Charcoal Joe (Le gialle di Valerio 260)

Walter Mosley
Charcoal Joe
Bompiani Giunti, Firenze Milano, 2020 (orig. 2016)
Traduzione di Fabrizio Coppola
Noir

Los Angeles. Maggio 1968. Il 48enne afroamericano Ezekiel Porterhouse Easy Rawlins è in splendida forma. Ne sentivamo molto la mancanza. Da tre mesi ha avviato la propria agenzia investigativa WRENS-L in un quartiere bianco, con due dei migliori detective che conosce, l’ebreo Saul Lynx e Tinsford “Whisper” Natly, negro di St. Louis, soci alla pari, con una deliziosa receptionist meticcia, Niska Redman. Ognuno gestisce i propri casi da seguire, alla bisogna si aiutano. Non beve più, fuma solo una sigaretta al giorno, si sposta a piedi quando può. Ha due amati figli e una donna meravigliosa, Bonnie, hostess Air France, alla quale proprio quella sera ha deciso di donare un anello in oro e platino con un diamante da mezzo carato tagliato in modo strepitoso, per chiederle di sposarlo. Arriva nel suo ufficio Raymond Mouse Alexander, il fraterno amico 47enne, spregevole killer psicopatico, che non ha mai avuto un’occupazione onesta in tutta la vita e che ancora si guadagna la ricca sopravvivenza con una gang internazionale di rapinatori, lavorando come guardaspalle, picchiatore e tuttofare. Ora ha una nuova interessante prospettiva occupazionale e un messaggio d’emergenza da recapitargli: il pessimo potente Charcoal Joe si è beccato tre mesi di prigione per aver reagito a uno sprezzante commento razzista e ha comunque urgente bisogno di far scagionare un ragazzo 22enne laureato in Fisica, ingiustamente accusato di omicidio. Mouse consegna a Easy cinquemila dollari e lo invita a farsi spiegare tutto da Joe il giorno dopo al penitenziario. Risposta: “Cheddar o Blue?… vorrei solo sapere che formaggio avete messo in questa trappola.” Il caso nasconde sordide tresche di varie criminalità organizzate con tanti soldi di mezzo. Bonnie lo ama ma se ne va, lasciandolo per un re storpio in sedia a rotelle. Ne capiteranno di tutti i colori (non solo della pelle).

Walter Mosley è in splendida forma. Ne sentivamo molto la mancanza. L’eccelso scrittore statunitense Walter Ellis Mosley (Los Angeles, 12 gennaio 1952), padre bibliotecario scolastico e madre impiegata ebrea, laureato in scienze politiche, da trent’anni scrive intensi bellissimi testi di tutti i generi. Il primo romanzo della serie Easy risale al 1990 (Devil in a Blue Dress, Sonzogno 1991), portato sullo schermo da Denzel Washington nel 1995; ne seguirono altri tredici, tuttavia cinque degli ultimi otto non sono stati mai tradotti e l’ultima versione in italiano risaliva al 2010, dieci anni fa. Un peccato: lode a chi lo riconsegna alle nostre librerie e ai concittadini lettori. La narrazione è in prima al passato, lo stile curato e pastoso, i dialoghi si confermano scoppiettanti e godibili, la trama un noir disincantato, mescolando varie minute altre storie ed emozioni, non solo violenza e denaro. Tanti muoiono. Siamo in un’altra epoca, si fa l’amore spesso nonostante le delusioni e ci si ferma dove capita a cercare un telefono con le monetine. Niente computer e molte antiche forme di razzismo: “è incredibile come due persone possano arrivare a odiarsi senza sapere nulla dell’altra.” Ci accorgiamo che BlackLiverMatter è slogan necessario da quasi due secoli; qui il punto di vista è nero, o meglio marrone (le infinite sfumature del marrone sono descritte nei dettagli meticci) con la rabbia misurata, le cento intelligenti battute e i mille espedienti per non farsi sopraffare. L’autore cita spesso Darwin, anche esplicitamente. Confacenti titolo e copertina. Segnalo l’accumulatore compulsivo, a pagina 330, l’economia dell’amore, a pagina 372, e la duratura pozione di Mama Jo che fa concentrare su una cosa solo abbandonando le altre preoccupazioni. Qualche inghippo di lettura, causa traduzione o editing. Vino rosso e grande musica, nero o classica che sia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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