Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2016

book-toiletTutti se ne vanno. Tutti ci lasciano. No, non partono per qualche posto di spensierata villeggiatura. Tutti se ne vanno nel senso che schiattano, muoiono, tirano il calzino. Tutti, tutti, parenti, amici, conosciuti e sconosciuti, i miti luminosi del presente e del passato e i catorci più catorci. Ne rimanesse vivo uno, tanto per dire che lui ce l’ha fatta. Ce ne fosse uno di tre o quattromila anni che ci raccontasse, a viva voce, senza leggerlo nei papiri, tanto per fare un esempio, cosa sia successo veramente in certi angoli bui della storia. Anche per vedere l’aspetto che ha e come il Tempo ha lavorato su di lui. Così, per mera curiosità umana. Manco per idea. Al massimo qualche centenario ed è tutto grasso che cola.
Se ne vanno tutti. Per volere della natura, o forzatamente, prima del previsto, per mano loro, a volte, o per mano di qualche imbecille che in giro se ne trovano tanti. Insomma suicidio o omicidio. Per non parlare delle guerre cretine fatte dai più cretini. Nella realtà. Se poi a questi disgraziati maledetti si aggiungono tutti quelli che ci ronzano per la testa e si schiaffano sulle pagine bianche, allora non c’è proprio speranza. Dunque morte. E che morte sia.

Sherlock Holmes e la peste di LondraVediamo qualche esempio di dipartita obtorto collo partendo da Sherlock Holmes e la peste di Londra di David Stuart Davies, Mondadori 2016.
Siamo a Londra nel 1895 quando Watson abita ancora a Baker Street. Tutti gli episodi relativi alle indagini svolte con l’amico Sherlock Holmes sono ricordati dal dottore “con affetto e nostalgia”. Tranne uno, quando si trovò “intrappolato nell’oscurità con …la creatura… Era un ratto. Ma non un ratto qualsiasi. Era il Ratto Gigante di Sumatra.”
Primo personaggio il ratto. Secondo personaggio la baronessa Emmuska Dubeyk, bella e zoppa, che ricatta il governo inglese (cinque milioni di sterline) con la minaccia di sguinzagliare i terribili animali e la conseguente esplosione della peste, e già abbiamo delineato una parte del  quadro inquietante.
Terzo personaggio Robert Stamford,  il vecchio amico del dottore che era stato alle sue dipendenze al St Bartholomew’s Hospital e, “tramite occasionale” di conoscenza, con Holmes. È in brutte condizioni, le braccia ricoperte da punture di ago cicatrizzate (portato nella sua abitazione poi sparirà).
Aggiungo il Grande ipnotizzatore Salvini e la battaglia mentale condotta da lui, insieme a Sherlock Holmes, con la baronessa citata. Sì, avete capito bene, un vero e proprio duello tra poteri paranormali che porterà alla scoperta di alcuni indizi importanti (li tralascio).
Naturalmente Sherlock Holmes che sparisce e ritorna completamente diverso e, addirittura, minaccioso contro Watson (perché?). Quest’ultimo alla sua disperata ricerca pronto a tutto, perfino a travestirsi, nella zona di Blackwall con “vie squallide e brutti caseggiati”, allo scalo fluviale di Cristopher Dock (nave misteriosa Matilda Briggs) rischiando la vita per ritrovarlo. Insomma, il dottore in azione! (aiutato anche dalla infermiera Mellor).
Non mancano altri interpreti più o meno importanti come l’ispettore Lestrade, Mycroft Holmes, il medico oscuro Simeon Karswell e Josiah Barton, proprietario del Ponte dei Sogni, dove succedono incredibili combattimenti di animali.
Squarci di Londra con il solito traffico difficile, il reale e l’irreale, l’ipnosi, la mente che entra dentro l’altra mente, la paura dei ratti, della peste, il razionale e l’incredibile, che si avviluppano in una atmosfera tesa e minacciosa. C’è, dietro al lavoro di Davies, tutta una lunga storia dell’occulto nel romanzo poliziesco che spazia tra gli autori meno noti e più noti, comprendente anche il nostro Conan Doyle.
Una bella miscela di cruda realtà, di indagine concreta e deduttiva, di azione, di lotta, di scontri, di fuga e inseguimento, di paura e di mistero che serpeggia lungo tutto il racconto.

Il respiro del diavolo di Tessa Harris, Mondadori 2016.
Il respiro del diavolo“Corre l’anno del Signore 1783, e nel villaggio di Brandwick serpeggia il terrore. Quando il becchino Joseph Makepeace esce barcollante dalla sua baracca lanciando urla agghiaccianti, la gente lo crede posseduto. E teme per i suoi due figli.” A ragione, perché vengono ritrovati barbaramente uccisi. Opera del demonio? Segni premonitori: fuga delle oche e dei topi, assenza di api, uccelli che volano basso. In effetti sta infuriando una coltre di nebbia spaventosa, una grande nube proveniente dal mare che uccide. Qualcosa di soprannaturale, ovvero il “Respiro del Diavolo”. Altro segno nefasto l’arrivo di una meteora che terrorizza gli abitanti. Che sia giunto davvero il giorno del giudizio?
Per dipanare il mistero c’è bisogno del dottor Thomas Silkstone, giovane anatomista della Pennsylvania (la scienza contro la superstizione), che deve recarsi dalla fidanzata Lydia Farrell, vedova alla ricerca del figlio perduto. Forse la tragedia è causata dai vapori letali prodotti da un vulcano sconosciuto.
Un romanzo corale sulle superstizioni e le credenze del tempo (vedi, per esempio, la bambina malata ritenuta una strega) e la lotta per la sopravvivenza che scatena tentativi di rivolta da parte dei lavoratori. In questo terribile contesto si inseriscono le storie personali, come quella della ricerca del bambino perduto di Lydia (ma anche qualcun altro lo vuole), il tradimento, il peccato e il richiamo ossessivo della carne (i brividi di eccitazione repressi del reverendo George Lightfoot nei confronti di una vedova ammiccante), la voglia di aiutare gli altri e il menefreghismo insieme al disprezzo, il fanatismo religioso, la paura di un castigo divino. E ci sono, tra le morti dovute all’orrore della natura, quelle violente per mano di un assassino. Perché? È Thomas che dovrà scoprirlo attraverso l’esame scientifico dei cadaveri e a dispetto di un subdolo tranello (a qualcuno non piace l’americano) che lo porterà perfino in prigione.
Romanzo, dicevo, da atmosfera apocalittica tra morti, gemiti, urla, rivolte, superstizioni, esorcismi, un fatto crudo del passato che si dipana lentamente attraverso vari colpi di scena in un convulso crescendo.
Ottimo e abbondante per chi ama le tinte forti e cupe, un po’ meno per gli altri che potranno rilassarsi, magari, con Nero Wolfe colpo di genio di Rex Stout.
Alla prossima.

La brigata dei reietti di Sophie Hénaff, Einaudi Stile Libero Big 2016.
la brigata dei reiettiNon la faccio lunga. Una mezza delusione, via. La solita banda di disgraziati maledetti (si fa per dire) che ne hanno combinate di cotte e di crude nel loro quotidiano lavoro di poliziotti, o hanno rotto gli zibidei a qualcuno in alto, che vengono riuniti per levarseli di torno.
A Parigi, nel 2012. Dirige il branco sgangherato il commissario Anne Capestan dalla pistola facile. Punto d’appoggio uno stabile malconcio, scrivania di metallo rugginosa, tavolo con una gamba più corta, parquet bucato, pareti “più brunite dei polmoni di un fumatore”, ma non si può pretendere di più. A lavoro spulciando negli archivi delle inchieste zoppicanti e dei casi irrisolti. Primo caso quello di un certo Yann Guénan del 1993 ripescato nella Senna; secondo caso l’omicidio di Marie Sauzelle, settantasei anni, strangolata nel giugno 2005 nella sua casa dopo un furto con scasso. Poi, come racconto, balzo all’indietro nell’isola di Key West, a sud della Florida, il 18 gennaio 1991, dove succede qualcosa che può avere relazione con le indagini della nostra banda.
Indagini, dicevo, domande, ricerche, momenti di crisi e tensione in una Parigi asfissiata dal caldo, e con le indagini si intersecano e sviluppano le storie personali che inseriscono nelle pieghe della trama uno squarcio di vita particolare e di sottile malinconia. All’arrivo di un altro omicidio ecco il dubbio di un collegamento fra i vari casi e quello, più consistente, che i nostri reietti siano stati messi insieme per togliere le castagne dal fuoco a qualcuno. Ma a chi? Da seguire anche la vicenda di Gabriele innamorato di Manon e c’è pure una citazione degli scacchi (interessa solo a me).
Tutto l’ambaradan mi ricorda, in parte e vagamente, I Bastardi di Pizzofalcone senza la magica penna di Maurizio de Giovanni. Risaputo. Niente di nuovo sotto il sole con una scrittura che non si distacca dalla normalità di millanta già lette.

Il Principe Rosso di Qiu Xiaolong, Marsilio 2016.
Il principe rossoL’ex ispettore Chen Cao è andato a ripulire la tomba di suo padre dopo che gli è stata tolta un’indagine importante, il caso dei maiali morti comperati dai contadini e rivenduti alle aziende a prezzi inferiori, che deve dare fastidio a qualcuno in alto. Come contentino (si dice dalle mie parti) è stato nominato direttore del comitato per la riforma del sistema legale (pensate un po’). In una Cina ormai cambiata dove sempre più ampio è il divario fra ricchi e poveri, dove “il mito dell’egualitarismo maoista, esaltato dalle autorità del Partito per tutti quegli anni, stava sbiadendo, ormai era un sogno perduto.” In auge Lai “Principe Rosso”, figura di spicco della sinistra cinese e lotte incessanti per il potere, soprattutto da parte dei figli di tali Principi Rossi.
Intanto l’incontro con la bella e ricca Qian e la proposta di lavoro per sorvegliare una donna, evidentemente l’amante del suo uomo (in seguito ci sarà tutto un discorso sulle ernai “concubine secondarie” con le quali si poteva interrompere la relazione). Poi altro momento critico. Deve tenere un discorso sullo scrittore Eliot a “Il mondo celestiale”, famoso night club, “oscenamente costoso”, ma qualcosa alla fine non quadra, gli hanno teso un tranello cercando di incastrarlo con due belle ragazze, per metterlo definitivamente fuori giuoco.
Bisogna difendersi. Aiutato da Nuvola Bianca (ha un salone di bellezza), da Vecchio Cacciatore, poliziotto in pensione che lavora per una agenzia investigativa, dal detective Yu (figlio del suddetto), incomincia la ricerca tesa a scoprire chi vuole la sua testa.
Ma sarà dura, Lai scompare improvvisamente e arrivano i morti ammazzati, mentre Chen si sente accerchiato e in pensiero per la madre malata in un momento in cui deve mettere in atto tutte le sue capacità pratiche e intuitive.
Il racconto, condotto lungo le azioni di più personaggi, scivola via gradevolmente intricato (la realtà in Cina “può essere ben più strana di un romanzo”) e ricco di passione politica delusa tra proverbi, aforismi, poesie, (Chen Cao stesso poeta e traduttore), pesce gatto marinato in olio di peperoncino rosso, zampe di rana fritte con fagiolini verdi, tofu puzzolente al vapore su funghi selvatici, cubetti di agnello alla griglia, borsa di pastore fredda con gamberetti secchi e olio di sesamo, pesce affumicato, frattaglie di maiale brasato, anguilla di risaia fritta…
Buona lettura e buon appetito (burp).

La scelta di SigmundPer chi ama il giallo storico ecco in padella (rimanendo nel culinario) La scelta di Sigmund di Carlo A. Martigli, Mondadori 2016, che aveva già scomodato Martin Lutero in un precedente lavoro. Ora tocca al Re dell’inconscio, sì avete capito bene, Sigmund Freud, chiamato addirittura da papa Leone XIII (siamo nel 1903) a scovare la mente dell’assassino tra quelle di tre sospettati cardinali che potrebbero diventare i futuri papi. Di mezzo i cadaveri di una guardia svizzera e di una cameriera. Ad aiutarlo, pensate un po’, c’è il giovane novizio Giuseppe Angelo Roncalli… Psicanalisi, crimine e fede a formare un bell’impasto.

La vita segreta e la strana morte della signorina Milne

Le vite umane non sono sempre come appaiono. Vedi La vita segreta e la strana morte della signorina Milne di Andrew Nicoll, Sonzogno 2016, che si ispira ad una storia vera ambientata nel 1912 in un tranquillo paesino (mai fidarsi dei paesini tranquilli) della costa scozzese. Qui abita la signora non sposata, la zitella insomma, Jean Milne benvoluta da tutti. Rispettabile, rispettabilissima. Fino a quando non viene ritrovata cadavere brutalmente massacrato. Ecco che allora, durante le indagini, si scopre che la vita della suddetta signora non era poi così rispettabile… (spiccicato come succede spesso nella realtà).

Pericoloso fare troppi scherzi. La gente se ne puòUna morte semplice avere a male e rendere pan per focaccia. Accade a Michael Harrison in Una morte semplice di Peter James, Longanesi 2016, quando, dopo una festa di addio al celibato, si risveglia da una sbornia coi fiocchi, indovinate un po’?… No, non ci avete indovinato. Si risveglia in una bara (sì, avete capito bene), in compagnia di una bottiglia di whisky, una radiolina trasmittente e una cannuccia per respirare. Naturalmente verrà liberato dai suoi amici, penserete voi e avrà pensato lui. Lo scherzo è bello quando dura poco. Naturalmente. Se, però, gli amici dello scherzetto fossero ancora vivi. Purtroppo sono rimasti coinvolti in un tragico incidente d’auto. Preghiamo per Michael…

Il cacciatore di ossaVanno di moda le squadre di poliziotti più o meno reietti (ad esempio proprio La brigata dei reietti di Sophie Hénaff già citato) o sconclusionati come la “Squadra Coglioni”, tutto un programma, sotto il comando dell’ispettrice Steel in Il cacciatore di ossa di Stuart MacBride, Newton Compton 2011. E, sempre sotto il suo comando, si ritrova anche Logan McRae, l’interprete principale dei libri di MacBride, dove pullulano cadaveri a bizzeffe e tutta la bruttura dell’umanità. Ad alleggerire il tanfo ripugnante dei macelli una  comicità che serpeggia impavida fra le pieghe del racconto.

Se volete qualcosa di più semplice, di delicato, di classico, insomma, allora vi consiglio la saga dei libri di Alexander McCall Smith (ne ho letti diversi) con la nota investigatrice Precious Ramotswe a capo della sua agenzia (siamo in Botswana) che nell’ultimo parto Salone di bellezza per piccoli ritocchi, Guanda 2016, si ritrova da sola (i suoi collaboratori sono in altre faccende affaccendati) alle prese con diversi casi fra una tazza di tè e una fetta di torta. Un po’ come Miss Marple. E l’accostamento non può che farle onore.

Spiluzzicando in qua e là Di rabbia e di vento di Alessandro Rebecchi, Sellerio 2016, ambientato in una Milano ventosa e gelida, mi è sembrato un libro di piacevole lettura (così a occhio) basato sul classico omicidio della prostituta di turno (e quindi vattelapesca chi sia l’assassino). Da ritornarci sopra.

Tristezza per la momentanea (spero) chiusura di “Scacchierando”, sempre in forma, per fortuna, il blog “Soloscacchi”. Visitatelo.

Pet SemataryStefano Piersimoni, un appassionato giallista, ci invita a leggere Pet Sematary di Stephen King, Sperling Paperback.
In questo romanzo del 1983, il grande scrittore del Maine, dove è ambientata la gran parte delle sue opere, ci porta dentro uno dei peggiori incubi che una persona possa vivere: la perdita di un figlio, nella fattispecie un bambino di nemmeno due anni. Bellissimo l’approfondimento psicologico sul padre, i suoi rimorsi, i suoi incubi dove rivive passo per passo la scena dell’incidente, fino al disperato tentativo di riportarlo in vita e la sua discesa verso l’abisso della follia. Ovviamente il tutto immerso nella consueta atmosfera paranormale ed horror. Nel 1989 ne fu tratto il film “Cimitero vivente”.

La mogliera mi ha sventolato sotto il naso Adesso di Chiara Gamberale, Feltrinelli 2016, con l’imperativo “Smettila di legge ‘odesti troiai e buttati sulla Gamberale!” Vista la Gamberale mi ci sarei anche buttato.

Sei passeggiate nei boschi narrativiIn memoria di Umberto Eco non ho riletto i soliti, comunque bellissimi romanzi, ma il meno conosciuto, credo, Sei passeggiate nei boschi narrativi, Bompiani 1994, ovvero sei lezioni che tenne all’Università di Harvard in cui il Nostro concittadino si avventura tra le mille sfaccettature della narrativa incamminandosi lungo i suoi diversi, straordinari sentieri. Si parte da Calvino e si finisce, addirittura, ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion, mescolando un po’ di tutto da Manzoni a Cappuccetto Rosso, da Omero alla Christie. Una goduria.
E, poiché avevo accanto al sopracitato anche Lezioni americane proprio di Italo Calvino, Garzanti 1988, mi sono ribeccato anche questo. Lezioni che avrebbe dovuto tenere ad Harvard nell’anno accademico 1985-1986, come fece in seguito Umberto Eco, ma non ne ebbe il tempo che la morte ce lo rapì. Dovevano essere sei ma ne scrisse cinque. Sulla leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità. Non perdetelo.

Un giretto tra i miei libri

Il segno dell’assassino di D.M. Devine, Mondadori 2009.
Il segno dell'assassinoL’assassino tiene un diario. Deve uccidere otto persone per le quali “la morte sarà una liberazione dalla sofferenza”. Almeno qui la motivazione non è disprezzabile. Jean Lubbock, insegnante di francese, ventinove anni, “introversa e contorta, tormentata dalle inibizioni e dalle nevrosi”, subisce una aggressione ma fortunatamente riesce a scamparla. Trovato per terra un cartoncino di una ditta di pompe funebri con la scritta “Cordone n°1”. Non ha fortuna, invece, Alice Zinnie, paralizzata, semi soffocata con un cuscino e poi strangolata, solito biglietto “Cordone n°2” e solita icona di una bara. E non hanno fortuna altri strangolati con il filo di ferro (a dir la verità uno muore prima).
Sospettato Jeremy Beald, giornalista della “Kenburg Gazette”, amante di Kathleen, ma innamorato della bella vedova Helen sua vecchia (si fa per dire) fiamma che a suo tempo lo ha respinto. Ubriacone, donnaiolo impenitente, ha scritto dieci anni prima il romanzo “La foresta” ma poi ha lasciato perdere questa sua passione letteraria. Buttato fuori dal giornale e poi reintegrato viene aiutato da Helen e insieme indagano per trovare l’assassino. Il quale, nel frattempo, continua a scrivere il suo bel diario e i morti ad aumentare di numero. Ergo la piccola, tranquilla città si scuote: “Kenburgh era in preda al terrore. Terrore reso ancora più forte dalla feroce inutilità degli omicidi, dal sinistro simbolismo dei cartoncini con le bare, Era la paura elementare verso manifestazioni di pazzia”.
Un buon prodotto che si legge volentieri.

Il segreto di Tassart di Henry Wade, Mondadori 2010.
Il segreto di TassartLord Henry, conte di Grayle, vive a Tassart con la bella moglie Helen, il figlio Charles e la di lui consorte lady Katherine. In pessime condizioni di salute (grave nevralgia facciale) e in pessimo stato finanziario. La sua fine è una morte per avvelenamento attraverso una coppia di veleni che interagiscono fra loro.
Ad indagare il giovane ispettore Poole di Scotland Yard: composto, corretto, di buona educazione, fuma la pipa, si sposta in bicicletta e pure in moto. Classica investigazione attraverso l’interrogatorio della famiglia compresa la servitù e di tutti coloro che in qualche modo conoscevano il conte. Sospettato il maggiordomo Moode (un vecchio classico).
Poole cerca di ricostruire le scene anche mentalmente, è attento alle reazioni degli interlocutori e a non “saltare a conclusioni avventate e di fondarvi sopra la soluzione di un caso”. Insomma un tipo metodico e, diciamolo pure, un po’ pallosetto, sempre intimidito davanti ai suoi superiori e alla ricerca della loro approvazione (i complimenti lo fanno arrossire).
Di mezzo uno strano movimento di mobili antichi e di uno scrigno piuttosto importante, il ricatto, un laboratorio segreto. Prosa tranquilla, curata, minuziosa, tesa a sviscerare ogni tipo di soluzione piuttosto che a provocare emozioni.

Il segreto di Virginia di Margaret Millar, Mondadori 2010.
Il segreto di VirginiaSiamo in Arbana, nel Michigan, sotto la neve. Claude Margolis, ricco imprenditore, è ucciso a coltellate e sul luogo viene trovata Virginia Barkeley, completamente ubriaca. Ergo fila dritta in carcere. Difesa difficile per l’avvocato Eric Meecham, resa ad un certo punto facile per l’auto accusa di Loftus, malato incurabile di leucemia. Lasciato dalla moglie, vive solitario in affitto presso la casa di Emmy Hearst (triste vita matrimoniale) che riesce a comprenderlo. Tutto sembra facile, dicevo, troppo facile, fino a quando Loftus si suicida in carcere…
L’indagine è condotta dallo sceriffo Cordwink alto e magro, capelli corti, occhi freddi, cinquant’anni portati egregiamente, e dallo stesso avvocato, innamorato corrisposto di Alice Dwyer, dama di compagnia della signora Hamilton, madre di Virginia, sposata a Paul (primo anno di matrimonio un disastro).
Romanzo venato di dubbi, incertezze e paura che assale il protagonista principale. A volte si sente come “… prigioniero di una trappola di fili umani. Da qualsiasi parte si girasse in quella rete trovava sempre nuovi nodi” o come “un palombaro che spinge i piedi appesantiti verso il fondo dell’oceano, lottando contro una pressione che non può vedere né comprendere”.
Un alone di tristezza corre lungo tutta la vicenda (vedi, per esempio, la madre ubriaca di Loftus) insieme ad un senso di infelicità e di rabbia. Movimento, fuga, e colpo finale a sorpresa.

Gli occhi del SalarTerminiamo, come al solito, con la nostra inesauribile Patrizia Debicke (la Debicche) che ci presenta Gli occhi del Salar di Roberta Gallego, Tea 2016, un nuovo capitolo della ormai famosa serie che ci narra della “Procura Imperfetta”. Una rappresentazione precisa la sua, di solito piena di humour ma anche profondamente reale, di un apparato giudiziario troppo spesso afflitto da manchevolezze e che deve barcamenarsi in qualche modo, per riuscire a far fronte a una criminalità ogni giorno più all’avanguardia e agguerrita.
Tornano dunque i multiformi eclettici personaggi della procura di Ardese, che abbiamo già conosciuto e apprezzato nei libri precedenti, tra i quali primeggiano Anna Vescovo sostituto procuratore, Alvise Guarneri suo vecchio amico, collega e ammiratore segreto e la sua valida spalla il maresciallo Saverio Alfano.
Ma questa volta sono in arrivo guai da far accapponare la pelle. Nella fitta nebbia, che quella mattina avvolgeva le colline di Ardese, è inesplicabilmente scomparso il pulmino della San Gottardo, una prestigiosa scuola privata, con a bordo sette bambini figli di alcune tra le famiglie più note e influenti della provincia e l’autista. Polizia, forestale e vigili del fuoco hanno controllato il percorso palmo per palmo. Nessuno ha visto il pulmino, non ci sono tracce di incidenti e il cellulare dell’autista continua a suonare a vuoto.
Purtroppo la faccenda si trasforma presto nel peggiore degli incubi: i bambini sono stati rapiti e uno di loro necessita di terapie particolari. Si cominciano a fare le illazioni più scontate, si accusa l’autista. Sbattuta sulle prime pagine dei telegiornali e dei quotidiani nazionali, la Procura di Ardese esce dall’anonimato di provincia e si trova a fare i conti con il gossip. Come avvoltoi affamati i media si avventano sulla notizia. Cercano lo scoop.
Anche i servizi si mischiano all’indagine. Perché? Tutta la procura, che si muove con i piedi di piombo in un’indagine corale, si avvale dei suoi migliori collaboratori per interrogare tutti e scavare meglio e ovunque a fondo. Ma si scoprirà che questo è un caso eccezionale. E soprattutto sarà eccezionale la richiesta di riscatto. Perché qualcosa di malato, di vendicativo e di perverso che torna implacabilmente dal passato si nasconde dietro questo spaventoso sequestro ed è pronto a inghiottire ogni speranza, con l’indifferenza  degli occhi del Salar, le mortali trappole del boliviano deserto di sale. E non c’è tempo da perdere. L’angoscia sale a ogni ora che passa e tiene il lettore con il fiato sospeso.
Lo strano mistero dell’Orient ExpressDue parole anche su Lo strano mistero dell’Orient Express di Benjamin Monferat, Newton Compton 2016.
La quarta di copertina recita: «Mentre l’Europa sprofonda nel caos della seconda guerra mondiale, un viaggio in treno cambierà la vita dei suoi passeggeri».
Benjamin Monferat è lo pseudonimo di Stephen M. Rother, scrittore e storico tedesco, che per scrivere un romanzo si è ispirato anche alla vita di suo nonno, vissuto durante il Terzo Reich, costretto a collaborare con il regime ma nello stesso tempo un attivo oppositore.
Bestseller in Germania, a mio vedere merita il suo successo. Non è impresa da poco maneggiare la suspense in modo da tenere incollato il lettore per ben 569 pagine della versione italiana (mi risulta che la tedesca fosse più lunga), ma Monferat/Rother ci riesce. Ḕ abile nel dosare fiction e realtà storica, emozione e sentimenti in un avventuroso romanzo di azione, sempre intrigante e coinvolgente.

Della Patrizia sopracitata ricordo l’ultimo libro L’eredità medicea, Parallelo45edizioni 2015, che sta avendo un ottimo riscontro di critica e di lettori.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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