Tracce dal silenzio (Le gialle di Valerio 237)

Lorenza Ghinelli
Tracce dal silenzio
Marsilio Venezia, 2019
Noir

Rimini, pare. Giugno 2018. Nina da un anno è divenuta sorda, ora ha dieci anni, di giorno porta un audioprocessore, un impianto cocleare a pile. Quella notte non lo ha ma si sveglia lo stesso, sente come una musica uscire, allegra e inquietante, dal citofono della casa, confusamente intuisce che sta accadendo qualcosa. La mattina dopo si scopre che più o meno alla stessa ora è stato ucciso un ragazzo in un parco abbastanza distante, sgozzato e amputato del mignolo. I genitori sono molto presenti, le stanno sopra pur non andando più d’accordo fra loro; Sara, la madre architetta, imputa a Marco Panni, il padre insegnante, una responsabilità nell’incidente stradale della figlia. Nina viene subito portata dal medico per capire cosa è accaduto al suo udito, perché ha sentito qualcosa senza apparecchio. L’impianto è perfetto, l’esame audiometrico uguale al precedente, forse Nina conserva alcuni suoni nella memoria uditiva della sua precedente vita, il dottor Ascanio le tranquillizza, poi trova un espediente per restare solo con Sara, hanno intrecciato una segreta relazione ormai da vari mesi. Lauro, la vittima dell’omicidio, era stato incolpato di violenza carnale nei confronti di una coetanea, ma poi le accuse erano cadute per mancanza di prove; frequentava la stessa scuola del 16enne Alfredo, l’ottimo protettivo fratello maggiore di Nina, lui alle prese con una timida adolescenza e con frequenti episodi di bullismo verso altri e altre. La famiglia ha traslocato da poco, hanno per vicina di casa l’84enne Rebecca Fattori che vive con l’anziano pezzato Furia e alleva conigli, perseguitata ancora da drammatici ricordi della guerra, 73 anni prima. Nina ha perduto l’amata nonna, le si affeziona, Rebecca l’aiuta con la gatta Carmilla (come la rivista italiana online) e a fare le torte, nasce proprio un rapporto intenso, mentre cresce un clima di misteri, ricatti, aggressioni. Anche l’assassino è ancora in agguato, per altro con lo studente non era stata la sua prima volta.

La brava scrittrice multimediale Lorenza Ghinelli (Rimini, 1981) esordì con un successo dieci anni fa, ha mantenuto alta la qualità letteraria, torna ora alle iniziali atmosfere allusive da favola noir. La narrazione è in terza persona su due piani temporali: la complicata convivenza dei protagonisti di oggi, soprattutto i componenti della famiglia Panni, soprattutto fratello e sorella da una parte, al passato; i drammi e la breve biografia parallela di Rebecca bimba e del fidanzato della sorella maggiore uccisa, in corsivo e meno frequentemente, dall’altra parte, al presente. Il testo trasuda senza compiaciuti fronzoli le paure o la follia dei personaggi, spesso radicati nel loro maturo percorso infantile (da cui la copertina). La violenza è sempre dietro l’angolo, di diverse origine e forma, perlopiù drammaticamente compassionevole (non quella dei fascisti), e non mancano i colpi di scena. L’autrice riesce con acume e garbo a dar conto della sordità acquisita di una giovinetta e dell’universo di nuove sensazioni, in evoluzione fra macchine uditive e ricostruzioni mentali (da cui il titolo). Si bevono alcolici di vario tipo, più per emotività che per gusto. Il brano chiave proviene del passato ma assorbe il presente: Enzo, Aita e Trio Lescano interpretano “Ma le gambe” (1938), grazie a un jukebox Wurlitzer 850 Peacock.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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