Le lunghine di Fabio Lotti: Detective Lady (IV)

Continuiamo la carrellata delle signore o signorine in giallo…
Sfruttando il fatto di vivere in un condominio in cui abitava anche lo scrittore poeta Attilio Lolini (un caro saluto), nonché appassionato cultore di gialli, sono riuscito a carpirgli, tempo fa, qualche notizia su una detective lady a me francamente sconosciuta.
Pur vivendo negli Stati Uniti e risultando una scrittrice americana sotto tutti gli aspetti, Lillian O’Donnell è d’origine italiana essendo nata a Trieste nel 1926. Prima di darsi alle lettere fu ballerina, attrice e regista di successo. Il suo esordio di narratrice avvenne nel filone del romanzo gotico-romantico; datato 1972 è il suo primo libro d’impianto decisamente realista: Phone Calls, con protagonista il poliziotto Mulcahaney, precursore della sua “vera” investigatrice, Mici Anhalt, che debutterà cinque anni dopo in una trama assai drammatica e riuscita: Buio sulla metropoli. Lillian O’Donnell non nasconde la sua ammirazione per Agatha Christie, Dorothy Sayers e, perfino, per Josephine Tey. Come la sua idolatrata maestra, la grande Agatha, la scrittrice non manca di rilasciare sconcertanti interviste sulla politica, notando che il sistema giudiziario americano è troppo generoso con i criminali.
Va detto che un’investigatrice che si chiama Mici, almeno da noi, non si presenta con la dovuta autorità ai lettori, che stanno molto attenti ai nomi dei loro eroi; difficilmente il protagonista di una telenovela o d’un telefilm potrebbe appellarsi Amintore o Ildebrando essendo questi nomi, ad onta della loro bellezza fonica, poco adatti a protagonisti, con la pistola spianata, circolanti nelle metropoli a caccia di spietati assassini. Peccato perché Mici è un personaggio originale che emerge decisamente dall’informe panorama dei tanti investigatori sfornati con la fotocopiatrice. Nel giallo intitolato Wicked Designs Mici, che lavora all’ufficio risarcimento vittime del crimine, si trova davanti un caso veramente insolito: un’anziana signora igienista viene trovata cadavere su una scala della metropolitana; pare sia morta per un’overdose mentre il suo cane, un delizioso barboncino, viene rinvenuto, con la testa fracassata, in un secchio d’immondizia. La donna era ricca, così Mici indagando scopre che c’era molta gente interessata a farla fuori. La O’Donnell o, meglio, la Mici segue il consiglio della sua famosa antenata Miss Marple: è il danaro ossia l’eredità il motivo principe d’ogni delitto che si rispetti, traccia ineccepibile che conduce a una soluzione quanto mai logica ed esauriente.

Come piante tra i sassi di Mariolina Venezia, Einaudi 2009.
La trama interessa fino ad un certo punto. Voglio dire interessa, sì, scoprire l’assassino e tutto l’ambaradan connesso all’evento funesto, che altrimenti non sarei un lettore (anche) di gialli. Ma al centro della scena si piazza lei, Imma (Immacolata) Tataranni, sostituto procuratore di Matera. Quarantatré anni, alta uno sputo, un po’ miope (mi pare), faccia di “luna piena”, tacchi a spillo, capelli rosso mogano o fiamma o carota, o addirittura di “un infido color melanzana”, secondo lo schiribizzo giornaliero. Per la suocera, poi, “la donna peggio vestita di tutta la provincia”, anche se sui giudizi delle suocere c’è sempre da stare cauti.
Ci si piazza, dicevo, ed è difficile staccarle gli occhi di dosso. Non ha fantasia, né una particolare intelligenza, né un certo intuito comune a tanti/e piedipiatti/e dei nostri romanzi, ma una bella memoria che l’ha aiutata anche durante gli studi scolastici. Ligia al dovere, “implacabile come un orologio a cucù, insensibile alle sfumature e concentrata sul risultato”, tiene sotto torchio i suoi sottoposti (spia soprattutto la Moliterni che esce spesso per gli affari suoi) e li fa tremare quando ha la luna storta. Per non esplodere troppo spesso trattiene il respiro (guance gonfie) o tira fuori qualche piacevole ricordo. Ostinata e dura come le piante che crescono fra i sassi, i suoi pensieri vanno di pari passo con le azioni di tutti i giorni e con i suoi istinti primordiali, mentre sbuccia i piselli o, se presa da un dubbio, subito distratta da un babà o da una pizza rustica.
Sposata felicemente con Pietro e portata altrettanto felicemente al sesso come cosa naturale e spontanea, è attratta dal giovane appuntato Caligiuri che le dà una scossa dentro. Ha una figlia Valentina in età adolescenziale, studia al liceo e le procura qualche grattacapo (i soliti vestiti firmati e via dicendo) condito da qualche pulsione omicida a stento repressa (tipo soffocamento). Non manca la vecchia madre con badante, anzi badanti straniere che non ne possono più, insieme a uno strisciante senso di colpa.
Soliti personaggi di contorno: Diana, la sua assistente, “un’accanita spettatrice di fiction televisive”, il giovane e bell’appuntato Calogiuri (già citato), il maresciallo tuttofare Domenico La Macchia. Sulla trama è presto detto. Trovato morto ammazzato il giovane Nunzio (taglio alla gola) con mutande Dolce e Gabbana e sull’erba un santino di La Madonna della Sula. Di mezzo traffici illeciti e, come al solito, l’amore.
Attraverso le indagini vengono fuori in maniera naturale alcuni aspetti della società della sua terra senza il facile e roboante sdegno di tanti autori impegnati: maschilismo e dura vita delle donne, smaltimento dei rifiuti tossici radioattivi, sfruttamento degli aiuti della Comunità Europea, abusi edilizi, sottrazione di reperti archeologici.
Ma, soprattutto, è lei, Imma (Immacolata) Tataranni, che si piazza risoluta in mezzo alla scena su impossibili tacchi a spillo e si muove di qua e di là attraverso paesaggi ricchi di storia antica, incespicando, osservando, pensando, rimuginando, ricordando, sognando. E, nei momenti critici, mangiando. Che, con lo stomaco pieno, si ragiona meglio.

Quando si dice la copertina. Voglio dire che la bella copertina di un libro fa sempre un certo effetto sul lettore. Magari si prende una bufala ma intanto si acquista. Quando poi ce ne sono addirittura due, sotto nera e sopra di uno splendido giallo-arancione, allora si va proprio in brodo di giuggiole. È quello che mi è capitato con Whiskey Sour di J.A. Konrath, Alacran 2007. Ma mi è andata bene. Non è una bufala.
“In vent’anni di carriera, la tenente Jacqueline “Jack” Daniels ha catturato molti assassini, ma questa è la prima volta che è un assassino a voler catturare lei: un serial killer l’ha appena messa in cima alla sua lista. Tuttavia la bella e dura detective di Chicago PD, coadiuvata dal collega Herb, dall’ex detenuto Phin e dall’ambiguo investigatore Harry, è pronta a raccogliere la sfida. All’ultimo sangue”.
Jacqueline “Jack” Daniels: tenente della Squadra Crimini violenti del Dipartimento di polizia di Chicago. Ha una Nova del 1986. Siamo a ottobre e fa troppo freddo. Impermeabile tre-quarti London Fog sopra un blazer blu Armani e gonna grigia. A volte anche blazer di Donna Karan tanto per gradire. Non mancano jeans e maglioni. Caffè a volontà, whiskey sour ecc… Insonnia cronica. Primo spunto su di lei “A quarantatré anni i miei capelli castani erano striati di grigio, che cresceva più rapidamente di quanto lo riuscissi a tingerlo, le rughe sulla mia faccia rivelavano più l’età che la personalità e nemmeno due bottiglie al mese di crema Visine riuscivano a sistemare le cose”. Alta un metro e sessantotto, peso sessantuno chili, occhi castano scuro, capelli scuri e zigomi alti. Ha una mamma che è stata anche lei una poliziotta di Chicago e le ha insegnato a sparare bene. È la sua migliore amica, la sua guida, la sua eroina. Il padre è morto quando aveva undici anni (ormai un classico). Lasciata dal marito e dal fidanzato (altro classico). Biglietto del fidanzato Don “Jack, ti lascio per la mia personal trainer, Roxy. Non eravamo adatti l’uno all’altra, tu eri troppo presa dal tuo lavoro e anche il sesso non era granché”. Quando si dice la sintesi. Ottima giocatrice di biliardo a stecca. Esercizi mattutini con cento addominali, flessioni sulle braccia e bilanciere. Scrive con una macchina elettrica. Le piace leggere. Abituata a tutto. Forte, energica, veloce nel combattere e nello sparare. Le manca di essere innamorata. Ogni tanto ripensa con nostalgia all’ex marito Alan che ha conosciuto sul lavoro. Matrimonio sprecato per la sua carriera. Disperata decide di chiedere aiuto a una agenzia di incontri.
Una volta accoltellata dal componente di una gang, ferita a una gamba esce in fretta dall’ospedale. Regge bene il dolore. Mangia quello che trova “A ogni morte di papa mi cuocevo un hamburger o mi preparavo degli spaghetti”. Fa acquisti la notte convinta dai “teleimbonitori”. Momento triste “Nessuno era felice. Ogni giorno portava altre seccature, altri problemi, altro dolore. E se riuscivi a evitare il cancro, l’Aids, le droghe, gli incidenti d’auto, i malevoli interventi di Dio, c’era sempre la possibilità che uno sbarellato ti rapisse, o rapisse i tuoi figli e li torturasse a morte senza ragione”. Fregata (in passato) dal collega Harry per un caso risolto da lei. Prende simpatia (ricambiata) per il capo contabile Latham che va a finire in rianimazione.
La detective parla in prima persona. Prosa leggera che scivola via. Ironia, parodia, umorismo. Finalmente si sorride.

Tra le sempre più numerose detective lady che affollano le storie di stampo più o meno giallistico ecco arrivare anche la deliziosa Jane Austen in Jane e la disgrazia di Lady Scargrave di Stephanie Barron, Tea 2009.
Proprio la famosa scrittrice inglese in visita dall’amica Isobel Payne, Contessa di Scargrave, si trova testimone di una tragedia. Suo marito, Il Conte Frederick (vecchio il giusto), colto da un improvviso malore, muore in poco tempo. Un biglietto la accusa di omicidio e di adulterio. E da qui cominciano i guai.
Il tutto proposto in forma di diario scritto da Jane Austen medesima tra il 1802 e il 1803 che contiene alcune lettere all’amica Cassandra. Brevi spunti sul nuovo personaggio letterario: figlia di un ecclesiastico ha lasciato un suo pretendente al matrimonio e se ne è venuta via di casa. Spirito libero, aperto, moderno, dotata di acuta intelligenza e di brillante dialettica, tiene testa a tutte le conversazioni. Sensibile, riflessiva, timida (spesso arrossisce), all’occorrenza botta e risposta energica e affilata. Pronta a difendere la sua amica, dinamica, grande camminatrice (tre miglia le fanno un baffo), non gradisce la città, gli “interminabili pavoneggiamenti, l’irrequieta vacuità delle conversazioni, l’affollamento dei luoghi pubblici…”. Mille volte meglio la campagna.
Sempre elegante e curata nel vestire, una penna infilata in una fascia adorna di perle che porta intorno alla fronte. E vanitosa. Lo dice lei stessa “Ognuno di noi ha i suoi difetti, e il mio è la vanità”. Non crede al matrimonio ma non è immune al fascino maschile e ci scappa pure un bacio.
L’autrice cerca di riprodurre la prosa della Austen, fluente, elegante, graziosa, brillante, ricca del bon ton e dello spirito del tempo.
Libro di molti ingredienti che mischio fra loro: fasi di un processo, lettere minacciose, amori ricambiati e non ricambiati, signorine prematuramente incinte (succedeva anche allora), differenze sociali, problemi di testamento e patrimoni, aspettative delle fanciulle in un bel matrimonio con relativo bel patrimonio, mistero, dubbi, angosce, prigioni malsane e puzzolenti, fazzoletto rivelatore insieme a noci delle Barbados piuttosto indigeste, spruzzo di gotico con il fantasma redivivo del conte che a mezzanotte in punto fa la sua inquietante e grottesca comparsa. Non manca la politica e Napoleone. Psicologie ben sviluppate, buona organizzazione, colpo di scena finale con relativo pericolo (un classico) per la nostra Jane.
Piacevole senza entusiasmare.

Le lunghine di Fabio Lotti: Detective Lady (III)

Continuiamo la carrellata delle signore o signorine in giallo…
Gli uomini preferiscono il diavolo di Howard Marks, Giano 2010.
Siamo a Cardiff, anni novanta e poi duemila. Catrin Price, agente della Narcotici alle prese con un dubbio suicidio di un suo ex compagno poliziotto di cuore e di lavoro (l’aveva salvata dalla morte), caduto nelle grinfie della droga e della bellona dannata di turno. Viso infantile, pelle scura tipica della razza celtica “con qualcosa di zingaresco”, tutta vestita di nero, tatuaggi sulle braccia come se “fosse appena uscita da una banda di motociclisti”. Discreta pure lei se il nuovo collega Jack Thomas, dal sorriso compiaciuto, “le lanciava le classiche occhiate che ti inducono a controllare se hai tutti i bottoni allacciati”. È chiaro che in un momento di debolezza (ubriacatura) ci scappi “qualcosa” con inevitabile futura, tremenda vergogna. Abitudine hippy con i dodici saluti al sole dell’Hatha, mezz’ora di tae-kwon-do, praticamente una serie ripetuta di calci e pugni, poi yogurt, fiocchi d’avena e frutti di bosco surgelati. Per finire uso di kanna, erba africana con lo stesso effetto della marijuana senza lasciare traccia. Rimasta la madre tossica, il padre al largo appena nata. Poco propensa a credere negli altri, “la sua Laverda era l’unica cosa al mondo di cui si fidava completamente”. Sogno ricorrente di un’aggressione, uso del Diazepam, ricordi della storia d’amore con Rhys “Fa’ di me quello che vuoi” con quel che segue. Dalla bellona dannata (pure drogata) la notizia che il suo ex compagno, Rhys Williams, stava lavorando a un caso eclatante di molti anni fa, il suicidio della rockstasr Owen Face, gettatosi dal ponte Severn Bridge, il cui corpo non era stato trovato.
Ricerca lunga, interminabile, per scoprire la vera fine del suo amato, insieme al regista Huw Powell, costellata di mille difficoltà: incendio e morte, un furgone grigio che segue, il Supervisore, scene sadomaso, domande, colloqui, viaggi, computer, cartine, fotografie, riprese televisive, un laboratorio all’avanguardia, momenti di angoscia, abbandono e ribellione con il compagno di viaggio, il freddo, la neve, la pioggia, droghe, riti satanici, tensione, pericolo, lotta, fuga…
Ricerca asfissiante, spiegazione finale intorcinata, un po’ come tutta la storia. Le solite cento pagine in più.

La principessa di ghiaccio di Camilla Läckberg, Marsilio 2010.
Elbert Berg vuole rifarsi una vita felice alla faccia di quella befana che ha in casa. Ergo svolge dei lavoretti per mettere da parte i soldi e filarsene via. Come quello per la signora Alexandra. Scontato che la trova morta nella vasca da bagno, i polsi tagliati con la lametta da barba (suicidio o omicidio?)
Inizio promettente nella linea dei grandi scrittori scandinavi. Prosa soffice, delicata, viva introspezione psicologica senza eccedere, brevi spunti di quotidianità. Personaggio principale la scrittrice Erika Falk, trentacinque anni, amica di infanzia della morta anche lei con i suoi problemetti: genitori passati a miglior vita (un classico), il padre affettuoso e la madre arcigna, sorella Anna con matrimonio sbagliato, l’amicizia con l’ex fidanzato. E piano, piano, con calma viene fuori la vita e il mistero di Alexandra, il rapporto con il bel consorte e i suoi amori segreti.
La brava e furbetta Camilla non si fa mancare niente. Arriva l’ironia e la macchietta con il commissario Mellberg, grasso pallato, dita corte e grassocce, capelli di riporto, disordinato, goloso di cioccolatini. E pomposo. Nonché maschilista, battute equivoche e pizzicotti proprio lì alla segretaria. Suo sottoposto Patrick Hendsrtröm innamorato sin da ragazzo della nostra Erika e, guarda caso, lasciato dalla moglie. Ergo storia d’amore con finale lettonzolo (la prima così così ma la quinta una meraviglia).
Non mancano le frasette in corsivo (dell’assassino?), il pezzo di gotico al buio con la paura, l’armadio salvatutto e i passi che scivolano via silenziosi, nonché il passato che riemerge terribile nel presente (mai trovato un passato gentile e carino), il colpevole sbagliato e subito rilasciato. E, naturalmente, le solite storie di famiglie incasinate, la violenza sulle donne e sui/sulle bambini/e. Il tutto inframmezzato con tocchi leggeri di interni ed esterno, la natura, il freddo, la pioggia, la neve. Storie, dicevo, che si incastrano perfettamente fra loro e danno modo ai vari personaggi di mettersi al centro della scena, con particolare riguardo a Erika e Patrick. Forte e coraggiosa la nostra beniamina che si preoccupa della situazione matrimoniale della sorella. Sensibile e desiderosa di una vita tranquilla e serena da poter pianificare “convivenza, fidanzamento, matrimonio, figli e poi una lunga serie di giorni che si susseguono finché una mattina ci si guarda e si scopre di essere invecchiati insieme”. Consapevole del male che si nasconde sotto “una superficie che doveva essere costantemente tirata a lucido”. Un bel personaggio.
E poi dolore, pianto, slancio e gioia che si alternano con un lume di speranza che alla fine sembra accendersi.
Buona l’atmosfera di attesa per la scoperta dell’assassino e buona pure quella per vedere se il nostro Elbert ce la farà. Con tutti i mariti spallati a fare il tifo per lui.

Uno sbirro femmina di Silvana La Spina, Mondadori 2007.
“Catania, prima messa del mattino nella chiesa degli Angeli Custodi. Un ragazzo si alza, avanza, uccide il parroco e poi fugge. Poco dopo viene trovato a scuola. Non nega il delitto, lo giustifica. “Era iarrusu” afferma. Possibile? Pedofilo proprio quel prete in lotta contro la violenza e il degrado del quartiere Angeli Custodi? Don Jano Platania, la cui fama si era sparsa ben oltre i vicoli intorno alla parrocchia? Maria Laura Gangemi, commissario di polizia, non riesce a crederci. Eppure fatica come non mai a concentrarsi sulle indagini. Suo figlio Andrea è in coma all’ospedale Cannizzaro, investito da un TIR la sera prima….” Ed è amico dell’assassino, nipote di don Nitto Torrisi che, da vecchio uomo d’onore, controlla tutto il quartiere. Una brutta gatta da pelare.
Maria Laura Gangemi: commissario di polizia di Catania non le manda a dire dietro. Critica la società dei mariti violenti, della Mafia (Don Nitto Torrisi), della Chiesa come apparato in contrasto con la chiesa militante di don Jano Platania (un disobbediente per Monsignor Corrao) ucciso dal figlio di un boss, di Catania, dei siciliani tutti “ che vedono nel caffè la panacea di tutti i mali”, della Sicilia dei soprusi e del voto dato dietro compenso, dell’Italia “delle vallette, delle sceneggiate politiche, degli inciuci, delle arroganze, delle prepotenze, delle minacce e dei ricatti, delle feste napoleoniche sui panfili dei finanzieri che si mangiavano le nostre finanze a morsi”, critica anche verso se stessa come madre lontana dalle esperienze del figlio. Vita sfortunata con il marito Attilio. Solo insulti e botte. Ricordi del figlio Andrea all’ospedale perché travolto da un Tir “Andrea è una testa ricciuta, un sorriso, una recita scolastica, una mano nella sua al funerale di Attilio”. Ricordi di quando era incinta e bella, con il vestito sciolto ed i capelli lunghi e lisci , le spalle scoperte e lucide di crema. Ma tutto è cambiato.
Donna forte, coraggiosa questa Maria Laura che incute anche un certo timore “Ma a guardarla negli occhi smarrì. C’era qualcosa in quella donna, in quello sguardo duro come pietra che lo fece tremare”, “Capì che non si sarebbe scansata, che l’avrebbe messo realmente sotto le ruote se non si fosse levato, e non solo in senso metaforico”. A un certo punto “batté un pugno sul tavolo dell’ingresso facendo sobbalzare l’intera centralina con i telefoni”. Non sopporta le vittime prima ancora dei carnefici perché “non c’è carnefice senza vittima, e non c’è vittima senza carnefice”. Per lei la statua che rappresenta Il ratto di Proserpina pare che porti impresso il destino delle donne della città “Rapite, sottomesse, usate”. Momenti di fatica, di debolezza, di paura. Piange e trema. Tradisce (direi forzatamente) il marito violento con un collega giovane e carino. Incomincia a bere, in cura da una psichiatra. Cerca di ricucire il rapporto con il figlio, ha bisogno di un altro essere umano. C’è sempre un filo di speranza nella vita. In fondo al libro quando lei è vicina al figlio al letto dell’ospedale “Una mano in quel momento si posò sulla sua spalla. Una mano solida, grande. Non c’era bisogno di chiedere: sapeva a chi apparteneva”.
Lo stile di Silvana La Spina è asciutto, essenziale, non una parola di troppo. La critica alla città e alla società in generale non danneggia il racconto ma nasce spontanea e vera dalla sofferenza stessa della protagonista.

Le lunghine di Fabio Lotti: Detective Lady (II)

La prima parte qua.

Miss Marple stava per vivere l’ultima sua avventura, quando una nuova zitella, Amelia Peabody, irrompeva prepotentemente sulla scena. E non è questo un semplice modo di dire, visto l’indole focosa dell’eroina creata da Elizabeth Peters nel 1975.
Ricca ereditiera, Amelia è ancora giovane ma, per l’epoca in cui vive (l’ultimo ventennio del 1800), i trentadue anni di età pesano e la collocano irrimediabilmente tra le donne che hanno perso da tempo l’ultimo tram per maritarsi. D’altra parte, non ha mai ricevuto una proposta di matrimonio e, per sua stessa ammissione, non è per nulla attraente. Troppo alta, troppo asciutta in alcuni punti, troppo tornita in altri, ha il naso troppo grosso, la bocca troppo larga e un mento con un che di mascolino. Un po’ troppo in tutto, anche nel carattere, talmente irruente e poco femminile da far sospettare che il mento non sia l’unica sua caratteristica che l’accomuna agli uomini.
Malgrado ciò, sotto la rude scorza, Amelia nasconde un cuore che la induce a soccorrere chi è in difficoltà e a intervenire per risolvere i casi più spinosi, qualunque sia la loro natura. Interventista e indomita, tanto da farle guadagnare il nomignolo di Indiana Jones in gonnella, la nostra è comunque destinata ad essere una zitella mancata. La sua passione per le antichità egizie le fa infatti conoscere l’anima gemella: un esperto egittologo, caratterialmente mal disposto come lei, che condividerà con la nostra tutta una serie di mirabolanti avventure.

Sempre nell’età vittoriana vive la successiva eroina, Charlotte Ellison, creata da Anne Perry agli inizi del 1980.
Giovane di bella famiglia, Charlotte ha un certo fascino e sicuramente non avrebbe difficoltà a trovare marito, se non fosse per la sua caparbietà e per l’esiguità della dote su cui può contare. I suoi familiari non vedono pertanto una sistemazione facile per lei, considerando che agli uomini non piacciono le donne ribelli, poco disposte a sottomettersi alle convenzioni che la società impone. Oltre a questo, Charlotte non sa dissimulare, né nascondere i propri sentimenti; anzi, afferma le proprie convinzioni con decisione e fermezza, anche se in modo molto femminile.
In effetti, Charlotte non è la protagonista della serie – ruolo che è assegnato formalmente all’ispettore di polizia Pitt -, tuttavia le circostanze la portano a innamorarsi proprio di Pitt e a prendere così parte alle indagini in cui questi è impegnato. E si deve al suo intuito, alla sua perspicacia e al suo spirito d’iniziativa, più che all’acume investigativo del marito, se molte delle indagini sono risolte in maniera brillante.
Sebbene occupata in casi delittuosi a tempo pieno, Charlotte non dimentica i suoi doveri di moglie e di madre, né tralascia di rivendicare, sia pur con tatto e senza assumere mai antipatici atteggiamenti radicali, un diverso ruolo sociale per le donne. Un personaggio in definitiva dotato di tante apprezzabili qualità (non ultima una spiccata femminilità), destinato a soppiantare il titolare della serie, sempre più emarginato dai passi essenziali delle storie narrate e, in aggiunta, sempre più impegnato in squallide beghe d’ufficio con superiori che desiderano imporre logiche mafiose.

E passiamo a Kathryn Swinbrooke che compare in Italia nell’estate del 1997, con un ritardo di alcuni anni dalla sua effettiva nascita letteraria. Ne è autore C. L. Grace, meglio conosciuto con l’altro pseudonimo di Paul Harding, che, per quanto ne sappiamo, è il primo scrittore di gialli che affida il ruolo principale a una donna.
A differenza delle protagoniste prima considerate, Kathryn ha già una triste esperienza matrimoniale alle spalle e una professione che le permette una qual certa gratificazione sociale,.
Speziale e medico inglese del XV secolo, la nostra vive le sue avventure in un periodo burrascoso per il suo Paese, agitato com’è da lotte incessanti per la successione al trono e da intrighi che non consentono di condurre una normale esistenza quotidiana. In questo clima tetro, connotato caratteristico, e un po’ di maniera, del periodo medievale, Kathryn si barcamena con apprezzabile dignità, cercando di fornire il suo apporto professionale e le sue doti non comuni per la risoluzione dei frequenti delitti che insanguinano la contea.
Gli enigmi la interessano, senza però assorbire tutta la sua energia; lo stesso dicasi per l’amore: Kathryn è una donna troppo concreta per concedersi totalmente al sentimento. Anche l’attività di speziale e medico non è vissuta da lei per vocazione, e non è neppure il fine della sua esistenza, quanto piuttosto il mezzo per affermarsi e affermare il suo ruolo.
Una perfetta giovane in carriera, se si desidera ricorrere a una immagine per esemplificare.

Niente da capire di Luigi Bernardi, perdisapop 2011.
Personaggio principale il magistrato inquirente Antonia Monanni, un “gran pezzo di figa” e pure una “rompicazzo” (agente Gallo). “Capelli lunghi, neri e un po’ mossi”, naso prominente, vigile, sotto gli occhi scuri, bel corpo ma i seni cominciano a rilasciarsi troppo. Depilazione trimestrale che i peli sono robusti e difficili da estirpare. Odia i gialli perché “scritti con i calzini e propongono trame assurde” (Bernardi?).
Storie sentimentali infelici e veloci. Trovato un uomo che le piace dura il giusto, non lo ama più, lo lascia e si dedica tutta al lavoro. Perfino invidiata dai colleghi (carta moschicida) per i casi interessanti da seguire. Per lei la giustizia è un fatto meccanico, ci sono le leggi e vanno rispettate, non si sente un’assistente sociale, nessuna fiducia nelle prove scientifiche essendo, tra l’altro, i poliziotti pasticcioni. Ogni tanto va in crisi. non pulisce la casa, non si lava, i vestiti puzzano. Zoloft e Rivotril più Tomtom, gatto persiano, come cura. Al bisogno sesso fai da te con furiose masturbazioni. Un momento di paura nella notte, l’aggrapparsi ad una voce amica.
Tredici storie tremende, vere, cioè tratte dalla realtà e pure, o proprio per questo, incredibili. Morti ammazzati anche per futili motivi (fumava troppo, dice uno dopo un omicidio). Tutta una umanità, perversa, violenta, impazzita dove il sesso e lo stupro la fanno da padroni, dove donne e bambini sono le vittime predestinate (con qualche spunto di nemesi). Storie che girano intorno ad Antonia, la avvolgono, la intrigano e la rendono un po’ simile agli altri “Che se c’è una cosa di cui non le è mai sfottuto niente è il destino dell’umanità”.
Stile essenziale, secco, spesso brutale come le vicende che vengono fuori e restano infilzate dentro di noi.

Il Lupo Rosso di Liza Marklund, Marsilio 2008.
“Rientrata in redazione dopo la lunga assenza seguita a un’inchiesta che l’ha molto scossa, Annika Bengzton, reporter di punta della Stampa della sera di Stoccolma, parte per Luleå, non lontano dal circolo polare artico. Deve incontrare un collega giornalista che le ha promesso informazioni su un vecchio attentato terroristico rimasto irrisolto su cui lei sta indagando. Ma quando arriva, viene a sapere che qualcuno lo ha ucciso.
Le ricerche di Annika, trentacinque anni, un matrimonio in difficoltà e due bambini da accudire, conducono a un uomo che, quasi invisibile, è tornato nel profondo nord della Svezia per ritrovare le sue radici e riunirsi al gruppo di cui un tempo aveva assunto il comando, in nome di un’idea folle per la quale aveva deciso di lottare”.
Partiamo dunque dalla nostra Annika Bengzton: si è detto trentacinque anni, crisi matrimoniale, due bambini, un maschio ed una femmina. Siamo nella linea normale delle detective lady. Qui si può aggiungere il tradimento del marito Thomas che si aggiunge a sua volta ad un rapporto difficile con un precedente fidanzato ed un suo innamoramento non ricambiato. Aggiungiamo ancora, tanto per sfruttare questo verbo, la brutta avventura “intorno al Natale precedente, quando era stata presa in ostaggio e tenuta prigioniera in un tunnel da una serial killer psicopatica, la Bombarola”. Conseguenza: crisi di panico e vocine che le ronzano per la testa. Così per gradire. E caffè a barili. Anche quattro per volta. Non si pone limiti e si espone senza pensarci a situazioni limiti (oggi mi va di ripetere le stesse parole). Passione per la giustizia e la verità. Vista dal marito: estranea e inafferrabile. Un’aliena scesa sulla terra, anzi per essere più precisi “una piccola donna verde venuta da un altro pianeta”. Alterna momenti di depressione e di sconforto ad altri sicuri e decisi. Soprattutto quando c’è da togliere di mezzo l’”altra” del consorte facitor di corna. E quando c’è da far valere le sue idee con il classico scontro con il direttore responsabile del giornale. Mangia di tutto, anche un cheeseburger con salsa e cipolla che mi ha fatto rivoltare lo stomaco. Sua amica Anna Snapphane, pure lei sfortunatina. Lasciata dal marito con problemi di affidamento della figlia. Non crede in Dio (ritorno ad Annika), non ha interesse per i monumenti e gli hotel con piscina. Le piace il contatto con la gente normale. Ottima madre che si dedica con cura ai figli. Un personaggio complesso e tormentato.
Seguito anche il terrorista assassino, imbottito di idee maoiste, con una vita familiare difficile alle spalle, frustato da suo padre che pratica il laestadianesimo (c’è sempre da imparare) e pochi mesi di vita per un cancro allo stomaco. Oltre al giornalista viene ucciso anche il ragazzo che aveva visto tutto ed un consigliere comunale. Intreccio tra politica e giornalismo, miti rivoluzionari, il cambiamento della società, scontro fra chi si rassegna e chi vuole ancora combattere, lettere anonime, nomi in codice tra cui Lupo Rosso che dà il titolo al libro, paesaggi, il silenzio, il freddo, brevi pennellate di sesso, l’indagine psicologica, l’”imprigionamento”, la fuga, la salvezza, la gloria giornalistica. Stile semplice, nitido, sicuro con qualche appesantimento di troppo nell’ultima parte. Un buon libro.

L’amica di un tempo di Laura Lippman, Giano 2010.
Liberamente tratto da un fatto accaduto a Baltimora. “Jackie Bouknight aveva un figlio, Maurice, che scomparve mentre la madre era sotto controllo (evidentemente un controllo non molto efficace) dal Dipartimento dei servizi sociali della città. Alla richiesta di mostrare il bambino, la donna si rifiutò e trascorse più di sette anni in prigione per oltraggio alla corte”.
Qui la condannata è Callie (Calliope) Jenkis sulla cui vicenda vuole indagare Cassandra Fallows, una scrittrice di successo che vive a Brooklyn, amica di infanzia di Callie praticamente sparita dopo la scarcerazione.
Scrittrice di successo, dicevo, con il particolare che il terzo libro è stato un fiasco. Urge trovare qualcosa di forte come questa storia che pare proprio accattivante. Sulla cinquantina, carattere forte e intraprendente, due matrimoni falliti (il primo per colpa del marito), vita sessuale “allegra” anche durante i matrimoni, da ragazzetta incline ai giovanotti con i capelli rossi e, cito testualmente, “me ne scopai quanti più possibile” che il buon tempo si vede dal mattino. Per tenersi in allenamento come amante Bernard, e fa niente se è sposato e pure un po’ uggiosetto.
Imbranata nei movimenti sbatte dappertutto “con i fianchi e i gomiti perennemente sbucciati”. Non le mancano i mezzi economici (citati Prada e Armani che sono ormai di casa e di bottega).
Per poter andare avanti nella ricerca di Callie, Cassandra comincia a contattare tutti quelli che in qualche modo la conoscono: le vecchie amiche di un tempo, il primo avvocato difensore d’ufficio, il secondo avvocato e via dicendo.
Figura imponente quella di suo padre, presenza ossessiva durante tutto il racconto, che ha tradito più volte la moglie per poi definitivamente lasciarla. Dubbi, riflessioni, ricordi della sua vita, bugie, rancori, ricatti, il tempo che passa e che cambia (fino ad un certo punto) le persone e le cose.
Scrittura che sgorga via sicura, che si insinua, avvolge, ti prende nelle sue spirali. Uno scavare in profondità, un tessere di trame che si legano fra loro, un rifrangersi delle prospettive, un aumentare improvviso di situazioni e personaggi come nati da loro stessi.
Spunti sulla società, scontri razziali (siamo al tempo dell’assassinio di Martin Luther King), matrimoni falliti, famiglie spaccate, violenza delle donne sui neonati e dei giovani verso i genitori. Sesso a perdere, come ho accennato, e l’amore. Anzi, il sacrificio dell’Amore.
Il pericolo di questi romanzi psicologici è di far morire il lettore di claustrofobia. Qui, fortunatamente, si riesce a respirare.

Le lunghine di Fabio Lotti: Nella perfida terra di Dio

Una piccola luce nel buio del mondo…

Nella perfida terra di Dio
di Omar Di Monopoli
Adelphi 2017.

Lasciamo da parte Peckinpah, Tarantino, Faulkner, O’ Connor e compagnia bella ai quali il nostro è stato accostato. Lasciamoli riposare in pace e veniamo a Omar Di Monopoli.

Ho conosciuto l’autore attraverso i suoi libri Uomini e cani, Ferro e fuoco, La legge di Fonzi, pubblicati dalla Isbn e il suo blog (peccato che abbia smesso di scriverci). L’ho conosciuto e apprezzato soprattutto per la ricerca e la voglia di costruirsi un linguaggio tutto suo.

Siamo nel Salento. Presente e passato che si alternano. C’è Mbà Nuzzo, un pescatore santone preso dalle apparizioni di “maestose creature dalle ali di fuoco”, visioni che lo hanno fatto sentire un eletto. Accusato dalla figlia Antonia di avere lasciato morire la moglie senza nessuna cura, moglie, a sua volta, di Torre della Cucchiara latitante che ritorna dopo tanti anni dai figli Gimmo e Michele. Ci sono le suore, le Sorelle del Martirio (martiri davvero certe novizie e un ragazzone, il “giovane idiota”), intestatarie del terreno di Nuzzo, che nascondono terribili segreti. C’è il nuovo boss Carmine che la deve far pagare al suo vecchio protettore.

La brutalità della vita la si osserva dappertutto. Nei rapporti umani violenti, negli scontri, nelle guerre fra i clan per la droga o per mantenere il comando, nei combattimenti clandestini dei cani. Direttamente, voglio dire. Ma già si insinua fin dall’inizio come nel figlio più piccolo di Tore. Seguendolo nella sua caccia alla rana siamo introdotti in una specie di scena horror tra animali infilzati “su lunghi spuntoni aguzzi e aculei di fil di ferro arrugginito”: lucertole, cervi volanti, cavallette, fringuelli. Il bambino sta scontando la sua infanzia. La violenza è già lì, nella stessa terra “cattiva”, spoglia, arida, deserta, polvere e monnezza insieme con i corvi neri che gracchiano “suggerimenti funerei”. La violenza espressa in tutte le sue forme, fisica e morale, le frustate, il cilicio, la pedofilia, lo stupro. Quasi tutti (o tutti?) i personaggi hanno subito all’inizio della loro esistenza qualche ferita nel cuore.

Il sorriso, in un vissuto di ghigni crudeli, sembra non abbia forza di esistere. E, invece, nasce improvviso da uno spunto inaspettato, grottesco, che può sfuggire al lettore frettoloso come “La sparuta schiatta di teste spettinate…” che riprende energicamente a dondolare esprimendo il suo assenso; o il semplice “ciccione in groppa a un trattore sovraccarico di armenti” che taglia, all’improvviso, la strada a due delinquenti; o il gruppetto delle “suorine stufe” che diramano un coro di esultanza; o il “Babbione dalle trippe sbordanti”, lo scopatore di pecore scolpito nella sua ridicola figura; o anche suor Narcissa che, con “la sgargiante chiostra di denti rifatti” tiene sottobraccio il cantante Albano durante l’ultima edizione della fiera bovina… Mille piccoli gioielli sparsi qua e là. Tra la forza brutale dei sentimenti qualche spiraglio di umanità si fa largo (vedi i ricordi di Tore al figlio Gimmo), a fatica, ricacciato subito indietro.

Il dialetto, spesso futile gingillo di giallastri nostrani (non ce n’è uno in cui non venga ficcato a forza), qui vive in perfetta simbiosi con l’impasto forte e acerbo della scrittura, formando un unicum. Non manca la satira attraverso “Occhio alla notizia” di Max Lubrano (riferimento al programma di Antonio Ricci) sul santone per svelare le sue patacche ai babbioni che lo seguono,

Lasciamo da parte Peckinpah, Tarantino, Faulkner, O’ Connor e compagnia bella ai quali il nostro è stato accostato. Fermiamoci su lui. Su Omar Di Monopoli e sul suo ultimo libro. C’è da riflettere con l’amaro in bocca, c’è da fremere e commuoverci allo stesso tempo e, perché no, anche da divertirci seguendo scene di mirabile impasto e il suono imprevedibile delle parole. Una sinfonia su tasti diversi che rimane nel cuore.

Siamo Nella perfida terra di Dio dove tutto appare polveroso, arido, secco, morto. Nella terra e negli uomini. Ma forse, alla fine, qualcosa che si irradia da una piccola statua di marmo della Vergine colpirà qualcuno. Qualcuno, forse, si salverà. Una piccola luce nel buio più totale del mondo.

E così sia.

Le lunghine di Fabio Lotti: Detective Lady (I)

Dopo le vecchiette e le giovincelle terribili continuo con una carrellata di libri in cui compaiono le nostre brave detective al femminile.

Copertina e titolo intriganti mi hanno attratto verso La Rosa e il Serpente di Ariana Franklin, Piemme 2008. In più il periodo storico del Medioevo e il fatto che il nostro detective sia una donna, più precisamente Adelia Ortese Aguilar che una fascetta rosso cupo attorno al libro indica come “La Kay Scarpetta del XII secolo”. E Kay Scarpetta non mi dispiace. Dunque inquadriamo subito la nostra piedipiatti di qualche secolo fa.
Dottoressa formatasi nella “grande, liberale e ovunque nota scuola di medicina di Salerno, che sfidava la Chiesa ammettendo agli studi anche le donne, se ne erano all’altezza”. Avendo un cervello uguale, se non superiore, a quello del più intelligente degli studenti, era stata ammessa (mi incuriosisce il sistema di misura) alla scuola. Si perfeziona con il padre adottivo ebreo nello studio delle autopsie. Non è una studiosa di letteratura ma ama la cultura e le dotte conversazioni tra suo padre e il maestro Gordinus che le aprono un sentiero per il futuro. La madre adottiva è cattolica ed è stata trovata abbandonata tra le pietre del Vesuvio (la sfiga delle donne poliziotto colpisce in ogni tempo e in ogni luogo!). Capelli biondo scuro, altezza così e così “Non siete molto alta, signora” le dice Jacques. Vive in una casetta dal tetto di canne a Waterbeach, diverse miglia distante da Oxford, e porta ancora con sé il ricordo del panorama mediterraneo. Decisa, sicura, con idee ben precise nella testa non condivide la teoria della Chiesa sul battesimo dei neonati. “Creatura bizzarra” la definisce il priore Geoffrey. Già chiamata dal Re Enrico, insieme all’ebreo Simone Di Napoli (che farà una brutta fine), per risolvere il mistero dell’uccisione dei bambini di Cambridge (cfr. La signora dell’arte della morte, Piemme 2007), ora non la lascia andare via. Ha avuto una figlia, la piccola Allie, dal vescovo Rowley quando ancora non ricopriva questa carica. Aiutata da Mansur venduto da bambino a monaci bizantini che lo hanno castrato e poi ha trovato rifugio presso i genitori adottivi di Adelia e da Gyltha, una vecchia forte e risoluta. La segue pure un cane di nome Tutela che gioca spesso con la bambina. Maledice la Chiesa per la sua ipocrisia e perché odia le donne. Occhietto vispo e acuto capace di cogliere i minimi particolari, pronta a usare le braccia al momento del bisogno. Conosce addirittura gli scacchi (e questo me la rende più simpatica). Quando Mansur gioca contro l’abate, guardando la scacchiera, dice proprio al suo fedele “Stai perdendo”. Una donna, dunque, che si pone in contrapposizione netta con i propri tempi e incarna il desiderio di riscatto del ruolo femminile nella società. Rischia pure di essere bruciata come strega.
Siamo nel XII secolo a Oxford. Qui abbiamo un accordo segreto tra un assassino di professione “Sicarius” e il suo mandante misterioso che gli commissiona un delitto. A molte miglia di distanza c’è la nostra “dottoressa” che si cimenta con un parto. Viene chiamata a risolvere la morte per avvelenamento dell’amante di Enrico II. C’è in gioco la pace dell’Inghilterra solo allontanando i sospetti che gravano sulla sovrana. Occorre partire. Per forza. E allora altri assassini, altri morti. Dubbi, incertezze, false piste, pericoli vari come il viaggio lungo il fiume ghiacciato, un incendio, l’intervento della Regina Eleonora e perfino del Re in persona.
Prosa piacevole, semplice e veloce venata di una istintiva ironia, con qualche ragguaglio di troppo sulla storia che appesantisce un po’ (ma solo un po’) la vicenda gialla vera e propria. E poi usi e costumi medioevali, il matrimonio, l’amore cortese, la vita nel convento, la disperazione di essere donna in un mondo maschilista, momenti di angoscia e paura, l’amore sofferto e ritrovato.
Nel complesso un buon libro.

Agatha Raisin e la quiche letale di M.C. Beaton, astoria 2011.
Agatha Raisin se ne sta andando in pensione prima del tempo da una società di pubbliche relazioni. “Cinquantatré anni, capelli di un castano scialbo, un viso squadrato e insignificante, corporatura tozza” con “le gambe sorprendentemente belle”. Aggiungo “matrimonio sciagurato” con un alcolista (anche mamma e papà ubriaconi), acquisto di un cottage nel Cotswolds dove ci sono “villaggi pittoreschi di case di pietra dorate, giardini graziosi, viottoli tortuosi affogati nel verde e chiese antiche” per l’ultima parte della sua vita. E poi attiva, dinamica, testarda, con una discreta predisposizione al gin (famiglia docet), fuma e le dà fastidio chi tossisce al suo fumo (mi pare giusto).
In breve. Al paese grande concorso di quiche (ho scoperto solo ora che si tratta di una torta salata). Deve vincere per entrare nelle grazie dei paesani che un po’ la snobbano e per esserne sicura la compra bell’e fatta a Londra. Il giudice Cumming’s Browne muore dopo averla assaggiata e dunque la nostra signora entra nel novero dei sospetti. Che non sono pochi, data l’estrema simpatia del nostro giudice per l’altro sesso (doveva pure divorziare e risposarsi).
Agatha indaga, mette il naso dappertutto, è pure sotto pericolo di morte, un biglietto di minacce, un tentativo di assassinio, viaggi in qua e là, rumori, lotta, incendio, riflessioni sulle donne mascolinizzate e gli uomini effeminati (tanto per dirne una).
Una lungagnata, una storia arzigogolata e nel contempo banalotta, che sfugge via attraverso il solito linguaggio leggerino leggerino. Alla fine della storia il primo capitolo del prossimo libro. Che lascerò sugli scaffali.

Dennis Lehane ha scritto Fuga dalla follia, pubblicato dalla Piemme nel 2006, in cui compaiono gli investigatori privati che lavorano in coppia Pat Kenzie e Angie Gennaro. Poiché il primo è un maschietto ci interessa poco anche se è la voce narrante.
Partiamo dal contenuto. Per non perdere troppo tempo riporto in parte ciò che è scritto all’interno della copertina “I detective privati Pat Kenzie e Angie Gennaro vengono rapiti e narcotizzati da due bizzarri personaggi e condotti alla presenza di Trevor Stone, magnate multimiliardario. Stone vuole il meglio sulla piazza e non ammette scuse, perché il lavoro che deve commissionare ai due investigatori gli sta molto, troppo a cuore. Deve ritrovare la figlia, la bellissima e inafferrabile Desiree, fuggita in preda alla disperazione dopo la morte della madre. Sono ormai tre settimane che non si hanno notizie di lei e nemmeno di Jay Backer, il detective che per primo le era stato sguinzagliato dietro. Pat e Angie iniziano le ricerche nel luogo in cui Desiree è stata vista l’ultima volta: la Grief Release Inc., un centro di supporto psicologico che aiuta le persone a liberarsi dal dolore e dalla sofferenza”. In realtà questo centro si rivela una trappola per attirare nuovi adepti per la Chiesa della Verità e della Rivelazione “Quando il nostro tizio si rende conto di essere entrato in un culto e di non riuscire più a liberarsi dalle tasse d’iscrizione e decime e seminari e quote e tutto quello che vi pare, è troppo tardi”. I due detective riescono, con l’aiuto di alcuni amici dai modi non proprio ortodossi, a catturare alcuni membri della setta e a sapere qualcosa sul conto di Desiree. Scappata con Jeff Price, supervisore del trattamento alla Grief Release e membro dell’Assemblea della Chiesa, e due milioni di dollari trafugati alla suddetta Chiesa. Viene trovato Jay Backer e Desiree. Il primo innamorato della seconda e pagato addirittura dal padre per ucciderla. Perché? Qui mi fermo per non togliere al lettore il gusto di andare avanti.
Passiamo alla nostra detective Angie Gennaro: intanto siamo a Boston e, dato che il narratore è Pat Kenzie, si trovano particolari più su di lui che sulla compagna di lavoro di cui è innamorato non ricambiato. All’inizio. Il primo spunto su di lei è che mangia un bagel alla cipolla spalmato di crema di formaggio e che conosce le vicende di Star Trek. Dal suo rapitore Trevor Stone si sa che ha perso suo marito (anzi l’ex marito Phil, precisa lei) cinque mesi fa. Non vuole conforto e quando Pat allunga la mano per stringerla scrolla la testa e la ritira. Ed è perentoria. Né i suoi abbracci, né il suo amore possono cambiare le cose, in quel momento. Non è tipo da giacca e cravatta da stare in ufficio. Donna d’azione. Particolare sul fisico visto da Pat “una donna minuta e bellissima con i capelli scuri che le frustavano le guance e i segni di un lutto sul viso”. Invano cerca nel suo sguardo il tentativo di provare un nuovo affetto. Si sente in colpa per avere involontariamente provocato il ferimento di Angie, le cicatrici sul suo viso, i danni alle terminazioni nervose della sua mano e la morte di Phil. Riferimenti a se stessa “Okay, sono carina. Qualcuno potrebbe anche dire che sono bella… o che sono troppo italiana, o troppo minuta, oppure troppo di qualcosa o non abbastanza di qualcos’altro”. Decisa, veloce “Ad aspettarla fuori c’era un tizio, ma lei lo colpì un paio di volte con la sbarra, e allora quello cominciò un po’ a dormire tra i cespugli”. Forte giocatrice di stecca a biliardo. Dormendo si raggomitola in una posizione fetale. A pagina centodue altri particolari sul loro rapporto “Quando avevamo sedici anni facemmo l’amore. Una volta. La prima, per entrambi”. Ed anche l’ultima perché ognuno andò per la sua strada. Angie si sposa con Phil Dimassi e Pat con la sorella Renee (il matrimonio dura cinque minuti). Poi c’è il fatto in cui Phil muore ed Angie e lui stesso vengono feriti. Vita sessualmente libera dopo la separazione da Phil. “Angie chiamava “giorni sfrenati” il suo periodo di separazione da Phil: relazioni estremamente brevi senza alcun tipo di coinvolgimento, dominate da un approccio nei confronti del sesso il più disinvolto possibile, considerati i trascorsi della scoperta dell’AIDS”. Sesto senso acuto “Comincio ad avere la sensazione che tutti stiano mentendo e che tutti abbiano qualcosa da nascondere”. Sempre bella ed elegante “Si era cambiata: dal nero dei vestiti di città era passata a un paio di jeans leggeri e una canottiera a rete bianca, e io cercavo di trattenere lontani gli occhi e la mente dal modo in cui la canottiera le fasciava il busto, per poter discutere del caso senza problemi”. Si scioglie un po’ per volta “È per via di Phil, disse, e allungò il braccio per prendermi la mano. Mi sembrava quasi un sacrilegio se noi due, cioè, insomma…”. Bella e ottima tiratrice “Ehi, amico, disse Jefferson, quella è una gran gnocca, ed è stata pure capace di centrare alla gola quello stronzo da dieci metri ‘sto diluvio. Che donna”. Ho detto che si scioglie e quando lo fa lo fa per bene. Tanto da incantare il suo partner “Guardai Angie che dormiva nuda appoggiata a me, guardai i graffi e il viso pesto, e capii che soltanto adesso, in quel preciso momento e per la prima volta in vita mia, avevo finalmente capito qualcosa della bellezza”. Se c’è da travestirsi o da inventar favole non la batte nessuno. Dura, decisa “Fischiai piano. Quasi bisognava farle tanto di cappello, a quella donna: Mai vista una così determinata”. Forte fisicamente riesce a tirarsi fuori da una buca in cui è stata seppellita fino al collo. Ancora Pat innamorato “Da quando l’altra notte avevamo fatto l’amore, avevo capito che tra noi due (probabilmente fin da quando eravamo bambini) non c’era soltanto qualcosa di speciale e basta. C’era qualcosa di sacro”.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le lunghine di Fabio Lotti: Il sesso tra i morti ammazzati

Una rivisitazione di un mio vecchio articolo che desidero far conoscere ai lettori di questo blog.
Il sesso nel giallo (inteso nel senso più ampio) c’è sempre stato. Magari represso in certi momenti della storia così come lo era nella società mascherato da sorrisi, rossori, sguardi languidi, strofinamenti, occhiatine, moine, carezzine e tutto in ine con il pacco e la borsetta che strizzavano dalla voglia di incontrarsi. E poi esploso in altri momenti della storia senza tante moine e occhiatine ma così di brutto, al naturale con il pacco e la borsetta a giocare dalla mattina alla sera. E insieme al sesso alcol, fumo, droga che sennò un ci si diverte. Fino al sesso estremo in cui ci può scappare anche il morto e allora sai che risate. Sesso come voglia naturale, come passatempo, come conoscenza dell’altro, come potere, come vendetta, come carriera, come… e metteteci pure quello che vi pare. Lasciamo da parte il passato e vediamo un po’ come se la cava il sesso ai giorni nostri senza fare tanta filosofia ma andando direttamente al sodo. Anzi al duro. Va bene, battutaccia da taverna che serve tuttavia a togliere di torno qualche lettore di bocca delicata.
Trattasi soprattutto di una visitina al sesso nel mondo femminile. Visto da uomini e donne. Rara avis la freddina alla Kathy Mallory, la bionda “dagli occhi di ghiaccio”, quella che per un motivo o l’altro non vuole saperne del maschietto o maschiaccio che le gira intorno e che prende pure a pesci in faccia. Per tutto il romanzo (Come una bambola di stracci di Carol O’Connell, Piemme 2006) non aspetti altro che si sciolga con qualcuno ma non c’è niente da fare. Anzi qualcosa ci sarebbe da fare. Darle una sberla. Perché proprio alla fine del libro… Ma leggiamolo direttamente “Charles sentiva il suo respiro sulla pelle, i suoi capelli che lo sfioravano e un profumo di fiori esotici che non crescevano a New York. Gli era sempre più vicina e lui annegò nel verde dei suoi occhi, sempre più grandi. Lei posò le labbra sulle sue, dolcemente, scatenando in lui una paralizzante corrente elettrica che gli inondò il corpo di un caldo sfarfallio. E lui la baciò”. E lei cosa fa? Lo saluta e se ne va lasciando il povero Charles come un allocco. Credo che sia un trucco intelligente delle autrici (pochissime) per mantenere viva l’attenzione verso la protagonista in un mondo (del giallo in generale) dove se non stai attento te la sbattono pure in faccia.
Poi c’è quella che la tira per le lunghe e ti fa soffrire per tutte le tre o quattrocento pagine (anche cinquecento). Sfogliando la margherita: la do o non la do, sì la do, no non la do, vedremo se la do (detta proprio terra terra). Uno stress per il lettore peggio di quello provocatogli dall’intera vicenda di morti ammazzati spinto istintivamente ad urlare “Ma perché non gliela dai brutta stronza!” Alla fine o non la dà (vedi per esempio Anna Travis in Dalia Rossa di Lynda La Plante, Garzanti 2007 che almeno in fondo si lascia baciare) o la dà che la dà che la dà. Tramortendo il povero masculo di turno che si ritrova pesto e sanguinante peggio di un incontro di boxe. Esagero? Ecco come ci si mette d’impegno Ewa Johnsén (Il mercato dei ladri di Jean Guillou, Corbaccio 2007) “Quando sentì che tentava di divincolarsi sotto di lei, mormorando qualcosa che poteva sembrare la parola “preservativo”, lo tenne fermo scuotendo la testa e si chinò su di lui bisbigliando che voleva averlo tutto dentro di lei, tutto e ancora di più, di più”. Poi aspetta che sia di nuovo pronto e gli bisbiglia ancora una volta all’orecchio di volerlo fare ogni dieci minuti (mi immagino la faccia di Pierre). Oppure Petra Connor (Subito dopo mezzanotte di Jonathan Kellerman, Sperling and Kupfer 2005) che se non resiste non resiste. Rischiando il grottesco “Poi non ce la fece più. Prima spogliò frettolosamente il suo corpo pallido e ossuto, poi si strappò quasi di dosso i vestiti, con tanto affanno che per poco non inciampò nei calzoni”. Per il suo compagno Eric non c’è scampo “Crudeli e sconsiderate furono le posizioni in cui lo costrinse”. Ho provato per lui un sentimento misto di invidia e di pena. C’è anche chi, come Anna Pavesi, psicologa trentottenne separata (Una piccola storia ignobile di Alessandro Perissinotto, BUR 2006), non solo se la fa con il dottor Marco Callegari ma ci riprova (istintivamente) anche con il marito Stefano (dopo avere visto una film porno, pensate un po’). Però le piace di più il primo e se capita anche in macchina pazienza.
Qui gli autori sono uomini ma non scherzano nemmeno le donne. Qualche volta inframezzato al sesso ci infilano magari la parola amore o il classico ti voglio bene (vedi Lucia Dove della Scoppettone), ma più spesso danno libero sfogo alle loro creature per le quali il Kamasutra è una favoletta per bambini. Capita che tradiscano pure senza farla tanto lunga. “Vuoi scoparmi?” chiede tranquillamente il commissario di polizia di Catania Maria Laura Gangemi ad un collega giovane e carino. Però dietro a questo gesto c’è quasi sempre una storia di dolori e violenze da parte del marito o del compagno per cui al posto del tradimento ci starebbe meglio una martellata in testa. Come, per portare un altro esempio, sul capoccione di quel cretino di Cuomo (non ricordo il nome) che tratta male il commissario di Genova Erica Franzoni, protagonista, insieme al primo dirigente Antonio Maffina, di alcuni gialli di Annamaria Fassio. La prima volta per una discussione la spinge contro il muro e le urla in faccia; la seconda dopo avere fatto l’amore “l’afferra per le spalle, la chiama puttana, zoccola, bagascia”; poi le sberle. Lei non lo tradisce ma, semplicemente, lo lascia (io sarei per la martellata). E, a proposito di tradimenti, ecco che cosa ne pensava un personaggio degli anni cinquanta “Ma tu, Juliet, sorellina cara, non devi prendere troppo sul serio la scoperta di queste trasgressioni mascoline. Si verificano negli ambienti migliori, e non sono affatto catastrofiche come tu immagini. Devi imparare la tolleranza, o non sarai mai una brava mogliettina” (Guy Cullinngford Il morto che non riposa, Polillo 2003). La tolleranza? Prova a dirlo oggi, imbecille!
Ritorniamo a bomba. Se non la dà è perché è proprio sfigata e cacata (volgarissimo ma rende bene il concetto) da tutti. Però non bisogna buttarsi giù perché se non è la donna-poliziotto a fare esercizi sessuali lungo tutto il romanzo c’è sempre qualcuna che ne fa le veci. Mi viene in mente la Kamenskaja (La donna che uccide di Alexandra Marinina, Piemme 2006) invaghita senza successo di Ivan Alekseevic. Al suo posto Kira con Platonov. E non se la sbrigano niente male. E mi viene pure in mente Denise, uno dei personaggi (non la investigatrice per caso Mara Dunn) di La maledizione dell’Orchidea di Michelle Wan, Garzanti 2007, che sforna diversi amplessi così forti con Julian tanto da fargli sembrare “di avere fatto l’amore con un pitone” (li mortacci!).
Poi c’è quella che te la dà (ormai il registro è questo e dovete farvene una ragione) sin dall’inizio ed ha la faccia spiccicata per tale lavoro. Ce n’è una, per esempio, che se si fissa su un certo Marco non la scampa e scopa come un grillo (Camilla Cagliostri). Infine abbiamo la tizia che la dà subito ma poi ci ripensa e non la vuole più dare. Con altro inevitabile stress per il lettore che almeno per quanto riguarda il sesso vorrebbe che tutto filasse liscio come l’olio.
A volte l’amplesso rappresenta il culmine di una vendetta. In Tutti gli indizi contro di me di Theresa Schwegel, Giano 2009, Samantha Mack detta Smack arriva perfino a spiare Mason nella sua casa e a mettergli le corna in macchina quando scopre che non le ha detto la verità. Con “una fitta al cuore”, naturalmente.
Dunque il sesso dappertutto. Lo si infila anche quando non ce n’è bisogno. Vedi l’inizio del libro di Gianni Mura Giallo su Giallo, Feltrinelli 2007, “Ehi, Barba, ti andrebbe una bella scopata?” ed un sogno erotico alla fine del capitolo ventunesimo che sembrano infilati a forza (essendomi fatto un’idea di Gianni Mura giornalista ed uomo tutto d’un pezzo). Tanto per far piacere all’editore, suppongo. E non va di moda solo il sesso normale ma anche quello estremo dove è davvero labile il confine tra il piacere, la vita e la morte. Come in Sexy Thriller di Claudia Salvatori e Sabina Marchesi, Aliberti editore 2006.
Anche le lesbiche hanno le loro belle performance sessuali. Saz Martin e Molly (Carne fresca di Stella Duffy, Marsilio 2006) lo fanno talmente con soddisfazione e aperta libertà da “far arrabbiare sul serio il loro vicino di sopra”. Tutto può accadere all’improvviso come ne Il sangue versato di Åsa Larsson, Marsilio 2007, “Mildred la spinge dentro, le mani sotto il maglione di Lisa, le dita sui capezzoli. Attraversano la cucina incespicando, una volta in camera ruzzolano sul letto… Mildred sulla schiena. Via i vestiti. Due dita infilate nel suo sesso”. Alla faccia dei preliminari.
Invece Vanessa Tullera (BloodyArt – Il ritorno della lesbocommissaria di Pablo Echaurren, Fernandel 2006) è più riservata e si butta solo alla fine. Anzi, più che buttarsi è costretta a ricambiare all’attacco della collega Rosa che a cavalcioni su di lei “con una forbice acuminata le taglia in due la gonna, la camicetta, il reggiseno, lo slip”. Quando si dice la delicatezza femminile! (Ma il libro, ad esser sinceri, è spruzzato da una bella dose di ironia iperbolica). Per chi vuole saperne di più sul mondo dei gay e delle lesbiche nel romanzo poliziesco suggerisco Noir Pride di Sacha Rosel in Dizionoir a cura di Mauro Smocovich, Delosbooks 2006. Forse uno dei più conosciuti è l’ispettore Daquin di Dominique Manotti, bell’uomo dai gusti raffinati, proveniente da una famiglia agiata, flashback di solitudine, giocatore di rugby, bisex con preferenza – dichiarata – per i maschietti (beccato in internet).
La presenza di scrittori al femminile ha ampliato le possibilità amorose, le ha rese più incerte e complesse per cui abbiamo svariate possibilità “operative”. Vedi, per esempio, la Maria Dolores Vergani di Elisabetta Bucciarelli in Io ti perdono, Kowalski 2009, dove la protagonista è attratta in maniera diversa da più richiami goderecci. Ma alla fine un bel po’ di sesso passionale te lo scarica con quello giusto (per lei). Però non appena si tira fuori una osservazione di un certo tipo, in questo caso sulla indecisione amorosa e compiaciuta della donna, subito te ne viene fuori un’altra di segno opposto (già vista in precedenza, per la verità) se Phryne Fischer in Il treno per la campagna di Kerry Greenwood, Polillo 2009, non si pone tanti problemi “Ma non ho intenzione di giocare con il tuo cuore, Lindsay: solo col tuo corpo”. E infatti ci gioca.
A volte avviene perfino che il nostro portatore di palle impersonato da Luigi Alfredo Ricciardi, commissario della squadra mobile della Regia Questura di Napoli, oggetto di concupiscenza della solita gnoccolona di turno, si tiri indietro con l’immancabile condanna e vituperio (mi immagino) dei veri masculi (o che si credono tali). Siamo dentro la storia di Il posto di ognuno di Maurizio de Giovanni, Fandango 2009. A tanto è giunta la paura della femminilità.
La quale femminilità, ovvero la donna che la incarna, ha da tempo ben capito quale sia la forza insita nel sesso e non si fa scrupolo di sfruttarla nel migliore dei modi come la Marie di Bastarda di Christine Grän, Neri Pozza 2006, una giovane giornalista con una vita tremenda alle spalle. Ella sa perfettamente a chi concedersi, se non al capo che la può aiutare a fare carriera (mica scema).

E qui mi fermo che anche il sottoscritto… però non ricordo.

Le Lunghine di Fabio Lotti: Personaggi (I)

Breve excursus su alcuni personaggi particolari.
Uno degli elementi della grandezza e bellezza di Notte di sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler, Meridiano Zero 2011, è il personaggio principale Toby Sawyer.
Giovanottone sbrindellato, lo vediamo subito con i pantaloni “già fino a metà delle chiappe”, aiuto sceriffo in prova in una piccola città piena di segreti. Sbrindellato e timido di fronte al Capo massiccio, anzi “enorme” e quindi niente battute su ciccia e ciccione. Primo impatto simpatia e tenerezza. Sigarette Winston perennemente in bocca, macchina Chevy Nova un “ammasso di ruggine”, ex suonatore di chitarra in una band. Sposato con Doris che lavora in una tavola calda vive in un trailer, grande amore per “il più bel bambino del mondo” che “sarebbe diventato un neochirurgo”. Altro elemento a suo favore il forte sentimento paterno dentro un ragazzo con i sogni di un ragazzo che si sono spezzati proprio per l’avvenuta paternità.
Andiamo avanti. Amante la giovane Molly, l’unica cosa buona della sua vita che però sarà costretto a lasciarlo come la moglie. Dunque l’abbandono. La solitudine, forse già implicita nella sua natura. Lo dice lui stesso “Quando andavo in giro con la mia band mi ero sentito sì libero, ma molto spesso solo”.
Ancora. Toby è buono (episodio del cane che deve spruzzarlo con l’ammoniaca ma gli dà da mangiare), e vedi pure la poliziotta Amanda e lo sguardo “duro da sbirro” che lui non potrà mai avere. Buono ma anche un po’ razzista (come noi?) verso i messicani “Da un lato mi facevano pena, ma dall’altro non vedevo l’ora che si togliessero dai piedi”.
È riflessivo (pensieri sulla città che non offre prospettive ai giovani), sgomento quando ammira il cielo stellato e si sente come “un moscerino”, ricorda le paure da piccolo, le strane forme nell’ombra, si percepisce inadeguato “Forse, se fossi stato una persona più in gamba… O un musicista migliore. O un sacco di altre cose”.
È buffo e un po’ imbranato. O meglio Gischler ce lo presenta anche così attraverso l’episodio dell’armadio con la punta del glande incastrata nella cerniera dei pantaloni. Una specie di macchietta che si aggiunge al ricordo (nostro) di tanti “armadisti” scappati a gambe levate.
Pure incazzato nero con il mondo, il male esiste ma non si riesce a riconoscerlo fin dall’inizio (episodio di Nonna Jordan), forte, scaltro e risoluto quando c’è da menare le mani, colpire con l’accetta o con la pistola o salvare la propria pelle. Un personaggio a tutto tondo reso più completo dai ricordi che si affacciano di tanto in tanto. Ricordi che servono a rendere spessore alla storia e a rivelare qualcosa di nuovo anche in altri personaggi. Vedi la “terribile” Amanda, per esempio, che durante il ricordo del matrimonio fallito si mordicchia il pollice e alza la spalla, un gesto che vale più di mille parole (ecco la grandezza di uno scrittore).
Insomma, per riprendere cose già dette, Toby Sawyer siamo noi, con i nostri sogni spezzati, il sesso coniugale e quello con l’amante, il cielo stellato che ci sgomenta, la paura, il senso del fallimento, un po’ di bontà e un po’ di razzismo, l’incazzatura verso il mondo che ci circonda, l’amore profondo per il bambino e i progetti su di lui. Un eroe un po’ sbrindellato abbandonato da tutti. Ma carico di umanità. Che suscita tenerezza, rabbia e ammirazione insieme.

Passo, poi, a Billy Lafitte, creatura di Anthony Neil Smith in Yellow Medicine, Meridiano Zero 2011.
Si parte dal presente. Billy, vice sceriffo in quel di Yellow Medicine, è in galera accusato dal federale Rome di un accordo con dei terroristi islamici. Primi spunti di vita. Nato e cresciuto nel profondo Sud, più precisamente nel Golfo del Mississippi, poi trasferitosi in Minnesota dopo l’uragano Katrina che ha sconvolto la sua vita e quella della sua famiglia, moglie e due figli. Lo sapremo più avanti ma possiamo dirlo ora. Durante il terribile uragano si appropria di parte del carico per le migliaia di persone senza tetto. Ergo perde il posto, tanti quattrini e la moglie, cristiana evangelica osservante che non perdona il suo comportamento ma lo aiuta a trovare un altro lavoro. Interrogatorio di Rome duro, reazione con urla e minacce, pistola elettrica che fa il suo effetto.
Si passa alle tre settimane precedenti l’arresto. Metà marzo, la ragazzina Drew (che si era scopata come molte altre) ha bisogno di aiuto, cioè di ritrovare Jan, l’attuale fidanzato spacciatore di metanfetamina. Da qui inizia la sua avventura.
Non facciamola lunga e fermiamoci sul nostro Billy. Qualche spunto lo troviamo: trentasette anni, un “tripudio di baffi e basette”, una certa somiglianza con il padre, forte e sbrigativo contro i ragazzi di oggi lagnosi che non è mai colpa loro, ce l’ha con gli abitanti del Minnesota razzisti, “gelidi, repressi figli di puttana” e allo stesso tempo un branco di imbecilli. Ricordi che arrivano all’improvviso in qua e là, adolescenza borghese, bravo a scuola, amici tipici secchioni, padre elettricista morto in un incidente di lavoro, madre maestra elementare, noia e quindi pillole per dimagrire, antiallergici, ecstasy, furti nei negozi. Pizzicato da un poliziotto e preso a pedate si convince ad arruolarsi, così se la può prendere a sua volta con qualcuno.
Casa sul fiume, un etto e mezzo di terra, tanti progetti ma la roba è ancora negli scatoloni, ama Drew senza essere ricambiato e ama la sua famiglia a cui manda i soldi. Ascolta gli Elvis Antichrist (la band di Drew) e gli Horror Pops, beve Cabernet francese e australiano. È duro, aggressivo e violento, galletto e spaccone con le ragazze che gli capitano a tiro e qualche dottore ubriaco ma in difficoltà contro il male vero e più grande di lui. Allora vomita, vomita e vomita. Tormentato da incubi, resistente alla fatica, alle ferite e al freddo gelido, sempre in ansia per le sorti di Drew. Incazzato nero con i terroristi che uccidono autorizzati da Dio, la religione non c’entra niente, si tratta solo di egoismo.
C’è, come dire, una certa enfatizzazione, volontaria o involontaria, di Billy e di tutta la vicenda. Il tutto stiracchiato per le lunghe (cinquanta pagine di troppo?) con il nostro risoluto a farci credere che è uno spaccone violento, un gran figlio di puttana che cerca la pace per fare i cazzi suoi e pure dal cuore d’oro per Drew e la famiglia, ma non ci riesce. E neppure il destino lo ripaga di un suicidio abortito due volte che gli avrebbe dato un minimo di dignità e credibilità come antieroe.

Terzo incontro con Jack Ryan ne Lo sconosciuto n. 89 di Elmore Leonard, Einaudi 2011. Trentasei anni, una serie infinita di lavori: polizze assicurative, auto, operaio edile e autotrasportatore, sindacalista, catena di montaggio alla Chevrolet, commesso a Troy, da giovane furti nelle abitazioni, finito dentro una volta per aggressione. Alla fine consegna di atti giudiziari su consiglio dell’amico agente di polizia Dick Speed. Lavoro giusto. Paziente e abile nel rintracciare i destinatari, si sente padrone di se stesso, ormai è entrato nel giro, anche se non gli piacciono gli sfratti e i pignoramenti. Lavoro giusto, per lui, e pericoloso. Minacce continue e insomma bisogna stare all’erta. Meglio avere vicino una pistola.
Vive in un bilocale di un condominio a Royal Oak, una Pontiac Catalina due porte a sostituire la Cougar, sposato con “una ragazza tranquilla” che poi diventa una “zuccona sempre pronta a trovare il pelo nell’uovo”. Ergo divorzio e frequentazione con Rita, la segretaria di uno studio legale.
Da Jay Walt (capelli luccicanti di lacca) e poi da Mr Perez “tanto cordiale e amichevole” (quindi infido) il compito di ritrovare, con bei dollaroni sonanti, un certo Robert Leary jr, un azionista che possiede quote di una società senza saperlo.
Piccolo problema: il suddetto Robert è un delinquente, praticamente una carriera da assassino psicopatico. E non è il solo a cercarlo, lo vuole trovare anche Virgil, cappello a coprirgli leggermente l’occhio sinistro, baffoni da brigante, occhiali da sole, che ha un conto in sospeso con lui. Ad aiutare nell’impresa il nostro Jack Ryan il già citato Dick Speed, “un metro e ottantatre per novantacinque chili”, capelli su capelli, collanine strette e Levi’s attillati e scoloriti, in servizio presso la Criminal Investigation Division.
Tutto si complica con l’uccisione di Robert (all’obitorio lo Sconosciuto n. 89) e l’entrata in gioco della moglie alcolizzata Denise, meglio conosciuta come Lee, depositaria delle azioni, presa di mira da Perez che vuole fregarla. Qui il cambiamento del nostro Ryan, anch’egli con una storia di alcolismo alle spalle, ora ricaduto in depressione. Bloody Mary, bourbon, vodka, birra, ritorno tra gli Alcolisti anonimi, incontro con Denise, il desiderio di toccarla, di starle vicino, di proteggerla “E la dolce, sorridente espressione di quegli occhi” che gli restano nel cuore. Affettuoso, premuroso, innamorato. Cinque giorni in Florida e poi insieme “Fecero l’amore con il sorriso sulle labbra”. E qui il miracolo. Ryan c’è e non c’è, ad un tratto sembra sparire, perdere peso e consistenza. Sembra quasi ondeggiare, levitare nell’aria. Solo il suo pensiero è vivo, concreto e fisso. Difendere il suo amore e fregare Perez. A qualunque costo, anche di perdere la vita tra le pistolettate di un ex galeotto.
Leonard, l’ho già scritto ma lo ripeto, è il Narratore, il Creatore di personaggi fusi con l’ambiente stesso da cui sembrano quasi venir fuori all’improvviso. Se ne inquadra uno, il principale in quel momento, nello stesso tempo eccone altri come venuti su dal nulla: il vecchio ubriaco che vomita, l’elegantone con l’aria da atleta professionista, le facce scialbe e grigiastre, il custode di un palazzo dall’aria “di uno che non sorride più da chissà quanto”, il barista spilorcio che versa con il lumicino e non sta neanche a sentirti.
La storia si sviluppa, si complica, si gonfia quasi per partenogenesi, uno scorrere naturale degli avvenimenti con Ryan al centro della vicenda insieme a Lee, ai suoi dubbi e ai suoi tormenti. Una vita da balordo che può essere riscattata dedicandosi, finalmente, ad una “persona”, a qualcuno che ama e che può salvare. Con l’astuzia, la forza, i nervi d’acciaio, schivando i pericoli che incombono su entrambi.
Una storia di perdizione e redenzione sviscerata soprattutto dall’interno senza tante smancerie e trucchetti strappalacrime o subdole scenette di sesso esplicito, magari un po’ scontata in certi frangenti che ricorrono in storie similari, ma che può benissimo brillare tra i migliori classici del genere.

Attraverso Fuego di Marilù Oliva, elliot 2011, si fa la conoscenza di Elisa Guerra, la Guerrera.
Vado un po’ a braccio senza guardare troppo al sottile e ad un discorso articolato. Bologna “selciato in fiamme”. Elisa Guerra, la Guerrera, portatrice di pizze a lavorare per Atef “pakistano lungimirante” con famiglia numerosetta a carico nel paese natio. A tempo perso (le vanno tutte male) giornalista pubblicista, studia criminologia, in lotta continua per un posto di lavoro sente “dileguarsi le speranze nel futuro”. A mente la “Divina Commedia” sotto la sferza della prozia Fausta Zenzero ma ora “salsa, rum e niente divieti”. Caporeista, si dedica con molto impegno a questa disciplina che è un’arte marziale, via con una Peugeot 205 opaca tendente al grigiastro, in media un pasto al giorno e un piccolo sacchetto di patatine fritte. Tutta tesa a portare avanti il progetto del suo giornalino “Fuego” che le dà grande slancio vitale in un momento di depressione. Sua amica Catalina, magrissima e rossa di capelli, legge il futuro con i tarocchi, tiene una agenzia matrimoniale “Tu mi turbi” (tutto un programma) e si innamora di un pompiere (non scherzo).
Attorno a lei un piromane che brucia in qua e là (ecco il perché del pompiere) e becca pure il suo scooter, trovato poi morto per schiacciamento del torace e il burundanga in corpo che fa venire le allucinazioni, lo scontro con una donna travestita da uomo (spiegazione così e così), tutto il mondo latino con i balli, la salsa e i loro incredibili attori: il Chupa Chupa (che male alle unghie!), El Tigron, il subordinato El Pony geloso da morire, El Divino insegnante insigne di salsa, la Princesa bella da morire, El Electrico con il quale avrà un’avventura, il ritorno di una vecchia fiamma come il cantante Roelvis. E insomma amori, passioni, invidie, gelosie e tutte le inquietudini dell’animo umano.
Incontro con l’ispettore Basilica “profilo di Ligabue e accortezza di uomo di mare”, matrimonio in crisi più imposto che voluto, attratto da Elisa “Piccolina, scura, sembra una reginetta egizia senza frangia… pelle olivastra, bocca carnosa, iridi nerissime”, tacchi da capogiro, fremiti stuzzicarelli tra i due con momento di forte sensualità che si espande per tutto il racconto.
Intervista andata a male con uno scrittore semi arrivato pomposetto che la fa lunga e se la tira parecchio (chi potrebbe essere?), il maschilismo che impera tremendo pure nel Duemila (da discutere). Un sogno, o meglio un incubo di Elisa, la prozia, la fuga, la levitazione, il fuoco, la madre morta impiccata, Brevi squarci sui miti relativi al fuoco di varie popolazioni, balli su balli, un altro morto ucciso con la gola falciata, il culto sciamanico.
Al centro di questa vicenda, esposta in maniera volutamente singhiozzata, la Guerrera con le citazioni di Dante, la voglia di riuscire, la speranza, la delusione, la passione e l’amore, il suo rapporto particolare con Basilica. Magari un po’ in disparte, più osservatrice che attrice. Un personaggio al di fuori dei canoni tradizionali in un mondo latino americano con le sue regole e i suoi modi di vita, e un personaggio di una attualità sconcertante alle prese con i problemi assillanti di ogni giorno. Che non si ferma e non si abbatte. Che lotta, come una guerriera, appunto. Come dovranno fare i nostri giovani per trovare almeno un segno di conforto e di speranza al loro futuro. Incrociamo le dita.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (III)

Gli Speciali…
Questa volta mi dedico un po’ agli Speciali, a quei libri, insomma, curati spesso da Mauro Boncompagni e da Stefano Di Marino che mettono insieme romanzi o racconti su determinati argomenti. Me li sono beccati tutti ma qui ne citerò solo alcuni.
A dir la verità all’inizio era Supergiallo e ci aveva messo lo zampino pure Alan Altieri con Anime Nere sul quale mi divertii un po’ sfacciatamente anche a dare dei voti in maniera ironica (perdonatemi). Dunque non perdetevi gli Speciali. Sotto la guida di Mauro Boncompagni, dicevo, sono diventati davvero speciali.
Ci si trova di tutto. Pure una serie di signorine zitelline che non sono da meno dei maschietti (anzi!) nello scovare intrepidi assassini. Prendete Le signorine omicidi colpiscono ancora e Le signorine omicidi per rendervene conto. Qui abbiamo Miss Silver, Norma Boyd, Hildegarde Withers, Sarah Keate, Mammina (non scherzo) e Miss Marple a offrirvi qualche esempio della loro abilità investigativa basata, o su una specie di infallibile istinto (femminile, s’intende), o su una straordinaria, stringente logica deduttiva (e non manca neppure il sorriso).
Se le detective in gonnella non vi danno soddisfazione buttatevi pure sui gatti. Non vi prendo in giro. Sfogliate Il gatto che conosceva gli astri di Lilian Jackson Braun e vi troverete in compagnia con gatti particolari come Koko e Yum Yum, il primo che riesce a intuire il chi, il come, il perché, e il luogo dove era avvenuto il crimine, e cercava di comunicare i propri sospetti, il secondo, pardon la seconda, intelligente, ricca di inventiva, furba, che nasconde le prove sotto il divano e sotto il tappeto.
In uno Speciale che si rispetti non mancano, non devono mancare, i veleni come in Veleni letali di John Dickson Carr, Hillary Waugh, Anthony Berkeley. Lunedì 7 giugno Roger Chapman, vice sovrintendente della scuola di Stockford nel Connectict, siede a tavola con la moglie Betty, insegnante di scuola alla media superiore. Tra le altre cose da mettere sotto i denti cipolle alla panna di un sapore terribile. Così come terribile è la sua morte da stricnina e anche la moglie se la vede brutta. Qualche giorno prima, guarda un po’, era nata una discussione in famiglia su Svetonio e sui famosi veleni imperiali, e dunque qui gatta ci cova… (tanto per darvi un’idea del primo romanzo Piazza pulita di Carr).
E non deve mancare nemmeno il sesso intrecciato con la morte come in Eros & Thanatos. Questo, mi ricordo, era a cura di Stefano Di Marino con una lunga trenata di autori, soprattutto al femminile.
Morte, dunque, e sesso. Anzi, prima sesso e poi morte. Naturalmente. Spiattellato in tutte le salse, sviscerato nei suoi più intimi segreti con tecnica sopraffina. Come solo le donne sanno fare. Su questo alzo le mani e mi arrendo. Sesso ed erotismo sottile, seducente, coinvolgente, sporco, cattivo, perverso e violento. E poi gelosia tremenda e tremenda vendetta, ma anche amore, via, la voglia d’amore, il desiderio d’amore, di un sorriso, di una carezza che non c’è e allora il coltello che fende e che squarcia, il sangue che sprizza. Racconti forti, duri, al limite della sopportazione e finali talora imprevisti e spiazzanti. Ai giorni nostri o nel Medioevo il risultato non cambia. La morte violenta d’amore si fa largo fra le maglie del tempo, per insediarsi dappertutto, perfino nei luoghi di pace e di preghiera dove il Male dovrebbe tenersi lontano.
E sono presenti, sempre nei nostri magnifici Speciali, pure le “canzoncine” tremende che preannunciano momenti di sangue. Vedi Melodie di morte di Jonathan Stagge, Robert Goldsborough, Cornell Woolrich. Nella introduzione Mauro Boncompagni ce lo dice apertamente. Certe ballate o filastrocche nel romanzo poliziesco sono di una sfiga pazzesca. Portano morti ammazzati a go-go. E ne fa una lista impressionante.
Figuriamoci, poi, i castelli, dimore eccellenti per efferati delitti come in Delitti al castello in cui figurano Donald E. Westlake, Edgar Wallace e G.K. Chesterton (miezzeca!). Due romanzi ed un racconto. Tre storie diverse, tre stili diversi a costituire una lettura che ci vuole pronti agli sviluppi più grotteschi, aggrovigliati e paradossali. Con riposino e goduria mentale, diciamola così, insieme a Padre Brown di Chesterton.
In Tre donne del mistero si possono incontrare tre scrittrici indimenticabili: Dorothy L. Sayers con il suo investigatore dilettante Peter Wimsey; Ngaio Marsh, a sua volta con l’ispettore Roderick Alleyn e Mary Roberts Rinehart che sfrutta addirittura un veterinario per scoprire la scomparsa di un bambino.
Qualche parola su Le indagini di Scotland Yard di John Dickson Carr, J.J. Marric e Edgar Wallace. Qui troviamo l’ex ispettore Whicher, furbo una cifra. Ha capito chi è l’assassino e vuole tendergli una trappola con la collaborazione di una truffatrice. Poi George Gideon, comandante di un dipartimento investigativo di Scotland Yard, imponente ed elegante, tosto e incrollabile, moglie Kate che lo conforta al bisogno e cinque figli a rendergli la vita più movimentata. E, infine, Reeder della Procura generale, viso lungo, capelli argentei, basette, un paio di lenti cerchiate di metallo, una bombetta, cravatta con nodo già fatto e un ombrello appeso sempre al braccio (mi ricorda padre Brown). Un’autorità nello studio delle emozioni umane, vede il male dappertutto ed ha la mente come quella di un criminale (lo dice lui stesso). Per questo riesce a risolvere i casi più difficili come il presente.
Un mezzo per mandare qualcuno al creatore è senz’altro il cibo. Vedi L’alta cucina del delitto di Ellery Queen (La ricetta del diavolo), Douglas Clark (Ne uccide più la gola…) e Cornell Woolrich (Morte in ascensore).
Intanto, come antipasto, la succosa ”Introduzione” di Mauro Boncompagni sul rapporto giallo-cucina che ha prodotto ottimi risultati, anche perché, come scrive lui stesso tra l’attività del cuoco e quella del giallista c’è una somiglianza di fondo, a pensarci bene: confezionare un buon piatto può essere magari meno complesso, ma è altrettanto soddisfacente che confezionare un buon poliziesco. Il cibo, dunque, personaggio non secondario dei racconti. Stuzzica l’appetito al solo vederlo, ottimo al gusto, direi, se non fosse composto con troppa cipolla, per esempio, e talora non proprio salutare. Insomma avvelenato, in una maniera o nell’altra, capace di dare vita a disquisizioni scientifiche, ricostruzioni incredibili, sospetti, tensioni e paure. Nel terzo diventa addirittura giudice tremendo e inflessibile.
Di detective giornalisti ce ne sono stati parecchi. A partire da Joseph Rouletabille di Gaston Leroux e via a seguire con Philip Trent di E.C. Bentley e poi Roger Sheringham, Flashgum Casey e Kent Murdoch per arrivare a Jim Qwilleram, forse il più famoso, tanto per dare un’idea e già sapete i nomi degli autori. In Delitti in prima pagina di Fredric Brown, Gregory McDonald e Cornell Woolrich faremo la conoscenza del cronista Sam Evans, del giornalista Irvin Fletcher detto Fletch e del galoppino Clint Burgess. Un trio speciale. Tre personaggi alla ricerca della verità. Tre tipi diversi contro tutto e tutti. E il lettore è lì, a bocca spalancata, che li segue nei loro movimenti e nelle loro elucubrazioni attraverso una scrittura spesso veloce, ironica, leggera e pure divertente dentro una trama da manuale. Ora sorpreso, ora scosso, ora ammirato, ora un po’ sconcertato tra gli improvvisi cambiamenti che gli si parano davanti.
Negli Speciali c’è posto anche per il Noir con I tre volti del noir di James Hadley, Stefano Di Marino e Francis Iles.
Tre scelte oculate con determinate caratteristiche: il rocambolesco cambio di situazioni, sia fattuali che psicologiche del primo racconto; Il filone “esotico-avventuroso”, come sottolinea Boncompagni, tipico di Stefano nel secondo, in una Milano dove pullulano orientali di varie razze e dove il movimento la fa da padrone senza sfuggire a pause di puro sentimento; nell’ultimo racconto breve gli spasmi e i contorcimenti dell’animo del protagonista, espressi con una buona dose di ironia, prima dell’esito finale che non è certo come si aspettava. E poi c’è l’amore, soprattutto l’amore non voluto, l’amore forzato e respinto che si trasforma in odio a scatenare gli istinti più brutali dell’uomo.
Alla prossima. Se ci arrivo.

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Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (II)

Fedele compagno di viaggi e di sere buie e tempestose…
Se il nostro G.M. ripropone storie dell’Agatha internazionale, come C’è un cadavere in biblioteca, il sottoscritto trilla come un passero all’arrivo della primavera. Fu uno dei primi libri che lessi con fervore negli anni giovanili. Il sogno meraviglioso della signora Bantry, vincitrice con i suoi piselli odorosi del primo premio dell’esposizione dei fiori, viene spezzato dalla voce “isterica e strozzata” di Mary “Oh, signora, signora, c’è un cadavere in biblioteca!”. E un cadavere c’è davvero, anche se suo marito, il sonnacchioso colonnello Bantry, non ci crede. È quello di una fanciulla bionda strozzata da una fascia di satin della sua stessa veste. Ragazza poco raccomandabile se fa la ballerina (vedi i tempi). In un batter d’occhio la “cosa” gira per St Mary Mead, il villaggio della nostra Miss Marple (anche perché ci pensano la signorina Wetherby e la signorina Hartnell a dargli una mano). E la matassa sarà sbrogliata dalla nostra inossidabile vecchietta che si avvale degli esempi tratti dalle storie del suo paese e da una incredibile conoscenza del cuore degli uomini, perché “la natura umana è sempre la stessa”. Libro sempre fresco, inossidabile, nonostante il passare degli anni.
Avevo da poco lasciato un cadavere trovato e poi sparito in Uscendo di casa una mattina di George Bellairs, che ecco ribecco la stessa idea in Il testimone muto di R. Austin Freeman. Là era Mrs Jump la “trovatrice”, qui il dottor Jardine durante una passeggiata notturna nella zona di Hampstead. Il morto sembra un sacerdote anche perché sul posto rimane un reliquiario dorato con alcune iniziali incise. Volatilizzato al ritorno sul luogo con la polizia. Caso interessante per l’amico dottor Thorndyke, tanto più che Jardine ha subito un attentato rischiando di morire soffocato con il gas, e c’è un uomo cremato troppo alla svelta che desta qualche sospetto. Iniziano le operazioni di ricerca, partendo dal luogo della scomparsa.
Azione, riflessione, osservazione, piccoli indizi sparsi, un uomo sospetto sempre alle calcagna, una signora che si incontra dappertutto, una bella ragazza amante della pittura, passi nel buio, travestimento, pericolo ancora per Jardine. Il tutto attraverso una scrittura precisa, minuziosa, “millimetrica” direi, senza la noia mortale che segue operazioni di tal fatta.
E ancora cadavere sparito (non stanno mai fermi!) in Un posto rosso per morire di John D. MacDonald (vedi un po’ come vengono variati, giustamente, gli autori).
“Travis McGee non accetta mai casi troppo facili d’affari. Mezzo investigatore e mezzo avventuriero, vive a bordo di una barca e non ama lavorare. Perciò, quando è costretto a farlo per mancanza di soldi, che almeno ne valga la pena. Questa volta il cliente è Mona Yeoman, moglie di un ricco uomo d’affari. La donna ha una relazione con un professore squattrinato, e vuole che Travis la aiuti a recuperare la sua dote dalle grinfie del marito per andarsene a fare la bella vita con l’amante”. Sogno spezzato da una pallottola che la stende ai piedi di Travis. Cadavere poi sparito (come nei libri già citati) ma la polizia non gli crede e pensa che i due piccioncini siano volati via.
John D. MacDonald delinea contorni, coglie le sfumature, scende dentro ai personaggi, critica la società, in special modo la scuola con gli studenti come polli da allevamento e la cricca che comanda su tutti e su tutto (c’è però anche il positivo in un avvocato integerrimo). Si perde un po’ nel finale secondo gusto lottiano (ma spero, invece, che piaccia ai lettori).
Con Bill Pronzini e I cospiratori bandita la noia. Si passa veloci da una storia all’altra, ci si intrufola nel passato, si scava nei rapporti del presente, nei ricordi insieme allo svolgersi della vita reale con squarci di natura e di realtà urbana che si inseriscono nelle storie popolate di personaggi vivi, concreti. Un bel miscuglio di cellule grigie e di azione, di sentimenti contrastanti, di umanità, espressi con una sicurezza professionale impeccabile.
Se non bastasse questo c’è pure I dissimulatori dello stesso autore. Gli investigatori privati Bill e Tamara devono ritrovare la prima delle tre ex mogli di David Virden per firmare l’annullamento del matrimonio. Cosa piuttosto facile se non ci fosse il piccolo particolare che la donna trovata è, per Virden, quella sbagliata, anche se porta le stesse iniziali e rivela una certa somiglianza. Tra l’altro il cliente sparisce pure… Altro parto riuscito della coppia felice di Pronzini.
Una data per morire di Mignon G. Eberhart è una bella raccolta di racconti. Personaggio di alcuni Susan Dare, scrittrice di romanzi gialli dalla “testa leonina”, coadiuvata dall’amico giornalista Jim. Al tavolo di un ristorante. Scena sotto ai suoi occhi, la vecchia signora Farish alle prese con un nipote e la frase “Non la farò lunga. Ma ho deciso. Basta, soldi, mio caro”. Sicuro che rimarrà stecchita prima del tempo. Tra l’altro mentre si sta facendo le manicure.
Altre vicende hanno come protagonista James Wickwire, vicepresidente di una banca, “scapolo più o meno incallito e piuttosto anziano”, suo amico Happy un “cane enorme bracco dal pelo rossiccio”. “Una data per morire” è la storia che dà il titolo alla raccolta e insomma viene fuori un biglietto dove si stabilisce che il sig. Brown deve schiantare il 9 ottobre e oggi è l’8. Si potrà evitare questa morte prematura?
Con Avventura a mezzanotte di Brett Halliday il nostro Brett non solo si è divertito a scrivere una storia ma ci si è buttato perfino dentro. Siamo ad un gran gala del premio letterario Edgar Allan Poe. Volti noti e meno noti con qualche frecciatina in qua e là. Poi l’incontro con Elsie Murray che ha letto tutti i suoi libri. Ergo accompagnamento a casa e la solita idea del salto sul letto. Che va a farsi fottere perché lei ha in serbo il manoscritto “Notte tragica” (giuro) e vorrebbe il suo parere. Bene, leggiamolo. Solo che la ragazza si ritrova strangolata e l’autore dei gialli incasinato perché è l’ultimo che l’ha vista viva.
Fatto sta che Brett ha bisogno dell’aiuto della sua creatura letteraria: Michael Shayne “un uomo alto, slanciato, con i capelli rossi”, maniere spicce, whisky, cognac, Martell o Monnet lungo il gargarozzo. C’è pure un caso di assassinio rimasto insoluto ad infilarsi nella vicenda, raccontata da par suo dal nostro Halliday che, tra l’altro, è sparito.
Chi cerca il surreale e la suspense, arricchita di un pizzico di humour nero si butti su Pezzi d’uomo scelti di Boileau-Narcejac.
Pezzi d’uomo scelti, ovvero pezzi d’uomo morto trapiantati in corpi vivi che hanno subito terribili ferite. Gambe, braccia, organi interni. Perfino la testa. Sì, proprio la testa. In questo caso del condannato a morte René Myrtil che viene smembrato in sette parti per “rifornire” sette sfortunati, sotto la direzione del professor Anton Marek. Ma ad un certo punto questi operati incominciano a suicidarsi… Perché?.
Lacrime innocenti di Rhys Bowen è un romanzo dalle tinte gotiche con un pizzico di soprannaturale e la chiusura decisamente classica. Molly Murphy e Daniel Sullivan, capitano della polizia di New York, in luna di miele a Newport in un cottage offerto dal consigliere comunale Brian Hannan. Gli amici sono amici. Però io ti faccio un favore a te e tu fai un favore a me perché c’è qualcosa che mi turba. E questo qualcosa deve essere piuttosto grosso se il suddetto Brian si ritroverà sfracellato su una scogliera, dove anni prima era stata rinvenuta morta una sua nipote. C’è un collegamento fra queste due fini drammatiche? Molly incomincia ad indagare da sola dato che il maritino si è beccato una bella polmonite.
Si va sul sicuro con Perry Mason e il siero della verità di Erle Stanley Gardner.
Nadine Farr è in cura dal dottor Logbert P. Denair per problemi psichici. Sottoposta al siero della verità dichiara di avere avvelenato lo zio Mosher Higley che non voleva farla sposare con l’amato John Avington Locke. La faccenda scotta, urge un parere di Perry Mason, tanto più che il tutto potrebbe essere la conseguenza di una allucinazione provocata dal farmaco. Occorre indagare, fare delle ricerche anticipando l’intervento della polizia. Ma la polizia entra in scena prima del previsto e il nostro famoso avvocato viene addirittura accusato di fabbricare prove false. E allora sono cavoli amari… Tutto ruota intorno alla figura di Nadine, ora ritenuta commediante e cinica, ora brava e buona ragazza, in una relazione strana con lo zio (sembra che l’avesse in suo potere), che poi proprio zio non era. Solito scontro Mason-Burger (difesa e accusa) in tribunale con il giudice che cerca di mettere ordine e dialoghi a tamburo battente caratteristici di Gardner.
Per il filone degli apocrifi sherlockiani, curato magistralmente da Luigi Pachì, Sherlock Holmes al Raffles Hotel di John Hall.
Sherlock se la deve vedere con un avvelenamento all’arsenico inserito in certi cioccolatini (solo in certi cioccolatini) di berkeleyana memoria (qui, però, c’era il nitrobenzolo). Un discreto plot da mettere in fibrillazione il lettore con un biglietto che sembra un ricatto, una vecchia storia di simpatia amorosa, un investigatore privato reclutato dalla defunta, una bottiglietta di arsenico trovata in un bidone dell’immondizia, un testamento particolare, dubbi, perplessità, depistaggi, Watson e l’amico dal fiuto d’oro a creare i loro indimenticabili personaggi. Il tutto attraverso una scrittura leggera, piacevole, delicata, pronta a creare una giusta atmosfera di tensione.
Chiudo con Sherlock Holmes e l’affare Hentzau di David Stuart Davies.
Questa volta non troviamo il grande investigatore intento a snocciolare soltanto le solite acrobatiche deduzioni (ci sono anche queste) ma, soprattutto, lo seguiremo in un continuo, incessante movimento. Racconto d’azione più che di pensiero. D’altra parte meglio così che vederlo impigrire sulla poltrona. Il suo cervello ha bisogno di continue sfide per non morire di noia. Come quella instillata dal colonnello Sapt che arriva addirittura dalla Ruritania, piccola nazione dell’Europa centrale, perché Sherlock possa ritrovare un certo Rassendyl, sosia perfetto del re, ora gravemente ammalato. Solo che il suddetto è scomparso e in giro c’è il conte Rupert di Hentzau che vuole impadronirsi del trono. Tra le varie abbiamo anche, signori miei, una bella sorpresa. Uno Sherlock più umano che, almeno per una volta, tira ad indovinare ed è lui stesso ad ammetterlo. Leggere per credere.

Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (I)

Fedele compagno di viaggi e di sere buie e tempestose…
Il mitico G.M. Ovverosia Il Giallo Mondadori. Quello che negli anni… negli anni… (e chi se li ricorda?) mi faceva compagnia sul treno per Siena (scuole superiori) e poi sulla littorina per Firenze (Università) tra il lusco e il brusco, con l’occhio assonnato e il sorriso ebete sulle labbra. E allora mi aggiravo imbambolato tra piccoletti con la testa d’uovo, ciccioni orchideati, nobili monocolati, lungagnoni elementari, tracagnotti fumantini, omaccioni arcontoni e via e via.
Oggi in splendida forma (il giallo) sotto la guida teutonica di Franco Forte e di un curatore-traduttore speciale come Mauro Boncompagni, da infilare nel taschino e tirarlo fuori nei momenti di impasse.
Non solo camere chiuse a doppia mandata che come ha fatto l’assassino a entrare e uscire Dio solo lo sa (e forse nemmeno lui). Voglio dire non solo John Dickson Carr inventore da capogiro con il suo inimitabile Gideon Fell, un omaccione di 120 (centoventi!) chili con dei baffoni pittoreschi ed un naso piccolo sul quale sono stanziati degli occhialini a pince-nez legati da un nastro di seta. Fuma sigari e pipa, beve birra, indossa un grosso mantello e un cappellaccio di feltro nero. Una specie di bandito, insomma, che ogni tanto tira fuori un “Arconti di Atene!” da brivido. E se manca una camera chiusa c’è una barca altrettanto sprangata a tenerci in fibrillazione con Il signore dell’enigma di Peter Lovesey in concorrenza con il Maestro. La trappola di Mignon G. Eberhart non sarà proprio una camera chiusa ma una casa chiusa sì (non quella, via!), dalla quale non si può fuggire causa neve (un classico) e l’assassino si frega le mani.
Ultimamente pubblicati una trenata di libri da sollucchero: Il demone del Dartmoor di Paul Halter è un concentrato di ataviche paure (diavoli e cavalieri senza testa) e di geniale enigma con soluzione semplicissima (e proprio per questo geniale). Stupendo pure Uno di noi deve morire di Ursula Curtiss, affondo psicologico che ci tiene in sospeso e l’assassino che può essere intorno a noi. È questo? è quello? E prima o poi ci scappa la botta in testa. Il poliziotto è marcio di William P. McGivern dei nostri G.M. è il classico noir del poliziotto corrotto che per varie ragioni, in questo caso per difendere il fratello poliziotto buono, cambia pelle. Un bel lavoro (distante da certi formidabili hard boiled) sul quale si è costruito il film Senza scampo con Robert Taylor e Janet Leigh. Su Sei notti di mistero di Cornell Woolrich c’è poco da dire. Da togliersi il cappello anche se non ce l’abbiamo. Credo che sia l’unico autore a cui in vita mia abbia affibbiato un eccellente. Maestro insuperabile nel creare, in questa raccolta, incubi individuali, il capovolgimento degli eventi, scene crude e sul filo dell’assurdo dentro una cornice di sottile umorismo. A soddisfare le esigenze del lettore amante delle vicende più intrigate con sorprese ad ogni piè di pagina c’è sempre l’intramontabile Edgar Wallace con il quale ho, a mio disdoro, un rapporto conflittuale. In precedenza, per sorridere, Kaminski favoloso con Giocarsi la pelle. Racconto veloce. Rocambolesco. Situazioni comico-paradossali (il personaggio principale, Toby Peters, viene addirittura scambiato per uno scrittore ad un convegno di psicanalisti), morti ammazzati pure nell’armadio, ritmo serrato, scrittura ironica, gradevole e frizzante. In perfetta sintonia con lo spirito dell’autore poteva benissimo essere intitolato Giocarsi le palle.
Non mancano gli inediti: Casi da manuale e Tredici volte Campion di Margery Allingham, in cui compare Albert Campion. Questo strampalato personaggio (lasciatemelo dire) nasce dalla penna della scrittrice inglese nel 1929 con Crime at Black Dudley. Praticamente un intrallazzatore un po’ pazzoide che cerca di sopravvivere con ogni mezzo. Anche illecito senza esagerare. Inoffensivo e stupidotto. Un bischero, detto dalle mie parti. A prima vista, che in realtà dietro l’apparente imbranatura nasconde un intelletto coi fiocchi. Avendo, tra l’altro, studiato a Cambridge e provenendo da una famiglia aristocratica. A confondere le acque il suo metro e ottanta, i capelli color stoppa, gli occhi celesti dietro le lenti cerchiate di tartaruga che lo fanno apparire un po’ tonto. Un ricalco, per certi versi, di Lord Peter Wimsey della Dorothy L. Sayers verso la quale si dirigeva l’interesse dell’esordiente Allingham.
Altro inedito importante Il veleno è servito di Anthony Berkeley, Mondadori 2014. 3 settembre sinistro ad Anneypenny nel Dorset: raffiche di vento improvvise, tuoni, un “senso di cattivi presagi e rovina” con il sig. John Waterhouse, uomo semplice e gentile, che tira il calzino. No, non per la sua maledetta ulcera gastrica, ma per una buona dose di cianuro trovato nel sangue, dopo che suo fratello Cyril ha fatto riesumare la salma. Già vista la coppia ulcera gastrica-cianuro nella letteratura poliziesca ma ciò che conta è la mano. E quella di Berkeley è una manina santa. Se poi ci si aggiunge la sapienza del traduttore Mauro Boncompagni andiamo a festa.
E gli italiani? Gli italiani ci sono, ci sono. Vedi Il Palazzo dalle Cinque Porte di Stefano Di Marino, un intrico di realtà e irrealtà, di confraternite e occultismo, di mystery e fantastico che ti scivola brividoso lungo la schiena. (La bella recensione di Piero qui). Vedi L’odore del peccato di Andrea Franco. La vicenda si svolge a Roma in dieci giorni, dal 16 al 26 giugno del 1846, con don Attilio Verzi che ha un dono particolare “additato come una maledizione del demonio”. Percepisce gli odori nel profondo, “vivi come può essere viva una persona, vicini come la carezza di una madre o lo schiaffo di un padre che educa un figlio”. Un bel personaggio. Vedi Il metodo Cardosa di Carlo Parri che mescola occultismo, documenti antichi, cultura, spunti d’amore senza cacciarsi nel palloso rosa, accenno lesbico per stare ai tempi, individuo e coralità, momenti di pausa, di riflessione e altri di adrenalinica azione. Personaggio Cardosa ben calibrato tra gonne, libri, poesia e musica. Vedi altri e altri ancora (lista molto lunga).
E come non ricordare il grande G.K. Chesterton! E non tanto, e non solo, il creatore di Padre Brown (mi ricordo una bella interpretazione di Renato Rascel alla televisione) quanto i sedici racconti, otto con il poeta pittore Gabriel Gale, e otto con il signor Pound. Insomma La logica del delitto. Il primo è il detective della immaginazione. “Le mie non sono mai spiegazioni pratiche, perché io vedo prima la mente dell’uomo, e all’inizio non vedo neppure l’uomo a cui è collegata”. Un po’ strano, un po’ pazzo, insomma, capace di risolvere i misteri più assurdi perché ha “nella testa quel raggio di luna che porta le persone sulla strada della follia” ed è per questo che può seguirle. Il secondo è il signor Pound, funzionario statale, simile al laghetto di un giardino, “in superficie lindo e lucente”, ma sotto assai misterioso. Ha l’aspetto di un pesce con la barbetta, la fronte di Socrate, “miti occhi sporgenti”, talora sgranati, fissa come un gufo. Molti lo considerano una vera noia, racconta e racconta ma non va mai al sodo.
Cultura, filosofia, storia, un volo della mente, una ironia ed un sorridere leggero, quasi levigato, l’esaltazione del paradosso e la convinzione che si possa arrivare alla verità senza tanti mezzi tecnici e scientifici, senza tanta foga di indagare. Basta saper ascoltare, osservare e…immaginare.
A tutto questo (ridottissimo in breve ma ci risentiremo) si è aggiunta la collana “Sherlock” sull’altrettanto mitico Detective, curata magistralmente dal direttore di Sherlock Magazine (a cui collaboro) Luigi Pachì. E così hanno visto la luce una serie cospicua di testi che ripercorrono le gesta del duo più conosciuto Sherlock-Watson e viceversa. Nomi di affermati autori stranieri ma anche dell’italico suolo che non siamo secondi a nessuno. Come dimostra Sherlock Holmes in Italia, una serie di racconti imperniati sulle baldanzose penne dei nostri baldi connazionali.
E, insomma, ancora una volta insieme con il mitico G.M., compagno fedele di tanti viaggi e di infinite sere buie e tempestose (tanto per chiudere con un cliché).

Fabio, Jonathan e Jessica Lotti