La Debicke e… Storia del Giallo Italiano

Luca Crovi
Storia del Giallo Italiano
Marsilio, 2020

Era la lontana primavera del 2002 (18 anni, ormai è diventato maggiorenne) quando Marsilio dava alle stampe Tutti i colori del giallo di Luca Crovi. Il libro riscosse un tale successo da permettere prima la creazione dell’indimenticabile e mai abbastanza rimpianta trasmissione radiofonica su RAI 2 che rallegrava il pranzo degli italiani (dalle 13 alle 14), poi un festival di successo nel Canton Ticino. Nel 2020, sempre con Marsilio e “ça va sans dire” scritto da Luca Crovi, approda nelle librerie e nei circuiti web Storia del giallo italiano, una specie di erede spirituale del primo libro. Sono certa che la lunga stesura di questo testo, un enciclopedico compendio di letteratura gialla italiana “alla Crovi”, brillantemente arricchita da sottili sprazzi di humour, debba essersi rivelata un’impresa titanica. Sia per la mole delle notizie, nomi, esempi, brevi sunti di testi e vari commenti da riportare diligentemente, sia per l’inconscio terrore di dimenticare qualcuno e qualcosa, errore sempre possibile ma certamente involontario, conoscendo l’amico Luca.
Stavolta Crovi ha scelto di parlare di letteratura gialla ripartendo le ben 512 fitte (e scritte piccine piccine, un guaio per i miei occhi, ma per amicizia e vanità si fa questo e altro, visto che nella sua infinità generosità Luca ha citato anche il mio nome) pagine del libro in 18 brevi ma chiari e approfonditi capitoli a tema.
Il prologo è una corposa e approfondita introduzione nella quale cita a ragione, proprio nelle prime frasi, l’intelligente rivendicazione e difesa del genere fatta dal grande Augusto De Angelis, il papà del commissario De Vincenzi, alla fine degli anni Trenta: «Ho voluto e voglio fare un romanzo poliziesco italiano. Dicono che da noi mancano i detectives, mancano i policemen e mancano i gangsters. Sarà, a ogni modo a me pare che non manchino i delitti. Non si dimentichi che questa è la terra dei Borgia, di Ezzelino da Romano, dei Papi e della Regina Giovanna […]. Il romanzo poliziesco è il frutto rosso di sangue della nostra epoca. È il frutto, il fiore, la pianta che il terreno poteva dare….».
Giustissimo, perché il passato della penisola è crudele e ignora ogni etica. Quindi a maggior ragione, come diceva Tancredi, nipote del principe di Salina nel Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», pertanto Luca Crovi ci racconta come gli autori italiani siano riusciti a far nascere, crescere e apprezzare un genere che per troppo tempo veniva visto come avulso, estraneo rispetto al panorama letterario del Belpaese.
Infatti, benché i prodromi della narrativa poliziesca, nera, o thriller, insomma di quello che poi, per colpa delle copertine Mondadori, dal 1959 ha preso il casereccio nome italico giallo, risalgano alla metà del XIX secolo, la stima e il giusto riconoscimento letterario del genere è arrivata molto dopo.
Secondo Luca Crovi, e mi pare che dica bene, il giallo italiano probabilmente è nato come risposta e sulle larghe orme del feuilleton francese. Pubblicato, spesso a puntate, sui quotidiani d’Oltralpe, funzionava alla grande e allora via con Il mio cadavere (1851) del napoletano Francesco Mastriani, che conquista frotte di lettori, seguito in scia nel 1857 dal milanesissimo Emilio De Marchi e il suo Il cappello del prete, apprezzati persino da Benedetto Croce. Saranno pubblicati sui quotidiani milanesi e napoletani, mentre nel 1883 sarà la volta di Firenze e la Nazione con Lucertolo, soprannome del poliziotto Domenico Arganti per la diabolica capacità di infiltrarsi dappertutto, a firma Jarro, ovverosia il giornalista Giulio Piccini. Se poi si guarda al giallo storico, che funziona bene anche nel XXI secolo, all’inizio del XX Luigi Natoli, con lo pseudonimo William Galt, guida la schiera dei precursori con I Beati Paoli, una specie di banda di Robin Hood siciliana, una setta di vendicatori e giustizieri che opera contro coloro che hanno infranto senza scotto la legge. Ma se il fascismo tarpa le ali agli stranieri, lo farà in seguito anche ai giallisti italiani. Ne pagano il fio il grande De Angelis e il suo Commissario de Vincenzi. Si chiudono i Gialli Mondadori. Il regime stabilisce quote obbligatorie. Si vive in un mondo irreggimentato, dominato da adunate, manifestazioni ginniche e sfilate di balilla, i giornali e i libri vengono censurati. I morti ammazzati contaminano il buon nome del Belpaese. E figuriamoci se si può lasciar circolare il “giallo”, il genere principe in cui spesso si rispecchiano i desideri nascosti e le paure della società.
Arriva il dopoguerra, che rivede persino Gadda e il suo Pasticciaccio, pubblica Sciascia, osannato da Calvino, che narra i crimini della Sicilia mafiosa e Scerbanenco assurge alle vette di Duca Lamberti, mentre la crime fiction guadagna in spazio e popolarità. Tornano i Gialli Mondadori conquistando una nuova larga platea di appassionati.
Luca Crovi ripercorre la storia del giallo italiano da un nuovo punto di vista, quello che era temuto temuto dai fascisti come spia dei desideri, dei timori, dei sogni o peggio degli incubi della nazione ma anche, diversamente dalle idee di stampo mussoliniano, come possibile valvola di sfogo e di scarico di passioni represse.
Il fatto che il giallo in Italia abbia sempre funzionato dimostra il suo collegamento con il modo di pensare e di immaginarsi degli italiani e diventa un’eccellente rappresentazione, nel bene e soprattutto nel male, che riassume il Novecento e il primo ventennio del Duemila.
Un compendio anche storico-sociale che va dalla Milano di Augusto De Angelis e Giorgio Scerbanenco, alla Roma di Giancarlo De Cataldo, dal boom degli anni Sessanta al meritato successo di Andrea Camilleri, da Carlo Lucarelli a Massimo Carlotto, da Antonio Manzini a Maurizio de Giovanni e, passando dai legal thriller di Gianrico Carofiglio, ci porta per mano al sottile humour dei gialli di Marco Malvaldi e Francesco Recami, con un occhio attento ai thriller di Giorgio Faletti e Donato Carrisi, senza dimenticare i crimini di altri tempi: la potenza di Eco, Dante di Giulio Leoni, Publio Stazio di Danila Comastri Montanari e via via coloro che hanno scritto di storia o di avventura come Marco Buticchi e Marcello Simoni. E, per par condicio, non dimentica le quote rosa del nero al femminile, Margherita Oggero, Alessia Gazzola, Marilù Oliva, Gabriella Genisi, Rosa Teruzzi, Alice Basso, Mariolina Venezia, e non me ne vogliano altre che non cito. Seguendo un coinvolgente fil rouge, tra successi editoriali e repêchage di autori, magari meno noti, ma che hanno lasciato un segno nel panorama italiano e internazionale, Crovi fa notare differenze e affinità fra trame e personaggi, scenografie e modelli narrativi e alla fine analizza il perché, anche in tempi di spaventosa incertezza come questi che stiamo vivendo, il giallo riesca ancora a farsi leggere e amare dagli italiani, quasi rappresentasse un esorcismo simbolico.
Forse perché una certa realtà, fatta di giustizie e ingiustizie, di atti eroici e azioni criminali, è la colonna portante del giallo italiano.
Un’enciclopedica carrellata attraverso ben due secoli di giallo italiano, senza dimenticare i riferimenti al passato. Con i giusti richiami a Manzoni e i Promessi Sposi, ma anche alla Commedia dantesca, si riportano in scena persino il ‘700 e l’800.
Se siete appassionati di gialli, polizieschi e thriller e avete voglia di leggere un vero e proprio trattato su ogni tipo di delitto e omicidio narrati dalla letteratura italiana negli ultimi 170 anni, Storia del Giallo Italiano  è il vostro libro.
Compratelo subito.

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