Sulla rotta del giallo Mondadori (IV) – Le lunghine di Fabio Lotti

Gli Speciali…
Questa volta diamo uno sguardo veloce agli Speciali Mondadori che sono davvero “speciali”. Basti pensare al curatore Mauro Boncompagni. Così, come sono stati presentati in quarta di copertina. Non c’è da aggiungere altro data l’alta qualità degli autori e il costo veramente appetibile.

IL MESSAGGIO DEL MORTO
AGATHA CHRISTIE, I Sette Quadranti
Un gruppo di amici in vena di scherzi, riunito per il weekend, organizza una levataccia shock per un compagno dormiglione collocandogli in camera ben otto sveglie. Ma il mattino dopo le sveglie squillano invano e lo shock è riservato ai burloni: la loro vittima dorme il sonno eterno per aver assunto una dose eccessiva di sonnifero. Il tragico episodio, con tanto di lettera incompiuta, è la scintilla che dà l’avvio a un intrigo dagli sviluppi impensabili.
JOHN DICKSON CARR, Astuzia per astuzia
Non è cosa di tutti i giorni, in uno studio legale, assistere all’irruzione di un ometto che indossa un fez verde e va delirando circa un delitto imminente. Nemmeno accade così spesso che un cliente venga pugnalato a morte in quelle stanze. Eppure è questa la sorte toccata al povero Abu di Ispahan, spirato pronunciando le sue ultime, ermetiche parole a proposito di certi guanti. Un autentico rompicapo che è un invito a nozze per l’avvocato Patrick Butler.
ELLERY QUEEN, L’avventura dell’orologio sotto la campana di vetro
Che cosa si ottiene mettendo insieme un’ametista purissima, un profugo dalla Russia zarista, una coppa d’argento, una partita a poker, cinque biglietti di auguri di buon compleanno e, dulcis in fundo, un orologio protetto da una campana di vetro? Per chiunque non sia Ellery Queen, un rebus impossibile da decifrare. Per lui, un caso semplice come sommare due più due.

AMORI MALATI
ORIANA RAMUNNO, L’amore malato
Una youtuber di successo viene assassinata con selvaggia efferatezza. Per Emma, investigatrice della Mobile, sentir parlare di delitto passionale è inconcepibile, quando non c’è altro che odio. Si tratta forse del fatale epilogo di una storia di maltrattamenti che, come spesso accade, si sarebbe dovuto prevenire? Ma a nessuno importa, finché non è troppo tardi. Un copione che si ripete sempre uguale.
ANTONIO TENISCI, Ombre viola
Il cadavere di una ragazza sul ciglio di una strada. Massacrata nella notte a colpi di martello. Un’altra immagine nell’atroce galleria delle vittime di una violenza cieca che sembra dilagare come un contagio. Bocche mute e sguardi senza futuro, volti che portano i segni del pianto e della sofferenza, in una straziante sfilata che per il commissario Pazienza non può, non deve, diventare routine.
ELISA BERTINI, Nerocuore
Un uomo è accusato dell’omicidio della moglie, e per Minerva Mai l’ombra della paura risorge dal passato a oscurare la sua nuova vita. Perché certe ferite non si cancellano ed è come se ogni volta succedesse a lei. Ma qualcosa non le torna nella ricostruzione dei fatti. È tempo di trasformarsi da preda in fuga a cacciatore. Per non dare tregua agli uomini che uccidono le donne.

DELITTI IN GIOCO
JOHN V. TURNER, L’uomo dal fazzoletto
Per un boxeur come Al Fanlagan, soprannominato il Massacratore, l’incontro per il titolo dei pesi medi dovrebbe essere una passeggiata. Eppure Al va giù al primo round, per non rialzarsi più. Infatti è morto. Avvelenato. Ma come può essergli stata somministrata la sostanza letale, se nelle ore precedenti non aveva assunto cibo né bevande? L’unica ipotesi possibile, per l’avvocato Amos Petrie, è che sia successo sul ring…
S.S. VAN DINE, Il mistero di casa Garden
Sodio radioattivo, l’Eneide di Virgilio e un cavallo da corsa: è con questo rebus astruso che un anonimo attira l’attenzione sulla famiglia Garden. Se poi nell’attico della loro residenza chi si è giocato tutto su un purosangue rivelatosi perdente si uccide con un colpo di pistola, l’enigma si colora a tinte fosche. Ma c’è tra i presenti l’investigatore Philo Vance, pronto a cimentarsi con un assassino che non ha tenuto conto del suo talento.
ELLERY QUEEN, L’avventura della finale di baseball
Ellery Queen, tifoso accanito, si sta godendo a New York la finale del campionato di baseball, ma tutto sembra congiurare per impedirgli di assistere in pace al match. Come quando un famoso ex giocatore muore all’improvviso tra gli spettatori. Allora Ellery dovrà rivolgere per qualche istante la geniale mente al caso di omicidio più inopportuno che gli sia mai capitato.

AGLI ALBORI DEL GIALLO
JOHN BUCHAN, I trentanove scalini
Al ritorno dalla Rhodesia in Inghilterra, l’ingegnere minerario Richard Hannay si ritrova accusato di un omicidio che non ha commesso. La vittima è un americano in possesso di informazioni su un complotto per uccidere il primo ministro greco. Braccato dalla polizia e dai cospiratori, dovrà risolvere il mistero per salvarsi la vita.
EMILIO DE MARCHI, Il cappello del prete
Il barone Carlo Coriolano di Santafusca ha un debito che non è in grado di saldare. Don Cirillo è un religioso che, a dispetto della vocazione, ha messo insieme molti denari. Quale rimedio migliore, per il nobile decaduto, che togliere di mezzo il prete e impadronirsi dei suoi averi? Un delitto perfetto, se non fosse per la sparizione di un certo cappello.
EDGAR ALLAN POE, I delitti della rue Morgue
Al quarto piano di una casa a Parigi vengono rinvenuti i cadaveri di due donne, brutalmente assassinate. Porte chiuse a chiave, passaggi troppo stretti per un essere umano, eppure nessuna traccia del colpevole. Di fronte a un caso che appare senza soluzione, la parola a C. Auguste Dupin, pioniere della scienza investigativa.

TRE MISTERI PER LE SIGNORINE OMICIDI
PATRICIA WENTWORTH, La collezione
La morte violenta di un collezionista è di per sé un caso interessante. Ancora di più se costui, per ironia della sorte, raccoglieva gioielli appartenuti alle vittime di delitti assurti agli onori della cronaca. Per l’investigatrice privata Maud Silver poter contribuire alle indagini è un invito a nozze, e una pessima notizia per il colpevole.
KAY STRAHAN, La Fattoria del Deserto
Quando un omicidio e un suicidio sconvolgono la vita degli ospiti di un ranch nel Nevada, sembra che nessuno possa decifrare una simile esplosione di follia. Nessuno eccetto l’investigatrice Lynn MacDonald.
La sua proposta è semplice e onesta: rimborso spese in caso di insuccesso, diecimila dollari se riesce. E a Lynn non piace fallire.
STUART PALMER, Il mistero della villetta da luna di miele
Per Hildegarde Withers, investigatrice dilettante, intrufolarsi in casa d’altri non è poi così grave se c’è di mezzo sua nipote, scomparsa dopo una lite con il marito. Non sono dello stesso avviso i poliziotti che l’arrestano per violazione di domicilio. Ma avranno modo di ricredersi, quando la zitella ficcanaso scoprirà cose che loro nemmeno si sognano.

I TRE VOLTI DEL NOIR
JAMES HADLEY CHASE, Colpo a freddo
Confessare il suo crimine è ciò che rimane a Chad Winters. Un cronico bisogno di soldi e la presunzione di poter commettere il delitto perfetto l’hanno spinto ad architettare il suo piano. Sposare una ricca ereditiera e poi ucciderla. Niente di nuovo sotto il sole. Ed è finita male. Per quelli come lui va sempre a finire così.
STEFANO DI MARINO, Per il sangue versato
Sergio vorrebbe davvero cominciare un’altra vita, magari con l’affascinante Thiushan. Ma vecchi debiti e una serie di macchinazioni alle quali è impossibile sfuggire lo costringono a tentare un ultimo colpo: un favoloso carico di rubini provenienti dall’Oriente. Il piano s’intreccia però con la vendetta di un uomo solo e disperato…
FRANCIS ILES, Viaggio nel buio
L’omicidio è l’unica soluzione, Norman Cayley lo sa. Un’avventura amorosa può capitare a tutti, ma Rose vuole fare sul serio. Un bel guaio per un avvocato in carriera che invece punta alla figlia del socio anziano dello studio. Per risolverlo gli basterà aspettare in strada, al buio, pieno di whisky e con una rivoltella in tasca…

Non perdeteli e buona lettura!

Detective Lady (XVII) – Le lunghine di Fabio Lotti

Sto diventando un investigatore. Una specie di Sherlock Holmes in miniatura alla ricerca di tutte le tracce che mi permettono di tirar fuori l’identikit più completo possibile del personaggio femminile, a sua volta detective per mestiere o per caso, che sto seguendo. Qualche volta il compito è facile dato che gli indizi si affastellano l’uno sull’altro con grande generosità, talaltra piuttosto arduo soprattutto quando l’autore è un po’ reticente, o meglio riservato, rispetto alla sua “creatura”. Comunque sempre interessante. Come nella presente circostanza.
Questa volta parto proprio dall’idea che mi sono fatto su Tempe (Temperance) Brennan, docente di antropologia alla “University of North Carolina” di Charlotte e personaggio principale di Carne e ossa scritto da Kathy Reichs e pubblicato dalla Rizzoli nel 2006. Sul contenuto, che qui interessa relativamente, vedremo in seguito. Partiamo dall’aspetto fisico. Occorre arrivare a pagina sessantanove per saperne qualcosa. Ce lo dice la stessa Tempe. Altezza uno e sessantacinque, peso cinquantaquattro chili. Inoltre “Occhi nocciola, vivaci, qualcuno avrebbe detto intensi. Qualche zampetta di gallina, sì, ma erano ancora il mio pezzo forte. Zigomi alti, naso piuttosto piccolo. La mascella si manteneva tonica e, nonostante qualche capello grigio, il color miele era ancora nettamente prevalente”. Età oltre i quaranta. La solita sfiga sentimentale che accomuna tante detective femminili. Sposata e poi divisa, ma non ancora divorziata, con Pete, un avvocato che l’ha tradita e che tiene un cane e un gatto. Si sente sempre attratta fisicamente da lui anche se ha una nuova relazione con Andrew Ryan, detective della squadra omicidi di Montreal. Ed ha una figlia Katy “meravigliosa”, “turbolenta” e “quasi laureata”. Un piccolo sunto della sua vita sentimentale ce lo fornisce lo stesso Ryan in un momento di crisi “A diciannove anni hai sposato l’avvocato Pete. Lui era un imbroglione e tu un’alcolizzata. Il tuo matrimonio è fallito. Tua figlia fa l’università. La tua migliore amica è un’agente immobiliare. Hai un gatto. Ti piacciono le patatine Cheetos e detesti il formaggio di capra. Non porteresti mai abiti con i volant o tacchi a spillo. Puoi essere caustica, esilarante, e una tigre a letto”.
Passiamo al temperamento. Forte, focoso, irascibile. Se ne rende conto ella stessa: “A volte riesco a darmi dei buoni consigli, per esempio non innervosirti. Ma spesso li ignoro”, oppure “Per la rabbia, le dita mi si piegarono a formare un pugno. Sentivo ribrezzo per l’arroganza e la pomposa indifferenza di quel bastardo”. E quando va oltre le righe si pente “E mi dispiacque di essermi irritata con lui” riferito a Ryan. Tagliente nei giudizi. Il giornalista Homer Wimborn che le sta tra i piedi le sembra un Homer Simpson con il “quoziente intellettivo di un plancton”. Se non parla bastano gli occhi “Dal mio angolo di osservazione potevo vedere la coppia alla nostra destra che ci fissava. Li fulminai con un’occhiata. Rivolsero lo sguardo altrove”. Decisa a combattere la violenza “Sono giunta a pensare alla violenza come a un delitto di potenza dell’aggressore sui più deboli che si rigenera all’infinito. Gli amici mi chiedono come possa sopportare di fare il mio lavoro. Semplice: mi sento chiamata a demolire quei maniaci prima che loro demoliscano altri innocenti”. Sul lavoro è attenta, metodica, concentrata.. Non si lascia distrarre “Inoltrandomi nel bosco, misi la mente in modalità “scena del crimine”. Da quel momento in poi avrei escluso qualunque elemento estraneo e mi sarei concentrato solo sui fattori pertinenti. Avrei notato ogni pianta troppo rigogliosa, ogni rametto piegato, ogni odore, ogni insetto. Il frastuono umano intorno a me sarebbe diventato rumore di fondo”. Le piace questo lavoro anche perché le permette di presentarsi senza fronzoli e senza trucco “Ogni giorno è un venerdì casual. Più che casual”. Niente problema per il cibo. A casa vive di “takeaway o di pasti congelati”. Le piace informarsi sui fatti del giorno attraverso la radio, i giornali ed internet. Sta volentieri con i giovani, con i suoi studenti, un po’ casinari ma pieni di vita e di energia. Forte, dicevo, con un momento di crisi quando si abbandona al pianto sul torace di Pete. Ma si riprende subito “Avanzando nella luce di quel mattino splendente, ingoiai rabbia e paura e dubbio, e riplasmandoli in qualcosa di nuovo. Qualcosa di positivo”. Difficile che riesca ad aprirsi del tutto. Ci riesce solo con Ryan quando ripercorre la sua storia familiare. Ottimista “Una cosa la so. Emma aveva ragione. Comunque vada a finire, sono tra i fortunati. Ci sono molte persone nella mia vita. Persone che mi vogliono bene”.
Contenuto in breve (ma breve breve) : Tempe Brennan è impegnata con venti studenti a scavare un sito a Dewees “isola di barriera a nord di Charleston, South Caroline”. Viene ritrovato un corpo “intrusivo”, cioè introdotto nel sito più tardi rispetto a tutti gli altri. Di un maschio bianco sulla quarantina alto tra uno e ottanta e uno e ottantacinque. Che presenta segni di violenza in alcune parti (ovvero ossa) del corpo. Strangolamento? Colpo di frusta? Un colpo al mento o alla testa? L’indagine si sviluppa con Emma Rousseau, il coroner competente del caso che ha una brutta malattia. Poi c’è un altro omicidio di un uomo impiccato a un albero e di una donna ritrovata dentro a un bidone…
Parallelamente corre la storia del suo ex marito Pete incaricato di indagare su alcune questioni finanziarie che riguardano la Chiesa della Misericordia Divina e di approfondire gli spostamenti della figlia scomparsa del suo cliente coinvolta nell’organizzazione. Due storie che, naturalmente, si intersecano. C’è anche di mezzo una clinica… e non vi dico altro.
Stile fluido con qualche punta di narcisismo (guarda come sono brava). Un po’ stancante (a dir la verità) il fatto delle ossa che si trovano ora sparse un po’ dappertutto. Voglio dire nei romanzi polizieschi. Ultimamente le ho ritrovate in La città delle ossa di Michael Connelly, La signora in verde di Arnaldur Indridason, Il silenzio delle ossa di Michael Baden e Linda Kenney. Senza contare i precedenti che sono parecchi. A partire dai libri della Cornwell.
E allora un grido mi sorge spontaneo dal petto “Dateci la ciccia!”.

Questa volta mi ha attirato il cognome. Lippman. Ho preso in mano il libro. Lippman, ma dove ho già letto questo cognome, ho farfugliato fra i denti. Lippman. Ma sì, un colpetto sulla fronte con la mano destra ed il ricordo è venuto fuori. Dal libro Scacco perpetuo di Icchokas Meras che stavo leggendo. Qui si trova un certo Abraham Lipman (con una sola “p”, però) che ha una discreta parte nella storia. Il libro mi piaceva e chissà che anche questo Baltimora Blues di Laura Lippman, Giano 2008, non mi facesse lo stesso effetto. Qualche volta è proprio il Caso a guidare le nostre scelte…
Trascrivo impunemente dalla seconda di copertina “Il giornale presso cui lavorava, il secondo quotidiano di Baltimora, ha chiuso i battenti un paio di anni fa e da allora Tess Monaghan, ventinove anni, capelli lunghi castani raccolti in una treccia, la pelle chiara e gli occhi castani, non vive certo uno dei suoi momenti migliori. Senza lavoro e senza sussidio di disoccupazione, trascorre il tempo andandosene a vogare la mattina al Circolo di Canottaggio e a correre la sera per le strade di Baltimora che non se la passa bene nemmeno lei, col suo triste record di un omicidio al giorno.
Qualche settimana fa Tess ha incontrato, nelle acque del circolo, Darryl Paxton, Rock per gli amici, ricercatore di biologia alla Hopkins di Baltimora…”.
Non la faccio lunga. Rock propone a Tess di seguire Ava, la sua, ragazza per appurare se è davvero nei guai, come sembra. Ava, la classica gnocca coi fiocchi, lavora nello studio legale di Michael Abramowitz, l’avvocato difensore dei peggiori delinquenti della città. Dopo qualche pedinamento Tess si rende conto che Ava è un’abile ladra e che ha una storia (forzata, si verrà a sapere poi) con il suo datore di lavoro. Il quale datore di lavoro, Michael Abramowitz, verrà trovato strangolato nel suo ufficio (ma ha ricevuto anche qualche mazzata in testa). E qui le cose si complicano e c’è di mezzo pure il VOMA, cioè l’associazione delle vittime di aggressione (soprattutto stupri).
Ma veniamo a Tess e a qualche altro particolare su di lei. Vuole leggere il “Don Chisciotte” ma non ci riesce. Altre letture: citati “Imbroglio d’amore” e i libri di M. Cain. Suo ex fidanzato Jonathan Ross. Suo amico Darryl Paxton, detto Rock. Sua zia la dinamica Kitty, riccioli rosso fuoco e occhi verdi, che trabocca di gioia e suo zio Donald un tempo un bell’uomo ma con il fascino tramontato. Tess (da bambina Theresa e poi Tesser) vive in un appartamento piccolo, praticamente una stanza divisa da librerie ma ha un bel terrazzo da cui può vedere la città.
Veste spesso sportiva con jeans, una T-shirt bianca fuori dai pantaloni e scarpe da basket, oppure stivali di camoscio e giacca in pelle. E comunque roba simile. Adolescenza di grandi successi per le sue belle forme. Guida una Toyota ma prende volentieri i mezzi pubblici. Sua amica-nemica Whitney “ricca e magra” mentre lei è “sfrenata e impulsiva”. Ama soprattutto la vecchia musica di Cole Porter, Johnny Mercer, Rodgers e Hart, Bob Dylan. Ha ancora vivi (miracolo) tutti e due i genitori. Suo padre di sessanta anni, capelli rossi e pelle chiara ha il piccolo vizio di fare rutti mentre è a tavola (da tirargli una bottiglia piena in testa). Mangia e beve un po’ di tutto: croissant al cioccolato con caffè alla nocciola, panna acida e cipolle (e qui mi fermo che mi viene da vomitare), scotch, vermouth (Martini), birra, bourbon. Solo una scena veloce di sesso con il suo ex fidanzato. Si abbassa i jeans e si cala su Jonathan senza farla tanto lunga.
Rivisitazione critica di Baltimora dell’acciaio, della polvere rossa, delle vittime dell’asbestosi. La bella Baltimora dell’est osannata negli articoli dei giornalisti e ora imbrattata e luogo di incontro di ragazzini che fumano PCP e crack. La solita storia del cambiamento in peggio.
Buona la scrittura e l’orchestrazione della trama. Ma il libro è del 1997 e si sente.

In viaggio coi Bassotti della Polillo (1) – Le lunghine di Fabio Lotti

Una veloce carrellata rosso fuoco…
Dunque qualche appunto veloce sui libri di una benemerita collana che mi sono passati fra le mani. Partiamo da Il mistero del vecchio granaio di Henry Ware Eliot Jr, Polillo 2018. “Che cos’hanno in comune delle orme su un muro; un granaio che “sembra” impenetrabile; una rivoltella Colt 45 scomparsa; un barile pieno di trucioli per imballaggio e di pallottole, e un crittogramma in apparenza indecifrabile? Nulla, almeno a prima vista. E che c’entrano i due cadaveri seminudi infilati nel bagagliaio di due auto, una delle quali ripescata in un lago?” Un bel problema per cinque amici che si trovano a trascorrere le vacanze sulle colline del Massachusetts. Più precisamente dentro un vecchio granaio trasformato in abitazione. Gruppo composto dai proprietari Ed e Jeanie, dallo scrittore di gialli George, dal famoso detective Gil e da Mike, il direttore del giornale locale. Un discreto rompicapo da tenere bene gli occhi sbarrati. E non so se vi basterà…

La maledizione del rubino di Adam Bliss, Polillo 2018.
Ovvero quando un gioiello, come il rubino Camden, porta una sfortuna maledetta. Tutti quelli che l’hanno indossato hanno fatto una brutta fine. Meglio stargli alla lontana secondo Gary Maughan, amico del ricchissimo possessore Van Every e narratore della storia. Ma c’è sempre qualcuno che non crede alle terribili leggende come questa. Vedi la famosa attrice Margalo Younger che, invitata ad ammirarlo, lo indossa tranquillamente. Facendo la scontata brutta fine addirittura nella stessa stanza dove sono presenti gli altri due personaggi! Impossibile…

L’enigma della rosa di John V. Turner, Polillo 2018.
Qui due parole sull’autore sono obbligatorie, tanto ha fatto e scritto in poco tempo, avendo lasciato la nuda terra a soli 39 anni (1905-1945). Sesto figlio di un sellaio, trascorre l’infanzia in un sobborgo di Manchester, fa il giornalista e poi lo scrittore sfornando ben 45 romanzi in quindici anni firmati anche con gli pseudonimi Nicholas Brady e David Hume. Romanzi di stampo classico ma anche hard boiled all’americana con ritmo pazzesco e botte da tutte le parti. Tra i suoi personaggi preferiti il giornalista di nera Tony Carter, l’eccentrico reverendo Ebenezer Buckle e il piccolo avvocato Amos Petrie che troveremo anche qui.
In breve “I MILIONARI DEVONO MORIRE” è la minaccia che riceve il riccone Okley Masters, sposato con la bella figlia di Lord Mayers, attraverso un biglietto portato dal suo segretario. Ma non è il solo. Lo riceve anche Lord Belden, il magnate dei giornali. E tutti e due si ritroveranno nella casa di campagna di Masters per il fine settimana. Insieme ad altri ospiti, naturalmente. Così come naturale, per un giallo che si rispetti, sarà l’arrivo di un bel morto ammazzato. Proprio con le fattezze del già citato Masters persuaso che si trattasse solo di uno scherzo. Una bella gatta da pelare per il piccolo Amos e l’ispettore Ripple di Scotland Yard.

La lettera sbagliata di Walter S. Mastermann, Polillo 2018.
A Scotland Yard il telefono della scrivania del sovrintendente Sinclair comincia a squillare. È la voce di una donna che annuncia la morte del ministro degli Interni a casa sua. “Chi parla?” domanda Sinclair. “Oh, nessuno di speciale, solo l’assassino.”
Inizio niente male. Dopo un po’ arriva l’amico Silvester Collins, avvocato che ha abbandonato la professione forense per diventare un detective dilettante e collaboratore della polizia. Lineamenti marcati, naso piuttosto largo, occhi castano chiari e capelli ricci quasi neri. Estremamente elegante, sportivo e gentile ma si arrabbia se gli amici lo chiamano Sherlock Holmes. Un tipo assai diverso da Sinclair “funzionario esperto senza nessuna genialità” ma ricco di esperienza (ci ricorda il famoso duo). Qualcuno gli ha telefonato dicendogli che voleva proprio lui. E sembrava una donna… La notizia è vera. Il ministro degli interni, il vedovo Sir James Watson, è stato ucciso nella sua biblioteca con un colpo di pistola alla tempia. Porta sbarrata e finestre chiuse con il fermo. Nessuna via d’uscita per l’eventuale assassino…
Un consiglio ai lettori. Non fidatevi delle apparenze. Non fidatevi! Il libro uscì nel 1926 con una prefazione lusinghiera di Chesterton. E questo è già un bel marchio di qualità.

Delitto in Cornovaglia di Anthony Weymouth, Polillo 2018.
“Mrs Bennet, una ricca vedova con uno squisito senso dell’ospitalità, ha invitato alcuni amici nella villa che ha affittato per i mesi estivi in Cornovaglia. Tra gli ospiti ci sono Joyce, la figlioccia, Geoffrey, il nipote, Mr Frere, un colonnello in pensione, Sir John Manners, rientrato dal servizio civile in India, e l’avvocato Sylvanus Ward. Al termine di una cena Geoffrey, che per tutta la giornata aveva mostrato grande nervosismo, chiede privatamente all’avvocato un consiglio: deve assolutamente versare 30 sterline come acconto di un grosso debito che ha contratto e non vorrebbe rivolgersi alla zia. L’avvocato lo esorta a farlo, ma il mattino seguente si scopre che dal portafoglio di Sir John mancano proprio 30 sterline. Un semplice furto? Niente affatto, perché la situazione precipita quando uno degli ospiti viene trovato pugnalato a morte nel suo letto e un altro scompare misteriosamente con indosso solo il pigiama e la vestaglia. L’ispettore Meredith della polizia locale si trova ben presto in difficoltà e allora non rimane che chiedere aiuto a Scotland Yard. Sarà così l’ingegnoso ispettore Treadgold a risolvere il complicato caso, partendo da pochi e bizzarri indizi: una macchia di ruggine su un lenzuolo, un’etichetta strappata sulla quale è impressa una strana impronta e un pezzo di corda sporco di catrame.” Libro valutato assai diversamente dai lettori. Per quello che mi è parso, spilluzzicandolo in una libreria di Siena, sembra di piacevole lettura senza inutili orpelli.

L’indizio della luna crescente di Valentine Williams, Polillo 2018.
Intanto si tratta di un inedito del 1924. Bel colpo! Chi narra la storia, Peter Blakeney, è un autore che vive un momento felice della sua creatività. Infatti sta scrivendo una commedia che ha interessato un produttore di Broadway. Per l’ispirazione si è trasferito in una tenuta di Mr Lumsden, vecchio amico assai ricco, sui monti Adirondack nello stato di New York. Qui numerosi ospiti tra cui Victor Haverseley e signora Graziella, un vecchio medico, belle ragazze come Sara Carruthers, zitellone curiosone come miss Ryder, segretarie…Insomma un discreto mazzo di personaggi che si divertono un mondo tra nuotate nel lago vicino, partite a bridge e a tennis. Ma è solo apparenza. Tradimenti e ripulse amorose scatenano violente gelosie. Fino alla morte di qualcuno con il classico dubbio: suicidio o omicidio? Un bel caso e un chiaro giallo ad enigma per il possente e ingenuo sceriffo Hank Wells e per il giovane occhialuto Trevor Dene di Scotland Yard. Per lui è sicuro omicidio e lo si può capire, pensate un po’, dalla luna crescente… Di gradevole lettura senza entusiasmare.

Omicidio a Kensington di C. St. John Sprigg, Polillo 2018.
A Kensington, ovvero al “Garden Hotel” gestito dalla coppia Mr e Mrs Budge e frequentato da pittoreschi personaggi. Qui arriva il giornalista Charles Venables (con il monocolo!) invitato dall’amica lady Viola di cui è innamorato e subito assiste ad un furioso litigio proprio fra i due. La signora Budge si ammala per poi scomparire misteriosamente, insieme ad una cliente, dalla stanza in cui è chiusa, tenuta addirittura sotto stretto controllo. In seguito la sua testa verrà trovata dentro una cappelliera e altre parti del cadavere in svariati posti dell’albergo. Il marito sospettato, per evitare l’arresto, si suicida. Almeno così sembra… Bella gatta da pelare per Bernard Bray, ispettore di Scotland Yard coadiuvato dal giornalista Venables, amico di vecchia data. Capitoletti brevi, spezzettati, personaggi “leggeri”, ovvero poco approfonditi, a rendere meno efficace una prima opera di uno scrittore morto troppo presto a soli ventinove anni in uno scontro con i franchisti nella valle di Jarama.

Detective Lady (XVI) – Le lunghine di Fabio Lotti

Clotilde e l’estate dei delitti di Bruno Coppola, Rizzoli 2009.
Clotilde Kuster Melis è una ragazza di vent’anni che sta per laurearsi in filosofia. Figlia del signor Alberto “alto e magro come un grissino” e della signora Bianca “svanita e surreale, sempre con la testa fra le nuvole”. Fratello più piccolo di tre anni e fidanzata con Marco (troppo posato) anche lui sotto tesi di laurea. Carattere aperto, socievole, curiosa di tutto, grande camminatrice. E belloccia (corpo snello, gambe lunghe), il che non guasta.
La sua vita cambia all’improvviso alla scoperta di un nonno, Horatius Kuster, mai conosciuto “montenegrino emigrato negli USA per sfuggire alle bande di ustascia” e ritornato in Italia per dare un contributo alla sua patria devastata dalla guerra.
Da qui i guai per la nostra giovane detective invischiata in traffici illeciti, tra agenti della CIA e un’isola popolata da lucertole blu. E morti. Uno, due, tre. E il mistero di una criptica poesia. Un po’ scontato l’incontro-scontro tra l’allegra Clotilde e il nonno burbero (che poi tanto burbero non è), tra l’idealismo e la cruda realtà, tra la passione e il calcolo politico.
Aggiungo una certa ingenuità narrativa e una certa predilezione per il punto esclamativo che un po’ di senso di esagerazione te lo lascia.

Alla ricerca di Sonya Dufrette di R.T. Raichev, Elliot 2009.
“Luglio 1981. Nella villa di campagna di Lady Mortlock, durante il party dato in occasione del matrimonio tra Carlo e Diana, una bambina scompare. Poco dopo la sua bambola viene ritrovata sulla riva del fiume che scorre vicino alla casa, ma della piccola nessuna traccia. Tutte le ricerche si rivelano inutili e il caso viene archiviato come un tragico incidente”.
Venti anni dopo, leggendo un articolo di giornale che rievoca il matrimonio reale, la signora Antonia Darcy ripensa all’episodio della bambina scomparsa di cui anche lei era stata testimone. E, come dire, il caso si riapre. Nella testa della nostra Darcy, bibliotecaria cinquantenne in un “esclusivo club londinese per ex militari”, divorziata (ti pareva) con figlio David e la nipotina Emma. Ad aiutarla in questa ricerca il maggiore Hugh Payne, vedovo, socio del club e suo accanito ammiratore.
Aggiungiamo che, sempre la nostra Antonia Darcy, è una scrittrice di romanzi polizieschi (quasi scontato), le piace la musica classica, presa spesso da cattivi presentimenti, ancora fragile per il divorzio. Determinata tuttavia nella ricerca della verità.
La quale ricerca parte da ciò che lei stessa aveva scritto di quella particolare giornata, per poi svilupparsi con il ritrovare i personaggi che vi presero parte. Un viaggio nella sua mente ricca di dubbi (la bambina è stata uccisa o rapita, oppure è sempre viva?), di scoperte, di fragili verità, di assilli, di ripensamenti fino all’epilogo finale. In un continuo confrontarsi con le educate schermaglie amorose del maggiore che piano piano riescono a vincere in parte la sua ritrosia.
Prosa leggera, piacevole, ricca di citazioni letterarie che non appesantiscono il testo. Un buon lavoro.

Ombre sul lago di Cocco e Magella, Guanda 2013.
Cernobbio, lago di Como. Resti umani sulle montagne, giovane morto ammazzato con due colpi di pistola, gamba destra rotta, una catenina, un mezzo medaglione, la sigla K.D. ritrovata su un portasigarette d’argento. Preposta a risolvere il mistero il commissario Stefania Valenti, 45 anni, separata da Guido, figlia Camilla di 11 anni, Ron il gatto rosso.
Doppia indagine sul passato della Seconda guerra mondiale e sul presente seguendo un po’ la scia di Massobrio (Occhi chiusi), Pandiani (Pessime scuse per un massacro) e Pasini (Venti corpi nella neve), ognuno con le sue peculiarità.
Bisogna muoversi con discrezione perché incombe il senatore Cappelletti, la cui Villa Regina al tempo della guerra era stata trasformata in ospedale dai tedeschi. Tutto ruota intorno a questa villa e alle sue vicende familiari che sembrano siano in stretto rapporto con il morto. E tutto ruota intorno a Stefania, personaggio principale con i suoi momenti di forza (“Non sappiamo nulla di te, ragazzo, ma ci arriviamo, stai tranquillo”), e di crisi che, comunque, continua imperterrita l’indagine anche quando questa viene archiviata (un classico fin troppo ripetitivo). Aggiungo lettura di Camilleri, boccate di Muratti Lights, la solita citazione della Christie e un “Elementare Watson” che se non ci sono il lettore si sente male.
Attorno alla protagonista gli immancabili personaggi della polizia, ognuno con le proprie caratteristiche, tra cui il solito capo criticone “Stai conducendo una indagine, non stai inventando una trama di un romanzo”, la giornalista che l’aiuta nello svelamento del mistero e uno in particolare, l’ambientalista Luca Valli, con il quale sembra nascere qualche fremito stuzzicarello: difficoltà ad essere disinvolta con lui, mani che si sfiorano, mano sulla spalla, profumo di dopobarba, cuore che batte e insomma il brividino che si fa largo nella corazza dei sentimenti senza quegli assatanati salti sul letto che si trovano ormai dappertutto.
Scrittura semplice e pulita, racconto affidato per molta parte (forse troppa) alle rievocazioni di alcuni personaggi, ricerche d’archivio, microfilm, esame particolare di una fotografia che può riservare sorprese, spunti di vita lavorativa, spunti di vita familiare, Camilla e la sua amica, la mamma, le zie, il paesaggio del lago e della montagna ad affascinare la mente e il cuore della protagonista e del lettore. Profumino culinario con il lavarello in salsa verde e una telefonata che promette un seguito.
Buona lettura senza urletti di gioia.

Due di troppo di Janet Evanovich, Salani 2008.
Personaggio principale è Stephanie Plum “l’investigatrice più sexy e simpatica del mondo”. Partiamo dalla seconda di copertina “Irresistibile, magnetica, divertente, Stephanie torna con la sua seconda avventura, in cui è alle prese con Kenny Mancuso, un ragazzo come tanti che probabilmente ha appena ammazzato il suo migliore amico. Ancora una volta finirà per scontrarsi con Joe Morelli, poliziotto di discutibile passato e dalla libido costantemente su di giri, con la cattiva abitudine di immischiarsi negli affari di Stephanie… Non è professionale, ma è molto convinta, non è bella però è sexy, più che coraggiosa è assolutamente incosciente, e ha un fiuto infallibile per i guai”.
Bene, c’è da divertirsi, mi sono detto fregandomi le mani. Il classico giallo spiritoso, magari come Whiskey Sour o Niente baci alla francese che mi avevano strappato più di un sorriso. E infatti spigliata è spigliata questa Stephanie, italo-ungherese (divorziata ma, udite udite, ha ancora in buona salute i genitori) che vive da sola con Rex, un criceto che gira tutto il giorno su una ruota. Come lavoro cerca di riportare in gattabuia chi è libero e non se lo merita. Incosciente è incosciente perché entra ed esce dagli appartamenti altrui con semplice noncuranza. Naturalmente senza permesso, altrimenti che incoscienza sarebbe. Veste sportiva (all’occorrenza elegante ma è un’impresa) con Levi’s e maglietta o camicia e scarpe da tennis. Mangia e beve sportivamente di tutto: torte, sciroppi, pompelmi, popcorn, KitKat, cioccolata, caffè, marshmallows (?), panini con miele e burro di arachidi, cheeseburger, patatine, pappa d’avena, succo d’arancia e così via. Occhi azzurri, pelle chiara, capelli ricci, lunghi fino alle spalle, Smith and Wesson Chief Special calibro trentotto a portata di mano, macchina Jeep Wrangler modello Sahara, carrozzeria beige mimetico
Qui è alle prese con il ritrovamento di 24 bare. Sì avete capito bene. Di ventiquattro bare che sono improvvisamente sparite dal luogo dove erano state collocate. Possibili sospettati tre o quattro individui e c’è di mezzo anche un traffico d’armi.
E poi c’è nonna Mazur settantadue anni che ricalca pari pari (o quasi) la Cora Felton di Parnell Hall. Più spigliata e incosciente della nipote, imbranata e spavalda allo stesso tempo che cade da tutte le parti e spara da tutte le parti.
Insomma mi sarei dovuto divertire un sacco. E invece mi sono un po’ annoiato delle solite battute spiritosette, dei soliti dialoghi inutili tanto per tirare avanti una situazione che, stringi stringi, poteva essere benissimo completata con metà pagine. E con questo Kenny Mancuso che gira da tutte le parti a combinarne di tutti i colori senza essere preso (una rabbia!).
Mancava solo la solita scena di sesso pazzesco che ci è stata (fortunatamente) risparmiata. Ma non ci è stata risparmiata l’immancabile citazione del dottor Watson e un “Finché la barca va” che mi ha dato la mazzata finale.

Detective Lady (XV) – Le lunghine di Fabio Lotti

Ecco due gialli che hanno per protagonista una levatrice molto, ma molto in gamba. Si tratta di Omicidio a Gramercy Park e L’albero degli impiccati di Victoria Thompson, Classici Mondadori 2007. Partiamo dal primo.
“Edmund Blackwell, noto guaritore che si serve del magnetismo, viene ritrovato morto, apparentemente suicida. Come se questo non bastasse, sua moglie Letizia entra improvvisamente in travaglio. Sarah Brandt, levatrice, è convocata dal detective Frank Malloy proprio sulla scena del crimine: l’elegante casa del famoso guaritore. Il suicidio è in realtà omicidio e il neonato cade preda di un morbo misterioso. Affidandosi all’esperienza medica e all’intuito femminile, Sarah scopre la causa della malattia del piccolo Blackwell e svela uno scandalo che portano le ricerche di Malloy su una strada lastricata di avidità, frode e passione…”. Possibili indiziati la moglie Letizia, il figlio della prima moglie Edmund Blackwell, il padre di Letitia Maurice Symington, l’assistente del guaritore Amos Potter, il maestro di scuola (che si scoprirà amante di Letitia) Peter Dudley e l’immancabile maggiordomo Granger.
Veniamo al secondo “Si erge un albero infame nel bel mezzo di Washington Square, una tra le più antiche e celebri piazze di Manhattan. Il nome dice tutto: “l’albero degli impiccati”. Ed è proprio in quell’ombra sinistra che Sarah Brandt, levatrice per vocazione, investigatrice per necessità, si reca dopo avere ricevuto una lettera tanto formale quanto ingannevole. Nelson Ellsworth, austero scapolo, chiede il suo aiuto per quella che sembra una questione di cuore. Ma la vicenda si tramuta in delitto proprio sotto l’albero degli impiccati. E con l’aiuto del sergente Malloy, Sarah verrà a conoscenza di una verità allucinante e terribile”. Siamo alla fine dell’Ottocento.
Ed ora cerchiamo di tirare fuori qualche particolare interessante sulla nostra infermiera-detective Sarah Brandt: figlia di Felix Decker appartenente ad una famiglia di alta classe e discendente dai primi coloni olandesi, abita in Bank Street. Primo spunto “Era forte e resistente alla fatica, dopo i lunghi anni in cui aveva marciato a tutte le ore per le strade della città, affrettandosi per arrivare dov’era stata chiamata prima che un bambino vedesse la luce”. Avverte una “curiosa sensazione di piacere” nei confronti di Frank Malloy detective (vedovo) della polizia metropolitana di New York. Con lui molti battibecchi divertenti. Riguardosa e gentile. Tace e ascolta prima di parlare. Ma anche decisa, energica e furibonda all’occasione. Sa perfino urlare, dare schiaffi e maneggiare bene la scopa come arma di difesa. Un bel caratterino. Però anche tenera “Sarah le prese una mano stringendola fra le proprie”. Sempre pronta ad aguzzare le orecchie per ascoltare i discorsi degli altri. Attenta ai minimi particolari “A Sarah non sfuggì il fatto che la signora Fitzgerald avesse chiamato Blackwell con il nome di battesimo”. Ha occhi grandi e bellissimi. Vedova del medico Tom ironizza sui pettegolezzi “I vicini spettegoleranno comunque. Ma non preoccupatevi, la mia reputazione non corre nessun pericolo. Si domanderanno semplicemente se ci sposeremo presto”.
Ricordi teneri del marito Tom che scompaiono all’improvviso quando si trova sola con Frank Malloy vedovo (già detto) e con il figlio Brian che ha una grave malformazione a un piede. Citati vecchi che giocano a scacchi nel secondo libro pagina dieci (questo non importa niente a voi, ma a me sì. Una specie di promemoria dei gialli in cui compaiono gli scacchi).
Sa liberarsi degli importuni “Signor Prescott, se non uscite di qui nel giro di dieci secondi, esco sulla veranda di casa e comincio a strillare che siete venuto ad aggredirmi”. Con i giornalisti “Le bastò un minuto per liberarsi di loro e raggiungere la porta della signora Ellsworth, ancora un attimo ed era già dentro”. Spesso si chiude la porta alle spalle con un “tonfo” ed entra spavalda dappertutto. Se c’è bisogno si fa largo anche a gomitate. Talvolta furiosa anche con se stessa. Le piace la parte della città viva e pulsante “non quella dell’ordine e della tranquillità dei quartieri residenziali dove abitavano i suoi ricchissimi genitori”. Riesce a trattenersi per non rispondere male. Aveva desiderato figli con suo marito Tom ma non erano venuti e un nuovo matrimonio non rientra nei suoi piani. Nessuno può prendere il suo posto.
Ecco come la vede Frank “Gli piaceva il modo in cui la lampada traeva riflessi dorati dai suoi capelli biondi, e come si muoveva così sicura di sé e nello stesso tempo così piena di femminilità. Perché non c’era dubbio che fosse una gran bella figura di donna, che avrebbe riempito molto piacevolmente le braccia di un uomo. Oppure il suo letto”.
Giudizio drastico della signorina Stone “Una giovane donna non dovrebbe mai rimanere sola in compagnia di un giovanotto fino a quando non si sono fidanzati, e anche in questo caso… Ma le ragazze di oggi lo sa Dio cosa fanno!”.
I genitori non hanno approvato il suo matrimonio con il dottore Tom e non approvano l’amicizia con Malloy. La madre “Una donna non sposata, agli occhi del mondo, non potrà mai essere soltanto amica di un uomo sposato”.
Per Sarah nessuno merita la morte “A me non importa quello che Anna Blake ha fatto, ma non meritava di morire”. Ostinata. Lo dice la madre “Ormai non spero più di vederti sposata di nuovo. Il dottor Brandt dev’essere stato un uomo molto tollerante per essere riuscito a sopportare un carattere ostinato come il tuo”.
Mangia panino imbottito di formaggio e anche con la salsiccia. Soffre di emicrania. Ogni tanto momenti di trasporto verso Malloy e viceversa: “per un momento rimasero a fissarsi negli occhi, e Sarah credette di scorgere in quelli scuri di lui qualcosa che non aveva visto mai prima. Un desiderio struggente…”. Talvolta diventa rossa. Ma è anche intraprendente. Alla fine ci scappa un bacio (ho fatto un tifo pazzesco per questo) ma Malloy decide di fermarsi qui.
Gialli classici con storie ben costruite, soprattutto dialoghi dal ritmo serrato, prosa essenziale. Da leggere.

Molto tempo fa avevo scritto su “Sherlock Magazine” che il libro Carne fresca di Stella Duffy, Marsilio 2006, non mi era piaciuto. Per niente. Avevo deciso, quindi (saggezza dei meno giovani), di non parlarne. Lo avrei ripreso in mano con più calma in una occasione successiva. Mi sono ricreduto. Non c’è dubbio. Almeno in parte.
Contenuto (sintesi estrema): si tratta di un parto particolare per cui Molly deve partorire un bambino di Saz nel senso che questa dona il suo ovulo a Molly fecondato dallo sperma di Chris (un amico di colore, gay). Poi ci sono due ricerche condotte da Saz sui genitori naturali di Chris e su quelli (sempre naturali) di Patrick Sweeney, figlio adottivo di Gerald Freeman che, guarda caso, si trova in una fotografia relativa al battesimo di Chris. Saz, attraverso questa indagine, scopre che alla fine degli anni Sessanta esisteva un mercato di neonati venduti o regalati dopo avere fatto sapere alle madri che i loro figli erano morti. Non chiedetemi altro, per favore.
Protagonista Saz Martin: sempre in movimento, la vediamo all’inizio correre sotto la pioggia (in seguito verremo a sapere anche la lunghezza del percorso: cinque chilometri), far cadere le chiavi di casa e dire “Merda, cazzo, merda, vaffanculo, cazzo” che mi hanno fatto venire in mente le citate “variazioni”. Poi le cade anche il walkman con il quale sta ascoltando “i lamenti di Neil Young”. Poco più sotto e nella pagina successiva e in quella successiva ancora il solito ritornello sull’“arnese” di riproduzione maschile. Ormai un dato sicuro. Linguaggio diretto. Esplicito. Senza tante manfrine. Sul fisico si viene a sapere che ha gli addominali scolpiti “contro le vecchie cicatrici delle ustioni che coprivano i muscoli ben delineati, il corpo pronto a reagire, preparato a qualunque mazzata stesse per piombarle addosso”. Di più niente da fare per dichiarazione della stessa autrice che l’ha voluto lasciare di proposito nel vago. Un po’ nervosetta “Con una sberla spense la segreteria, furiosa con Molly che non le aveva lasciato un messaggio completo…”. Anche in seguito “Saz fece una smorfia e con un calcio mandò all’aria alcune pagine”. Mentre l’aspetta va su e giù per le stanze della sua casa, lava i piatti, mette a posto i vestiti sparpagliati sul pavimento, dà un morso ad una brioche, controlla l’orologio al muro e quello al polso, telefona. Vuole un bambino a tutti i costi. Si rende conto della importanza e “bizzarria” di questo evento. Per essere meglio preparata a svolgere il proprio ruolo di “componente non gravido della coppia” annota mentalmente di cercare un po’ di padri con cui parlare. Accetta il mondo com’è. Bevicchia (ironico). In un incontro tra lei, Marc e Chris arriva alla terza bottiglia di vino. E sputacchia (non ironico) nel bicchiere di vino. Molto rispettosa e sensibile verso la sua compagna “Stava sdraiata nel buio e nel silenzio, cercando in tutti i modi di non agitarsi e disturbare Molly, mentre aspettava che l’alcool bevuto quella sera facesse il suo effetto e le calmasse la mente irrequieta abbastanza da concederle un sonno ristoratore”. Oppure “Quando Saz entrò nel letto ormai dopo le due di notte si domandò se fosse giusto svegliare la sua compagna incinta per fare sesso nel bel mezzo della notte” ma desiste. Il suo amore per questa donna la porta ad un comportamento più maturo rispetto al passato “Quattro anni passati felicemente in coppia con Molly le avevano tolto qualsiasi desiderio di sperimentare le gioie di tirare l’alba girando per locali. L’idea di rivisitare la landa delle angosce esistenziali dei vent’anni popolata da una gioventù affamata di sesso, e di terminare la serata cercando di decifrare l’incoerenza delle proprie ciance da ubriaca, la riempiva di orrore che puzzava di vomito, con la colonna sonora di un tedio pericolosamente nostalgico”. Ciò che le piace è “Crollare sul pavimento accanto alla sua innamorata e guardare tv spazzatura, mangiare groviera caldo e squagliato sul pane nero di segale, con senape extraforte, e mezza barretta di appiccicosa cioccolata di caramello, bere una o due bottiglie di vino ghiacciato scelto con cura e poi farsi una bella dormita di otto ore”. Va beh, de gustibus con quel che segue. Però quando ci dà sotto ci dà sotto davvero di brutto tanto “da far arrabbiare sul serio il loro vicino di sopra”. Ha una visione “personale” degli avvocati: “paranoici ultrapedanti” , “dei poveri fissati” felici di incontrare “un viso giovane e vivace” che avrebbe portato un po’ di aria fresca “nelle loro vite altrimenti polverose”. Ecco come viene giudicata dai “normali”. L’impiegato “Dopo avere parlato sottovoce al telefono, guardò verso Saz e inarcò le sopracciglia per esprimere quanto trovasse sorprendente che l’avessero anche solo fatta entrare nell’edificio, e ancora di più il fatto che la sua titolare l’avrebbe ricevuta”. Diretta, impulsiva. Spiccia, veloce nel fare le cose “In mezz’ora Saz si lavò, si vestì, lasciò un biglietto a Molly e prese un taxi per andare in città”. Poco portata per il mondo degli affari ma piuttosto informata su quelli scandalistici. Accenno alla sua infanzia disastrata “Non sapevo nulla quando avevo sedici anni, solo che odiavo i miei, odiavo mia sorella, e che sarei morta se non fossi andata a Londra nel giro di una settimana. E che nessuno mi avrebbe mai capita. O amata”. Quando si accorge di sbagliare cerca di porvi rimedio. Soprattutto nel rapporto con gli altri. Comunque sia riesce a risolvere alla svelta il problema dei rimorsi. Caffè forte e cioccolata amara Hobnobs (?). All’occorrenza una sniffata di coca innaffiata con una bottiglia di vino. Per quanto riguarda la religione qualche concetto le è rimasto per via di una sorella maggiore che “aveva attraversato una fase di conversione” piuttosto breve dopodiché se ne era andata via di casa. Resistente. Dopo essere stata picchiata selvaggiamente “In quei momenti sapeva che doveva cercare di restare sveglia, che non doveva permettere a quella che, senza dubbio, era una commozione cerebrale fortissima di trasformarsi in qualcosa di peggio, cazzo, capiva le motivazioni mediche per restare coscienti nonostante il dolore”.
Conclusione: una riflessione sul personaggio ed una sul libro. Saz è un personaggio interessante, un miscuglio di volontà, di tenacia, di spregiudicatezza, di amore, ricca di sentimenti delicati, di passione. Una “creatura” vera, viva. La sua forza sta probabilmente “nei suoi limiti come investigatrice”. Non ha lampi di genio, né le si accende la lampadina al momento giusto. Non anticipa gli eventi e talvolta li subisce. Per il resto, tenendo a bada il mio maledetto inconscio, ho ancora qualche dubbio. È vero, come ha scritto Carlo Oliva, che la nostra Stella Duffy ha uno spiccato interesse per le “situazioni familiari anomale, che è da sempre uno dei pilastri del giallo classico”, ma quando si esagera si esagera. Insomma, per dirla con un proverbio “Il troppo stroppia”. E qui si è stroppiato.

Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (IV)

Si riparte!…
E allora saliamo in carrozza con A.A. Fair La notte è per le streghe
Non fatevi ingannare dal nome dell’autore. Trattasi dello pseudonimo di Erle Stanley Gardner, creatore del famoso personaggio di Perry Mason e, in questo caso, della coppia di detective Bertha Cool e Donald Lam. Solo che Bertha, in assenza del socio arruolatosi in Marina, dovrà cavarsela da sola. “E quando un rappresentante di commercio le piomba in ufficio con un problema di recupero crediti, è tempo di mettersi al lavoro. Ma ci sarà da sudare, perché la faccenda appare da subito un po’ bizzarra. Intanto il debitore da cui occorre incassare il denaro è in realtà lo stesso cliente. Poi ci sono di mezzo la moglie sobillata dalla suocera, un creditore a corto di soldi e un’intestazione fittizia di beni ritortasi contro l’improvvido donatore. Altro che caso di routine: un enorme pasticcio. Ed è ancora niente, prima che a complicare davvero le cose intervengano un delitto, la sparizione di una donna, lettere anonime, insomma un mare di guai. A Bertha l’ardua impresa di ricomporre un mosaico che la condurrà sulla pista delle streghe.” Brrrr… Una detective sessantenne, capelli bianchi, sovrappeso, avida e tirchia da morire. Ma anche leale e coraggiosa. Vi resterà simpatica.

Ross Macdonald Il tunnel
Anche qui eccoci di fronte ad uno pseudonimo, ovvero quello dell’americano Kenneth Millar, prima insegnante universitario e poi grande scrittore di gialli hard boiled, erede di Chandler e Hammett, rimasto famoso per il personaggio di Lew Archer (favoloso Paul Newman cinematografico). Lo troviamo anche sotto lo pseudonimo di John Ross Macdonald.
Nel presente libro niente Archer ma il docente di inglese nel Michigan Robert Branch. Siamo nel 1943 in piena guerra e spionaggio. Dunque sospetti su sospetti, perfino che una spia nazista si celi nell’università. Che si tratti del professore tedesco Herman Schneider, o dell’attrice tedesca che sarà presto sua assistente, di cui il nostro docente inglese si era innamorato a Monaco prima della guerra? E qualcuno cercherà di coinvolgerlo come omicida in un delitto…

Anne Perry Il fiume della vendetta
Anne Perry nasce a Londra nel 1938. Terminati gli studi incomincia a girare il mondo, facendo la hostess sugli aerei e a terra e lavorando anche nel settore alberghiero e in quello della moda. Tornata in Inghilterra nel 1972, dopo un lungo periodo trascorso negli Stati Uniti, la Perry inizia a scrivere romanzi storici. Il successo però le arride solamente quando ha l’idea di realizzare un romanzo poliziesco ambientato in epoca vittoriana. Incomincia così la serie dedicata all’ispettore Pitt, a cui farà seguito, qualche tempo dopo, quella incentrata sull’ispettore Monk. Entrambe le serie hanno ottenuto una vasta popolarità in Gran Bretagna e in tutto il mondo.
Londra 1869. Più precisamente a novembre. Lungo un molo del Tamigi un cadavere di mezza età dentro un sacco di tela con un proiettile nella schiena. La vittima, si scoprirà, è un falsario evaso da poco. Questo il caso di cui si dovrà occupare il nostro William Monk, comandante della polizia fluviale. Un caso difficile, forse con agganci nel passato. Ma l’istinto di Monk è proverbiale…
Chi ama il personaggio può buttarsi tranquillamente anche su I meandri della notte lungo un percorso da brivido. Bambini che, nel Royal Naval Hospital di Greenwich, sembrano essere sottoposti ad esperimenti come cavie innocenti. E William Monk dovrà indagare sui terribili misteri dell’ospedale.

Altro William interessante è quello creato dalla penna di Maureen Jennings, ovvero William Murdoch che troviamo in diverse pubblicazioni tra cui Onora il male (da noi pure nella serie televisiva I misteri di Murdoch). Siamo a Toronto, in Canada. Un omicidio dentro una chiesa presbiteriana. Quello del reverendo Horward picchiato selvaggiamente e pugnalato. “Una lama conficcata nel collo della vittima ha reciso di netto l’arteria, e il sangue è zampillato tutt’intorno nella stanza, impregnando il tappeto. Un lato del volto è stato massacrato a calci, l’orbita destra maciullata; l’altro occhio è aperto, a fissare il vuoto. Il riverbero di quella violenza brutale aleggia ancora nell’aria. Una rapina finita male, a giudicare dalla scomparsa di un orologio da taschino in argento, ma la realtà dei fatti potrebbe non essere così banale. Una pista sembra ricondurre l’omicidio del pastore all’assegnazione dei sussidi per famiglie indigenti. E sulla sua onorata reputazione emergono dicerie infamanti. Per quanto ampio sia il repertorio di miserie umane cui Murdoch ha assistito nella sua carriera, il limite viene ogni volta superato. È tempo di affrontare una cruda verità. La radice del Male alligna anche nell’animo degli uomini di fede.”

Passiamo ora ad un bel trio di autori italiani.

Alberto Odone La meccanica del delitto
Sentiamo lo stesso autore “Monaco di Baviera, tardo autunno 1920, un’epoca in cui la giustizia, per le strade e nei tribunali, la fanno i corpi paramilitari di estrema destra, i grandi industriali, i politici, ma Kurt Meingast non ci sta: un tempo era il migliore investigatore della Kripo, ora è un uomo profondamente segnato da ferite di guerra che gli tormentano il corpo e la mente. E anche se è ancora in servizio è di fatto un emarginato. Eppure una notte, in un vicolo, accanto al cadavere di un criminale che è appena stato ucciso da due colleghi, decide che è stanco di prestarsi a quel gioco, che è tempo di tornare a fare quel che sa fare meglio: scoprire i colpevoli.” Accusare i colleghi, però, è pericoloso… Una breve, ma bella recensione, qui  e qui  l’intervista per conoscerlo meglio.

Diego Lama La settima notte di Veneruso
Sette racconti nella Napoli del 1884 durante gli anni del colera con Veneruso, il commissario capo della polizia del Regno “grassoccio, pesante, stanco, sudicio, invidioso, triste, maleducato, di cattivo umore, ma assai sensibile e quasi buono”. Sette racconti e sette casi da risolvere: “un vecchio avvocato accoltellato in una casa abitata da tre sorelle, una scienziata uccisa, forse, dalla sua serva, una donna impiccata nelle campagne del Vomero, un’ex prostituta avvelenata nella residenza di un conte, un marinaio scuoiato e una nave carica di misteri, uno scrittore strangolato in un lupanare.” Tra una storia e l’altra gli “intervalli”, ovvero le notti, ovvero i rimuginamenti di Veneruso sui fatti accaduti e qualche spicchio di società. Al ristorante ambulante di Peppe Savio brocche di vino rosso e fumate con la pipa, zoccole, puttane e ubriachi da tutte le parti insieme a qualche serenata (siamo sulla sommità dei Quartieri Spagnoli dove abita). Veneruso che si saluta da solo e si dà la buonanotte. Scrittura facile, ironica, dialoghi veloci, serrati, il sorriso che volteggia felice insieme a qualche punta di malinconia. Basta leggere il primo racconto “Le sorelle Corcione” e ve ne innamorerete.

Enrico Luceri L’ora più buia della notte
Ho conosciuto Enrico Luceri molto tempo fa alla presentazione di un mio libro a Siena. Signore elegante, distinto, gentile e colto. Tanto gentile da avermi fatto dono di Le colpe vecchie fanno le ombre lunghe di lui medesimo, Prospettiva 2008, con una dedica che mi fece piacere. E, ancora di più, la lettura del libro, tra giallo classico e ombre gotiche.
Ma vediamo l’ultimo nato “Nella villa dell’archeologo Enrico Roselli cova una miscela esplosiva di rancori e segreti. Impegnato nella produzione di documentari televisivi, Roselli si tormenta all’idea di aver abbandonato la ricerca sul campo, il contatto con la terra che è l’anima del suo lavoro, fatto di scavi e scoperte entusiasmanti. Per fortuna ha accanto la sua collaboratrice, Irene, che lo ammira sinceramente, secondo qualcuno forse troppo. Poi c’è la moglie, Roby, molto più giovane. Alla loro domestica non è sfuggita la sua tresca con un amico di famiglia, di cui il marito dev’essere messo al corrente. Sarà tuttavia un episodio insignificante, come un bicchiere di latte rovesciato, a innescare una sequenza inarrestabile di tragici eventi. Del resto un archeologo dovrebbe aspettarsi che, dopo una vita passata a riportare alla luce tombe protette da sortilegi e antiche maledizioni, una qualche sciagura incomba su di lui. Ma Roselli non è tipo da cedere alla superstizione, e questo non lo aiuterà. Tra quelle mura alberga una presenza che vuole uccidere. È solo questione di tempo.”
Un viaggio nella paura dentro una cornice classica, una paura che “non è scatenata da qualcuno o qualcosa, sconosciuto o meno, ma pagina dopo pagina da noi stessi, dalla nostra immaginazione. Da ciò che custodiamo nella memoria. Da ciò che la coscienza non sorveglia più. Dal ricordo di un’emozione. Da ciò di cui dovremmo pentirci, e non riusciamo o vogliamo farlo. E questa considerazione, anche in un giallo classico, non è per nulla consolatoria”. Parole dello stesso autore.

Per il filone degli apocrifi sherlockiani, curato magistralmente da Luigi Pachì, basta buttarsi su qualcuno degli ultimi nati per rinverdire le mitiche gesta di Sherlock-Watson. Si trovano soprattutto a Londra, ma si possono incontrare perfino a Firenze in Il gioielliere di Firenze di Christopher James (avvelenamenti da stricnina e trame di una setta segreta). Oppure, anziani, ritirati nel Sussex a condurre una vita tranquilla. Fino a quando, facile prevederlo, qualcosa non viene a turbare la loro serenità come il suicidio di un ragazzo (Petr Mcek Il messaggero di Hitler). Uno dei maggiori scrittori di apocrifi sherlockiani è senza ombra di dubbio Martin Davies. Ultimo suo parto pubblicato La signora Hudson e la maledizione degli spiriti. E questa volta sarà proprio la citata signora, governante di casa, a dare un contributo investigativo “a un’indagine infestata da serpenti velenosi e giganteschi ratti di Sumatra.”

Buone letture!
P.S.
Per quanto riguarda gli speciali non perdetevi La morte viene da lontano di Peter Lovesey-Paul Harding e Melville Davisson Post a cura di Mauro Boncompagni. Ma sugli speciali ci ritornerò in seguito.

Detective Lady (XIV) – Le lunghine di Fabio Lotti

“Stoccolma, estate 2003. Una serie di furti sconvolge i nuovi ricchi dell’alta finanza. Unico indizio: i ladri portano sempre via, oltre a gioielli e quadri, una costosissima bottiglia di vino pregiato. È la Banda delle Cantine. L’inchiesta è affidata all’ispettore capo Ewa Johnsén, 39 anni, da poco divorziata, fisico statuario e folta chioma bionda, tutta intuito, volontà e sex appeal. Ma in realtà la lunga serie di furti non è che la punta dell’iceberg di uno scandalo ben più ampio che coinvolge l’alta borghesia, stimati professionisti, poteri forti, tutti criminosamente legati tra loro. A Ewa il compito di venirne a capo…”. Così viene presentato Il mercato dei ladri di Jan Guillou, Corbaccio 2007.
Vediamo questa Ewa Johnsén. Già sin dall’inizio si sa, lo avete appreso dalla presentazione (ma già ve lo immaginavate), che è divorziata. Più precisamente con il poliziotto Hasse Järneklov. Per via di una serie ininterrotta di anni praticamente vuoti. Separazione quasi naturale. Lui prende la sua roba e parte, mentre lei socchiude la porta. Lei tiene l’appartamento e lui la casa al mare. Tutto a posto. Niente litigi o risse furibonde. Meglio così. Capelli biondi, uniforme da convegno Armani (i nostri stilisti si trovano dappertutto). Vino preferito Chardonnay. Da 14 anni fa questo lavoro, ha lavorato alla omicidi, alla narcotici, alla investigativa ed ora nella polizia tributaria. È sovrintendente, un grado sopra commissario. Subito cottarella per Pierre che dice di essere un ladro (e se fosse stato un pluriomicida sarebbe svenuta ai suoi piedi?). “Ewa soffocò l’impulso improvviso di invitarlo a salire”. Ma poi si pente. Svolge con molta cura il suo lavoro. Vuole conoscere più informazioni sul vino dal giornalista Erik Ponti e da Pierre che sono esperti. Non riesce ad inquadrare il collega Muhr con il quale lavora. A volte le sembra “carne a volte pesce”. Brava con il computer. Per scaricare la tensione va in palestra. Ancora non abituata a vivere la nuova vita da separata. Colazione con corn-flakes, passeggiata con jeans e felpa. Di nuovo attratta da Pierre “Al rapido contatto tra la mano di lui e il suo seno sinistro provò quasi una fitta”. Qualche ricordo del passato quando arriva la prima notte di mezza estate. Si butta sul lavoro. Bevicchia. Arriva al terzo bicchiere e alla seconda bottiglia con l’amica Anna Holt, commissario anche lei (naturalmente separata, ci mancherebbe…) con corpo e movimenti da ballerina. Difende suo marito dall’accusa di razzismo. Discussione con Anna sull’uomo ideale per le poliziotte. Indecisa sulle vacanze accetta con sollievo una chiamata di aiuto di un collega. Rigida etica professionale. La sera prima della partenza per la Corsica lavora fino alle due e mezzo. Rimugina su se stessa. Una donna di mezza età, di buona cultura che si prende una sbandata per uno straniero. “Forse era folle, ma le emozioni erano proprio così, un po’ folli”. A pagina 277 ci dà, finalmente, di brutto. Borsetta francese, completo Armani (ancora), tacchi alti. Non vuole fare la casalinga.
Qualche scenetta sfiziosa tra cui “Si abbassò i jeans, si infilò una bottiglia di vodka nel sedere e la agitò ben bene in modo da farne entrare almeno due cicchetti, poi si portò la bottiglia alla bocca e bevve tra le grida di giubilo misto a disgusto dei presenti” (naturalmente non si tratta di Ewa). Da inserire nel libro Bloody Art di Pablo Echaurren, Edizioni Fernandel 2006. Ci farebbe la sua bella figura.
Anche un’idea sfiziosa. Un’isola dei famosi in cui gli ultimi due classificati devono sfidarsi all’ultimo sangue. Nel sultanato di Muscat e Oman dove tutto è permesso. Tra poco lo sarà anche da qualche altra parte.
Non so cosa dire.

Requiem per una pornostar di Jeffery Deaver, Rizzoli 2010.
Lasciati da parte Pellam e Rhyme il nostro Jeffery si è buttato ultimamente sul gentil sesso (vista l’aria buona che tira da queste parti) con Kathryn Dance, Bryn Mckenzie, ed ora con Rune.
Salta in aria il vecchio cinema a luci rosse “Velvet Venus” a Manhattan proprio mentre da quelle parti sta passando Rune, aspirante regista. La curiosità è troppa e la ragazza si infiltra tra gli agenti che indagano sull’accaduto. Lasciato un messaggio dall’esecutore della strage, più precisamente un avvertimento della “Spada di Cristo” tratto dal “Libro della Rivelazione” di San Giovanni che si riferisce alla fine del mondo dell’Apocalisse e agli angeli sterminatori. In tutto sette e qui siamo solo all’inizio. Una brutta storia.
Dicevo di Rune: piccola, alta poco più di un metro e cinquanta, capelli castani “raccolti in una coda di cavallo”, minigonna rossa con sagome di dinosauri, tre orologi e tre gioielli. Vive da sola su una barca galleggiante nel fiume. Desiderosa di girare un documentario sull’accaduto attraverso la storia della protagonista quel giorno in cartellone, la pornostar Shelly Lowe. Purtroppo saltata in aria pure lei nella sua casa con il secondo angelo che arriva puntuale di lì a poco.
Ad indagare Sam Healy della squadra artificieri lasciato dalla moglie. E si capisce come andrà e dove andrà a finire la storia della sua amicizia con Rune che lo aiuta nelle indagini. Nel solito posto ma senza tante capriole, il che, di questi tempi, è una bell’andare controcorrente.
Abbiamo dunque una digressione sul cinema porno in crisi che se lo girano anche a casa; un trattatello sugli esplosivi e Rune, tra il lavoro e l’indagine, sempre in pericolo e in continua lotta con qualche assalitore. Aggiungo bella tosta e decisa, ricca di risorse e combattiva, si attacca con tutte le forze al sentimento per Healy mandando pure degli accidenti alla moglie.
Il classico pacchetto ben confezionato e quasi scontato attraverso una scrittura di media qualità: sesso, fanatismo bigotto, sfiga e amore. Un caldo tremendo e insopportabile (anche questo ormai quasi un cliché, come l’inverno da gelare le mani o la pioggerella fitta fitta), con il doppio colpo a sorpresa che non fa più impressione e magari la sorpresa vera sarebbe quella, da qui in avanti, che non vi sia alcun colpo a sorpresa. Da certi autori si pretende di più. Ma parecchio di più.

Il sentiero dei bambini dimenticati di Elly Griffiths, Garzanti 2009.
Partiamo dal personaggio principale. Ruth Galloway, trentanove anni, ottanta chili di peso, “capelli castani lunghi fino alle spalle, occhi azzurri, carnagione pallida” con uno splendido sorriso. Nata a Londra, vive in un cottage sul limitare del Salmarsh, una distesa di paludi salate a ridosso della costa. Professoressa di archeologia forense all’università del North Norfolk, specializzata nella datazione delle ossa antiche. Due gatti, Flink maschio dal pelo fulvo e Sparky gattina dal pelo nero con il naso bianco a farle compagnia. Ha lasciato il marito Peter perché terminato l’amore, in conflitto con i genitori non sopporta il fratello Simon il “perfettino”. Sua amica Shona che insegna inglese all’università, adora Springsteen, Bruce, Rod e Bryan, legge volumi di archeologia, gialli, manuali di cucina, guide di viaggio, romanzi rosa. In continua lotta con il suo peso e in continua riflessione su se stessa e gli altri.
Si trova ad affrontare un caso particolare con l’ispettore Nelson, figura imponente e massiccia, sbrigativo nei modi, metodico nel lavoro, sposato con due figlie.
Sintesi: viene trovata una mano di una bambina leggermente chiusa con un braccialetto che sembra fatto di fibre vegetali risalente all’età del Ferro. Ritorna di attualità anche il caso di un’altra, Lucy Downey, scomparsa da circa dieci anni a cui si aggiunge quella improvvisa di Scarlet Henderson. Seguono lettere dell’assassino all’ispettore Nelson con passi tratti dalla Bibbia, di Shakespeare e di Eliot che alludono ad antichi rituali e sacrifici. A cui si aggiungono, come nel più classico dei classici, biglietti di minaccia alla stessa Ruth. Altri personaggi: Erik, suo primo tutor all’università; Cathbad suo “vecchio” studente; David, l’ornitologo vicino di casa e Peter l’ex marito, già menzionato. Da aggiungere la bambina rinchiusa in una stanza sotto terra la cui storia si evidenzia con le solite frasi in corsivo.
Un thriller psicologico che scava in profondità soprattutto nell’animo di Ruth (ma anche di Nelson), donna forte e coraggiosa, piena di dubbi che riesce in qualche modo a risolvere in positivo. Martellata dal significato nascosto delle lettere, dal presente e dal passato che riaffiora di continuo.
Un thriller con grosse venature di gotico: la paura, la corsa nella palude, il rischio della morte, l’incombere dell’assassino, l’arrivo del temporale, il tuono, le urla e insomma tutto l’armamentario usuale per creare ansia e terrore. E poi rivelazioni, colpi di scena, il sospetto riversato ora sull’uno ora sull’altro dei personaggi, la rivelazione finale, dubbia nella motivazione e di non difficile soluzione per i lettori più esperti.
La mano c’è, e si vede. Prosa sicura, efficace nella parte scientifica, nella delineazione dei personaggi o nella descrizione dell’ambiente interno ed esterno. Un libro godibile soprattutto all’inizio che scade poi piano piano nell’abituale cliché di storie complicate dal punto di vista sentimentale (risparmiata, fortunatamente, la solita scena sessuofobica) e anche della pura struttura narrativa piuttosto risaputa e sfruttata.

Detective Lady (XIII) – Le lunghine di Fabio Lotti

Heat Wave di Richard Castle, Fazi 2010.
New York, trentasette gradi e un tizio, più precisamente l’immobiliarista Matthew Starr, che cade giù dal sesto piano di un edificio e rimane stecchito. Ad indagare la detective Nikki Heat con i colleghi Ochoa e Waley (Roach) e lo scrittore Jameson Rook. Alcuni indizi fanno pensare ad un omicidio e non mancano i possibili sospettati: la moglie che tradisce, un concorrente in affari, un mafioso, l’amministratore finanziario e via di seguito.
Al centro la nostra Nikki, belloccia e sfortunata con la madre morta uccisa quando aveva diciannove anni e i ricordi che riaffiorano all’improvviso. Atletica, si allena con le arti marziali e con il suo allenatore Don anche per un altro tipo di allenamento più ravvicinato. Suo metodo di lavoro parlare, ascoltare, capire e poi riflettere con nomi, date, fotografie sulla lavagna. In conflitto con Rook, ci scappa pure un “Vai a cagare”, ma poi ripensamenti, occhiate e sguardi furtivi conditi da batticuore fino allo scontato epilogo con capriole sul letto.
Le indagini portano a scoprire una vita dissoluta del morto tra donne e gioco e allora i sospetti su questo e su quello, una collezione di quadri che fa gola (veri o falsi?) ed altri cadaveri sparsi fino alla chiusura con inevitabile lotta.
A chiudere in bellezza via il caldo torrido e l’arrivo di un’ondata di freddo dal Canada. Ergo vento, pioggia, fulmini e i due eroi che si baciano sulla porta di casa inzuppati fradici. Che carini!
Note positive: costruzione discreta, lettura veloce, piacevole, psicologie credibili, movimentato il giusto.
Scontati: solito passato di merda che riaffiora, solita sfiga familiare, solito contrasto che si tramuta in innamoramento, solito caldo boia, ormai cliché irrinunciabile.
Ma gira e rigira gli elementi di un romanzo poliziesco sono sempre gli stessi ed è difficile tirar fuori anche un sol pizzico di originalità.

Petra Connor è la protagonista di Subito dopo mezzanotte di Jonathan Kellerman, Sperling and Kupfer 2007. Dato che la trama del romanzo, in questo tipo di ricerca che sto conducendo ci interessa il giusto, ricopio pari pari la presentazione del libro “Una e un quarto di notte. Petra Connor, l’affascinante detective della squadra Omicidi di Los Angeles, è svegliata da una telefonata del distretto di polizia: strage al Paradiso Club. Quattro morti. Adolescenti che avevano partecipato a un concerto hip-hop. Perché quell’orrendo massacro? Oltre al gravoso incarico di decifrare il rebus, Petra deve fare da baby sitter al ventiduenne dottorando Isaac Gomez, impegnato in una ricerca statistica sui crimini avvenuti in città dal 1991 al 2001. Il suo Q.I. è superiore alla media come la sua timidezza e la miseria in cui versa la sua famiglia. E se fosse proprio il giovane impacciato cervellone a fornire la chiave dell’enigma? Incrociando i dati risultano infatti sei efferati delitti commessi negli ultimi sei anni, tutti subito la mezzanotte. E tutti il 28 giugno. L’assassino sembra divertirsi un mondo a fracassare il cranio delle vittime osservandone colare la materia grigia…Quale disegno segue la follia? E quale legame con la carneficina del Paradiso? Non c’è un minuto da perdere, nemmeno per Eric Stahl, il collega che tiene in pugno il cuore di Petra: tra un mese è il 28 giugno”.
Occupiamoci di Petra Connor: intanto ha già risolto due casi di omicidio. Dopo subentra “la solitudine”. Temperamento arzillo, non può stare ferma senza far nulla. Innamorata di “un taciturno detective di nome Eric Stahl con un passato nei servizi speciali dell’esercito”. Certo non un tipo appariscente se al primo incontro gli sembra un becchino. In seguito, in un momento delicato in cui sta per affrontare un pluriomicida, le pare “elastico” e “armonioso”. Ma poi, quando lo vede in calzamaglia, la fa sorridere. Sfortunatissimo. Già sposato con moglie e due figli. Persi tutti. Impassibile nei momenti critici “Di fronte a un indiziato con la calotta cranica ridotta in poltiglia i poliziotti, anche i veterani più incalliti, reagiscono solitamente con un minimo di emozione. Eric non mostrava in quel momento più di quella che avrebbe provato nel limarsi le unghie”. Petra, “cresciuta in Arizona con cinque fratelli e un padre vedovo” si è anch’essa sposata ma poi divorziata. Tanto per restare nel solco desolato delle detective lady. Brava in cucina, ama dipingere. Ognuno vive nella propria casa. Primo rapporto con Isaac Gomez: da una parte si sente protettiva, dall’altra irritata perché è restia ad abbracciare subito la sua teoria. Cioè che gli omicidi del 28 giugno abbiano qualcosa in comune. Tuttavia sa bene che Isaac “era più intelligente di lei, molto di più. Ignorarlo avrebbe potuto risultare un errore di quelli malandrini”. Buon senso. E proprio da lui ci arrivano di tanto in tanto particolari sulla nostra Petra. Che è agile e aggraziata e con un bel caschetto di capelli neri. Occhi castano scuro tendenti al nero. Occhi “indagatori”, “lavoratori” e non “strumenti da flirt”. Lineamenti nitidi, la pelle d’avorio e sottili vene blu. L’antitesi della bambolona maggiorata. Ma proprio per questo “la rispettava il doppio proprio per come sapeva essere se stessa, resistente alle volgari pressioni della moda corrente”. Una persona seria, di cui, evidentemente si è innamorato. “Quella pelle, quegli occhi. Quel modo che avevano i suoi capelli neri di ricadere con naturalezza al proprio posto”. Sempre da lui sappiamo anche come si veste. Invariabilmente di nero tanto che i colleghi la chiamano “Morticia”, ma anche “Barbie” e questo non riesce a capirlo. Insomma, proprio una bella donna. Altri particolari verranno aggiunti in seguito. Mani affusolate e forti, aggressiva in un modo assai femminile. Non le dispiace un po’ di “sesso atletico”. E quando non resiste non resiste. Rischiando il grottesco “Poi non ce la fece più. Prima spogliò frettolosamente il suo corpo pallido e ossuto, poi si strappò quasi di dosso i vestiti, con tanto affanno che per poco non inciampò nei calzoni”. Oppure “Petra osservò la sua sagoma sfocata. Al diavolo. Si spogliò e lo raggiunse. Crudeli e sconsiderate le posizioni in cui lo costrinse”. È veramente innamorata di lui. Lo dimostra in ogni momento. Si commuove ai ricordi. Come quando piange ripensando a Shirley Lenois, una poliziotta madre di cinque figli che si era fatta in quattro per lei quando era entrata nella polizia. Non fuma ma non le dispiace un buon caffè. Non pare molto ordinata “Si versò dell’altro caffè, giocò con fili di mozzarella, prese uno dei fascicoli. Bevve e mangiò e cominciò a leggere. Sporcando le copertine di olio. Trattandole senza molto riguardo”. Esperta guidatrice sa districarsi nel traffico e orientarsi perfettamente. Anche quando con la mente è altrove. Ottima osservatrice “Il comportamento insolito di Kurt Doebbler si fissò nella mente di Petra e, dopo che per qualche giorno ebbe lavorato inutilmente al caso Paradiso, si ritrovò a pensare a lui”, “Eppure era sicura che la persona con cui aveva parlato al reparto di oncologia aveva reagito con ansia sentendola parlare di Sandra”. Spiccia e diretta con gli altri. Si fa capire anche senza parlare “Petra indirizzò un sorriso intinto nel veleno dritto al naso all’insù della fanciulla”. Già detto che non può stare ferma un attimo “Decisa a escludere dai suoi pensieri l’attentato nonché il lavoro d’ufficio, si era buttata anima e corpo in faccende domestiche e assalti maniacali alla sua tela, dai quali aveva ricavato solo una monumentale depressione”. Che risolve facendo anche la spesa e telefonando ai suoi cinque fratelli, nonché alle loro mogli. Solo a pagina 188 si viene a sapere che ha trent’anni. Ogni tanto pensa anche a se stessa: cena leggera, bagno caldo, un tocco di trucco. Mangia alla svelta essendo cresciuta con cinque fratelli famelici. In netto contrasto con Eric che mangia, invece, lentamente. Non disdegna i piccoli, buoni ristoranti dove può ordinare salmone alla griglia con patate al forno e cavolo stufato. Esperta nei travestimenti “Petra aveva nascosto la chioma nera sotto la parrucca bionda che usava per i suoi travestimenti ai tempi in cui si occupava di furti d’auto. Interpretava una donna di dubbie virtù a caccia di una Mercedes da comprare per pochi dollari”. Nei momenti di tensione ha “le budella torte”, le mani gelate e le martellano le tempie. Sa mantenere il controllo di fronte alle provocazioni. Soprattutto a quelle del suo capo Schoelkopf “Lei è un’amorale, vero?” l’apostrofò lui. Petra strinse i pugni. Tieni la bocca chiusa, bella mia”. Fino ad un certo punto, però. Quando il capo insiste si sente la faccia bruciare come se gliel’avesse infilata in una fornace ed è “pronta a saltare alla gola di quel bastardo…”. Testarda. Dopo che è licenziata non si dà per vinta. Subito a casa mette via cavalletto e colori e allestisce un tavolo di lavoro su quello da pranzo. Se c’è da dormire per forza manda giù un tranquillante e la mattina dopo si sveglia “più battagliera che mai”. Resistente. Può stare ore ed ore a sorvegliare un probabile assassino sgranocchiando caramelle.
Che dire del libro? Le solite cose che si dicono di altri libri. Sembrano tutti fatti con lo stesso stampino. Capitoletti brevi, smozzicati, dialogo imperante con frasi in corsivo che diano risalto al pensiero, battutine più o meno ironiche, aggancio ormai imprescindibile con il passato, serial killer di turno che sembra un tizio e poi è un altro…Insomma lascio a voi lettori il giudizio. Anche perché a me interessa la detective lady di turno. Ma anche qui niente di nuovo sotto il sole. Solita sfiga, solita ragazza forte, solita storia di amore e sesso… No, non è giornata.

Dopo la cicciotella detective panettiera Corinne Chapman ecco Phryne Fisher l’aristocratica londinese (nata in Australia) venuta dal basso dopo avere ricevuto una inaspettata eredità. Alta, slanciata, caschetto di capelli neri, occhi grigioverdi, vestiti di classe inappuntabili (insomma una gnocca come la cortigiana greca Frine di cui porta il nome). Adora “Alice nel paese delle meraviglie”, legge un po’ di tutto, perfino il “Trattato di tossicologia” di Glaister. Abita in una bella villa con la dama di compagnia Dot Williams e i Butler marito e moglie per le faccende domestiche. Colore verde suo preferito, sa sparare, conosce i trucchi della lotta senza armi, canta, fuma, gioca a whist, fa tranquillamente all’amore senza innamorarsi. I soldi non le mancano ma si annoia a morte. E allora ecco che si inventa detective. Paese Australia (sì, avete capito bene), anni ’20 (sì, avete capito bene). Protagonista di Il treno per la campagna di Kerry Greenwood, Polillo 2009. Copertina verde al posto della solita copertina rossa.
Il treno è sempre stato un luogo ideale per sparizioni e morti misteriose. E dunque va a fagiolo anche per questa storia. Siamo in treno. Cloroformio, tutti narcotizzati eccetto la nostra Phryne che spacca il vetro del finestrino con una pistolettata. Sparita una signora ritrovata poi morta come calpestata lontano dalle rotaie, in più arriva una ragazzina che ha perso la memoria. Sparito anche uno strano controllore giovane, biondo e con un bel sorriso. C’è di mezzo un ipnotizzatore, la magia (va di moda) e lo sfruttamento di ragazze degli orfanotrofi. Per le sue indagini si avvale dell’apporto di Bert e Cec. Ci sono pure due bei giovanotti con uno dei quali si lascia andare fino ad un certo punto perché è inutile innamorarsi di lei “Ma non ho intenzione di giocare con il tuo cuore, Lindsay: solo col tuo corpo”. E infatti ci gioca. Non manca il movimento, gli scontri, pedate (quelle coi tacchi fanno veramente male), cazzotti e gomitate. E un cuore grande che si prende cura di due ragazze dell’orfanotrofio.
Struttura semplice come la prosa. Anche troppo. Traduzione che a naso un po’ mi puzza (nel senso che non mi convince). Una onesta confezione, talora gradevole, ma niente di più.

Detective Lady (XII) – Le lunghine di Fabio Lotti

La detective. Un caso troppo facile di Y.S. Lee, Mondadori 2010.
Si parte dall’agosto 1853 a Londra. Mary Lang, dodici anni, condannata all’impiccagione per furto con scasso, viene liberata da una fantomatica “Accademia per Ragazze di Miss Scrimshaw” con lo scopo di “offrire alle giovani una vita indipendente”. Direttrice Anne Treleaven e collaboratrice Felicity Frame.
Si passa di botto al 1858, quando Mary è già diventata una esperta insegnante. Arrivano i primi dati sulla sua vita sfortunata: il padre naufragato con la nave su cui viaggiava, la madre costretta a fare mille lavori, poi a prostituirsi e lei a rubare. Le viene chiesto se vuole far parte di una Agenzia di investigazioni e di svolgere alcune indagini su un mercante che sembra fare commerci di contrabbando. Affare fatto e da qui inizia l’avventura della nostra nuova eroina che entra come damigella di compagnia nella casa del mercante in questione Henry Thorold, sposato con moglie invalida ed una figlia capricciosa. Altri personaggi il giovane Michael Gray, segretario del sig. Thorold, George Easton, promesso sposo di Angelica, suo fratello James, la sguattera Cass (Cassandra Day) e… e tanto basta. Aggiungo il licenziamento della precedente damigella di compagnia che era rimasta accidentalmente incinta (da chi?).
Ora Mary ha diciassette anni, capelli corvini, bella, coraggiosa, risoluta, con la battuta pronta tanto da suscitare l’interesse di qualche maschietto come Michael e James. Iniziano le indagini, le esplorazioni al buio, un incontro particolare dentro un armadio, travestimenti, appuntamenti furtivi, movimento, pedinamenti, rivelazioni inaspettate, un ricovero per marinai asiatici che riceve una particolare sovvenzione dal sig. Thorold, certi conti che non tornano, le uscite in carrozza della sua signora, simpatie e battibecchi, il morto ammazzato e lo scontro finale. Con qualche spruzzatina di critica al maschilismo del tempo, alla condizione inferiore della donna e al razzismo degli inglesi per le persone di colore, mentre c’è un caldo bestiale ed una puzza orribile che viene su dal Tamigi.
Dubbiosa tutta quanta la struttura con diversi punti da chiarire e pure la psicologia dei personaggi un po’ traballante (sembra che manchi sempre qualcosa). L’impressione è quella di un lavoro che va via spensierato e giulivo con l’entusiasmo e l’ingenuità del neofita.

Da una delle mie numerose scorribande nelle librerie di Siena (per chi ancora non lo sapesse vivo in un piccolo paese vicino a questa splendida città) ho scoperto una nuova detective che voglio far conoscere ai miei lettori: Nastja Kamenskaja della polizia criminale di Mosca. Personaggio creato dalla scrittrice Alexandra Marinina nel libro (e in altri) La donna che uccide, pubblicato dalla Piemme editore 2006.
Il libro si apre con uno “scorcio” su Jurij Efimovich Tarasov, vicedirettore dell’ufficio protocollo del Sovincentr, fissato con l’ordine e la pulizia. Trovato morto asfissiato da una collega di lavoro. Nel frattempo un killer si diverte a far fuori giovani tra i diciannove e i venticinque anni di età con un colpo di arma fa fuoco alla testa “che non figurava tra quelle note alla polizia”. Poi c’è un altro morto ammazzato. Un certo Agaev che, insieme a Platonov, indaga sui misteriosi (e poco chiari) affari di una ditta. Chi l’ha ucciso? Viene sospettato proprio Platonov che l’ha incontrato per ultimo (e sul suo conto corrente vengono trovati un bel po’ di soldi provenienti dalla ditta sospetta) che fugge per difendersi meglio e scoprire il “complotto” ordito contro di lui. Riesce a farsi aiutare da una bella ragazza, Kira, che lo ospita nel suo appartamento e lo aiuta a spedire messaggi telefonici ad alcuni personaggi della storia, fra cui la nostra Nastja (Anastasija) Pavlovna Kamenskaja. Ma chi è veramente questa Kira?…
Passiamo a Nastja Kamenskaja. Devo dire che la ricerca è stata abbastanza fruttuosa. Sparsi qua e là ci sono diversi indizi che ci aiutano a farci un’idea abbastanza precisa di questo personaggio. “Nastja Kamenskaja sentì un ginocchio duro in mezzo alla schiena”. Ecco come inizia la sua presentazione. Con un mal di schiena “trattato” dal fisioterapista che le consiglia di fare ginnastica. Parole al vento “In tutta la sua vita non solo non aveva praticato nessuno sport, ma non aveva fatto neppure un po’ di ginnastica casalinga. Era troppo pigra anche per quello”. Primo spunto, dunque, pigra. In seguito verremo a sapere che ha anche qualche problema circolatorio per cui le mani ed i piedi le si gelano facilmente. Secondo spunto rivelato dal fisioterapista quando capisce chi è la sua paziente “Quella di cui dicono che abbia un computer nella testa”. Bene, un cervellone. Continuiamo. Precisa, puntuale, non vuole mai saltare per nessun motivo le riunioni del mattino. Pigra nel fisico ma non nella mente. Per arrotondare lo stipendio statale si dà alla traduzione di un romanzo francese. Giallo, e ti pareva. Esperta, espertissima nel suo lavoro “Aveva una mentalità capace di superare l’ambito delimitato dalle magiche parole “di norma”, il che le consentiva di immaginare anche le versioni apparentemente più improbabili”. Lavora nel suo ufficio al numero 38 di via Petrovka. Si deve sposare con Aleksej Chistjakov “ allampanato, rosso, arruffato e bonario… un brillante accademico, docente universitario e autore di alcuni manuali pubblicati all’estero, oltre che vincitore di numerosi premi internazionali per le sue ricerche in ambito matematico”. Bravo anche a metterle le corna. In seguito sapremo che inforca un bel paio di scarpe numero quarantacinque. Non male.
Ritornando alla Nostra. Si dimostra onesta nel suo lavoro anche quando deve interrogare una vecchia amica “Un’altra cosa è se pensi che, io, conoscendoti dall’università, dovrei essere sicura della tua innocenza e ti sei offesa perché, sulla base di questo unico motivo, non ti ho cancellato dalla lista dei sospetti. Mi dispiace se questo ti offende. Ma è qualcosa a cui ci dobbiamo rassegnare. La situazione è questa e io non la posso cambiare”. E diretta. Vedi l’incontro con Igor Sergeevich “E a proposito, siccome non voglio tirarle un colpo alle spalle, la avviso subito che domani il mio superiore colonnello Gordeev le chiederà certamente per prima cosa come mai la sua deposizione non è stata messa a verbale. E lei cosa risponderà?”. Vuole vedere in faccia le cose, parlare con i sospetti e poi farsene un’idea.
Qualche spunto anche sui genitori. La madre praticamente viveva davanti al computer e suo padre, nella polizia criminale, “se riusciva a dormire cinque ore in una settimana per lui era già il massimo”. Ovviamente divorziati se no non c’è gusto (ormai una tradizione nei romanzi polizieschi). Con sacrosanta sofferenza per la figlia. Rivolgendosi al futuro marito “Ti ricordi quanto ho sofferto quando ho saputo che mia madre aveva un amico, e mio padre un’amica? Non sapevo darmi pace e non riuscivo nemmeno più a dormire la notte”. Ha un fratello di nome Aleksandr che non è proprio di grande avvenenza “Il bambino bruttino e poco amato che era stato Sasha era diventato un uomo bruttino e poco amato, e aveva sposato una donna che mirava solo ai suoi soldi. Poi aveva avuto la fortuna di incontrare una ragazza straordinaria che lo amava teneramente e disinteressatamente”. Anche lui sta per divorziare dalla moglie per sposare Dasha che aspetta un bambino. Dall’incontro di Dasha con Nastja si ottengono altre informazioni sulla protagonista. Che ha una faccia inespressiva, gli occhi scialbi, le sopracciglia sbiadite, la pelle pallida (secondo lei stessa), dita lunghe e sottili e un bel paio di gambe “favolose” (secondo Dasha). Particolare messo in evidenza anche nel libro L’amica di famiglia “Il vestito nero le fasciava perfettamente la figura snella, e metteva in risalto il suo bel seno e la vita sottile.
“E allora?” Nastja improvvisò una complicata piroetta, e nello spacco profondo fino all’anca s’intravide una gamba seducente, velata da una calza chiara”.
Comunque sia non le interessa il suo aspetto e nemmeno di piacere agli uomini. Lei pensa continuamente ai “suoi” omicidi. Vero solo in parte. Quando si trova di fronte al “capo” Zatochnyi “si accorse all’improvviso, quasi con terrore, che quell’uomo le piaceva”. E quando questo Zatochnyi le dichiara apertamente la sua “simpatia” sente “di nuovo un brivido percorrerla tutta, e arrossì violentemente”. Questa attrazione la prova anche in seguito. In modo viscerale e prepotente “Adesso, invece, sbirciando di sottecchi il generale cinquantenne, pensò che le piaceva da morire. Nonostante l’incipiente calvizie. Nonostante che fosse un pochino più basso di lei. E, soprattutto, nonostante che tra poco più di un mese si celebrasse il suo matrimonio. Nonostante tutto… Il generale Zatochnyi le piaceva e basta. Sia come investigatore. Sia come capo. Sia come uomo”. Non ama le “beghe” economiche perché le trova terribilmente noiose. E poi “I soldi non sono mai la causa principale di un delitto. Possono essere un’occasione, una causa secondaria. Mai la causa principale”. A lei interessa capire il perché delle cose. Quando prevede che deve succedere qualcosa di brutto è combattuta “In quei minuti le capitava di desiderare con la stessa forza che i fatti le dessero ragione e che invece smentissero le sue previsioni”. Le dà fastidio scegliere il vestito da sposa. Troppa fatica. Dasha “A te piacerebbe anche andare in giro nuda, pur di non doverti preoccupare del tuo look. Sei di una pigrizia tremenda!”. Uso abbondante di caffè “Non riusciva assolutamente a lavorare in modo decente senza una tazza di caffè forte”. Adegua, più o meno consapevolmente il suo metodo di lavoro all’umore. Se è in preda alla rabbia “Avanzava a testa bassa, senza più guardare l’orologio né considerare le convenienze, come se la fame e la stanchezza per lei non esistessero più”. Veste sportiva in jeans e maglione. Durante la normale esistenza quotidiana, lo ripeto, non può fare a meno di pensare al suo lavoro. Cellule grigie in continuo fermento. Soprattutto sulla figura di Tarasov. Il tema della pigrizia, già accennato, ritorna spesso “Nastja Kamenskaja gironzolava malinconicamente per il suo appartamento, cercando inutilmente di vincere la pigrizia”. E dorme parecchio. Come una marmotta. Da un giro al supermercato veniamo a sapere che è golosa delle palline al formaggio “Ma cosa ci posso fare se posso mangiarmi un’intera scatola di palline al formaggio senza muovermi dal computer e poi non mangiare più nient’altro per tutto il resto della giornata? Non è colpa mia se non mi piace cucinare”.
Personaggio interessante.

Detective Lady (XI) – Le lunghine di Fabio Lotti

Diane Wei Liang L’occhio di giada, Sperling & Kupfer 2007.
“Mei è una giovane cinese intraprendente e coraggiosa. Vive a Pechino, ha un’agenzia di investigazioni tutta sua, possiede un’auto – cosa non da poco per una donna anche nella Cina d’oggi – e ha perdipiù un segretario maschio. Un giorno Zio Chen, un amico di vecchia data della madre, si presenta da lei con un’insolita richiesta: la prega di ritrovare l’occhio di giada, un antico sigillo d’inestimabile valore “scomparso” durante i saccheggi della Guardia Rossa nel periodo della Rivoluzione culturale ma che lui ha buoni motivi di ritenere ancora in città. Affascinata dalla romantica leggenda che ammanta il gioiello, l’investigatrice si mette all’opera sfidando corruzione e omertà e contattando personaggi disparati. E, mentre indaga, si trova non solo a percorrere la storia più oscura del suo Paese, ma anche a scoprirne lo scrigno dei segreti della sua vita privata e famigliare: come morì il padre? Quale terribile colpa sembra nascondere la madre ora gravemente malata? Perché il suo primo e unico amore la lasciò e ora ricompare all’improvviso?”.

Vediamo un po’ questa Mei Wang: ha il suo ufficio in un vecchio palazzo del distretto di Chongyang di Pechino, una agenzia di consulenza perché gli investigatori privati sono messi all’indice. Criticata aspramente dalla sorella minore Lu “…sei un’asociale, non ti intendi di politica, non hai guanxi, nessuna delle conoscenze e contatti di cui avresti bisogno”. Caratteristiche di Lu: tre anni più giovane e di una bellezza straordinaria. “Dolce, affascinante e piena di talento”. Primo segno di un contrasto più grande. Suo assistente (di Mei) Gupin un giovane di venti anni “con le spalle larghe e i muscoli che gli trasparivano dietro la camicia”. Timido e onesto. Costretta a lasciare il campo di lavoro e il padre scrittore insieme a sua madre Ling Bai che da giovane lavorava in una rivista di propaganda chiamata La vita delle donne. Ha trenta anni, viso tondo e capelli lunghi alle spalle. Il naso affilato e “La gente dice che mi fa sembrare sempre arrabbiata”. Ha studiato all’università di Peking. Fidanzata con Yaping che la lascia, si sposa e viene lasciato a sua volta. Si incontrano di nuovo. Lui le spiega che non ha continuato con lei perché si sentiva inferiore. Mei lascia il posto al Ministero in continua pressione con un uomo di potere che la vuole a tutti costi come amante. Si sente una incompresa dagli altri e Mama (la sua mamma) la paragona al padre, un uomo solitario che viveva di letteratura, di principi e ideali: “Mei è diventata proprio come suo padre: sta sempre a guardare gli altri dall’alto in basso, sempre a giudicare”. E infatti Mei avrebbe voluto diventare una scrittrice proprio come lui. Rimprovera alla madre di averlo abbandonato. Carattere forte: “Un’agenzia investigativa le avrebbe dato l’indipendenza che aveva sempre desiderato. E le avrebbe dato anche la possibilità di dimostrare a tutti quelli che le avevano voltato le spalle che avrebbe avuto successo anche da sola”. Siamo nel 1995 e Lu si deve sposare proprio in questo anno. Per lei conta soprattutto la bellezza e l’immagine. Sono diverse fra loro. Mei pensa addirittura di non andare al suo matrimonio. Parole buone dallo Zio Chen “Tu sei sempre stata la mia preferita. Non sto dicendo che Lu non mi piace, ma tu sei diversa. Sei coraggiosa. Non corri dietro alle cose come invece fanno gli altri”. Contento che abbia avviato un lavoro in proprio. Sa mettersi anche in ghingheri se l’occasione lo richiede. Ha una Mitsubishi rossa donatale dalla sorella (in questo caso gentile). Spesso colpita dai ricordi, soprattutto del padre e della madre. Assomiglia molto nell’aspetto fisico a sua madre con il naso dritto e affilato. Quando si ammala si sente in colpa per averla ferita. Sa parlare con la gente e accattivarsela. Dentro di sé avverte sempre l’attrazione per l’unico fidanzato. Quando sta per incontrarlo di nuovo “Una travolgente miscela di emozioni si scatenò dentro di lei, come l’acqua che sale da un pozzo profondo, i suoi pensieri si fecero confusi”. In contrasto se vederlo o meno. Un suo giudizio “A scuola non ti sei mai integrata completamente, e non ti facevi coinvolgere da ciò che ti accadeva intorno. Un sacco di gente ti considerava arrogante. Io, invece, pensavo che fossi isolata ma felice di esserlo”.
Triste conclusione “Sembra tutto sbagliato. Ho sempre pensato che la verità e l’amore mi avrebbero resa felice. Ma non è stato così”.
Il fulcro del libro non è tanto costituito dalla vicenda gialla ma questa, come avviene sempre più spesso, costituisce l’occasione per mettere in luce le magagne di una società (fabbriche della contraffazione, polizia menefreghista, sfruttamento dei lavoratori che vengono dalle province ecc…). La conclusione: ciò che conta in America è il denaro, in Cina il potere.

Maria Cristina Aggio e Nazareno Valente Il risveglio dei Palici, editrice Odissea Mystery 2009, vincitore della prima edizione del premio Thriller Magazine (vista la composizione della giuria non è poco).
Si parte con la liberazione di un prigioniero dalle Latomie, cave di pietra usate come carceri, si continua con la spiegazione del fallimento della spedizione di Alcibiade contro Siracusa avvenuta tra il 414 e il 413 a.C. Presagi funesti: l’eclissi di luna, la mutilazione delle erme, si parla di un tradimento durante la battaglia del fiume Assinaros dove furono uccisi molti soldati ateniesi. Arrivano bigliettini con la minaccia di morte per i traditori da eseguirsi entro l’Asinaria, cioè la festa istituita dai Siracusani proprio in ricordo della disfatta degli ateniesi sul fiume sopra citato. E i morti ammazzati incominciano a venire… (sono quasi un’ecatombe). Frammento dorato di lamina vicino ai loro corpi.
Chi può essere il vendicatore? Uno degli scampati al macello, l’uomo liberato dalle latomie o addirittura uno dei traditori che vuole impossessarsi di qualcosa per cui stanno ancora insieme? (diciamo pure che è un tesoro). Ma si tratta solo di vendetta o c’entra di mezzo qualche altro sentimento?
Ad indagare la caria Mnesarete, medico venuto da Atene a Siracusa per parlare con colui che tutti ritenevano successore del grande Ippocrate. Ferma, composta, risoluta, innamorata del giovane Fileo dato per morto in battaglia. Suo spasimante il logografgo Sombrothidas, sua schiava Erice, una specie di indovina che “sente” avvicinarsi gli eventi nefasti e il risveglio terribile dei Fratelli Palici “divini signori degli antichi Siculi” (da qui il titolo del libro).
Questa Mnesarete, infastidita dalla corte di Sombrothidas e imbronciata quando non gliela fa (ottima psicologia), non è mica male con i suoi capelli corvini “ondulati e lunghissimi” e dalle forme “morbide e flessuose”. Occhi scuri, vivida intelligenza, notevole capacità dialettica e di osservazione sarà lei che, novella Poirot, alla fine svelerà le trame complesse degli omicidi.

“Stoccolma, estate 2003. Una serie di furti sconvolge i nuovi ricchi dell’alta finanza. Unico indizio: i ladri si portano sempre via, oltre a gioielli e quadri, una costosissima bottiglia di vino pregiato. È la Banda delle Cantine. L’inchiesta è affidata all’ispettore capo Ewa Johnsén, 39 anni, da poco divorziata, fisico statuario e folta chioma bionda, tutta intuito, volontà e sex appeal. Ma in realtà la lunga serie di furti non è che la punta dell’iceberg di uno scandalo ben più ampio che coinvolge l’alta borghesia, stimati professionisti, poteri forti, tutti criminosamente legati tra loro. A Ewa il compito di venirne a capo…”. Così viene presentato Il mercato dei ladri di Jean Guillou, Editore Corbaccio 2007.
Vediamo questa Ewa Johnsén. Già sin dall’inizio si sa, lo avete già appreso dalla presentazione (ma già ve lo immaginavate), che è divorziata. Più precisamente con il poliziotto Hasse Järneklov. Per via di una serie ininterrotta di anni praticamente vuoti. Separazione quasi naturale. Lui prende la sua roba e parte, mentre lei socchiude la porta. Lei tiene l’appartamento e lui la casa al mare. Tutto a posto. Niente litigi o risse furibonde. Meglio così. Capelli biondi, uniforme da convegno Armani (i nostri stilisti si trovano dappertutto). Vino preferito Chardonnay. Da 14 anni fa questo lavoro, ha lavorato alla omicidi, alla narcotici, alla investigativa ed ora nella polizia tributaria. È sovrintendente, un grado sopra commissario. Subito cottarella per Pierre che dice di essere un ladro. “Ewa soffocò l’impulso improvviso di invitarlo a salire”. Ma poi si pente. Svolge con molta cura il suo lavoro. Vuole conoscere più informazioni sul vino dal giornalista Erik Ponti e da Pierre che sono esperti. Non riesce ad inquadrare il collega Muhr con il quale lavora. A volte le sembra “carne a volte pesce”. Brava con il computer. Per scaricare la tensione va in palestra. Ancora non abituata a vivere la nuova vita da separata. Colazione con corn-flakes, passeggiata con jeans e felpa. Di nuovo attratta da Pierre “Al rapido contatto tra la mano di lui e il suo seno sinistro provò quasi una fitta”. Qualche ricordo del passato quando arriva la prima notte di mezza estate. Si butta sul lavoro. Bevicchia. Arriva al terzo bicchiere e alla seconda bottiglia con l’amica Anna Holt ,commissario anche lei (naturalmente separata, ci mancherebbe…) con corpo e movimenti da ballerina. Difende suo marito dall’accusa di razzismo. Discussione con Anna sull’uomo ideale per le poliziotte. Indecisa sulle vacanze accetta con sollievo una chiamata di aiuto di un collega. Rigida etica professionale. La sera prima della partenza per la Corsica lavora fino alle due e mezzo. Rimugina su se stessa. Una donna di mezza età, di buona cultura che si prende una sbandata per uno straniero. “Forse era folle, ma le emozioni erano proprio così, un po’ folli”. Finalmente a pag. 277 ci dà giù di brutto. Borsetta francese, completo Armani (ancora), tacchi alti. Non vuole fare la casalinga.
Qualche scenetta disgustosa tra cui “Si abbassò i jeans, si infilò una bottiglia di vodka nel sedere e la agitò ben bene in modo da farne entrare almeno due cicchetti, poi si portò la bottiglia alla bocca e bevve tra le grida di giubilo misto a disgusto dei presenti” (naturalmente non si tratta di Ewa). Da inserire nel libro BloodyArt di Pablo Echaurren, Edizioni Fernandel 2006. Ci farebbe la sua bella figura.
Anche un’idea sfiziosa. Un’isola dei famosi in cui gli ultimi due classificati devono sfidarsi all’ultimo sangue. Nel sultanato di Muscat e Oman dove tutto è permesso. Tra poco lo sarà anche da qualche altra parte.