Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio

fabioenipoteOgni tanto qui sulla tazza mi vengono le paturnie, una specie di magone che mi assale all’improvviso. Al centro il mio paese natio ove del viver mio… insomma dove ho lasciato la mia giovinezza. Arrivano i ricordi. A ondate. Spesso all’improvviso, senza accorgermene. Non so se capita anche a qualcuno di voi. Ora belli, ora brutti. Mi ci sono abituato e mi fanno compagnia.
In primo piano quelli dei miei amici. Mi sorprendono a gruppi, a frotte, come uno stormo di uccelli. Visi, voci, gesti, espressioni tipiche particolari con i loro nomi e soprannomi. Ricordo con un pizzico di nostalgia le battaglie di mattaione, quella specie di poltiglia azzurrognola che si trovava e si trova tutt’ora nel torrente Staggia, e che diventava l’arma principale con la quale si affrontavano le varie bande di noi ragazzi. Tutti nudi, anche a marzo, quando l’acqua tagliava le gambe, la pelle diventava bluastra e le palle raggrinzite come prugne secche gridavano al cielo il loro dolore. E poi le partite di calcio dalla mattina alla sera sudati fradici, pieni di lividi e con le scarpe rotte, quelle di tutti i giorni perché non ci si poteva permettere di avere scarpe da giocatore. E a casa erano sgridate e ceffoni perché le scarpe costavano e un paio dovevano durare una caterva di anni solate e risuolate dal calzolaio. E le spedizioni a caccia di susine, pesche, ciliegie e cocomeri con i contadini che ci saltavano dietro inviperiti e se tanto tanto riuscivano a prenderci ci “risuolavano” ben bene come le scarpe. E le scazzottate che nascevano per un nonnulla, per il semplice pretesto di far vedere chi era il più forte. E le risate di quando si raccontavano le barzellette fino a tarda notte, specialmente d’estate lungo la “spianata” che portava fuori dal paese. E che risate! Ridevamo di niente, di una battuta, di un gesto, di uno spernacchio. Altro che droga… E i primi brividi, i primi sguardi sfuggenti, i primi tremori alle gambe nell’incrociare le giovin fanciulle della nostra età che, sculettando, venivano su impettite e fornite di tutto come Dio comanda. Allora in questi momenti mi becco qualche poeta sentimentalone e malinconicone (Leopardone e Pascolone sono lì che mi aspettano a braccia aperte) e giù a sospirar con loro avviluppati come fratelli siamesi.
Ma la cosa non dura molto. Due o tre frignate mentali, tirata di sciacquone e poi via verso i grandi della storia da incrollabile appassionato (leggete pure fissato). Il primo amore sono state le biografie. Le vite dei grandi uomini. Insomma Le vite parallele di Plutarcone (oggi sono fissato con “one”). E tra le vite parallele quelle drammatiche. Quelle eroiche. Quelle sul filo della morte. Vita e morte il binomio che mi ha sempre colpito, fin da quando spalancavo gli occhi di ammirazione al gesto di Pietro Micca o a quello di Enrico Toti che scaglia la gruccia contro il nemico, non avendo altro da tirargli addosso, o alla risposta fulminea di quel generale francese napoleonico che, alla richiesta di resa da parte degli inglesi, gli urlò in faccia la parola ignobile (oggi farebbe ridere) diventata nobile almeno in quel caso. E soprattutto la storia antica. Quella dei greci e dei romani, tanto per intenderci. E dei loro storici mischiati, così, a caso: Erodoto, Senofonte, Polibio, Livio, Tacito, Sallustio ecc… E in particolar modo gli intrighi, i tradimenti, le astuzie, i tranelli, le passioni, l’attimo prima della battaglia, gli schieramenti degli eserciti, i 300 delle Termopili, la marcia dei diecimila, quando incombe la paura e il terrore. Annibale, Scipione, Cesare, Alessandro Magno ma anche i capitani di ventura che scorrazzarono e devastarono il nostro paese nei secoli del Medioevo e Rinascimento come Braccio da Montone, lo Sforza, Giovanni delle Bande Nere, Cesare Borgia e altri ancora con le loro scie di sangue e di morte…

Ma ho già sbrodolato anche troppo di me stesso (un viziaccio dei vecchietti quello del bla bla bla) e dunque veniamo alle letture. Sempre in primo piano i fantomatici G.M.: Giallo 24 Il mistero è in onda di AA.VV, Un bidone di guai di Donald E. Westlake, Una data per morire di Mignon G. Eberhart, La scelta di Murdoch di Maureen Jennings.

Giallo 24 – Il mistero è in onda di AA.VV., Mondadori 2013.
Questo libro è il frutto che il Giallo Mondadori ha realizzato insieme a Radio 24. Agli ascoltatori è stato chiesto un racconto con allegata una brevissima versione. Un po’ per dimostrare, ancora una volta se ce ne fosse bisogno, che lo scrittore italico non ha niente da invidiare a quello straniero. Ed eccoci qua.
Varietà ricca e polposa di situazioni, di spazio e tempo, stili più brillanti, stili più “posati”, personaggi credibili con pochi tocchi, il groviglio che sta dentro di noi, il passato che ritorna, l’apparenza che inganna, il cambio improvviso di prospettiva, ironia che scivola in qua e là, atmosfere di suspense, momenti di pathos, qualche inevitabile ripetizione di schema che in una antologia è del tutto naturale. Ma anche spunti nuovi e interessanti. Un bel lavoro.
Un bidone di guai di Donald E. Westlake, Mondadori 2013.
Quando uno nasce broccolo, insomma fesso, non c’è niente da fare. Diverrà l’oggetto preferito di tutti gli imbroglioni di questo mondo. Bidonate su bidonate. D’altra parte anche il suo aspetto fisico tende un po’ al bischero. Lo dice lui stesso: “E così a trentun anni, ma dimostrandone cinquanta, sono un semirecluso e uno scapolo incallito, afflitto da tutti i disturbi dovuti alla mia professione sedentaria. Spalle rotonde, occhiali rotondi, stomaco rotondo e fronte rotonda”. Però questo Fred Fitcht è pure un tantinello fortunato se si becca una eredità di 370.000 (trecentosettantamila) dollari da uno zio, Matt, mai conosciuto. Che, poi, lo zio Matt “Ricevuta” sia stato ucciso e che lui stesso sia in grave pericolo fa parte del gioco della vita. Non si può avere tutto (bidonate comprese).
Il libro è un variopinto scenario di risate, partendo dall’imbranato personaggio e continuando con altri strambi come Wilkins, l’inquilino del secondo piano che ha scritto un resoconto delle campagne di Giulio Cesare con l’aggiunta dell’aviazione. Titolo “Veni, Vidi, Vici grazie alla potenza aerea” da pubblicare, è ovvio, con il finanziamento del nostro Fred. A seguire situazioni e battute da gag irresistibili (qualcuna un po’ fiacca ci sta). Donald E. Westlake è un Maestro del genere e questo libro non va perso. Come? No, non è una bidonata…
Su Una data per morire di Mignon G. Eberhart non la faccio lunga per problemi di spazio. Nove racconti incredibili, piccoli capolavori di suspense delineati con una scrittura magistrale. Al centro la tensione, il buio, la paura, il dubbio illuminato da un particolare importante che riaffiora alla mente.
Stesso dicasi per La scelta di Murdoch di Maureen Jennings. Siamo a Toronto nel 1895. La tecnica del tempo è approssimativa (ancora non sono sfruttate nemmeno le impronte digitali) ma la mente dell’investigatore William Murdoch lucida al punto giusto. Una ragazza morta congelata, tra l’altro pure incinta e satura d’oppio. Legato a lei un bel mucchietto di persone di ogni grado sociale che hanno qualcosa da nascondere. Ma Murdoch alza il velo…

Passo, quindi, a La svolta di Michael Connelly, Piemme 2012…
Mickey Haller è un avvocato della difesa a cui il procuratore della contea di Los Angeles chiede di passare dalla parte dell’accusa contro un certo Jason Jessup, che ha trascorso ventiquattro anni in carcere (dal 1986) per l’omicidio di una ragazzina, Melissa Landy. Melissa era stata strangolata (senza segni di aggressione e violenza) e il corpo era stato ritrovato nel cassonetto dietro al teatro El Rey. Ora Jessup è in procinto di essere liberato, causa il recente esame del DNA (prima non ci si poteva avvalere delle prove genetiche) di una traccia di sperma sul vestito indossato dalla morta e poi dalla di lei sorella, Sarah.
Haller accetta l’incarico ma vuole con sé il detective Harry Bosch e l’ex moglie Maggie McPherson. L’omicida era stato riconosciuto dalla sorella dell’uccisa, ora sparita e dedita alla droga, sulle cui tracce si mettono Bosch (ha perso la moglie a Hong Kong e ha una figlia in crisi) e Maggie. È una lotta senza scampo fra l’accusa e la difesa di Clive Royce detto l’Astuto. Non manca l’intervento per Bosch di Rachel Willing, profiler dell’FBI (secondo lei era stato sbagliato il profilo dell’assassino).
Abbiamo, in definitiva, una parte corposa dedicata alle battaglie processuali, anche attraverso tutti i mezzi possibili, compresi i colpi bassi, tra accusa e difesa al cospetto del giudice Diane Breitman che dirige il processo con ferma autorità; una parte, anch’essa piuttosto cospicua, che vede impegnata l’accusa nelle ricerche e nella formulazione delle varie ipotesi; un’altra dedicata al controllo dei movimenti di Jessup che nel frattempo circola libero e ha in mente qualcosa di losco, ed infine ci sono le vicende personali dei vari protagonisti appena accennate. Soprattutto da Bosch arriva la critica alle carceri americane dove succede di tutto e di più e alla giustizia come una catena di montaggio. Per lui la legge è “manipolata da abili avvocati” e dunque “La giustizia diventa un labirinto” da dove è difficile uscire.
Scrittura veloce, precisa e puntuale basata soprattutto su lunghi dialoghi e una preparazione accurata degli intricati meandri del sistema giudiziario americano. In prima persona il racconto di Haller, in terza quello di Bosch. I personaggi un po’ svaniscono nell’intrigante tourbillon processuale (che va seguito con molta attenzione) fatto di mosse e contromosse, di finte, depistaggi, tranelli (la classica partita a scacchi). Finale drammatico con ripensamento e senso di vuoto. A fine lettura la preghiera di non trovarsi mai invischiati negli ingranaggi micidiali di un processo. Buona-ottima lettura ma da Connelly francamente mi aspettavo di più.

Continuo con Battuta di caccia di Jussi Adler-Olsen, Marsilio 2012…
Un caso ormai sepolto del 1987 arriva inaspettato sulla scrivania di Carl Mørk della polizia, sezione Q, di Copenaghen. Le vittime sono due fratelli, maschio e femmina, picchiati selvaggiamente. Possibili indiziati un gruppo di allievi che frequentavano il loro collegio, tutti figli di papà colpiti dal film “Arancia meccanica” e dalle imprese disgraziate dei loro personaggi. Dopo nove anni confessa l’omicidio il più povero della banda che in seguito si ritrova pieno di quattrini (perché?).
La banda dei ricconi, gente malata e perversa che gode delle sofferenze altrui, è pure fissata con la caccia. Una caccia particolare che denota un allucinato status mentale, se il primo animale ad essere ucciso è uno struzzo (nelle loro gabbie altri animali esotici pronti al sacrificio). Indaga Carl, trentacinque anni, lasciato dalla moglie e in analisi dalla psicologa Mona Ibsen di cui è innamorato (scontato). Sia la polizia che i delinquenti paperoni sono alla ricerca di Kimmie, la donna del gruppo, che vive ormai da barbona (potrebbe custodire un segreto scottante), quasi sempre ubriaca e a sua volta alla ricerca dei cacciatori per ucciderli. Ostacolato nelle indagini da ordini superiori (i disgraziati maledetti hanno agganci anche in alto) Carl continua imperterrito a seguire l’inchiesta fino alla risoluzione del caso.
La storia è un continuo variare da un personaggio all’altro e di passaggi temporali dal presente al passato e viceversa. Mentre quello di Carl rimane abbastanza vago e poco impresso nella (mia) memoria, colpisce, invece, Kimmie per la sua brutale concretezza (problemi familiari, violenza, bambino perduto), un miscuglio di animalesco e di tenera commozione che vaga in un mondo di poveri emarginati. Ben delineata la banda delinquenziale dei cacciatori presa in blocco e fotografata uno per uno, il lavoro di squadra della polizia con una indagine davvero minuziosa che passa al setaccio ogni più piccolo dettaglio. Finale movimentato in cui si ritrovano faccia a faccia i vari protagonisti della storia. Sarò pure fissato ma cinquanta pagine in meno avrebbero reso più convincente un lavoro che rimane, comunque, nel complesso piuttosto buono.

C’è pure Paolo Roversi e L’ira funesta, Rizzoli 2013.
Avevo lasciato Paolo Roversi a Milano alle prese con il giornalista free lance Radeschi con il suo vespone giallo e il Buk Labrador “dagli occhi liquidi” e me lo ritrovo ora in un paesino della Bassa a tirar su un nuovo personaggio, anzi, nuovi personaggi. Intanto il paesino è Piccola Russia governato da incalliti comunisti e composto da una Polisportiva (la Poli), la caserma dei carabinieri, l’ex cooperativa ora in disuso, la farmacia, il negozio di alimentari, un’osteria. Intorno “le fattorie, le porcilaie e i luoghini dell’aperta campagna”. A vigilare su tutto il maestoso Po.
Qui abitano le classiche figure di paese che non si sono mosse di un passo insieme a quelle che ritornano dopo tanti anni dall’America o dalla Germania con le loro straordinarie esperienze e i loro mitici ricordi. Qui abitano soggetti strampalati come il Gaggina, “un ragazzone di centotrenta chili, alto come un trattore” che va fuori di testa e mette in subbuglio il paese. E qui abita pure Omar Valdes, il comandante della stazione dei carabinieri (quattro in tutto) “carattere ruvido e di poche parole” con la passione spudorata per la pesca, specie del pesce siluro (vedi Il male quotidiano di Massimo Gardella, Guanda 2012), un mostro baffuto pesante anche più di cento chili. Finito lì, il Valdes, “per colpa di faccende vecchie e sepolte”, lui di Cagliari dove vivono l’anziana madre e la sorella. A questi si aggiunga una giornalista che fa le cose sul serio riguardo agli sbarchi e alla vita degli emigranti che arrivano su Lampedusa e come ricompensa viene spedita anche lei nella Bassa (mai dire la verità). Chiaro che nasce qualcosa di friccicarello con il nostro maresciallo che un po’ di situazioni ormoniche fanno sempre bene.
Quando il giallo arriva con l’assassinio di Giuanìn Penna (quello ritornato dall’America), sbudellato da una spada, l’imputato principale sarà il Gaggina che minaccia tutti con una katana da samurai e si è asserragliato in casa con due ostaggi (il giornalista e il regista di paese) e la nonna pluriottantenne prodiga dispensatrice, a suo tempo, di delizie amorose. Ma c’è qualcosa che non quadra in tutta la faccenda e allora si deve ricercare nel passato. È lì la chiave di volta per scoprire il movente di un delitto inatteso.
Questo noir un po’ serio, un po’ leggero, un po’ ironico, un po’ grottesco, un po’ pulp, un po’ sociale, si inserisce tra i prodotti genuini di quella banda di mascalzoni (vedi anche “Sugarpulp”) che hanno preso di mira la Bassa con le loro storie strampalate che divertono e a volte (non sempre) fanno riflettere più dei mallopponi seriosamente impegnati. La trama giallistica è fragiletta e risaputa (pure certi personaggi sono gli stessi da una vita) ma quello che conta è il tratteggiare un universo di paese fatto di rapporti consolidati dal tempo, di frizzi, lazzi, battute, prese per il culo, storie eclatanti rimaste nella memoria comune e che riemergono con l’evolversi della vicenda. E insomma il libro va letto con quello spirito goliardico con il quale è stato scritto. Altrimenti cambiate canale.

Ed ecco ancora un superlativo apporto ponzatorio della nostra poliedrica Debicche (Patrizia Debicke) che abbiamo presentato nell’incontro precedente.
“Mi sono letta, sempre al gabinetto, il crudele Alphabetum, la confraternita del saio nero, di Massimo Pietroselli, ambientato a Roma nel XVI secolo, romanzo storico con tinte variegate da fantascienza.
Anno Domini 1599. L’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, scienziato, alchimista, cultore e mecenate delle arti (cito Arcimboldo), era un indefesso collezionista di bizzarrie ma anche matto da legare, afflitto da sangue bacato, prima plagiato e poi schifato dalla fanatica religiosità di Filippo II che l’aveva allevato in Spagna.
Rodolfo II dicevo, collezionava bizzarrie e a Leonia, una sensitiva tattile (confesso che con quello che leggo in merito crepo d’invidia perché non ho illuminanti contatti con le menti altrui) sua emissaria ed esperta d’arte, spalleggiata da un vigoroso eunuco turco tuttofare, viene proposta una primizia trafugata dal palazzo di Francesco Cenci, dopo la vergognosa strage della sua famiglia a opera del pontificato. La primizia è un teschio umano mostruoso. Leonia lo tocca e percepisce (Dio che rabbia, mi fa sentire sordomuta e complessata) che apparteneva al misterioso, ma geniale Maestro del Monogramma, il pittore deforme che aveva eseguito per il famoso Gilles de Rais, meglio ricordato come Barbablù che non come valoroso combattente a fianco di Giovanna d’Arco, un libro perverso, l’Alphabetum di Erode con 23 incisione di torture e orrende morti di bambini. Contemporaneamente le estasi di una monaca romana rivelano la prossima terribile venuta di un Nuovo Giubileo blasfemo. L’Anno Santo è alla porte e l’Inquisizione, guidata dagli abissi demenziali della peggiore controriforma è dietro l’angolo, pronta a colpire e condannare gli eretici. Sulla scia delle aberrazioni del Maestro, una cieca vendetta farà strage d’innocenti, grandi e piccini.”

Ricevo pure un contributo, seppure breve, di Nino D’Attis che ricordo autore di Montezuma airbag your pardon, Marsilio 2006 e Mostri per le masse, Marsilio 2008. “In bagno leggo solitamente riviste di musica, oppure filosofia. L’ultima volta mi sono chiuso con Patafisica e arte del vedere di Jean Baudrillard (edito in Italia da Giunti), che a pagina 89 contiene una riflessione a mio avviso consona all’uomo seduto sul water: “Gli oggetti sono tali che, al loro interno, vengono cambiati dalla loro propria scomparsa. È in questo senso che ci ingannano e che determinano illusione”. Potrei aggiungere che l’idea di trovarmi in bagno senza niente da leggere mi terrorizza. Sono capace di attaccarmi alle etichette di cosmetici e detersivi, ai bugiardini di qualche medicinale… qualsiasi cosa!”.

Grazie a tutti.
Fabio, Jonathan e Jessica Lotti
P.S. Il 27 gennaio è nata Jessica!

(P.S. della blogger: Augurissimi Fabio!!)

15 Comments

  1. Devo dirti Rosanna che il tuo contributo vedrà la luce a marzo (mi è stato spedito solo ora). Intanto grazie.

    Like

  2. I miei ricordi da ragazzo non interesserebbero nessuno. Ogni tanto li tiro fuori per ricordarmi chi sono e mi fanno pure buona compagnia.

    Like

  3. diciamo che la metà della letteratura mondiale è fatta di ricordi personali trasformati/romanzati con qualche spunto vario. ci sono le biografie più movimentate, vedi Papillon ma tante altre sono più intimiste ma non per questo meno belle

    Like

  4. Grazie, Vito. Prima o poi mi piacerebbe ricevere anche da te un contributo di un libro che ti ha fatto saltare sulla tazza, via Alessandra.

    Like

      1. Mettiamola così, Fabio e Alessandra, ora mi sono imposto di portare a termine una cosa e non posso. Quando riuscirò a farlo potrò concedermi il lusso di mandarvi il mio contributo. 🙂

        Like

Leave a reply to Alessandra Cancel reply

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.