, lunghi fino alle spalle, Smith and Wesson Chief Special calibro trentotto a portata di mano, macchina Jeep Wrangler modello Sahara, carrozzeria beige mimetico
Qui è alle prese con il ritrovamento di 24 bare. Sì avete capito bene. Di ventiquattro bare che sono improvvisamente sparite dal luogo dove erano state collocate. Possibili sospettati tre o quattro individui e c’è di mezzo anche un traffico d’armi.
E poi c’è nonna Mazur settantadue anni che ricalca pari pari (o quasi) la Cora Felton di Parnell Hall. Più spigliata e incosciente della nipote, imbranata e spavalda allo stesso tempo che cade da tutte le parti e spara da tutte le parti.
Insomma mi sarei dovuto divertire un sacco. E invece mi sono un po’ annoiato delle solite battute spiritosette, dei soliti dialoghi inutili tanto per tirare avanti una situazione che, stringi stringi, poteva essere benissimo completata con metà pagine. E con questo Kenny Mancuso che gira da tutte le parti a combinarne di tutti i colori senza essere preso (una rabbia!).
Mancava solo la solita scena di sesso pazzesco che ci è stata (fortunatamente) risparmiata. Ma non ci è stata risparmiata l’immancabile citazione del dottor Watson e un “Finché la barca va” che mi ha dato la mazzata finale.

Detective Lady (XV) – Le lunghine di Fabio Lotti

Ecco due gialli che hanno per protagonista una levatrice molto, ma molto in gamba. Si tratta di Omicidio a Gramercy Park e L’albero degli impiccati di Victoria Thompson, Classici Mondadori 2007. Partiamo dal primo.
“Edmund Blackwell, noto guaritore che si serve del magnetismo, viene ritrovato morto, apparentemente suicida. Come se questo non bastasse, sua moglie Letizia entra improvvisamente in travaglio. Sarah Brandt, levatrice, è convocata dal detective Frank Malloy proprio sulla scena del crimine: l’elegante casa del famoso guaritore. Il suicidio è in realtà omicidio e il neonato cade preda di un morbo misterioso. Affidandosi all’esperienza medica e all’intuito femminile, Sarah scopre la causa della malattia del piccolo Blackwell e svela uno scandalo che portano le ricerche di Malloy su una strada lastricata di avidità, frode e passione…”. Possibili indiziati la moglie Letizia, il figlio della prima moglie Edmund Blackwell, il padre di Letitia Maurice Symington, l’assistente del guaritore Amos Potter, il maestro di scuola (che si scoprirà amante di Letitia) Peter Dudley e l’immancabile maggiordomo Granger.
Veniamo al secondo “Si erge un albero infame nel bel mezzo di Washington Square, una tra le più antiche e celebri piazze di Manhattan. Il nome dice tutto: “l’albero degli impiccati”. Ed è proprio in quell’ombra sinistra che Sarah Brandt, levatrice per vocazione, investigatrice per necessità, si reca dopo avere ricevuto una lettera tanto formale quanto ingannevole. Nelson Ellsworth, austero scapolo, chiede il suo aiuto per quella che sembra una questione di cuore. Ma la vicenda si tramuta in delitto proprio sotto l’albero degli impiccati. E con l’aiuto del sergente Malloy, Sarah verrà a conoscenza di una verità allucinante e terribile”. Siamo alla fine dell’Ottocento.
Ed ora cerchiamo di tirare fuori qualche particolare interessante sulla nostra infermiera-detective Sarah Brandt: figlia di Felix Decker appartenente ad una famiglia di alta classe e discendente dai primi coloni olandesi, abita in Bank Street. Primo spunto “Era forte e resistente alla fatica, dopo i lunghi anni in cui aveva marciato a tutte le ore per le strade della città, affrettandosi per arrivare dov’era stata chiamata prima che un bambino vedesse la luce”. Avverte una “curiosa sensazione di piacere” nei confronti di Frank Malloy detective (vedovo) della polizia metropolitana di New York. Con lui molti battibecchi divertenti. Riguardosa e gentile. Tace e ascolta prima di parlare. Ma anche decisa, energica e furibonda all’occasione. Sa perfino urlare, dare schiaffi e maneggiare bene la scopa come arma di difesa. Un bel caratterino. Però anche tenera “Sarah le prese una mano stringendola fra le proprie”. Sempre pronta ad aguzzare le orecchie per ascoltare i discorsi degli altri. Attenta ai minimi particolari “A Sarah non sfuggì il fatto che la signora Fitzgerald avesse chiamato Blackwell con il nome di battesimo”. Ha occhi grandi e bellissimi. Vedova del medico Tom ironizza sui pettegolezzi “I vicini spettegoleranno comunque. Ma non preoccupatevi, la mia reputazione non corre nessun pericolo. Si domanderanno semplicemente se ci sposeremo presto”.
Ricordi teneri del marito Tom che scompaiono all’improvviso quando si trova sola con Frank Malloy vedovo (già detto) e con il figlio Brian che ha una grave malformazione a un piede. Citati vecchi che giocano a scacchi nel secondo libro pagina dieci (questo non importa niente a voi, ma a me sì. Una specie di promemoria dei gialli in cui compaiono gli scacchi).
Sa liberarsi degli importuni “Signor Prescott, se non uscite di qui nel giro di dieci secondi, esco sulla veranda di casa e comincio a strillare che siete venuto ad aggredirmi”. Con i giornalisti “Le bastò un minuto per liberarsi di loro e raggiungere la porta della signora Ellsworth, ancora un attimo ed era già dentro”. Spesso si chiude la porta alle spalle con un “tonfo” ed entra spavalda dappertutto. Se c’è bisogno si fa largo anche a gomitate. Talvolta furiosa anche con se stessa. Le piace la parte della città viva e pulsante “non quella dell’ordine e della tranquillità dei quartieri residenziali dove abitavano i suoi ricchissimi genitori”. Riesce a trattenersi per non rispondere male. Aveva desiderato figli con suo marito Tom ma non erano venuti e un nuovo matrimonio non rientra nei suoi piani. Nessuno può prendere il suo posto.
Ecco come la vede Frank “Gli piaceva il modo in cui la lampada traeva riflessi dorati dai suoi capelli biondi, e come si muoveva così sicura di sé e nello stesso tempo così piena di femminilità. Perché non c’era dubbio che fosse una gran bella figura di donna, che avrebbe riempito molto piacevolmente le braccia di un uomo. Oppure il suo letto”.
Giudizio drastico della signorina Stone “Una giovane donna non dovrebbe mai rimanere sola in compagnia di un giovanotto fino a quando non si sono fidanzati, e anche in questo caso… Ma le ragazze di oggi lo sa Dio cosa fanno!”.
I genitori non hanno approvato il suo matrimonio con il dottore Tom e non approvano l’amicizia con Malloy. La madre “Una donna non sposata, agli occhi del mondo, non potrà mai essere soltanto amica di un uomo sposato”.
Per Sarah nessuno merita la morte “A me non importa quello che Anna Blake ha fatto, ma non meritava di morire”. Ostinata. Lo dice la madre “Ormai non spero più di vederti sposata di nuovo. Il dottor Brandt dev’essere stato un uomo molto tollerante per essere riuscito a sopportare un carattere ostinato come il tuo”.
Mangia panino imbottito di formaggio e anche con la salsiccia. Soffre di emicrania. Ogni tanto momenti di trasporto verso Malloy e viceversa: “per un momento rimasero a fissarsi negli occhi, e Sarah credette di scorgere in quelli scuri di lui qualcosa che non aveva visto mai prima. Un desiderio struggente…”. Talvolta diventa rossa. Ma è anche intraprendente. Alla fine ci scappa un bacio (ho fatto un tifo pazzesco per questo) ma Malloy decide di fermarsi qui.
Gialli classici con storie ben costruite, soprattutto dialoghi dal ritmo serrato, prosa essenziale. Da leggere.

Molto tempo fa avevo scritto su “Sherlock Magazine” che il libro Carne fresca di Stella Duffy, Marsilio 2006, non mi era piaciuto. Per niente. Avevo deciso, quindi (saggezza dei meno giovani), di non parlarne. Lo avrei ripreso in mano con più calma in una occasione successiva. Mi sono ricreduto. Non c’è dubbio. Almeno in parte.
Contenuto (sintesi estrema): si tratta di un parto particolare per cui Molly deve partorire un bambino di Saz nel senso che questa dona il suo ovulo a Molly fecondato dallo sperma di Chris (un amico di colore, gay). Poi ci sono due ricerche condotte da Saz sui genitori naturali di Chris e su quelli (sempre naturali) di Patrick Sweeney, figlio adottivo di Gerald Freeman che, guarda caso, si trova in una fotografia relativa al battesimo di Chris. Saz, attraverso questa indagine, scopre che alla fine degli anni Sessanta esisteva un mercato di neonati venduti o regalati dopo avere fatto sapere alle madri che i loro figli erano morti. Non chiedetemi altro, per favore.
Protagonista Saz Martin: sempre in movimento, la vediamo all’inizio correre sotto la pioggia (in seguito verremo a sapere anche la lunghezza del percorso: cinque chilometri), far cadere le chiavi di casa e dire “Merda, cazzo, merda, vaffanculo, cazzo” che mi hanno fatto venire in mente le citate “variazioni”. Poi le cade anche il walkman con il quale sta ascoltando “i lamenti di Neil Young”. Poco più sotto e nella pagina successiva e in quella successiva ancora il solito ritornello sull’“arnese” di riproduzione maschile. Ormai un dato sicuro. Linguaggio diretto. Esplicito. Senza tante manfrine. Sul fisico si viene a sapere che ha gli addominali scolpiti “contro le vecchie cicatrici delle ustioni che coprivano i muscoli ben delineati, il corpo pronto a reagire, preparato a qualunque mazzata stesse per piombarle addosso”. Di più niente da fare per dichiarazione della stessa autrice che l’ha voluto lasciare di proposito nel vago. Un po’ nervosetta “Con una sberla spense la segreteria, furiosa con Molly che non le aveva lasciato un messaggio completo…”. Anche in seguito “Saz fece una smorfia e con un calcio mandò all’aria alcune pagine”. Mentre l’aspetta va su e giù per le stanze della sua casa, lava i piatti, mette a posto i vestiti sparpagliati sul pavimento, dà un morso ad una brioche, controlla l’orologio al muro e quello al polso, telefona. Vuole un bambino a tutti i costi. Si rende conto della importanza e “bizzarria” di questo evento. Per essere meglio preparata a svolgere il proprio ruolo di “componente non gravido della coppia” annota mentalmente di cercare un po’ di padri con cui parlare. Accetta il mondo com’è. Bevicchia (ironico). In un incontro tra lei, Marc e Chris arriva alla terza bottiglia di vino. E sputacchia (non ironico) nel bicchiere di vino. Molto rispettosa e sensibile verso la sua compagna “Stava sdraiata nel buio e nel silenzio, cercando in tutti i modi di non agitarsi e disturbare Molly, mentre aspettava che l’alcool bevuto quella sera facesse il suo effetto e le calmasse la mente irrequieta abbastanza da concederle un sonno ristoratore”. Oppure “Quando Saz entrò nel letto ormai dopo le due di notte si domandò se fosse giusto svegliare la sua compagna incinta per fare sesso nel bel mezzo della notte” ma desiste. Il suo amore per questa donna la porta ad un comportamento più maturo rispetto al passato “Quattro anni passati felicemente in coppia con Molly le avevano tolto qualsiasi desiderio di sperimentare le gioie di tirare l’alba girando per locali. L’idea di rivisitare la landa delle angosce esistenziali dei vent’anni popolata da una gioventù affamata di sesso, e di terminare la serata cercando di decifrare l’incoerenza delle proprie ciance da ubriaca, la riempiva di orrore che puzzava di vomito, con la colonna sonora di un tedio pericolosamente nostalgico”. Ciò che le piace è “Crollare sul pavimento accanto alla sua innamorata e guardare tv spazzatura, mangiare groviera caldo e squagliato sul pane nero di segale, con senape extraforte, e mezza barretta di appiccicosa cioccolata di caramello, bere una o due bottiglie di vino ghiacciato scelto con cura e poi farsi una bella dormita di otto ore”. Va beh, de gustibus con quel che segue. Però quando ci dà sotto ci dà sotto davvero di brutto tanto “da far arrabbiare sul serio il loro vicino di sopra”. Ha una visione “personale” degli avvocati: “paranoici ultrapedanti” , “dei poveri fissati” felici di incontrare “un viso giovane e vivace” che avrebbe portato un po’ di aria fresca “nelle loro vite altrimenti polverose”. Ecco come viene giudicata dai “normali”. L’impiegato “Dopo avere parlato sottovoce al telefono, guardò verso Saz e inarcò le sopracciglia per esprimere quanto trovasse sorprendente che l’avessero anche solo fatta entrare nell’edificio, e ancora di più il fatto che la sua titolare l’avrebbe ricevuta”. Diretta, impulsiva. Spiccia, veloce nel fare le cose “In mezz’ora Saz si lavò, si vestì, lasciò un biglietto a Molly e prese un taxi per andare in città”. Poco portata per il mondo degli affari ma piuttosto informata su quelli scandalistici. Accenno alla sua infanzia disastrata “Non sapevo nulla quando avevo sedici anni, solo che odiavo i miei, odiavo mia sorella, e che sarei morta se non fossi andata a Londra nel giro di una settimana. E che nessuno mi avrebbe mai capita. O amata”. Quando si accorge di sbagliare cerca di porvi rimedio. Soprattutto nel rapporto con gli altri. Comunque sia riesce a risolvere alla svelta il problema dei rimorsi. Caffè forte e cioccolata amara Hobnobs (?). All’occorrenza una sniffata di coca innaffiata con una bottiglia di vino. Per quanto riguarda la religione qualche concetto le è rimasto per via di una sorella maggiore che “aveva attraversato una fase di conversione” piuttosto breve dopodiché se ne era andata via di casa. Resistente. Dopo essere stata picchiata selvaggiamente “In quei momenti sapeva che doveva cercare di restare sveglia, che non doveva permettere a quella che, senza dubbio, era una commozione cerebrale fortissima di trasformarsi in qualcosa di peggio, cazzo, capiva le motivazioni mediche per restare coscienti nonostante il dolore”.
Conclusione: una riflessione sul personaggio ed una sul libro. Saz è un personaggio interessante, un miscuglio di volontà, di tenacia, di spregiudicatezza, di amore, ricca di sentimenti delicati, di passione. Una “creatura” vera, viva. La sua forza sta probabilmente “nei suoi limiti come investigatrice”. Non ha lampi di genio, né le si accende la lampadina al momento giusto. Non anticipa gli eventi e talvolta li subisce. Per il resto, tenendo a bada il mio maledetto inconscio, ho ancora qualche dubbio. È vero, come ha scritto Carlo Oliva, che la nostra Stella Duffy ha uno spiccato interesse per le “situazioni familiari anomale, che è da sempre uno dei pilastri del giallo classico”, ma quando si esagera si esagera. Insomma, per dirla con un proverbio “Il troppo stroppia”. E qui si è stroppiato.

Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (IV)

Si riparte!…
E allora saliamo in carrozza con A.A. Fair La notte è per le streghe
Non fatevi ingannare dal nome dell’autore. Trattasi dello pseudonimo di Erle Stanley Gardner, creatore del famoso personaggio di Perry Mason e, in questo caso, della coppia di detective Bertha Cool e Donald Lam. Solo che Bertha, in assenza del socio arruolatosi in Marina, dovrà cavarsela da sola. “E quando un rappresentante di commercio le piomba in ufficio con un problema di recupero crediti, è tempo di mettersi al lavoro. Ma ci sarà da sudare, perché la faccenda appare da subito un po’ bizzarra. Intanto il debitore da cui occorre incassare il denaro è in realtà lo stesso cliente. Poi ci sono di mezzo la moglie sobillata dalla suocera, un creditore a corto di soldi e un’intestazione fittizia di beni ritortasi contro l’improvvido donatore. Altro che caso di routine: un enorme pasticcio. Ed è ancora niente, prima che a complicare davvero le cose intervengano un delitto, la sparizione di una donna, lettere anonime, insomma un mare di guai. A Bertha l’ardua impresa di ricomporre un mosaico che la condurrà sulla pista delle streghe.” Brrrr… Una detective sessantenne, capelli bianchi, sovrappeso, avida e tirchia da morire. Ma anche leale e coraggiosa. Vi resterà simpatica.

Ross Macdonald Il tunnel
Anche qui eccoci di fronte ad uno pseudonimo, ovvero quello dell’americano Kenneth Millar, prima insegnante universitario e poi grande scrittore di gialli hard boiled, erede di Chandler e Hammett, rimasto famoso per il personaggio di Lew Archer (favoloso Paul Newman cinematografico). Lo troviamo anche sotto lo pseudonimo di John Ross Macdonald.
Nel presente libro niente Archer ma il docente di inglese nel Michigan Robert Branch. Siamo nel 1943 in piena guerra e spionaggio. Dunque sospetti su sospetti, perfino che una spia nazista si celi nell’università. Che si tratti del professore tedesco Herman Schneider, o dell’attrice tedesca che sarà presto sua assistente, di cui il nostro docente inglese si era innamorato a Monaco prima della guerra? E qualcuno cercherà di coinvolgerlo come omicida in un delitto…

Anne Perry Il fiume della vendetta
Anne Perry nasce a Londra nel 1938. Terminati gli studi incomincia a girare il mondo, facendo la hostess sugli aerei e a terra e lavorando anche nel settore alberghiero e in quello della moda. Tornata in Inghilterra nel 1972, dopo un lungo periodo trascorso negli Stati Uniti, la Perry inizia a scrivere romanzi storici. Il successo però le arride solamente quando ha l’idea di realizzare un romanzo poliziesco ambientato in epoca vittoriana. Incomincia così la serie dedicata all’ispettore Pitt, a cui farà seguito, qualche tempo dopo, quella incentrata sull’ispettore Monk. Entrambe le serie hanno ottenuto una vasta popolarità in Gran Bretagna e in tutto il mondo.
Londra 1869. Più precisamente a novembre. Lungo un molo del Tamigi un cadavere di mezza età dentro un sacco di tela con un proiettile nella schiena. La vittima, si scoprirà, è un falsario evaso da poco. Questo il caso di cui si dovrà occupare il nostro William Monk, comandante della polizia fluviale. Un caso difficile, forse con agganci nel passato. Ma l’istinto di Monk è proverbiale…
Chi ama il personaggio può buttarsi tranquillamente anche su I meandri della notte lungo un percorso da brivido. Bambini che, nel Royal Naval Hospital di Greenwich, sembrano essere sottoposti ad esperimenti come cavie innocenti. E William Monk dovrà indagare sui terribili misteri dell’ospedale.

Altro William interessante è quello creato dalla penna di Maureen Jennings, ovvero William Murdoch che troviamo in diverse pubblicazioni tra cui Onora il male (da noi pure nella serie televisiva I misteri di Murdoch). Siamo a Toronto, in Canada. Un omicidio dentro una chiesa presbiteriana. Quello del reverendo Horward picchiato selvaggiamente e pugnalato. “Una lama conficcata nel collo della vittima ha reciso di netto l’arteria, e il sangue è zampillato tutt’intorno nella stanza, impregnando il tappeto. Un lato del volto è stato massacrato a calci, l’orbita destra maciullata; l’altro occhio è aperto, a fissare il vuoto. Il riverbero di quella violenza brutale aleggia ancora nell’aria. Una rapina finita male, a giudicare dalla scomparsa di un orologio da taschino in argento, ma la realtà dei fatti potrebbe non essere così banale. Una pista sembra ricondurre l’omicidio del pastore all’assegnazione dei sussidi per famiglie indigenti. E sulla sua onorata reputazione emergono dicerie infamanti. Per quanto ampio sia il repertorio di miserie umane cui Murdoch ha assistito nella sua carriera, il limite viene ogni volta superato. È tempo di affrontare una cruda verità. La radice del Male alligna anche nell’animo degli uomini di fede.”

Passiamo ora ad un bel trio di autori italiani.

Alberto Odone La meccanica del delitto
Sentiamo lo stesso autore “Monaco di Baviera, tardo autunno 1920, un’epoca in cui la giustizia, per le strade e nei tribunali, la fanno i corpi paramilitari di estrema destra, i grandi industriali, i politici, ma Kurt Meingast non ci sta: un tempo era il migliore investigatore della Kripo, ora è un uomo profondamente segnato da ferite di guerra che gli tormentano il corpo e la mente. E anche se è ancora in servizio è di fatto un emarginato. Eppure una notte, in un vicolo, accanto al cadavere di un criminale che è appena stato ucciso da due colleghi, decide che è stanco di prestarsi a quel gioco, che è tempo di tornare a fare quel che sa fare meglio: scoprire i colpevoli.” Accusare i colleghi, però, è pericoloso… Una breve, ma bella recensione, qui  e qui  l’intervista per conoscerlo meglio.

Diego Lama La settima notte di Veneruso
Sette racconti nella Napoli del 1884 durante gli anni del colera con Veneruso, il commissario capo della polizia del Regno “grassoccio, pesante, stanco, sudicio, invidioso, triste, maleducato, di cattivo umore, ma assai sensibile e quasi buono”. Sette racconti e sette casi da risolvere: “un vecchio avvocato accoltellato in una casa abitata da tre sorelle, una scienziata uccisa, forse, dalla sua serva, una donna impiccata nelle campagne del Vomero, un’ex prostituta avvelenata nella residenza di un conte, un marinaio scuoiato e una nave carica di misteri, uno scrittore strangolato in un lupanare.” Tra una storia e l’altra gli “intervalli”, ovvero le notti, ovvero i rimuginamenti di Veneruso sui fatti accaduti e qualche spicchio di società. Al ristorante ambulante di Peppe Savio brocche di vino rosso e fumate con la pipa, zoccole, puttane e ubriachi da tutte le parti insieme a qualche serenata (siamo sulla sommità dei Quartieri Spagnoli dove abita). Veneruso che si saluta da solo e si dà la buonanotte. Scrittura facile, ironica, dialoghi veloci, serrati, il sorriso che volteggia felice insieme a qualche punta di malinconia. Basta leggere il primo racconto “Le sorelle Corcione” e ve ne innamorerete.

Enrico Luceri L’ora più buia della notte
Ho conosciuto Enrico Luceri molto tempo fa alla presentazione di un mio libro a Siena. Signore elegante, distinto, gentile e colto. Tanto gentile da avermi fatto dono di Le colpe vecchie fanno le ombre lunghe di lui medesimo, Prospettiva 2008, con una dedica che mi fece piacere. E, ancora di più, la lettura del libro, tra giallo classico e ombre gotiche.
Ma vediamo l’ultimo nato “Nella villa dell’archeologo Enrico Roselli cova una miscela esplosiva di rancori e segreti. Impegnato nella produzione di documentari televisivi, Roselli si tormenta all’idea di aver abbandonato la ricerca sul campo, il contatto con la terra che è l’anima del suo lavoro, fatto di scavi e scoperte entusiasmanti. Per fortuna ha accanto la sua collaboratrice, Irene, che lo ammira sinceramente, secondo qualcuno forse troppo. Poi c’è la moglie, Roby, molto più giovane. Alla loro domestica non è sfuggita la sua tresca con un amico di famiglia, di cui il marito dev’essere messo al corrente. Sarà tuttavia un episodio insignificante, come un bicchiere di latte rovesciato, a innescare una sequenza inarrestabile di tragici eventi. Del resto un archeologo dovrebbe aspettarsi che, dopo una vita passata a riportare alla luce tombe protette da sortilegi e antiche maledizioni, una qualche sciagura incomba su di lui. Ma Roselli non è tipo da cedere alla superstizione, e questo non lo aiuterà. Tra quelle mura alberga una presenza che vuole uccidere. È solo questione di tempo.”
Un viaggio nella paura dentro una cornice classica, una paura che “non è scatenata da qualcuno o qualcosa, sconosciuto o meno, ma pagina dopo pagina da noi stessi, dalla nostra immaginazione. Da ciò che custodiamo nella memoria. Da ciò che la coscienza non sorveglia più. Dal ricordo di un’emozione. Da ciò di cui dovremmo pentirci, e non riusciamo o vogliamo farlo. E questa considerazione, anche in un giallo classico, non è per nulla consolatoria”. Parole dello stesso autore.

Per il filone degli apocrifi sherlockiani, curato magistralmente da Luigi Pachì, basta buttarsi su qualcuno degli ultimi nati per rinverdire le mitiche gesta di Sherlock-Watson. Si trovano soprattutto a Londra, ma si possono incontrare perfino a Firenze in Il gioielliere di Firenze di Christopher James (avvelenamenti da stricnina e trame di una setta segreta). Oppure, anziani, ritirati nel Sussex a condurre una vita tranquilla. Fino a quando, facile prevederlo, qualcosa non viene a turbare la loro serenità come il suicidio di un ragazzo (Petr Mcek Il messaggero di Hitler). Uno dei maggiori scrittori di apocrifi sherlockiani è senza ombra di dubbio Martin Davies. Ultimo suo parto pubblicato La signora Hudson e la maledizione degli spiriti. E questa volta sarà proprio la citata signora, governante di casa, a dare un contributo investigativo “a un’indagine infestata da serpenti velenosi e giganteschi ratti di Sumatra.”

Buone letture!
P.S.
Per quanto riguarda gli speciali non perdetevi La morte viene da lontano di Peter Lovesey-Paul Harding e Melville Davisson Post a cura di Mauro Boncompagni. Ma sugli speciali ci ritornerò in seguito.