Le lunghine di Fabio Lotti: Nella perfida terra di Dio

Una piccola luce nel buio del mondo…

Nella perfida terra di Dio
di Omar Di Monopoli
Adelphi 2017.

Lasciamo da parte Peckinpah, Tarantino, Faulkner, O’ Connor e compagnia bella ai quali il nostro è stato accostato. Lasciamoli riposare in pace e veniamo a Omar Di Monopoli.

Ho conosciuto l’autore attraverso i suoi libri Uomini e cani, Ferro e fuoco, La legge di Fonzi, pubblicati dalla Isbn e il suo blog (peccato che abbia smesso di scriverci). L’ho conosciuto e apprezzato soprattutto per la ricerca e la voglia di costruirsi un linguaggio tutto suo.

Siamo nel Salento. Presente e passato che si alternano. C’è Mbà Nuzzo, un pescatore santone preso dalle apparizioni di “maestose creature dalle ali di fuoco”, visioni che lo hanno fatto sentire un eletto. Accusato dalla figlia Antonia di avere lasciato morire la moglie senza nessuna cura, moglie, a sua volta, di Torre della Cucchiara latitante che ritorna dopo tanti anni dai figli Gimmo e Michele. Ci sono le suore, le Sorelle del Martirio (martiri davvero certe novizie e un ragazzone, il “giovane idiota”), intestatarie del terreno di Nuzzo, che nascondono terribili segreti. C’è il nuovo boss Carmine che la deve far pagare al suo vecchio protettore.

La brutalità della vita la si osserva dappertutto. Nei rapporti umani violenti, negli scontri, nelle guerre fra i clan per la droga o per mantenere il comando, nei combattimenti clandestini dei cani. Direttamente, voglio dire. Ma già si insinua fin dall’inizio come nel figlio più piccolo di Tore. Seguendolo nella sua caccia alla rana siamo introdotti in una specie di scena horror tra animali infilzati “su lunghi spuntoni aguzzi e aculei di fil di ferro arrugginito”: lucertole, cervi volanti, cavallette, fringuelli. Il bambino sta scontando la sua infanzia. La violenza è già lì, nella stessa terra “cattiva”, spoglia, arida, deserta, polvere e monnezza insieme con i corvi neri che gracchiano “suggerimenti funerei”. La violenza espressa in tutte le sue forme, fisica e morale, le frustate, il cilicio, la pedofilia, lo stupro. Quasi tutti (o tutti?) i personaggi hanno subito all’inizio della loro esistenza qualche ferita nel cuore.

Il sorriso, in un vissuto di ghigni crudeli, sembra non abbia forza di esistere. E, invece, nasce improvviso da uno spunto inaspettato, grottesco, che può sfuggire al lettore frettoloso come “La sparuta schiatta di teste spettinate…” che riprende energicamente a dondolare esprimendo il suo assenso; o il semplice “ciccione in groppa a un trattore sovraccarico di armenti” che taglia, all’improvviso, la strada a due delinquenti; o il gruppetto delle “suorine stufe” che diramano un coro di esultanza; o il “Babbione dalle trippe sbordanti”, lo scopatore di pecore scolpito nella sua ridicola figura; o anche suor Narcissa che, con “la sgargiante chiostra di denti rifatti” tiene sottobraccio il cantante Albano durante l’ultima edizione della fiera bovina… Mille piccoli gioielli sparsi qua e là. Tra la forza brutale dei sentimenti qualche spiraglio di umanità si fa largo (vedi i ricordi di Tore al figlio Gimmo), a fatica, ricacciato subito indietro.

Il dialetto, spesso futile gingillo di giallastri nostrani (non ce n’è uno in cui non venga ficcato a forza), qui vive in perfetta simbiosi con l’impasto forte e acerbo della scrittura, formando un unicum. Non manca la satira attraverso “Occhio alla notizia” di Max Lubrano (riferimento al programma di Antonio Ricci) sul santone per svelare le sue patacche ai babbioni che lo seguono,

Lasciamo da parte Peckinpah, Tarantino, Faulkner, O’ Connor e compagnia bella ai quali il nostro è stato accostato. Fermiamoci su lui. Su Omar Di Monopoli e sul suo ultimo libro. C’è da riflettere con l’amaro in bocca, c’è da fremere e commuoverci allo stesso tempo e, perché no, anche da divertirci seguendo scene di mirabile impasto e il suono imprevedibile delle parole. Una sinfonia su tasti diversi che rimane nel cuore.

Siamo Nella perfida terra di Dio dove tutto appare polveroso, arido, secco, morto. Nella terra e negli uomini. Ma forse, alla fine, qualcosa che si irradia da una piccola statua di marmo della Vergine colpirà qualcuno. Qualcuno, forse, si salverà. Una piccola luce nel buio più totale del mondo.

E così sia.

Le lunghine di Fabio Lotti: Detective Lady (I)

Dopo le vecchiette e le giovincelle terribili continuo con una carrellata di libri in cui compaiono le nostre brave detective al femminile.

Copertina e titolo intriganti mi hanno attratto verso La Rosa e il Serpente di Ariana Franklin, Piemme 2008. In più il periodo storico del Medioevo e il fatto che il nostro detective sia una donna, più precisamente Adelia Ortese Aguilar che una fascetta rosso cupo attorno al libro indica come “La Kay Scarpetta del XII secolo”. E Kay Scarpetta non mi dispiace. Dunque inquadriamo subito la nostra piedipiatti di qualche secolo fa.
Dottoressa formatasi nella “grande, liberale e ovunque nota scuola di medicina di Salerno, che sfidava la Chiesa ammettendo agli studi anche le donne, se ne erano all’altezza”. Avendo un cervello uguale, se non superiore, a quello del più intelligente degli studenti, era stata ammessa (mi incuriosisce il sistema di misura) alla scuola. Si perfeziona con il padre adottivo ebreo nello studio delle autopsie. Non è una studiosa di letteratura ma ama la cultura e le dotte conversazioni tra suo padre e il maestro Gordinus che le aprono un sentiero per il futuro. La madre adottiva è cattolica ed è stata trovata abbandonata tra le pietre del Vesuvio (la sfiga delle donne poliziotto colpisce in ogni tempo e in ogni luogo!). Capelli biondo scuro, altezza così e così “Non siete molto alta, signora” le dice Jacques. Vive in una casetta dal tetto di canne a Waterbeach, diverse miglia distante da Oxford, e porta ancora con sé il ricordo del panorama mediterraneo. Decisa, sicura, con idee ben precise nella testa non condivide la teoria della Chiesa sul battesimo dei neonati. “Creatura bizzarra” la definisce il priore Geoffrey. Già chiamata dal Re Enrico, insieme all’ebreo Simone Di Napoli (che farà una brutta fine), per risolvere il mistero dell’uccisione dei bambini di Cambridge (cfr. La signora dell’arte della morte, Piemme 2007), ora non la lascia andare via. Ha avuto una figlia, la piccola Allie, dal vescovo Rowley quando ancora non ricopriva questa carica. Aiutata da Mansur venduto da bambino a monaci bizantini che lo hanno castrato e poi ha trovato rifugio presso i genitori adottivi di Adelia e da Gyltha, una vecchia forte e risoluta. La segue pure un cane di nome Tutela che gioca spesso con la bambina. Maledice la Chiesa per la sua ipocrisia e perché odia le donne. Occhietto vispo e acuto capace di cogliere i minimi particolari, pronta a usare le braccia al momento del bisogno. Conosce addirittura gli scacchi (e questo me la rende più simpatica). Quando Mansur gioca contro l’abate, guardando la scacchiera, dice proprio al suo fedele “Stai perdendo”. Una donna, dunque, che si pone in contrapposizione netta con i propri tempi e incarna il desiderio di riscatto del ruolo femminile nella società. Rischia pure di essere bruciata come strega.
Siamo nel XII secolo a Oxford. Qui abbiamo un accordo segreto tra un assassino di professione “Sicarius” e il suo mandante misterioso che gli commissiona un delitto. A molte miglia di distanza c’è la nostra “dottoressa” che si cimenta con un parto. Viene chiamata a risolvere la morte per avvelenamento dell’amante di Enrico II. C’è in gioco la pace dell’Inghilterra solo allontanando i sospetti che gravano sulla sovrana. Occorre partire. Per forza. E allora altri assassini, altri morti. Dubbi, incertezze, false piste, pericoli vari come il viaggio lungo il fiume ghiacciato, un incendio, l’intervento della Regina Eleonora e perfino del Re in persona.
Prosa piacevole, semplice e veloce venata di una istintiva ironia, con qualche ragguaglio di troppo sulla storia che appesantisce un po’ (ma solo un po’) la vicenda gialla vera e propria. E poi usi e costumi medioevali, il matrimonio, l’amore cortese, la vita nel convento, la disperazione di essere donna in un mondo maschilista, momenti di angoscia e paura, l’amore sofferto e ritrovato.
Nel complesso un buon libro.

Agatha Raisin e la quiche letale di M.C. Beaton, astoria 2011.
Agatha Raisin se ne sta andando in pensione prima del tempo da una società di pubbliche relazioni. “Cinquantatré anni, capelli di un castano scialbo, un viso squadrato e insignificante, corporatura tozza” con “le gambe sorprendentemente belle”. Aggiungo “matrimonio sciagurato” con un alcolista (anche mamma e papà ubriaconi), acquisto di un cottage nel Cotswolds dove ci sono “villaggi pittoreschi di case di pietra dorate, giardini graziosi, viottoli tortuosi affogati nel verde e chiese antiche” per l’ultima parte della sua vita. E poi attiva, dinamica, testarda, con una discreta predisposizione al gin (famiglia docet), fuma e le dà fastidio chi tossisce al suo fumo (mi pare giusto).
In breve. Al paese grande concorso di quiche (ho scoperto solo ora che si tratta di una torta salata). Deve vincere per entrare nelle grazie dei paesani che un po’ la snobbano e per esserne sicura la compra bell’e fatta a Londra. Il giudice Cumming’s Browne muore dopo averla assaggiata e dunque la nostra signora entra nel novero dei sospetti. Che non sono pochi, data l’estrema simpatia del nostro giudice per l’altro sesso (doveva pure divorziare e risposarsi).
Agatha indaga, mette il naso dappertutto, è pure sotto pericolo di morte, un biglietto di minacce, un tentativo di assassinio, viaggi in qua e là, rumori, lotta, incendio, riflessioni sulle donne mascolinizzate e gli uomini effeminati (tanto per dirne una).
Una lungagnata, una storia arzigogolata e nel contempo banalotta, che sfugge via attraverso il solito linguaggio leggerino leggerino. Alla fine della storia il primo capitolo del prossimo libro. Che lascerò sugli scaffali.

Dennis Lehane ha scritto Fuga dalla follia, pubblicato dalla Piemme nel 2006, in cui compaiono gli investigatori privati che lavorano in coppia Pat Kenzie e Angie Gennaro. Poiché il primo è un maschietto ci interessa poco anche se è la voce narrante.
Partiamo dal contenuto. Per non perdere troppo tempo riporto in parte ciò che è scritto all’interno della copertina “I detective privati Pat Kenzie e Angie Gennaro vengono rapiti e narcotizzati da due bizzarri personaggi e condotti alla presenza di Trevor Stone, magnate multimiliardario. Stone vuole il meglio sulla piazza e non ammette scuse, perché il lavoro che deve commissionare ai due investigatori gli sta molto, troppo a cuore. Deve ritrovare la figlia, la bellissima e inafferrabile Desiree, fuggita in preda alla disperazione dopo la morte della madre. Sono ormai tre settimane che non si hanno notizie di lei e nemmeno di Jay Backer, il detective che per primo le era stato sguinzagliato dietro. Pat e Angie iniziano le ricerche nel luogo in cui Desiree è stata vista l’ultima volta: la Grief Release Inc., un centro di supporto psicologico che aiuta le persone a liberarsi dal dolore e dalla sofferenza”. In realtà questo centro si rivela una trappola per attirare nuovi adepti per la Chiesa della Verità e della Rivelazione “Quando il nostro tizio si rende conto di essere entrato in un culto e di non riuscire più a liberarsi dalle tasse d’iscrizione e decime e seminari e quote e tutto quello che vi pare, è troppo tardi”. I due detective riescono, con l’aiuto di alcuni amici dai modi non proprio ortodossi, a catturare alcuni membri della setta e a sapere qualcosa sul conto di Desiree. Scappata con Jeff Price, supervisore del trattamento alla Grief Release e membro dell’Assemblea della Chiesa, e due milioni di dollari trafugati alla suddetta Chiesa. Viene trovato Jay Backer e Desiree. Il primo innamorato della seconda e pagato addirittura dal padre per ucciderla. Perché? Qui mi fermo per non togliere al lettore il gusto di andare avanti.
Passiamo alla nostra detective Angie Gennaro: intanto siamo a Boston e, dato che il narratore è Pat Kenzie, si trovano particolari più su di lui che sulla compagna di lavoro di cui è innamorato non ricambiato. All’inizio. Il primo spunto su di lei è che mangia un bagel alla cipolla spalmato di crema di formaggio e che conosce le vicende di Star Trek. Dal suo rapitore Trevor Stone si sa che ha perso suo marito (anzi l’ex marito Phil, precisa lei) cinque mesi fa. Non vuole conforto e quando Pat allunga la mano per stringerla scrolla la testa e la ritira. Ed è perentoria. Né i suoi abbracci, né il suo amore possono cambiare le cose, in quel momento. Non è tipo da giacca e cravatta da stare in ufficio. Donna d’azione. Particolare sul fisico visto da Pat “una donna minuta e bellissima con i capelli scuri che le frustavano le guance e i segni di un lutto sul viso”. Invano cerca nel suo sguardo il tentativo di provare un nuovo affetto. Si sente in colpa per avere involontariamente provocato il ferimento di Angie, le cicatrici sul suo viso, i danni alle terminazioni nervose della sua mano e la morte di Phil. Riferimenti a se stessa “Okay, sono carina. Qualcuno potrebbe anche dire che sono bella… o che sono troppo italiana, o troppo minuta, oppure troppo di qualcosa o non abbastanza di qualcos’altro”. Decisa, veloce “Ad aspettarla fuori c’era un tizio, ma lei lo colpì un paio di volte con la sbarra, e allora quello cominciò un po’ a dormire tra i cespugli”. Forte giocatrice di stecca a biliardo. Dormendo si raggomitola in una posizione fetale. A pagina centodue altri particolari sul loro rapporto “Quando avevamo sedici anni facemmo l’amore. Una volta. La prima, per entrambi”. Ed anche l’ultima perché ognuno andò per la sua strada. Angie si sposa con Phil Dimassi e Pat con la sorella Renee (il matrimonio dura cinque minuti). Poi c’è il fatto in cui Phil muore ed Angie e lui stesso vengono feriti. Vita sessualmente libera dopo la separazione da Phil. “Angie chiamava “giorni sfrenati” il suo periodo di separazione da Phil: relazioni estremamente brevi senza alcun tipo di coinvolgimento, dominate da un approccio nei confronti del sesso il più disinvolto possibile, considerati i trascorsi della scoperta dell’AIDS”. Sesto senso acuto “Comincio ad avere la sensazione che tutti stiano mentendo e che tutti abbiano qualcosa da nascondere”. Sempre bella ed elegante “Si era cambiata: dal nero dei vestiti di città era passata a un paio di jeans leggeri e una canottiera a rete bianca, e io cercavo di trattenere lontani gli occhi e la mente dal modo in cui la canottiera le fasciava il busto, per poter discutere del caso senza problemi”. Si scioglie un po’ per volta “È per via di Phil, disse, e allungò il braccio per prendermi la mano. Mi sembrava quasi un sacrilegio se noi due, cioè, insomma…”. Bella e ottima tiratrice “Ehi, amico, disse Jefferson, quella è una gran gnocca, ed è stata pure capace di centrare alla gola quello stronzo da dieci metri ‘sto diluvio. Che donna”. Ho detto che si scioglie e quando lo fa lo fa per bene. Tanto da incantare il suo partner “Guardai Angie che dormiva nuda appoggiata a me, guardai i graffi e il viso pesto, e capii che soltanto adesso, in quel preciso momento e per la prima volta in vita mia, avevo finalmente capito qualcosa della bellezza”. Se c’è da travestirsi o da inventar favole non la batte nessuno. Dura, decisa “Fischiai piano. Quasi bisognava farle tanto di cappello, a quella donna: Mai vista una così determinata”. Forte fisicamente riesce a tirarsi fuori da una buca in cui è stata seppellita fino al collo. Ancora Pat innamorato “Da quando l’altra notte avevamo fatto l’amore, avevo capito che tra noi due (probabilmente fin da quando eravamo bambini) non c’era soltanto qualcosa di speciale e basta. C’era qualcosa di sacro”.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le lunghine di Fabio Lotti: Il sesso tra i morti ammazzati

Una rivisitazione di un mio vecchio articolo che desidero far conoscere ai lettori di questo blog.
Il sesso nel giallo (inteso nel senso più ampio) c’è sempre stato. Magari represso in certi momenti della storia così come lo era nella società mascherato da sorrisi, rossori, sguardi languidi, strofinamenti, occhiatine, moine, carezzine e tutto in ine con il pacco e la borsetta che strizzavano dalla voglia di incontrarsi. E poi esploso in altri momenti della storia senza tante moine e occhiatine ma così di brutto, al naturale con il pacco e la borsetta a giocare dalla mattina alla sera. E insieme al sesso alcol, fumo, droga che sennò un ci si diverte. Fino al sesso estremo in cui ci può scappare anche il morto e allora sai che risate. Sesso come voglia naturale, come passatempo, come conoscenza dell’altro, come potere, come vendetta, come carriera, come… e metteteci pure quello che vi pare. Lasciamo da parte il passato e vediamo un po’ come se la cava il sesso ai giorni nostri senza fare tanta filosofia ma andando direttamente al sodo. Anzi al duro. Va bene, battutaccia da taverna che serve tuttavia a togliere di torno qualche lettore di bocca delicata.
Trattasi soprattutto di una visitina al sesso nel mondo femminile. Visto da uomini e donne. Rara avis la freddina alla Kathy Mallory, la bionda “dagli occhi di ghiaccio”, quella che per un motivo o l’altro non vuole saperne del maschietto o maschiaccio che le gira intorno e che prende pure a pesci in faccia. Per tutto il romanzo (Come una bambola di stracci di Carol O’Connell, Piemme 2006) non aspetti altro che si sciolga con qualcuno ma non c’è niente da fare. Anzi qualcosa ci sarebbe da fare. Darle una sberla. Perché proprio alla fine del libro… Ma leggiamolo direttamente “Charles sentiva il suo respiro sulla pelle, i suoi capelli che lo sfioravano e un profumo di fiori esotici che non crescevano a New York. Gli era sempre più vicina e lui annegò nel verde dei suoi occhi, sempre più grandi. Lei posò le labbra sulle sue, dolcemente, scatenando in lui una paralizzante corrente elettrica che gli inondò il corpo di un caldo sfarfallio. E lui la baciò”. E lei cosa fa? Lo saluta e se ne va lasciando il povero Charles come un allocco. Credo che sia un trucco intelligente delle autrici (pochissime) per mantenere viva l’attenzione verso la protagonista in un mondo (del giallo in generale) dove se non stai attento te la sbattono pure in faccia.
Poi c’è quella che la tira per le lunghe e ti fa soffrire per tutte le tre o quattrocento pagine (anche cinquecento). Sfogliando la margherita: la do o non la do, sì la do, no non la do, vedremo se la do (detta proprio terra terra). Uno stress per il lettore peggio di quello provocatogli dall’intera vicenda di morti ammazzati spinto istintivamente ad urlare “Ma perché non gliela dai brutta stronza!” Alla fine o non la dà (vedi per esempio Anna Travis in Dalia Rossa di Lynda La Plante, Garzanti 2007 che almeno in fondo si lascia baciare) o la dà che la dà che la dà. Tramortendo il povero masculo di turno che si ritrova pesto e sanguinante peggio di un incontro di boxe. Esagero? Ecco come ci si mette d’impegno Ewa Johnsén (Il mercato dei ladri di Jean Guillou, Corbaccio 2007) “Quando sentì che tentava di divincolarsi sotto di lei, mormorando qualcosa che poteva sembrare la parola “preservativo”, lo tenne fermo scuotendo la testa e si chinò su di lui bisbigliando che voleva averlo tutto dentro di lei, tutto e ancora di più, di più”. Poi aspetta che sia di nuovo pronto e gli bisbiglia ancora una volta all’orecchio di volerlo fare ogni dieci minuti (mi immagino la faccia di Pierre). Oppure Petra Connor (Subito dopo mezzanotte di Jonathan Kellerman, Sperling and Kupfer 2005) che se non resiste non resiste. Rischiando il grottesco “Poi non ce la fece più. Prima spogliò frettolosamente il suo corpo pallido e ossuto, poi si strappò quasi di dosso i vestiti, con tanto affanno che per poco non inciampò nei calzoni”. Per il suo compagno Eric non c’è scampo “Crudeli e sconsiderate furono le posizioni in cui lo costrinse”. Ho provato per lui un sentimento misto di invidia e di pena. C’è anche chi, come Anna Pavesi, psicologa trentottenne separata (Una piccola storia ignobile di Alessandro Perissinotto, BUR 2006), non solo se la fa con il dottor Marco Callegari ma ci riprova (istintivamente) anche con il marito Stefano (dopo avere visto una film porno, pensate un po’). Però le piace di più il primo e se capita anche in macchina pazienza.
Qui gli autori sono uomini ma non scherzano nemmeno le donne. Qualche volta inframezzato al sesso ci infilano magari la parola amore o il classico ti voglio bene (vedi Lucia Dove della Scoppettone), ma più spesso danno libero sfogo alle loro creature per le quali il Kamasutra è una favoletta per bambini. Capita che tradiscano pure senza farla tanto lunga. “Vuoi scoparmi?” chiede tranquillamente il commissario di polizia di Catania Maria Laura Gangemi ad un collega giovane e carino. Però dietro a questo gesto c’è quasi sempre una storia di dolori e violenze da parte del marito o del compagno per cui al posto del tradimento ci starebbe meglio una martellata in testa. Come, per portare un altro esempio, sul capoccione di quel cretino di Cuomo (non ricordo il nome) che tratta male il commissario di Genova Erica Franzoni, protagonista, insieme al primo dirigente Antonio Maffina, di alcuni gialli di Annamaria Fassio. La prima volta per una discussione la spinge contro il muro e le urla in faccia; la seconda dopo avere fatto l’amore “l’afferra per le spalle, la chiama puttana, zoccola, bagascia”; poi le sberle. Lei non lo tradisce ma, semplicemente, lo lascia (io sarei per la martellata). E, a proposito di tradimenti, ecco che cosa ne pensava un personaggio degli anni cinquanta “Ma tu, Juliet, sorellina cara, non devi prendere troppo sul serio la scoperta di queste trasgressioni mascoline. Si verificano negli ambienti migliori, e non sono affatto catastrofiche come tu immagini. Devi imparare la tolleranza, o non sarai mai una brava mogliettina” (Guy Cullinngford Il morto che non riposa, Polillo 2003). La tolleranza? Prova a dirlo oggi, imbecille!
Ritorniamo a bomba. Se non la dà è perché è proprio sfigata e cacata (volgarissimo ma rende bene il concetto) da tutti. Però non bisogna buttarsi giù perché se non è la donna-poliziotto a fare esercizi sessuali lungo tutto il romanzo c’è sempre qualcuna che ne fa le veci. Mi viene in mente la Kamenskaja (La donna che uccide di Alexandra Marinina, Piemme 2006) invaghita senza successo di Ivan Alekseevic. Al suo posto Kira con Platonov. E non se la sbrigano niente male. E mi viene pure in mente Denise, uno dei personaggi (non la investigatrice per caso Mara Dunn) di La maledizione dell’Orchidea di Michelle Wan, Garzanti 2007, che sforna diversi amplessi così forti con Julian tanto da fargli sembrare “di avere fatto l’amore con un pitone” (li mortacci!).
Poi c’è quella che te la dà (ormai il registro è questo e dovete farvene una ragione) sin dall’inizio ed ha la faccia spiccicata per tale lavoro. Ce n’è una, per esempio, che se si fissa su un certo Marco non la scampa e scopa come un grillo (Camilla Cagliostri). Infine abbiamo la tizia che la dà subito ma poi ci ripensa e non la vuole più dare. Con altro inevitabile stress per il lettore che almeno per quanto riguarda il sesso vorrebbe che tutto filasse liscio come l’olio.
A volte l’amplesso rappresenta il culmine di una vendetta. In Tutti gli indizi contro di me di Theresa Schwegel, Giano 2009, Samantha Mack detta Smack arriva perfino a spiare Mason nella sua casa e a mettergli le corna in macchina quando scopre che non le ha detto la verità. Con “una fitta al cuore”, naturalmente.
Dunque il sesso dappertutto. Lo si infila anche quando non ce n’è bisogno. Vedi l’inizio del libro di Gianni Mura Giallo su Giallo, Feltrinelli 2007, “Ehi, Barba, ti andrebbe una bella scopata?” ed un sogno erotico alla fine del capitolo ventunesimo che sembrano infilati a forza (essendomi fatto un’idea di Gianni Mura giornalista ed uomo tutto d’un pezzo). Tanto per far piacere all’editore, suppongo. E non va di moda solo il sesso normale ma anche quello estremo dove è davvero labile il confine tra il piacere, la vita e la morte. Come in Sexy Thriller di Claudia Salvatori e Sabina Marchesi, Aliberti editore 2006.
Anche le lesbiche hanno le loro belle performance sessuali. Saz Martin e Molly (Carne fresca di Stella Duffy, Marsilio 2006) lo fanno talmente con soddisfazione e aperta libertà da “far arrabbiare sul serio il loro vicino di sopra”. Tutto può accadere all’improvviso come ne Il sangue versato di Åsa Larsson, Marsilio 2007, “Mildred la spinge dentro, le mani sotto il maglione di Lisa, le dita sui capezzoli. Attraversano la cucina incespicando, una volta in camera ruzzolano sul letto… Mildred sulla schiena. Via i vestiti. Due dita infilate nel suo sesso”. Alla faccia dei preliminari.
Invece Vanessa Tullera (BloodyArt – Il ritorno della lesbocommissaria di Pablo Echaurren, Fernandel 2006) è più riservata e si butta solo alla fine. Anzi, più che buttarsi è costretta a ricambiare all’attacco della collega Rosa che a cavalcioni su di lei “con una forbice acuminata le taglia in due la gonna, la camicetta, il reggiseno, lo slip”. Quando si dice la delicatezza femminile! (Ma il libro, ad esser sinceri, è spruzzato da una bella dose di ironia iperbolica). Per chi vuole saperne di più sul mondo dei gay e delle lesbiche nel romanzo poliziesco suggerisco Noir Pride di Sacha Rosel in Dizionoir a cura di Mauro Smocovich, Delosbooks 2006. Forse uno dei più conosciuti è l’ispettore Daquin di Dominique Manotti, bell’uomo dai gusti raffinati, proveniente da una famiglia agiata, flashback di solitudine, giocatore di rugby, bisex con preferenza – dichiarata – per i maschietti (beccato in internet).
La presenza di scrittori al femminile ha ampliato le possibilità amorose, le ha rese più incerte e complesse per cui abbiamo svariate possibilità “operative”. Vedi, per esempio, la Maria Dolores Vergani di Elisabetta Bucciarelli in Io ti perdono, Kowalski 2009, dove la protagonista è attratta in maniera diversa da più richiami goderecci. Ma alla fine un bel po’ di sesso passionale te lo scarica con quello giusto (per lei). Però non appena si tira fuori una osservazione di un certo tipo, in questo caso sulla indecisione amorosa e compiaciuta della donna, subito te ne viene fuori un’altra di segno opposto (già vista in precedenza, per la verità) se Phryne Fischer in Il treno per la campagna di Kerry Greenwood, Polillo 2009, non si pone tanti problemi “Ma non ho intenzione di giocare con il tuo cuore, Lindsay: solo col tuo corpo”. E infatti ci gioca.
A volte avviene perfino che il nostro portatore di palle impersonato da Luigi Alfredo Ricciardi, commissario della squadra mobile della Regia Questura di Napoli, oggetto di concupiscenza della solita gnoccolona di turno, si tiri indietro con l’immancabile condanna e vituperio (mi immagino) dei veri masculi (o che si credono tali). Siamo dentro la storia di Il posto di ognuno di Maurizio de Giovanni, Fandango 2009. A tanto è giunta la paura della femminilità.
La quale femminilità, ovvero la donna che la incarna, ha da tempo ben capito quale sia la forza insita nel sesso e non si fa scrupolo di sfruttarla nel migliore dei modi come la Marie di Bastarda di Christine Grän, Neri Pozza 2006, una giovane giornalista con una vita tremenda alle spalle. Ella sa perfettamente a chi concedersi, se non al capo che la può aiutare a fare carriera (mica scema).

E qui mi fermo che anche il sottoscritto… però non ricordo.

Le Lunghine di Fabio Lotti: Personaggi (I)

Breve excursus su alcuni personaggi particolari.
Uno degli elementi della grandezza e bellezza di Notte di sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler, Meridiano Zero 2011, è il personaggio principale Toby Sawyer.
Giovanottone sbrindellato, lo vediamo subito con i pantaloni “già fino a metà delle chiappe”, aiuto sceriffo in prova in una piccola città piena di segreti. Sbrindellato e timido di fronte al Capo massiccio, anzi “enorme” e quindi niente battute su ciccia e ciccione. Primo impatto simpatia e tenerezza. Sigarette Winston perennemente in bocca, macchina Chevy Nova un “ammasso di ruggine”, ex suonatore di chitarra in una band. Sposato con Doris che lavora in una tavola calda vive in un trailer, grande amore per “il più bel bambino del mondo” che “sarebbe diventato un neochirurgo”. Altro elemento a suo favore il forte sentimento paterno dentro un ragazzo con i sogni di un ragazzo che si sono spezzati proprio per l’avvenuta paternità.
Andiamo avanti. Amante la giovane Molly, l’unica cosa buona della sua vita che però sarà costretto a lasciarlo come la moglie. Dunque l’abbandono. La solitudine, forse già implicita nella sua natura. Lo dice lui stesso “Quando andavo in giro con la mia band mi ero sentito sì libero, ma molto spesso solo”.
Ancora. Toby è buono (episodio del cane che deve spruzzarlo con l’ammoniaca ma gli dà da mangiare), e vedi pure la poliziotta Amanda e lo sguardo “duro da sbirro” che lui non potrà mai avere. Buono ma anche un po’ razzista (come noi?) verso i messicani “Da un lato mi facevano pena, ma dall’altro non vedevo l’ora che si togliessero dai piedi”.
È riflessivo (pensieri sulla città che non offre prospettive ai giovani), sgomento quando ammira il cielo stellato e si sente come “un moscerino”, ricorda le paure da piccolo, le strane forme nell’ombra, si percepisce inadeguato “Forse, se fossi stato una persona più in gamba… O un musicista migliore. O un sacco di altre cose”.
È buffo e un po’ imbranato. O meglio Gischler ce lo presenta anche così attraverso l’episodio dell’armadio con la punta del glande incastrata nella cerniera dei pantaloni. Una specie di macchietta che si aggiunge al ricordo (nostro) di tanti “armadisti” scappati a gambe levate.
Pure incazzato nero con il mondo, il male esiste ma non si riesce a riconoscerlo fin dall’inizio (episodio di Nonna Jordan), forte, scaltro e risoluto quando c’è da menare le mani, colpire con l’accetta o con la pistola o salvare la propria pelle. Un personaggio a tutto tondo reso più completo dai ricordi che si affacciano di tanto in tanto. Ricordi che servono a rendere spessore alla storia e a rivelare qualcosa di nuovo anche in altri personaggi. Vedi la “terribile” Amanda, per esempio, che durante il ricordo del matrimonio fallito si mordicchia il pollice e alza la spalla, un gesto che vale più di mille parole (ecco la grandezza di uno scrittore).
Insomma, per riprendere cose già dette, Toby Sawyer siamo noi, con i nostri sogni spezzati, il sesso coniugale e quello con l’amante, il cielo stellato che ci sgomenta, la paura, il senso del fallimento, un po’ di bontà e un po’ di razzismo, l’incazzatura verso il mondo che ci circonda, l’amore profondo per il bambino e i progetti su di lui. Un eroe un po’ sbrindellato abbandonato da tutti. Ma carico di umanità. Che suscita tenerezza, rabbia e ammirazione insieme.

Passo, poi, a Billy Lafitte, creatura di Anthony Neil Smith in Yellow Medicine, Meridiano Zero 2011.
Si parte dal presente. Billy, vice sceriffo in quel di Yellow Medicine, è in galera accusato dal federale Rome di un accordo con dei terroristi islamici. Primi spunti di vita. Nato e cresciuto nel profondo Sud, più precisamente nel Golfo del Mississippi, poi trasferitosi in Minnesota dopo l’uragano Katrina che ha sconvolto la sua vita e quella della sua famiglia, moglie e due figli. Lo sapremo più avanti ma possiamo dirlo ora. Durante il terribile uragano si appropria di parte del carico per le migliaia di persone senza tetto. Ergo perde il posto, tanti quattrini e la moglie, cristiana evangelica osservante che non perdona il suo comportamento ma lo aiuta a trovare un altro lavoro. Interrogatorio di Rome duro, reazione con urla e minacce, pistola elettrica che fa il suo effetto.
Si passa alle tre settimane precedenti l’arresto. Metà marzo, la ragazzina Drew (che si era scopata come molte altre) ha bisogno di aiuto, cioè di ritrovare Jan, l’attuale fidanzato spacciatore di metanfetamina. Da qui inizia la sua avventura.
Non facciamola lunga e fermiamoci sul nostro Billy. Qualche spunto lo troviamo: trentasette anni, un “tripudio di baffi e basette”, una certa somiglianza con il padre, forte e sbrigativo contro i ragazzi di oggi lagnosi che non è mai colpa loro, ce l’ha con gli abitanti del Minnesota razzisti, “gelidi, repressi figli di puttana” e allo stesso tempo un branco di imbecilli. Ricordi che arrivano all’improvviso in qua e là, adolescenza borghese, bravo a scuola, amici tipici secchioni, padre elettricista morto in un incidente di lavoro, madre maestra elementare, noia e quindi pillole per dimagrire, antiallergici, ecstasy, furti nei negozi. Pizzicato da un poliziotto e preso a pedate si convince ad arruolarsi, così se la può prendere a sua volta con qualcuno.
Casa sul fiume, un etto e mezzo di terra, tanti progetti ma la roba è ancora negli scatoloni, ama Drew senza essere ricambiato e ama la sua famiglia a cui manda i soldi. Ascolta gli Elvis Antichrist (la band di Drew) e gli Horror Pops, beve Cabernet francese e australiano. È duro, aggressivo e violento, galletto e spaccone con le ragazze che gli capitano a tiro e qualche dottore ubriaco ma in difficoltà contro il male vero e più grande di lui. Allora vomita, vomita e vomita. Tormentato da incubi, resistente alla fatica, alle ferite e al freddo gelido, sempre in ansia per le sorti di Drew. Incazzato nero con i terroristi che uccidono autorizzati da Dio, la religione non c’entra niente, si tratta solo di egoismo.
C’è, come dire, una certa enfatizzazione, volontaria o involontaria, di Billy e di tutta la vicenda. Il tutto stiracchiato per le lunghe (cinquanta pagine di troppo?) con il nostro risoluto a farci credere che è uno spaccone violento, un gran figlio di puttana che cerca la pace per fare i cazzi suoi e pure dal cuore d’oro per Drew e la famiglia, ma non ci riesce. E neppure il destino lo ripaga di un suicidio abortito due volte che gli avrebbe dato un minimo di dignità e credibilità come antieroe.

Terzo incontro con Jack Ryan ne Lo sconosciuto n. 89 di Elmore Leonard, Einaudi 2011. Trentasei anni, una serie infinita di lavori: polizze assicurative, auto, operaio edile e autotrasportatore, sindacalista, catena di montaggio alla Chevrolet, commesso a Troy, da giovane furti nelle abitazioni, finito dentro una volta per aggressione. Alla fine consegna di atti giudiziari su consiglio dell’amico agente di polizia Dick Speed. Lavoro giusto. Paziente e abile nel rintracciare i destinatari, si sente padrone di se stesso, ormai è entrato nel giro, anche se non gli piacciono gli sfratti e i pignoramenti. Lavoro giusto, per lui, e pericoloso. Minacce continue e insomma bisogna stare all’erta. Meglio avere vicino una pistola.
Vive in un bilocale di un condominio a Royal Oak, una Pontiac Catalina due porte a sostituire la Cougar, sposato con “una ragazza tranquilla” che poi diventa una “zuccona sempre pronta a trovare il pelo nell’uovo”. Ergo divorzio e frequentazione con Rita, la segretaria di uno studio legale.
Da Jay Walt (capelli luccicanti di lacca) e poi da Mr Perez “tanto cordiale e amichevole” (quindi infido) il compito di ritrovare, con bei dollaroni sonanti, un certo Robert Leary jr, un azionista che possiede quote di una società senza saperlo.
Piccolo problema: il suddetto Robert è un delinquente, praticamente una carriera da assassino psicopatico. E non è il solo a cercarlo, lo vuole trovare anche Virgil, cappello a coprirgli leggermente l’occhio sinistro, baffoni da brigante, occhiali da sole, che ha un conto in sospeso con lui. Ad aiutare nell’impresa il nostro Jack Ryan il già citato Dick Speed, “un metro e ottantatre per novantacinque chili”, capelli su capelli, collanine strette e Levi’s attillati e scoloriti, in servizio presso la Criminal Investigation Division.
Tutto si complica con l’uccisione di Robert (all’obitorio lo Sconosciuto n. 89) e l’entrata in gioco della moglie alcolizzata Denise, meglio conosciuta come Lee, depositaria delle azioni, presa di mira da Perez che vuole fregarla. Qui il cambiamento del nostro Ryan, anch’egli con una storia di alcolismo alle spalle, ora ricaduto in depressione. Bloody Mary, bourbon, vodka, birra, ritorno tra gli Alcolisti anonimi, incontro con Denise, il desiderio di toccarla, di starle vicino, di proteggerla “E la dolce, sorridente espressione di quegli occhi” che gli restano nel cuore. Affettuoso, premuroso, innamorato. Cinque giorni in Florida e poi insieme “Fecero l’amore con il sorriso sulle labbra”. E qui il miracolo. Ryan c’è e non c’è, ad un tratto sembra sparire, perdere peso e consistenza. Sembra quasi ondeggiare, levitare nell’aria. Solo il suo pensiero è vivo, concreto e fisso. Difendere il suo amore e fregare Perez. A qualunque costo, anche di perdere la vita tra le pistolettate di un ex galeotto.
Leonard, l’ho già scritto ma lo ripeto, è il Narratore, il Creatore di personaggi fusi con l’ambiente stesso da cui sembrano quasi venir fuori all’improvviso. Se ne inquadra uno, il principale in quel momento, nello stesso tempo eccone altri come venuti su dal nulla: il vecchio ubriaco che vomita, l’elegantone con l’aria da atleta professionista, le facce scialbe e grigiastre, il custode di un palazzo dall’aria “di uno che non sorride più da chissà quanto”, il barista spilorcio che versa con il lumicino e non sta neanche a sentirti.
La storia si sviluppa, si complica, si gonfia quasi per partenogenesi, uno scorrere naturale degli avvenimenti con Ryan al centro della vicenda insieme a Lee, ai suoi dubbi e ai suoi tormenti. Una vita da balordo che può essere riscattata dedicandosi, finalmente, ad una “persona”, a qualcuno che ama e che può salvare. Con l’astuzia, la forza, i nervi d’acciaio, schivando i pericoli che incombono su entrambi.
Una storia di perdizione e redenzione sviscerata soprattutto dall’interno senza tante smancerie e trucchetti strappalacrime o subdole scenette di sesso esplicito, magari un po’ scontata in certi frangenti che ricorrono in storie similari, ma che può benissimo brillare tra i migliori classici del genere.

Attraverso Fuego di Marilù Oliva, elliot 2011, si fa la conoscenza di Elisa Guerra, la Guerrera.
Vado un po’ a braccio senza guardare troppo al sottile e ad un discorso articolato. Bologna “selciato in fiamme”. Elisa Guerra, la Guerrera, portatrice di pizze a lavorare per Atef “pakistano lungimirante” con famiglia numerosetta a carico nel paese natio. A tempo perso (le vanno tutte male) giornalista pubblicista, studia criminologia, in lotta continua per un posto di lavoro sente “dileguarsi le speranze nel futuro”. A mente la “Divina Commedia” sotto la sferza della prozia Fausta Zenzero ma ora “salsa, rum e niente divieti”. Caporeista, si dedica con molto impegno a questa disciplina che è un’arte marziale, via con una Peugeot 205 opaca tendente al grigiastro, in media un pasto al giorno e un piccolo sacchetto di patatine fritte. Tutta tesa a portare avanti il progetto del suo giornalino “Fuego” che le dà grande slancio vitale in un momento di depressione. Sua amica Catalina, magrissima e rossa di capelli, legge il futuro con i tarocchi, tiene una agenzia matrimoniale “Tu mi turbi” (tutto un programma) e si innamora di un pompiere (non scherzo).
Attorno a lei un piromane che brucia in qua e là (ecco il perché del pompiere) e becca pure il suo scooter, trovato poi morto per schiacciamento del torace e il burundanga in corpo che fa venire le allucinazioni, lo scontro con una donna travestita da uomo (spiegazione così e così), tutto il mondo latino con i balli, la salsa e i loro incredibili attori: il Chupa Chupa (che male alle unghie!), El Tigron, il subordinato El Pony geloso da morire, El Divino insegnante insigne di salsa, la Princesa bella da morire, El Electrico con il quale avrà un’avventura, il ritorno di una vecchia fiamma come il cantante Roelvis. E insomma amori, passioni, invidie, gelosie e tutte le inquietudini dell’animo umano.
Incontro con l’ispettore Basilica “profilo di Ligabue e accortezza di uomo di mare”, matrimonio in crisi più imposto che voluto, attratto da Elisa “Piccolina, scura, sembra una reginetta egizia senza frangia… pelle olivastra, bocca carnosa, iridi nerissime”, tacchi da capogiro, fremiti stuzzicarelli tra i due con momento di forte sensualità che si espande per tutto il racconto.
Intervista andata a male con uno scrittore semi arrivato pomposetto che la fa lunga e se la tira parecchio (chi potrebbe essere?), il maschilismo che impera tremendo pure nel Duemila (da discutere). Un sogno, o meglio un incubo di Elisa, la prozia, la fuga, la levitazione, il fuoco, la madre morta impiccata, Brevi squarci sui miti relativi al fuoco di varie popolazioni, balli su balli, un altro morto ucciso con la gola falciata, il culto sciamanico.
Al centro di questa vicenda, esposta in maniera volutamente singhiozzata, la Guerrera con le citazioni di Dante, la voglia di riuscire, la speranza, la delusione, la passione e l’amore, il suo rapporto particolare con Basilica. Magari un po’ in disparte, più osservatrice che attrice. Un personaggio al di fuori dei canoni tradizionali in un mondo latino americano con le sue regole e i suoi modi di vita, e un personaggio di una attualità sconcertante alle prese con i problemi assillanti di ogni giorno. Che non si ferma e non si abbatte. Che lotta, come una guerriera, appunto. Come dovranno fare i nostri giovani per trovare almeno un segno di conforto e di speranza al loro futuro. Incrociamo le dita.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (III)

Gli Speciali…
Questa volta mi dedico un po’ agli Speciali, a quei libri, insomma, curati spesso da Mauro Boncompagni e da Stefano Di Marino che mettono insieme romanzi o racconti su determinati argomenti. Me li sono beccati tutti ma qui ne citerò solo alcuni.
A dir la verità all’inizio era Supergiallo e ci aveva messo lo zampino pure Alan Altieri con Anime Nere sul quale mi divertii un po’ sfacciatamente anche a dare dei voti in maniera ironica (perdonatemi). Dunque non perdetevi gli Speciali. Sotto la guida di Mauro Boncompagni, dicevo, sono diventati davvero speciali.
Ci si trova di tutto. Pure una serie di signorine zitelline che non sono da meno dei maschietti (anzi!) nello scovare intrepidi assassini. Prendete Le signorine omicidi colpiscono ancora e Le signorine omicidi per rendervene conto. Qui abbiamo Miss Silver, Norma Boyd, Hildegarde Withers, Sarah Keate, Mammina (non scherzo) e Miss Marple a offrirvi qualche esempio della loro abilità investigativa basata, o su una specie di infallibile istinto (femminile, s’intende), o su una straordinaria, stringente logica deduttiva (e non manca neppure il sorriso).
Se le detective in gonnella non vi danno soddisfazione buttatevi pure sui gatti. Non vi prendo in giro. Sfogliate Il gatto che conosceva gli astri di Lilian Jackson Braun e vi troverete in compagnia con gatti particolari come Koko e Yum Yum, il primo che riesce a intuire il chi, il come, il perché, e il luogo dove era avvenuto il crimine, e cercava di comunicare i propri sospetti, il secondo, pardon la seconda, intelligente, ricca di inventiva, furba, che nasconde le prove sotto il divano e sotto il tappeto.
In uno Speciale che si rispetti non mancano, non devono mancare, i veleni come in Veleni letali di John Dickson Carr, Hillary Waugh, Anthony Berkeley. Lunedì 7 giugno Roger Chapman, vice sovrintendente della scuola di Stockford nel Connectict, siede a tavola con la moglie Betty, insegnante di scuola alla media superiore. Tra le altre cose da mettere sotto i denti cipolle alla panna di un sapore terribile. Così come terribile è la sua morte da stricnina e anche la moglie se la vede brutta. Qualche giorno prima, guarda un po’, era nata una discussione in famiglia su Svetonio e sui famosi veleni imperiali, e dunque qui gatta ci cova… (tanto per darvi un’idea del primo romanzo Piazza pulita di Carr).
E non deve mancare nemmeno il sesso intrecciato con la morte come in Eros & Thanatos. Questo, mi ricordo, era a cura di Stefano Di Marino con una lunga trenata di autori, soprattutto al femminile.
Morte, dunque, e sesso. Anzi, prima sesso e poi morte. Naturalmente. Spiattellato in tutte le salse, sviscerato nei suoi più intimi segreti con tecnica sopraffina. Come solo le donne sanno fare. Su questo alzo le mani e mi arrendo. Sesso ed erotismo sottile, seducente, coinvolgente, sporco, cattivo, perverso e violento. E poi gelosia tremenda e tremenda vendetta, ma anche amore, via, la voglia d’amore, il desiderio d’amore, di un sorriso, di una carezza che non c’è e allora il coltello che fende e che squarcia, il sangue che sprizza. Racconti forti, duri, al limite della sopportazione e finali talora imprevisti e spiazzanti. Ai giorni nostri o nel Medioevo il risultato non cambia. La morte violenta d’amore si fa largo fra le maglie del tempo, per insediarsi dappertutto, perfino nei luoghi di pace e di preghiera dove il Male dovrebbe tenersi lontano.
E sono presenti, sempre nei nostri magnifici Speciali, pure le “canzoncine” tremende che preannunciano momenti di sangue. Vedi Melodie di morte di Jonathan Stagge, Robert Goldsborough, Cornell Woolrich. Nella introduzione Mauro Boncompagni ce lo dice apertamente. Certe ballate o filastrocche nel romanzo poliziesco sono di una sfiga pazzesca. Portano morti ammazzati a go-go. E ne fa una lista impressionante.
Figuriamoci, poi, i castelli, dimore eccellenti per efferati delitti come in Delitti al castello in cui figurano Donald E. Westlake, Edgar Wallace e G.K. Chesterton (miezzeca!). Due romanzi ed un racconto. Tre storie diverse, tre stili diversi a costituire una lettura che ci vuole pronti agli sviluppi più grotteschi, aggrovigliati e paradossali. Con riposino e goduria mentale, diciamola così, insieme a Padre Brown di Chesterton.
In Tre donne del mistero si possono incontrare tre scrittrici indimenticabili: Dorothy L. Sayers con il suo investigatore dilettante Peter Wimsey; Ngaio Marsh, a sua volta con l’ispettore Roderick Alleyn e Mary Roberts Rinehart che sfrutta addirittura un veterinario per scoprire la scomparsa di un bambino.
Qualche parola su Le indagini di Scotland Yard di John Dickson Carr, J.J. Marric e Edgar Wallace. Qui troviamo l’ex ispettore Whicher, furbo una cifra. Ha capito chi è l’assassino e vuole tendergli una trappola con la collaborazione di una truffatrice. Poi George Gideon, comandante di un dipartimento investigativo di Scotland Yard, imponente ed elegante, tosto e incrollabile, moglie Kate che lo conforta al bisogno e cinque figli a rendergli la vita più movimentata. E, infine, Reeder della Procura generale, viso lungo, capelli argentei, basette, un paio di lenti cerchiate di metallo, una bombetta, cravatta con nodo già fatto e un ombrello appeso sempre al braccio (mi ricorda padre Brown). Un’autorità nello studio delle emozioni umane, vede il male dappertutto ed ha la mente come quella di un criminale (lo dice lui stesso). Per questo riesce a risolvere i casi più difficili come il presente.
Un mezzo per mandare qualcuno al creatore è senz’altro il cibo. Vedi L’alta cucina del delitto di Ellery Queen (La ricetta del diavolo), Douglas Clark (Ne uccide più la gola…) e Cornell Woolrich (Morte in ascensore).
Intanto, come antipasto, la succosa ”Introduzione” di Mauro Boncompagni sul rapporto giallo-cucina che ha prodotto ottimi risultati, anche perché, come scrive lui stesso tra l’attività del cuoco e quella del giallista c’è una somiglianza di fondo, a pensarci bene: confezionare un buon piatto può essere magari meno complesso, ma è altrettanto soddisfacente che confezionare un buon poliziesco. Il cibo, dunque, personaggio non secondario dei racconti. Stuzzica l’appetito al solo vederlo, ottimo al gusto, direi, se non fosse composto con troppa cipolla, per esempio, e talora non proprio salutare. Insomma avvelenato, in una maniera o nell’altra, capace di dare vita a disquisizioni scientifiche, ricostruzioni incredibili, sospetti, tensioni e paure. Nel terzo diventa addirittura giudice tremendo e inflessibile.
Di detective giornalisti ce ne sono stati parecchi. A partire da Joseph Rouletabille di Gaston Leroux e via a seguire con Philip Trent di E.C. Bentley e poi Roger Sheringham, Flashgum Casey e Kent Murdoch per arrivare a Jim Qwilleram, forse il più famoso, tanto per dare un’idea e già sapete i nomi degli autori. In Delitti in prima pagina di Fredric Brown, Gregory McDonald e Cornell Woolrich faremo la conoscenza del cronista Sam Evans, del giornalista Irvin Fletcher detto Fletch e del galoppino Clint Burgess. Un trio speciale. Tre personaggi alla ricerca della verità. Tre tipi diversi contro tutto e tutti. E il lettore è lì, a bocca spalancata, che li segue nei loro movimenti e nelle loro elucubrazioni attraverso una scrittura spesso veloce, ironica, leggera e pure divertente dentro una trama da manuale. Ora sorpreso, ora scosso, ora ammirato, ora un po’ sconcertato tra gli improvvisi cambiamenti che gli si parano davanti.
Negli Speciali c’è posto anche per il Noir con I tre volti del noir di James Hadley, Stefano Di Marino e Francis Iles.
Tre scelte oculate con determinate caratteristiche: il rocambolesco cambio di situazioni, sia fattuali che psicologiche del primo racconto; Il filone “esotico-avventuroso”, come sottolinea Boncompagni, tipico di Stefano nel secondo, in una Milano dove pullulano orientali di varie razze e dove il movimento la fa da padrone senza sfuggire a pause di puro sentimento; nell’ultimo racconto breve gli spasmi e i contorcimenti dell’animo del protagonista, espressi con una buona dose di ironia, prima dell’esito finale che non è certo come si aspettava. E poi c’è l’amore, soprattutto l’amore non voluto, l’amore forzato e respinto che si trasforma in odio a scatenare gli istinti più brutali dell’uomo.
Alla prossima. Se ci arrivo.

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Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (II)

Fedele compagno di viaggi e di sere buie e tempestose…
Se il nostro G.M. ripropone storie dell’Agatha internazionale, come C’è un cadavere in biblioteca, il sottoscritto trilla come un passero all’arrivo della primavera. Fu uno dei primi libri che lessi con fervore negli anni giovanili. Il sogno meraviglioso della signora Bantry, vincitrice con i suoi piselli odorosi del primo premio dell’esposizione dei fiori, viene spezzato dalla voce “isterica e strozzata” di Mary “Oh, signora, signora, c’è un cadavere in biblioteca!”. E un cadavere c’è davvero, anche se suo marito, il sonnacchioso colonnello Bantry, non ci crede. È quello di una fanciulla bionda strozzata da una fascia di satin della sua stessa veste. Ragazza poco raccomandabile se fa la ballerina (vedi i tempi). In un batter d’occhio la “cosa” gira per St Mary Mead, il villaggio della nostra Miss Marple (anche perché ci pensano la signorina Wetherby e la signorina Hartnell a dargli una mano). E la matassa sarà sbrogliata dalla nostra inossidabile vecchietta che si avvale degli esempi tratti dalle storie del suo paese e da una incredibile conoscenza del cuore degli uomini, perché “la natura umana è sempre la stessa”. Libro sempre fresco, inossidabile, nonostante il passare degli anni.
Avevo da poco lasciato un cadavere trovato e poi sparito in Uscendo di casa una mattina di George Bellairs, che ecco ribecco la stessa idea in Il testimone muto di R. Austin Freeman. Là era Mrs Jump la “trovatrice”, qui il dottor Jardine durante una passeggiata notturna nella zona di Hampstead. Il morto sembra un sacerdote anche perché sul posto rimane un reliquiario dorato con alcune iniziali incise. Volatilizzato al ritorno sul luogo con la polizia. Caso interessante per l’amico dottor Thorndyke, tanto più che Jardine ha subito un attentato rischiando di morire soffocato con il gas, e c’è un uomo cremato troppo alla svelta che desta qualche sospetto. Iniziano le operazioni di ricerca, partendo dal luogo della scomparsa.
Azione, riflessione, osservazione, piccoli indizi sparsi, un uomo sospetto sempre alle calcagna, una signora che si incontra dappertutto, una bella ragazza amante della pittura, passi nel buio, travestimento, pericolo ancora per Jardine. Il tutto attraverso una scrittura precisa, minuziosa, “millimetrica” direi, senza la noia mortale che segue operazioni di tal fatta.
E ancora cadavere sparito (non stanno mai fermi!) in Un posto rosso per morire di John D. MacDonald (vedi un po’ come vengono variati, giustamente, gli autori).
“Travis McGee non accetta mai casi troppo facili d’affari. Mezzo investigatore e mezzo avventuriero, vive a bordo di una barca e non ama lavorare. Perciò, quando è costretto a farlo per mancanza di soldi, che almeno ne valga la pena. Questa volta il cliente è Mona Yeoman, moglie di un ricco uomo d’affari. La donna ha una relazione con un professore squattrinato, e vuole che Travis la aiuti a recuperare la sua dote dalle grinfie del marito per andarsene a fare la bella vita con l’amante”. Sogno spezzato da una pallottola che la stende ai piedi di Travis. Cadavere poi sparito (come nei libri già citati) ma la polizia non gli crede e pensa che i due piccioncini siano volati via.
John D. MacDonald delinea contorni, coglie le sfumature, scende dentro ai personaggi, critica la società, in special modo la scuola con gli studenti come polli da allevamento e la cricca che comanda su tutti e su tutto (c’è però anche il positivo in un avvocato integerrimo). Si perde un po’ nel finale secondo gusto lottiano (ma spero, invece, che piaccia ai lettori).
Con Bill Pronzini e I cospiratori bandita la noia. Si passa veloci da una storia all’altra, ci si intrufola nel passato, si scava nei rapporti del presente, nei ricordi insieme allo svolgersi della vita reale con squarci di natura e di realtà urbana che si inseriscono nelle storie popolate di personaggi vivi, concreti. Un bel miscuglio di cellule grigie e di azione, di sentimenti contrastanti, di umanità, espressi con una sicurezza professionale impeccabile.
Se non bastasse questo c’è pure I dissimulatori dello stesso autore. Gli investigatori privati Bill e Tamara devono ritrovare la prima delle tre ex mogli di David Virden per firmare l’annullamento del matrimonio. Cosa piuttosto facile se non ci fosse il piccolo particolare che la donna trovata è, per Virden, quella sbagliata, anche se porta le stesse iniziali e rivela una certa somiglianza. Tra l’altro il cliente sparisce pure… Altro parto riuscito della coppia felice di Pronzini.
Una data per morire di Mignon G. Eberhart è una bella raccolta di racconti. Personaggio di alcuni Susan Dare, scrittrice di romanzi gialli dalla “testa leonina”, coadiuvata dall’amico giornalista Jim. Al tavolo di un ristorante. Scena sotto ai suoi occhi, la vecchia signora Farish alle prese con un nipote e la frase “Non la farò lunga. Ma ho deciso. Basta, soldi, mio caro”. Sicuro che rimarrà stecchita prima del tempo. Tra l’altro mentre si sta facendo le manicure.
Altre vicende hanno come protagonista James Wickwire, vicepresidente di una banca, “scapolo più o meno incallito e piuttosto anziano”, suo amico Happy un “cane enorme bracco dal pelo rossiccio”. “Una data per morire” è la storia che dà il titolo alla raccolta e insomma viene fuori un biglietto dove si stabilisce che il sig. Brown deve schiantare il 9 ottobre e oggi è l’8. Si potrà evitare questa morte prematura?
Con Avventura a mezzanotte di Brett Halliday il nostro Brett non solo si è divertito a scrivere una storia ma ci si è buttato perfino dentro. Siamo ad un gran gala del premio letterario Edgar Allan Poe. Volti noti e meno noti con qualche frecciatina in qua e là. Poi l’incontro con Elsie Murray che ha letto tutti i suoi libri. Ergo accompagnamento a casa e la solita idea del salto sul letto. Che va a farsi fottere perché lei ha in serbo il manoscritto “Notte tragica” (giuro) e vorrebbe il suo parere. Bene, leggiamolo. Solo che la ragazza si ritrova strangolata e l’autore dei gialli incasinato perché è l’ultimo che l’ha vista viva.
Fatto sta che Brett ha bisogno dell’aiuto della sua creatura letteraria: Michael Shayne “un uomo alto, slanciato, con i capelli rossi”, maniere spicce, whisky, cognac, Martell o Monnet lungo il gargarozzo. C’è pure un caso di assassinio rimasto insoluto ad infilarsi nella vicenda, raccontata da par suo dal nostro Halliday che, tra l’altro, è sparito.
Chi cerca il surreale e la suspense, arricchita di un pizzico di humour nero si butti su Pezzi d’uomo scelti di Boileau-Narcejac.
Pezzi d’uomo scelti, ovvero pezzi d’uomo morto trapiantati in corpi vivi che hanno subito terribili ferite. Gambe, braccia, organi interni. Perfino la testa. Sì, proprio la testa. In questo caso del condannato a morte René Myrtil che viene smembrato in sette parti per “rifornire” sette sfortunati, sotto la direzione del professor Anton Marek. Ma ad un certo punto questi operati incominciano a suicidarsi… Perché?.
Lacrime innocenti di Rhys Bowen è un romanzo dalle tinte gotiche con un pizzico di soprannaturale e la chiusura decisamente classica. Molly Murphy e Daniel Sullivan, capitano della polizia di New York, in luna di miele a Newport in un cottage offerto dal consigliere comunale Brian Hannan. Gli amici sono amici. Però io ti faccio un favore a te e tu fai un favore a me perché c’è qualcosa che mi turba. E questo qualcosa deve essere piuttosto grosso se il suddetto Brian si ritroverà sfracellato su una scogliera, dove anni prima era stata rinvenuta morta una sua nipote. C’è un collegamento fra queste due fini drammatiche? Molly incomincia ad indagare da sola dato che il maritino si è beccato una bella polmonite.
Si va sul sicuro con Perry Mason e il siero della verità di Erle Stanley Gardner.
Nadine Farr è in cura dal dottor Logbert P. Denair per problemi psichici. Sottoposta al siero della verità dichiara di avere avvelenato lo zio Mosher Higley che non voleva farla sposare con l’amato John Avington Locke. La faccenda scotta, urge un parere di Perry Mason, tanto più che il tutto potrebbe essere la conseguenza di una allucinazione provocata dal farmaco. Occorre indagare, fare delle ricerche anticipando l’intervento della polizia. Ma la polizia entra in scena prima del previsto e il nostro famoso avvocato viene addirittura accusato di fabbricare prove false. E allora sono cavoli amari… Tutto ruota intorno alla figura di Nadine, ora ritenuta commediante e cinica, ora brava e buona ragazza, in una relazione strana con lo zio (sembra che l’avesse in suo potere), che poi proprio zio non era. Solito scontro Mason-Burger (difesa e accusa) in tribunale con il giudice che cerca di mettere ordine e dialoghi a tamburo battente caratteristici di Gardner.
Per il filone degli apocrifi sherlockiani, curato magistralmente da Luigi Pachì, Sherlock Holmes al Raffles Hotel di John Hall.
Sherlock se la deve vedere con un avvelenamento all’arsenico inserito in certi cioccolatini (solo in certi cioccolatini) di berkeleyana memoria (qui, però, c’era il nitrobenzolo). Un discreto plot da mettere in fibrillazione il lettore con un biglietto che sembra un ricatto, una vecchia storia di simpatia amorosa, un investigatore privato reclutato dalla defunta, una bottiglietta di arsenico trovata in un bidone dell’immondizia, un testamento particolare, dubbi, perplessità, depistaggi, Watson e l’amico dal fiuto d’oro a creare i loro indimenticabili personaggi. Il tutto attraverso una scrittura leggera, piacevole, delicata, pronta a creare una giusta atmosfera di tensione.
Chiudo con Sherlock Holmes e l’affare Hentzau di David Stuart Davies.
Questa volta non troviamo il grande investigatore intento a snocciolare soltanto le solite acrobatiche deduzioni (ci sono anche queste) ma, soprattutto, lo seguiremo in un continuo, incessante movimento. Racconto d’azione più che di pensiero. D’altra parte meglio così che vederlo impigrire sulla poltrona. Il suo cervello ha bisogno di continue sfide per non morire di noia. Come quella instillata dal colonnello Sapt che arriva addirittura dalla Ruritania, piccola nazione dell’Europa centrale, perché Sherlock possa ritrovare un certo Rassendyl, sosia perfetto del re, ora gravemente ammalato. Solo che il suddetto è scomparso e in giro c’è il conte Rupert di Hentzau che vuole impadronirsi del trono. Tra le varie abbiamo anche, signori miei, una bella sorpresa. Uno Sherlock più umano che, almeno per una volta, tira ad indovinare ed è lui stesso ad ammetterlo. Leggere per credere.

Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (I)

Fedele compagno di viaggi e di sere buie e tempestose…
Il mitico G.M. Ovverosia Il Giallo Mondadori. Quello che negli anni… negli anni… (e chi se li ricorda?) mi faceva compagnia sul treno per Siena (scuole superiori) e poi sulla littorina per Firenze (Università) tra il lusco e il brusco, con l’occhio assonnato e il sorriso ebete sulle labbra. E allora mi aggiravo imbambolato tra piccoletti con la testa d’uovo, ciccioni orchideati, nobili monocolati, lungagnoni elementari, tracagnotti fumantini, omaccioni arcontoni e via e via.
Oggi in splendida forma (il giallo) sotto la guida teutonica di Franco Forte e di un curatore-traduttore speciale come Mauro Boncompagni, da infilare nel taschino e tirarlo fuori nei momenti di impasse.
Non solo camere chiuse a doppia mandata che come ha fatto l’assassino a entrare e uscire Dio solo lo sa (e forse nemmeno lui). Voglio dire non solo John Dickson Carr inventore da capogiro con il suo inimitabile Gideon Fell, un omaccione di 120 (centoventi!) chili con dei baffoni pittoreschi ed un naso piccolo sul quale sono stanziati degli occhialini a pince-nez legati da un nastro di seta. Fuma sigari e pipa, beve birra, indossa un grosso mantello e un cappellaccio di feltro nero. Una specie di bandito, insomma, che ogni tanto tira fuori un “Arconti di Atene!” da brivido. E se manca una camera chiusa c’è una barca altrettanto sprangata a tenerci in fibrillazione con Il signore dell’enigma di Peter Lovesey in concorrenza con il Maestro. La trappola di Mignon G. Eberhart non sarà proprio una camera chiusa ma una casa chiusa sì (non quella, via!), dalla quale non si può fuggire causa neve (un classico) e l’assassino si frega le mani.
Ultimamente pubblicati una trenata di libri da sollucchero: Il demone del Dartmoor di Paul Halter è un concentrato di ataviche paure (diavoli e cavalieri senza testa) e di geniale enigma con soluzione semplicissima (e proprio per questo geniale). Stupendo pure Uno di noi deve morire di Ursula Curtiss, affondo psicologico che ci tiene in sospeso e l’assassino che può essere intorno a noi. È questo? è quello? E prima o poi ci scappa la botta in testa. Il poliziotto è marcio di William P. McGivern dei nostri G.M. è il classico noir del poliziotto corrotto che per varie ragioni, in questo caso per difendere il fratello poliziotto buono, cambia pelle. Un bel lavoro (distante da certi formidabili hard boiled) sul quale si è costruito il film Senza scampo con Robert Taylor e Janet Leigh. Su Sei notti di mistero di Cornell Woolrich c’è poco da dire. Da togliersi il cappello anche se non ce l’abbiamo. Credo che sia l’unico autore a cui in vita mia abbia affibbiato un eccellente. Maestro insuperabile nel creare, in questa raccolta, incubi individuali, il capovolgimento degli eventi, scene crude e sul filo dell’assurdo dentro una cornice di sottile umorismo. A soddisfare le esigenze del lettore amante delle vicende più intrigate con sorprese ad ogni piè di pagina c’è sempre l’intramontabile Edgar Wallace con il quale ho, a mio disdoro, un rapporto conflittuale. In precedenza, per sorridere, Kaminski favoloso con Giocarsi la pelle. Racconto veloce. Rocambolesco. Situazioni comico-paradossali (il personaggio principale, Toby Peters, viene addirittura scambiato per uno scrittore ad un convegno di psicanalisti), morti ammazzati pure nell’armadio, ritmo serrato, scrittura ironica, gradevole e frizzante. In perfetta sintonia con lo spirito dell’autore poteva benissimo essere intitolato Giocarsi le palle.
Non mancano gli inediti: Casi da manuale e Tredici volte Campion di Margery Allingham, in cui compare Albert Campion. Questo strampalato personaggio (lasciatemelo dire) nasce dalla penna della scrittrice inglese nel 1929 con Crime at Black Dudley. Praticamente un intrallazzatore un po’ pazzoide che cerca di sopravvivere con ogni mezzo. Anche illecito senza esagerare. Inoffensivo e stupidotto. Un bischero, detto dalle mie parti. A prima vista, che in realtà dietro l’apparente imbranatura nasconde un intelletto coi fiocchi. Avendo, tra l’altro, studiato a Cambridge e provenendo da una famiglia aristocratica. A confondere le acque il suo metro e ottanta, i capelli color stoppa, gli occhi celesti dietro le lenti cerchiate di tartaruga che lo fanno apparire un po’ tonto. Un ricalco, per certi versi, di Lord Peter Wimsey della Dorothy L. Sayers verso la quale si dirigeva l’interesse dell’esordiente Allingham.
Altro inedito importante Il veleno è servito di Anthony Berkeley, Mondadori 2014. 3 settembre sinistro ad Anneypenny nel Dorset: raffiche di vento improvvise, tuoni, un “senso di cattivi presagi e rovina” con il sig. John Waterhouse, uomo semplice e gentile, che tira il calzino. No, non per la sua maledetta ulcera gastrica, ma per una buona dose di cianuro trovato nel sangue, dopo che suo fratello Cyril ha fatto riesumare la salma. Già vista la coppia ulcera gastrica-cianuro nella letteratura poliziesca ma ciò che conta è la mano. E quella di Berkeley è una manina santa. Se poi ci si aggiunge la sapienza del traduttore Mauro Boncompagni andiamo a festa.
E gli italiani? Gli italiani ci sono, ci sono. Vedi Il Palazzo dalle Cinque Porte di Stefano Di Marino, un intrico di realtà e irrealtà, di confraternite e occultismo, di mystery e fantastico che ti scivola brividoso lungo la schiena. (La bella recensione di Piero qui). Vedi L’odore del peccato di Andrea Franco. La vicenda si svolge a Roma in dieci giorni, dal 16 al 26 giugno del 1846, con don Attilio Verzi che ha un dono particolare “additato come una maledizione del demonio”. Percepisce gli odori nel profondo, “vivi come può essere viva una persona, vicini come la carezza di una madre o lo schiaffo di un padre che educa un figlio”. Un bel personaggio. Vedi Il metodo Cardosa di Carlo Parri che mescola occultismo, documenti antichi, cultura, spunti d’amore senza cacciarsi nel palloso rosa, accenno lesbico per stare ai tempi, individuo e coralità, momenti di pausa, di riflessione e altri di adrenalinica azione. Personaggio Cardosa ben calibrato tra gonne, libri, poesia e musica. Vedi altri e altri ancora (lista molto lunga).
E come non ricordare il grande G.K. Chesterton! E non tanto, e non solo, il creatore di Padre Brown (mi ricordo una bella interpretazione di Renato Rascel alla televisione) quanto i sedici racconti, otto con il poeta pittore Gabriel Gale, e otto con il signor Pound. Insomma La logica del delitto. Il primo è il detective della immaginazione. “Le mie non sono mai spiegazioni pratiche, perché io vedo prima la mente dell’uomo, e all’inizio non vedo neppure l’uomo a cui è collegata”. Un po’ strano, un po’ pazzo, insomma, capace di risolvere i misteri più assurdi perché ha “nella testa quel raggio di luna che porta le persone sulla strada della follia” ed è per questo che può seguirle. Il secondo è il signor Pound, funzionario statale, simile al laghetto di un giardino, “in superficie lindo e lucente”, ma sotto assai misterioso. Ha l’aspetto di un pesce con la barbetta, la fronte di Socrate, “miti occhi sporgenti”, talora sgranati, fissa come un gufo. Molti lo considerano una vera noia, racconta e racconta ma non va mai al sodo.
Cultura, filosofia, storia, un volo della mente, una ironia ed un sorridere leggero, quasi levigato, l’esaltazione del paradosso e la convinzione che si possa arrivare alla verità senza tanti mezzi tecnici e scientifici, senza tanta foga di indagare. Basta saper ascoltare, osservare e…immaginare.
A tutto questo (ridottissimo in breve ma ci risentiremo) si è aggiunta la collana “Sherlock” sull’altrettanto mitico Detective, curata magistralmente dal direttore di Sherlock Magazine (a cui collaboro) Luigi Pachì. E così hanno visto la luce una serie cospicua di testi che ripercorrono le gesta del duo più conosciuto Sherlock-Watson e viceversa. Nomi di affermati autori stranieri ma anche dell’italico suolo che non siamo secondi a nessuno. Come dimostra Sherlock Holmes in Italia, una serie di racconti imperniati sulle baldanzose penne dei nostri baldi connazionali.
E, insomma, ancora una volta insieme con il mitico G.M., compagno fedele di tanti viaggi e di infinite sere buie e tempestose (tanto per chiudere con un cliché).

Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le lunghine di Fabio Lotti: Mangiando bene si indaga meglio (II)

Prosegue il viaggetto culinario fra i nostri detective… (qua la prima puntata)

le-ricette-di-pepe-carvalhoPassiamo ora in Spagna con Pepe Carvalho, creatura di Manuel Vasquez Montalbàn (La bella di Buenos Aires, Feltrinelli 2013, tanto per citarne uno). Riprendo un po’ in qua e là che mi sento pigro. “Ex studente contestatore, ex militante comunista, ex agente della CIA, Carvalho si dedica alle sue indagini in perenne contrasto con le forze dell’ordine “ufficiali” e non si fa certo scrupoli pur di scoprire i colpevoli: non è raro trovarlo ubriaco in qualche bettola o a letto con un’indagata. Di caratteristiche particolari Carvalho ne ha parecchie (è l’amante di una prostituta, vive con un avanzo di galera che gli fa da cuoco e segretario, brucia ogni sera un libro nel camino), ma soprattutto vanta un amore sconfinato per il cibo, che per lui è una vera e propria religione. Benché non sia certo ricco, Carvalho ama i grandi piatti e i grandi vini, e sa apprezzare ogni tipo di cucina, dalla più artigianale a quella dei ristoranti di lusso”.
Preferisce, soprattutto, la nuova cucina: lumache con besciamella alla menta e chicchi di melagrana e come secondo una spallina di capretto con acquavite alle erbe. Cibo come seduzione in Le ricette di Pepe Carvalho pubblicate dalla Feltrinelli nel 1994, che raccolgono piatti preparati dal Nostro nei precedenti quattordici volumi. Ricordiamolo anche autore di Ricette immorali che molto hanno a che vedere con il sesso (altrimenti la seduzione va a farsi friggere). Carvalho “ha cucinato piatti assurdi ad ore assurde, bevendo quantità spaventose di vini e liquori, e chiudendo il tutto con dei sigari, a volte buoni (Lusitania Pertegaz, Montecristo), e altre volte pessimi (Rey del Mundo, Macanudo). Come tutto nella gastronomia di Carvalho: egli ama accostare alla nouvelle cuisine il peggior vino da tavola, e al piatto piú semplice il bordeaux piú pregiato”. Non male eh…
Più lontano ancora in paesi esotici (si sarebbe detto una volta) Chen Cao di Qiu Xiaolong (Cyber China, Marsilio 2014), poeta e ispettore di polizia a Shanghai. È un personaggio che vive nella contraddizione tra la fedeltà ai vecchi schemi di partito e il desiderio di dare sfogo alla propria individualità. Uomo onesto in conflitto con il nuovo, non sempre onesto appunto, che sta emergendo e dunque costretto a compromessi.
Cibo bello tosto: ravioli con ripieno di germogli di bambù, carne e gamberetti, zuppa di nidi di rondini con orecchie d’albero, ostriche fritte in pastella di uovo strapazzato, anatra ripiena di riso, pesce vivo al vapore con zenzero fresco, cipolle verdi e pepe secco, tartaruga dal guscio molle e chiocciole di fiume. Oppure torta di riso, fritto con maiale, spaghetti ai funghi, sauna di gamberi…
Ci sono anche delle cosettine particolari come la “Testa di Budda”, praticamente una zucca bianca a forma di testa con dentro un passero fritto dentro ad una quaglia alla griglia dentro a un piccione brasato. Una specie di scatola cinese mangereccia. Poesia per l’animo e cibo per lo stomaco.
vish-puri-e-il-caso-della-domestica-scomparsaIn India troviamo Vish Puri di Tarquin Hall, cinquantun anni, fisico pienotto, soprannominato “Cicciotto” per la sua propensione verso i cibi grassi che non dovrebbe nemmeno guardare, secondo una raccomandazione del suo medico, data la pressione alta ed il rischio di diabete. Ma lui se ne frega assai e ogni tanto manda qualcuno a comprare qualcosa di proibito come Zerbino, il ragazzo tuttofare, che gli procura “due in voltolini di mortone con extra chutney” (oppure lo vediamo saziato con “papri chat con chutney al tamarindo” ad un chiosco). Li divora stando attento a “non lasciare macchie rivelatrici di grasso”. Che altrimenti si becca una lavata di capo dalla moglie Rumpi (il cui nome è tutto un programma). Tra le cose che beve e mette sotto i denti trovo in qua e là tè e biscotti, scotch, pomodori a fettine, cetrioli e cipolle, niente sale che gli fa male al cuore, (il solito dottor Mohan glielo ha proibito insieme al burro). Ma un po’ di sale con il peperoncino (che coltiva sul tetto) lo mangia lo stesso “Per molta gente, sarebbe stato come toccare piombo fuso con la punta della lingua” (non ho capito il perché della virgola).
In cucina sorveglia con particolare cura la preparazione del “barfi” al pistacchio e del latte dolce allo zafferano, e poi in fondo al libro (Vish Puri e il caso della domestica scomparsa, Mondadori 2009) troviamo tutta una serie di stuzzicanti (per gli indiani) prelibatezze: come il “bhang”, bevanda popolare ottenuta mischiando cannabis con mandorle, spezie, latte e zucchero; l’”halva”, dolce fatto con farina, semolino, lenticchie o carote grattugiate, con zucchero e burro chiarificato, ricoperto di mandorle; il “ladu”, palline di farina cotte nello sciroppo di zucchero (una manna per i diabetici); il “lassi”, bevanda di siero di latte dolce o salato, oppure ottenuto dalla frutta come la banana o il mango; il “matthi”, biscotti salati fritti, serviti spesso con il tè; il “panir”, formaggio fresco ottenuto cagliando il latte riscaldato con succo di limone e via discorrendo, fino a farvi venire voglia di una sana spaghettata di qualsiasi tipo.
lalbero-dei-giannizzeriCucina profumata (anche troppo!) di spezie varie quella di Yashim Togalu, di Jason Goodwin (primo libro L’albero dei giannizzeri, Einaudi 2006). Vediamo un po’ più da vicino questo personaggio che opera in Turchia. Yashim Togalu “Era un uomo alto e robusto sulla quarantina, con una gran massa di boccoli neri e qualche filo bianco; niente barba, ma baffi neri ricciuti. Aveva gli zigomi alti da turco e grigi occhi a mandorla di un popolo che viveva millenni sulla grande steppa eurasiatica”. Ha parecchie doti “fascino innato, disposizione per le lingue, e la capacità di sgranare quei suoi occhi grigi all’improvviso. Gli uomini e le donne rimanevano stranamente ipnotizzati dalla sua voce, prima ancora di capire chi stesse parlando. Però non aveva le palle” (e non in senso metaforico). Eunuco, dunque. Parla quando c’è da parlare, cioè quando occorre, altrimenti risponde a gesti, sbatte le palpebre o si stringe nelle spalle. Sensibile, delicato, arrossisce spesso. Sa rendersi invisibile nel senso che la sua presenza è diafana. Sempre pulito ed ordinato, agile e silenzioso. Ottimo cuoco e buongustaio, gli piace il caffè nero, dolce e denso senza spezie. Fuma preparandosi la sigaretta da solo, come gli aveva insegnato un mercante di cavalli albanese “arricciandone una estremità e infilando un pezzetto di carbone dall’altra”. Conduce una vita tranquilla, spesso in gellaba e pantofole. Il suo sogno è di avere un appartamento più grande con una bella biblioteca. I libri sono bene allineati sugli scaffali, i tappeti anatomici sul pavimento. Quando c’è bisogno è veloce nel prendere le decisioni, vedi per esempio quando deve domare un incendio scoppiato vicino alla sua casa. Ha digerito la sua menomazione che lo aveva fatto soffrire. “Era vivo. Bastava questo”. E vince il dolore con il distacco e l’ironia.
Nelle sue storie troviamo il già citato caffè nero privo di spezie con una punta di zucchero, zuppa di trippa senza l’innovazione del coriandolo tritato che l’innovazione porta all’inferno, dolce tè alla menta, in genere pesce e verdura, cipolle, noci, aglio, pane bianco, ciotolina d’olio, qualche seme di sesamo e olive.
Fabio Jonatan JessicaE ora basta… che… burp… mi sento pieno!

Le lunghine di Fabio Lotti: Mangiando bene si indaga meglio (I)

Viaggetto culinario fra i nostri detective
marpleOgni tanto i romanzi polizieschi mi stuzzicano l’appetito. Tema non principale, ma nemmeno troppo secondario, il cibo. Siamo lì che arzigogoliamo su chi possa essere l’assassino e ci ritroviamo ad un tratto tra forchette e coltelli ad occhieggiare ed annusare come piccoli porcellini. Dopo tutto il detective è una persona come noi, con i suoi istinti e le sue passioni. Tra cui, non ultima, quella della buona tavola. E allora, invitati o non invitati, ci sediamo insieme a lui…
Vado un po’ a caso in qua e là senza un filo ben preciso che mi viene meglio. Non è uno studio particolare, né una ricerca personale. È un estrapolare dalle mie letture e da qualche spunto tratto dagli scritti del poeta-giornalista Attilio Lolini che abita proprio al primo piano della mia abitazione (meglio un idraulico ma è andata così. Ciao, Lolus!).
marple-2All’inizio, in verità, furono torte (ai mirtilli, ai lamponi, alle fragoline di bosco…), focaccine, crostate, biscotti fragranti appena tirati fuori dal forno, preparati dalle abili mani della signorina Marple, conditi con rosoli, anisette, millefiori ben disposti su tavole apparecchiate con meravigliose tovaglie ricamate. Tutto lindo e pulito, insomma, e quando arriva il nipote Raymond West tutto sparisce in un batter d’occhio nella sua insaziabile bocchina. Ma la modernità incombe e la vecchia bottega di cestini fatti a mano del signor Tom è stata trasformata in un supermercato, mentre si aggira la voce, terribile, dell’apertura di un terribile negozio: una pizzeria a taglio (mamma mia!).
Sul dolce si butta a pesce Hercule Poirot che va matto per la cioccolata in tazza, la zuppa inglese, i pasticci con la besciamella, gli zabaioni conditi con marsala e vini, sempre dolci si capisce, come lo Xeres, il Porto, il Moscato (un paradiso per i diabetici).
A Philip Marlowe (di palo in frasca) va bene, invece, qualsiasi liquore purché non sia dolce, caffè nero e amaro. Pasti semplici ma più che mangiare fuma. Il fumo è il suo piatto preferito (infilato un po’ a forza).
nero-wolfeLa palma di esperto in arte culinaria e di instancabile golosità, va assegnata, lo sappiamo, a Nero Wolfe che si avvale di un esperto coi fiocchi come Fritz Brenner, con il quale spesso battibecca per un pizzico in più o in meno di pepe o zafferano. Il cuoco più famoso della letteratura poliziesca possiede ben duecento ottantanove libri di cucina, per lo più rarissimi tra cui un Libro d’Ore che riferisce una ricetta per cucinare l’arrosto di cerbiatto e la frittura del cervello dell’usignolo. Inoltre una serie di pentole antiche fra cui una adoperata addirittura da Giulio Cesare in persona! (ma Wolfe smentisce). Favolose le frittelle mattutine e le salsicce di mezzanotte (così la giornata è completata) la cui ricetta è riuscita ad accaparrarsi in cambio della risoluzione di un caso. Altra idea favolosa è lo stufato d’anatra ripiena di granchi che prevede pure tartufi bianchi freschissimi, scalogno e una droga tibetana. Anche l’insalata brasiliana non è male e comunque chi ne vuole sapere di più acquisti Le ricette di Nero Wolfe e le metta in pratica. Archie Goodwin, invece, si accontenta di patatine fritte e bistecche che escono dai distributori già incartate e beve latte che fa inorridire il suo datore di lavoro. Però anche lui ha il suo lato debole: i tortini di riso con il miele (acquolina in bocca).
Piatti ugualmente complicati per l’agente nero della CIA, il principe Malko Linge, creatura dello scrittore e giornalista francese Gerad de Villiers, aristocratico austriaco proprietario di un bel castello che gli costa un occhio ed è costretto a lavorare per l’agenzia americana. In giro per il mondo tra grandi alberghi e ristoranti alla moda si gode insalate d’alghe rosate, stufati di porcospino con mirtilli, arrosto d’iguana con patate lessate in brodo d’armadillo, paté di fegato di ghiro…e insomma avete capito che si casca nel raffinato.
gino-cervi-maigretDi gusti più semplici è, invece, il commissario transalpino Maigret che non ama per nulla la cucina sofisticata. Lo scrive papale papale George Simenon, quando lo fa invitare da un amico d’infanzia diventato ricco e decisamente snob “I cibi erano senza dubbio speciali ma Maigret non provava alcun piacere in quei piattini complicati, con salse invariabilmente costellate di tartufi e di code di gamberi”. Sua moglie Louise prepara piatti semplici, tipici della piccola borghesia francese di campagna, tratti da ricette scritte in un quaderno regalatogli dal marito. Naturalmente sono state anche queste frutto di studio e pubblicate. A volte certe pietanze segnano quasi un refrain alla storia come un piatto di cozze con patatine fritte o una torta di riso. Se non è in casa a mangiare spesso lo si trova nei bistrot o nella Brasserie Dauphine con un piatto di cipolla e un “formidable”, praticamente un litrozzo di birra a portata di mano. In ufficio, insieme alla birra, gli basta un gustoso sandwich al prosciutto ma non chiedetegli un assaggio che mette il broncio. Beve aperitivi, il vino bianco fresco e il calvados e, più per compiacere la cognata che per gusto personale, anche un distillato di frutta, la “prunella d’Alsazia”. Poi carica la pipa e viva la vita!
montalbano-tavolaMontalbano segue un po’ le orme del noto transalpino in Sicilia per quanto riguarda il mangiare semplice e genuino (si sa che Camilleri è un grande fan di Simenon). Lo troviamo spesso da Calogero per la frittura di pesce e gli antipasti di mare oppure, qualche volta, invitato dalla moglie del questore o del preside e anche in trattorie gestite pure da ex delinquenti come Tonino. A casa c’è Adelina che gli prepara “pasta fredda con pomodoro, vasilicò e paassuluna, olive nere”, alici con cipolle e aceto, gamberetti bolliti, peperoni arrosto, polipi affogati, spaghetti al nero di seppia, pasta con broccoli, involtini di tonno, triglie al forno. Insomma, come si vede, il mare viene sfruttato a dovere.
Per restare in tema Sicilia vediamo come se la cava il maresciallo dell’Arma Saverio Bonanno di Roberto Mistretta. Siamo alla sua prima apparizione ne Il canto dell’upupa, Cairo 2008. E scrutiamolo un po’ più da vicino questo Saverio Bonanno che non ha la stessa fama di Montalbano. Lasciato dalla moglie vive con la madre donna Alfonsina, la figlia Vanessa e il cane Ringhio. Si sposta con macchina Punto (un po’ di pubblicità alla Fiat fa sempre bene). Abitudinario. Caffè in casa e poi il secondo del mattino lo consuma al bar Excelsior fatto dalle manine “sante” della signora Maruzza, capace di preparare “una cioccolata densa che serviva a farcire i cornetti lasciati a lievitare l’intera nottata. Era marrone, cremosa, profumata” (miezzeca!). Nuova macchina da caffè sul posto di lavoro e giù a “inebriarsi dell’aroma inconfondibile dello scuro di Sicilia, miscela catanese tostata a dovere. Sapeva di lava profumata”. Fuma in continuazione, ottima forchetta (come anticipato), risultato la pancia. Che cosa mangia? “Grosse e tenerissime fettine di vitello, farcite con uova sode, pisellini di campagna, bocconi di pecorino, un filo d’olio, cipolletta tagliata fine e rosmarino”, oppure pasta al forno, coniglio con olive nere, patate con la crosta e doppia razione di cardi impanati con uova di casa, il tutto innaffiato con rosso siculo di Liscialba, o ancora ditali con le lenticchie insaporite con due palmi di cotica, ancora olive, pecorino, funghi di ferula arrostiti e insaporiti con aglio e prezzemolo tritati e amalgamati con olio e aceto e poi un inno alle sarde e via dicendo. A casa preparati da donna Alfonsina o al ristorantino di Za Lisa dove può trovare i “cavateddi”, la pasta antica impastando farina di grano saraceno e acqua fredda. A volte nella sua mente sesso e appetito si fondono in maniera umoristica. Osservando una signora “Con un leggero movimento del bacino, distese il fondoschiena rotondo, Bonanno lo immaginava soffice come un bignè di ricotta e farcì il sedile”. E qui mi fermo…
Dal sud al nord con il commissario Soneri di Valerio Varesi. Il suo preferito è un piatto tipico parmigiano, vale a dire i tortelli. Essi possono essere cucinati nelle tre versioni classiche della tradizione, vale a dire con ripieno di patate, di erbette e ricotta o di zucca. C’è una quarta versione molto rara che si prepara in montagna col ripieno di castagne. Gli altri piatti gustati da Soneri sono gli gnocchi al pomodoro e gli anolini in brodo che rappresentano “una delle poche continuità della sua vita”. Il tutto innaffiato con il buon vino della sua terra (alla salute!).
Si mangia e si beve bene anche seguendo il Tour de France con Gianni, cronista sportivo, in Giallo su giallo, Feltrinelli 2007, di Gianni Mura, davvero famoso cronista sportivo nella realtà e incallito buongustaio. Praticamente parla di sé e delle sue preferenze culinarie: panini con rilettes (morbido paté di maiale. Preferisce quelle di Tours e di Le Mans perché più magre), Côtes du Rhône di Jaboulet, e poi sfilza di formaggi: Brie, Camembert, Bleu de Bresse, Roquefort, la Forme d’Ambert, Bleu d’Auvergne, e poi ravanelli, olive nere, burro salato sul pane. Non manca una dissertazione sul cassoulet (il piatto ricco dei poveri) fatto di fagioli bianchi e pezzi di carne. “Solo maiale a Castelnaudary, aggiunta di agnello e pernice rossa a Carcassone, un po’ meno d’agnello e anitra al posto della beccaccia a Tolosa” tanto per riportare le sue stesse parole.
Un peana a William Ledeuil che sui piatti tradizionali (foie gras, lumache, animelle, guancia di vitello) “innesta una vena orientale”, con tamarindo, valanga, curcuma, zenzero fresco e basilico thai. Sul bere ho trovato: caffè, birra, Vittel, Muscadet, Vieux Calvados di Heurteven, Saint Nicolas, Merlot Costières de Nîmes, Riesling, Quetsch, Roquwfort (praticamente una cantina). Per finire una tirata di MS o Gauloises, tanto per rendere allegro e spensierato il polmone. Anche nei momenti più dolorosi uno sguardo fugace alla buona tavola, al rognoncino intatto di Dédé e alla salsa di senape che ha formato una specie di velo solido. Se entra in un albergo nota subito “Salsicce affumicate, crauti, stufato di coda di bue”. E ironia “Non ho dormito per il dolore, l’angoscia e anche la fame. Va a finire che torno dimagrito dal Tour, sconcerto generale” (voi ci credete?).
Fabio Jonatan Jessica(Continua)

Le lunghine di Fabio Lotti: Le giovincelle terribili

Dopo le vecchiette terribili spazio alle giovincelle altrettanto tremende.
blanche-o-il-cuore-dellassassinoPartiamo con la diciassettenne Blanche Paicham di Hervé Jubert. Siamo nel 1870 durante l’assedio dei prussiani di Parigi. Idea non peregrina. La città assediata ricorda un po’ le case circondate dalla neve del giallo classico da cui non si poteva uscire. Dunque un thriller in uno spazio ben delimitato. Due piccioni con una fava. La solita litania di assassini mostruosi: un cappellaio, un macchinista, un soldato, un fonditore di caratteri ecc… che porta alle sette sataniche e a Rebecca, la signora dei veleni. Tutti i cadaveri recano impresso un misterioso tatuaggio sul braccio sinistro e i loro nomi hanno origine dalla mitologia. La colpa ricade su Victor Pilotin, un giovane apprendista del cappellaio che riesce a fuggire e viene addirittura tenuto nascosto da Blanche (crede alla sua innocenza).
Dicevo di Blanche Paicham che si ritrova sola a Parigi separata dai genitori (era destino, l’avevano già persa più di una volta) ad aiutare nelle indagini lo zio Gaston Loiseau, ispettore di polizia sulla quarantina. Studia il “Dizionario di polizia”, suona il pianoforte, segue un corso accelerato nei locali della scuola di medicina, si prodiga come infermiera per alleviare il dolore dei soldati feriti. Dunque fuori dagli schemi del suo tempo: energica, forte, resistente “Quella giovane era una forza della natura. E alcuni di coloro che s’erano trovati tra la vita e la morte le dovevano gratitudine”. E anche concreta, realista “Si era nutrita di materialismo e, tra le sue certezze, c’era questa: che la magia era soltanto un paravento aperto davanti a fenomeni assolutamente reali. Nel loro caso cosa nascondeva? Una storia di potere, non c’erano dubbi in proposito”. Non manca il movimento, il colpo di scena, il pericolo (rischia addirittura di essere uccisa da suo zio), il travestimento e insomma tutto l’armamentario del vecchio feuilleton. Compreso il volo sul pallone aerostatico con il famoso fotografo Nadar (realmente esistito). Il ritmo si fa via via più convulso sino all’epilogo finale e un’aura di mistero e magia nera serpeggia lungo tutto il libro (Blanche o il cuore dell’assassino di Hervé Jubert, Salani 2008).

Continuiamo con Maisie Dobbs di Jacqueline Winspear.
maisie-dobbs“Londra, primavera 1929. Dieci anni dopo l’armistizio che ha posto fine a una guerra cruenta, l’intraprendente Maisie Dobbs apre un ‘agenzia di investigazioni private. Un’occupazione insolita per una donna e un traguardo ambizioso per lei, raggiunto con determinazione e fatica ma anche con un pizzico di fortuna, considerate le umili origini.
Questa Maise Dobbs è davvero un personaggio eccezionale. Capelli neri e occhi azzurri che guardano “dritto dentro”. Sin da piccola dura, forte, caparbia. Intenso e affettuoso rapporto con il padre Frankie vedovo (vive solo per lei) e con il suo insegnante privato Maurice Blanche i cui consigli le sono utili anche nella vita adulta.
Affascinata dalla biblioteca di lady Rowan (opere filosofiche di Hume e altre cosette del genere), studia e lavora, studia e lavora fino ad arrivare all’Università. Per puro slancio patriottico diventa infermiera. Ed ecco la guerra, il contatto con la morte e la sofferenza degli altri. E poi l’amore con Simon, tenero amore fatto solo di sentimento e teneri baci. Maisie è il vero motore del libro, al margine il mistero del giallo. Qualche lacrima subito asciugata, niente lamenti o piagnistei, “A parte la guerra, finora sono stata sempre fortunata”. La vita, seppure dura, continua “Bene, Billy. Allora… diamoci dentro!”.
In un mondo reale o in quello fittizio dei libri, dove vengono messe in mostra le sozzerie più sozze, le vigliaccherie più vigliacche, il marciume più marcio dell’uomo, dove impera il linguaggio più becero e schifoso e la volgarità più volgare, fa piacere ritrovare una ragazza semplice e pulita come Maisie Dobbs con i suoi sentimenti semplici e puliti.
(Maisie Dobbs di Jacqueline Winspear, Sonzogno 2007).

flavia-de-luce-e-il-delitto-nel-campo-dei-cetrioliFlavia de Luce di Alan Bradley ha solo undici anni. Madre morta quando aveva 1 anno, padre Colonnello con la passione per i francobolli, due sorelle maggiori (Le “Sorelle Fatali”), Daphne (Daffy) 17 anni che legge, legge, legge e Ophelia (Feely) 13 anni, con la testa fra le nuvole dietro ai suoi sogni amorosi, cuoca signora Mullet, giardiniere “strano” il sig. Dagger.
Siamo in estate quando sull’uscio di casa viene trovato un uccello morto con un francobollo nel becco e, di lì a poco, un altro morto, questa volta un uomo in giardino, la cui ultima parola prima di spirare è “Vale”. Incomincia l’avventura della nostra piccola eroina. Qualche particolare: sua passione per la chimica (“Chimica! Chimica! Quanto la amo!”) tanto da avere appeso allo specchio di camera il ritratto di Marie Anne Paulze Lavoisier, e della chimica soprattutto i veleni di cui conosce vita morte e miracoli. Suo luogo di “lavoro” il laboratorio lasciato dallo zio Tar, porta un apparecchio per i denti, dorme in un grande letto a baldacchino, legge molto e tra le letture troviamo anche qualche giallo di Austin Freeman con il dott. Thorndyke (inevitabile). In continua lotta con le sorelle e in continuo scarrozzamento con Gladys, la vecchia bicicletta, per cercare indizi e scuriosare di qua e di là. Bugiardella il giusto, forte, risoluta e coraggiosa riesce a superare anche i momenti più difficili (Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli di Alan Bradley, Mondadori 2010, ristampato di recente dalla Sellerio).

le-ragioni-dellinvernoBelli i racconti di Elena Vesnaver con Sonia Leibowitz che scrive, beve Tocai e aiuta il commissario Leone (siamo a Cormòns) a risolvere qualche caso di morti ammazzati. Suo fidanzato Alex, un assassino che l’amore si trova nei posti più impensati.
Di mezzo la gelosia, litigi, il passato che si intreccia con il presente, violenza, gli uomini che credono di sapere tutto. L’estate e l’inverno, il ritorno e la partenza, il rapporto con Alex, le pene d’amore, i treni di notte e le stelle cadenti. Anche un po’ di movimento e di lotta a rendere più ondulante il racconto.
Prosa leggera, delicata, sensibile. Prosa semplice e intensa. Non c’è bisogno di farla lunga. Basta un tratto di penna, un piccolo tocco per creare un sentimento, una atmosfera. Per disegnare un volto o una caricatura (le sorelle Toffolo). Una breve osservazione (le formiche nella tazza del caffè) a riportare il tutto alla concretezza della vita. La classe non è acqua (Le ragioni dell’inverno di Elena Vesnaver, Agar edizioni 2009).

la-detectiveA Londra, nell’agosto del 1853 troviamo Mary Lang di Y.S. Lee, dodici anni, condannata all’impiccagione per furto con scasso viene liberata da una fantomatica “Accademia per Ragazze di Miss Scrimshaw” con lo scopo di “offrire alle giovani una vita indipendente”. Direttrice Anne Treleaven e collaboratrice Felicity Frame. Si passa, poi, di botto al 1858, quando Mary è già diventata una esperta insegnante. Arrivano i primi dati sulla sua vita sfortunata: il padre naufragato con la nave su cui viaggiava, la madre costretta a fare mille lavori, poi a prostituirsi e lei a rubare. Le viene chiesto se vuole far parte di una Agenzia di investigazioni e di svolgere alcune indagini su un mercante che sembra fare commerci di contrabbando. Affare fatto e da qui inizia l’avventura della nostra nuova eroina che entra come damigella di compagnia nella casa del mercante in questione Henry Thorold, sposato con moglie invalida ed una figlia capricciosa. Ora Mary ha diciassette anni, capelli corvini, bella, coraggiosa, risoluta, con la battuta pronta tanto da suscitare l’interesse di qualche maschietto. E se la caverà piuttosto bene. (La detective di Y.S. Lee, Mondadori 2010).

il-treno-per-la-campagnaDopo la cicciotella detective panettiera Corinne Chapman ecco Phryne Fisher di Kerry Greenwood, l’aristocratica londinese (nata in Australia) venuta dal basso dopo avere ricevuto una inaspettata eredità. Alta, slanciata, caschetto di capelli neri, occhi grigioverdi, vestiti di classe inappuntabili (insomma una gnocca come la cortigiana greca Frine di cui porta il nome). Adora “Alice nel paese delle meraviglie”, legge un po’ di tutto, perfino il “Trattato di tossicologia” di Glaister. Abita in una bella villa con la dama di compagnia Dot Williams e i Butler marito e moglie per le faccende domestiche. Colore verde suo preferito, sa sparare, conosce i trucchi della lotta senza armi, canta, fuma, gioca a whist, fa tranquillamente all’amore senza innamorarsi. I soldi non le mancano ma si annoia a morte. E allora ecco che si inventa detective. Paese Australia (sì, avete capito bene), anni 20 (sì, avete capito bene).
Il treno è sempre stato un luogo ideale per sparizioni e morti misteriose. E dunque va a fagiolo anche per questa storia. Siamo in treno. Cloroformio, tutti narcotizzati eccetto la nostra Phryne che spacca il vetro del finestrino con una pistolettata. Sparita una signora ritrovata poi morta come calpestata lontano dalle rotaie, in più arriva una ragazzina che ha perso la memoria. Sparito anche uno strano controllore giovane, biondo e con un bel sorriso. Aggiungo un ipnotizzatore, la magia (va di moda) e lo sfruttamento di ragazze degli orfanotrofi. Per le sue indagini si avvale dell’apporto di Bert e Cec. Ci sono pure due bei giovanotti con uno dei quali si lascia andare fino ad un certo punto, perché è inutile innamorarsi di lei “Ma non ho intenzione di giocare con il tuo cuore, Lindsay: solo col tuo corpo”. Infatti ci gioca. Non mancano il movimento, gli scontri, pedate (quelle coi tacchi fanno veramente male), cazzotti e gomitate. E un cuore grande che si prende cura di due ragazze dell’orfanotrofio (Il treno per la campagna di Kerry Greenwood, Polillo 2009).

Fabio Jonatan JessicaE qui mi fermo.