Le lunghine di Fabio Lotti: Serenata senza nome

Serenata senza nomeSerenata senza nome
di Maurizio de Giovanni
Einaudi Stile Libero Big 2016

Amore, amore, amore…
Nel corsivo, all’inizio, c’è già l’atmosfera che pervaderà il resto della storia: l’autunno, la malinconia, la perdita. Una canzone struggente d’amore.
Napoli degli anni Trenta, al tempo del fascismo. Vincenzo e Cettina, diciassette e quindici anni. L’amore dell’adolescenza, un bacio, una promessa. Vincenzo andrà in America a cercare fortuna e ritornerà per sposarla (già qui si intuisce qualcosa).
Bianca Borgati dei marchesi di Zisa, moglie del conte Palmieri di Roccaspina (ora in galera), bella ed elegante, generosa, generosissima in quel senso (basta avere gli sghei giusti), si dice che sia l’amante “di uno strano commissario di polizia” (perché sono insieme lo scoprirete da voi). Ovvero di Luigi Alfredo Ricciardi, barone di Malomonte.
Ho conosciuto il suddetto personaggio fin dalla sua nascita. L’ho visto fare i primi passi e poi camminare baldanzosamente spedito per la gioia di una vastissima moltitudine di lettori. Un personaggio riuscito, riuscitissimo, con la sua perenne malinconia e quella dote, unica, di sentire le ultime parole degli uccisi. Misterioso e irraggiungibile e, anche per questo, amato dalle donne (vedremo in seguito). Eccolo al suo primo apparire “Luigi Alfredo Ricciardi era di statura media, magro. Scuro di carnagione, gli occhi verdi che spiccavano nel viso; i capelli neri, pettinati all’indietro e fissati con la brillantina, liberavano talvolta un ciuffo che gli attraversava la fronte e che lui, distrattamente, metteva a posto con un gesto secco. Il naso era diritto e sottile, come le labbra. Le mani piccole, quasi femminili: nervose, sempre in movimento. Le teneva in tasca, consapevole del fatto che tradivano la sua emozione, la tensione.” (Il senso del dolore, Fandango 2007). Per me fu un colpo di fortuna “L’acquisto di un libro dipende da molti fattori: il nome dell’autore, la lettura di una recensione, il consiglio di un amico ecc… Talvolta anche dal semplice stato d’animo. Come nel presente caso. Una giornata triste, una copertina con un volto triste ed un titolo triste: Il senso del dolore di Maurizio de Giovanni, Fandango 2007. Che tristezza! Non potevo che acquistarlo.” Ed ecco cosa scrissi alla fine “Un buon libro da leggere. Che avrà senz’altro un seguito. Ci potete scommettere.” Facile previsione che mi valse anche il ringraziamento, via mail, dell’autore stesso (miezzeca!).
Dunque Vincenzo Sannino è partito per l’America con il suo sogno, come migliaia di italiani in quel periodo, è diventato un pugile famoso, ha ucciso un negro sul ring, è stato colto da una crisi profonda ed è ritornato in patria dalla sua Cettina (alla quale dedica la serenata senza nome), ora sposata con il commerciante Costantino Irace. Chiaro che questi, dopo essere stato minacciato dallo stesso Vincenzo (Vinnie), verrà trovato morto ammazzato di botte. A stenderlo definitivamente un colpo alla mascella destra, praticamente quello famoso dell’ex pugile.
Da qui l’indagine di Ricciardi, la visione del morto con “il solito insieme di frammenti, di immagini vaghe, prive di contorni” e le sue ultime parole “tu, di nuovo tu, tu, di nuovo tu, un’altra volta tu, di nuovo tu.” (Chi sarà questo “tu”?). Indagine che lo porta su diverse piste. Quelle dell’amore, della fame e dei soldi: vedi il mediatore Nicola Martuscelli, il rivale Merolla, il socio Michelangelo Taliercio, l’avvocato Capone, Jack Biasin, il manager di Vinnie. O, addirittura, Cettina stessa. Comunque sia il Vicequestore Angelo Garzo è deciso a far arrestare il pugile che ha smesso di combattere perché deve essere senz’altro un “deviato”, un “pervertito”, un “assassino” e non un “maschio invincibile”, come vorrebbe  la muscolare ideologia fascista.
Accanto a questa c’è la storia del brigadiere Raffaele Maione (macchietta la guardia Giuseppe Amitrano) e la sua amicizia con Bambinella, il “femminiello pazzo”, innamorato di uno sposato che rischia la vita. Ha bisogno dell’aiuto di Maione per proteggerlo. Poi c’è Enrica, figlia del cavalier liberale Giulio Colombo (che ben si guarda dall’esprimere le sue idee in un momento storico così particolare), innamorata di Ricciardi e ora adocchiata dal maggiore Manfred von Brauchitsch. Il padre ha capito il suo tormento mentre la madre non vede l’ora di accasarla con qualcuno.
Pioggia, pioggia, pioggia continua, insistente che “flagella l’aria e la terra.”
Ci sono le altre donne. Quelle che girano intorno al Nostro: Bianca, già citata; Livia, la bellissima vedova Verzi che aveva lasciato in lacrime la sua casa per il suo rifiuto; Enrica che lui osservava dalla finestra, viso dolce e allo stesso tempo adirato; la nuova governante Nelide, brutta e sgraziata al posto di Rosa venuta a mancare (gli aveva fatto da madre) che rimane silenziosa al suo fianco durante i pasti (da incorniciare).
Maurizio de Giovanni con una scrittura lieve e delicata, pronta però a cogliere tutte le sfumature, anche le più crude, butta giù una storia di vita e di morte in cui ogni personaggio, pure di secondo o terzo grado, ha la sua parte, il suo momento di gloria (notate, per esempio, le figlie di Merolla che parlano tra loro con gli sguardi. Un cammeo). Flash back al punto giusto e passaggi sicuri da un personaggio all’altro.
C’è il nostro Ricciardi, ancor più cupo, ancora più svuotato, consapevole del suo essere (“Sono un pazzo, si disse per l’ennesima volta. Sono un povero pazzo.”)  in contrasto con il burbero, solido, forte Maione. C’è l’amore nelle sue varie sfumature, l’amore respinto e l’amore ricambiato, l’amore semplice e familiare e l’amore sofferto. C’è l’amore impossibile. E accanto, lungo la storia principale, le cose di ogni giorno in una Napoli dai volti diversi: il duro lavoro di chi stenta a campare, la bella vita dei privilegiati, cani randagi, una Madonna con il cuore trafitto, una via, una strada stupenda che dà sul mare, un quartiere dall’atmosfera spettrale. In fondo ad ogni capitolo spesso qualcosa che colpisce, che rimane. Un abbraccio, una corsa verso qualcuno dall’altro lato della strada. Un sorriso.
Troviamo in questo libro l’umanità intera, quella vera e reale, con le sue molteplici sfaccettature, le cadute e il rialzarsi veloce. Mi viene in mente, per dirne una, Bambinella, dopo che ha lasciato libero il fidanzato ed ha ripreso con orgoglio il suo “lavoro” (si deve pure sciacquare la bocca, piccolo tocco malizioso) che come lui non lo fa nessuno. Perfetto.
L’autore è un asso a fregarti, una specie di mago, di illusionista. Sembra che le cose vadano per un certo verso ed ecco, all’improvviso, un cambio, una svolta inaspettata. Tra l’altro del tutto credibile e psicologicamente corretta (seguite, per esempio, la storia di Enrica). Ci sono anche dei momenti in cui il sentimento sembra incanalarsi verso una sdolcinata melassa, soprattutto quando si batte e si ribatte sulle stesse parole, sulle stesse frasi (l’ho già scritto in altra recensione). Vedi, per esempio, tutto il capitolo XXVIII° con quel suo continuo intercalare “Chiedilo alla pioggia”, “Sono stato io”, “Sono stata io”. Ad un certo punto verrebbe quasi la voglia di gridare, immaginando il seguito, “Basta, due palle!” ma, andando avanti nella lettura, il grido si smorza per lasciare il posto ad una specie di irritante, stupida commozione.
Maurizio de Giovanni ci ha fregato anche questa volta.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

3 thoughts on “Le lunghine di Fabio Lotti: Serenata senza nome

  1. Fabio, chiunque si sia cimentato con la scrittura, anche solo per stilare la lista della spesa, sogna di ricevere, almeno una volta nella sua carrie, una recensione come questa. Complimenti, bella davvero e convincente. Non avevo ancora trovato il tempo di approfondire la conoscenza con il commissario Ricciardi, ma dopo averti letto sento l’urgenza di farlo.

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  2. Pingback: Le lunghine di Fabio Lotti: Il detective magico | The Blog Around the Corner

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