Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2020

Uno dei libri a cui sono più affezionato è Civiltà e imperi nel Mediterraneo nell’età di Filippo II di Fernand Braudel, Einaudi 1953, composto da ben 1558 pagine! Libro che mi fu assegnato come cimento per un esame all’Università dal mitico prof. Giorgio Spini. E ricordo il giovin Lottino buttarsi a capofitto su quelle pagine come a voler riscattare, in parte, una vita fatta di sberleffi e pernacchie. Ogni tanto uno sguardo, anche da lontano…

Giobbe Tuama & C. di Augusto De Angelis, Mondadori 2020.
“Il vecchio è disteso supino, il grosso naso all’aria; le scarpe enormi fanno angolo retto col terreno. Ha le braccia incrociate sul petto, il cappello tondo a melone gli posa sul ventre. Sembra un fantoccio mostruoso” e “Quel fantoccio ha gli occhi di fuori dall’orbita, la lingua penzolante da un lato, tumefatta, violacea. Giobbe Tuama è stato strangolato!” Alla Fiera del libro sotto il bancone dello stand della Lega Evangelica Cristiana nella Milano del 1934, frequentato da una folla variegata tra cui spicca lo scrittorone di turno con la sua bella stilografica d’oro. Ma chi era più precisamente questo Giobbe Tuama? Sembrerebbe solo un seguace fanatico della citata lega evangelica addetto a vendere bibbie. In realtà trattasi di Jeremiah Shanahan, così viene chiamato da chi lo conosce meglio ed è venuto a trovarlo per regolare certi conti del passato, un americano che vive da molto tempo in Italia ed è pure un malvagio usuraio. Poco dopo un altro straniero verrà ucciso con uno spillone conficcato nel cuore all’Hotel d’Inghilterra.
Bella gatta da pelare per il commissario Carlo De Vincenzi, un personaggio che non ha bisogno di prendere appunti perché possiede “il dono d’incasellare indelebilmente nel cervello le osservazioni che faceva” e il fiuto sensibile di interpretare le atmosfere e le psicologie di chi gli sta di fronte. Un uomo solitario e scettico, come è stato giustamente definito, nella Milano nebbiosa degli anni Trenta che basa essenzialmente il suo lavoro attraverso il colloquio e l’ascolto. È bravo, davvero, ma, secondo lui, ci vuole anche lo zampino del “Caso” per risolvere certe situazioni.
Intanto Giobbe Tuama non era così povero come sembrava e nel suo passato era stato coinvolto in una storia di diamanti rubati ed era finito, addirittura, nelle carceri di Sing Sing. Siamo di fronte ad un gruppo di personaggi stranieri che covano odio e vendetta, tra cui la stessa moglie di Giobbe, la signora Dorotea Shanahan. Personaggi stranieri in ossequio alle disposizioni del regime fascista perché il “giallo”, che portava disordine e confusione nella società, era mal tollerato. Tra i vari indizi occhio ad un cappello di paglia col nastro bianco e azzurro, gli occhiali e la barba finta.
La scrittura di Augusto De Angelis è semplice, diretta, precisa. Niente fronzoli, niente infiorettamenti, niente sviolinature. Un paio di tocchi alla Simenon ed il gioco è fatto. Il piatto è servito.

Indagine non autorizzata di Carlo Lucarelli, Mondadori 2017
Riccione 1936. Sulla spiaggia “rannicchiata come un feto, con i capelli neri sparsi sulla sabbia e la sottana sollevata sulle gambe fino a scoprire il sedere nudo, c’era una donna. Si capiva subito, anche senza guardare il sangue incrostato sul viso, che era morta.” Proprio nei pressi di una villa dove sta trascorrendo le vacanze Benito Mussolini! Incredibile, bisogna trovare subito il colpevole di questo stramaledetto delitto di tale Miranda Rubino, uccisa con un colpo di pistola penetrato in un occhio, più conosciuta come Palmira Tabanelli, prostituta.
E il colpevole viene trovato subito. Trattasi del pappone Oscar Tabanelli, un delinquente abituale e per giunta mezzo socialista. Perfetto come assassino in generale. E perfetto in particolare per il commissario Arenzano che riceve pure le lodi del Duce, ma non per il vicecommissario Marino che ha qualche dubbio intercalato da “Però… Però… Però…” Il vicecommissario Marino, dicevo, che sta passando un momento difficile essendo stato lasciato dalla moglie. Uomo tranquillo, umile, ma anche piuttosto testardo tanto da intraprendere, senza permesso, un’indagine non autorizzata, come da titolo. Che lui, nella vita, era successo fin da piccolo, doveva “far quadrare tutto.” Ma questo, purtroppo, “è un mestiere fatto di cose giuste… le conoscenze giuste, le indagini giuste”, non di puntigli come i suoi, gli viene rinfacciato. E poi Oscar Tabanelli ha confessato. Via, non c’è bisogno…
Un altro ucciso, il Biondo, e l’affare si ingarbuglia. Tra l’altro di mezzo pure pezzi grossi del regime come “Utimperger conte Paolo, detto l’Aureo Fanciullo perché ha la faccina ingenua di un bambino ed è ricco da far schifo”. E che potrebbe essere stato l’amante dell’uccisa. È lui l’assassino che veniva ricattato? O la bella moglie Laura? O… Ma tutto deve essere messo a tacere, anche perché si rischia di beccarsi, come minimo, qualche bel cazzottone in faccia. E se si tace, se si omette, pur con una certa rabbia che cova dentro, ci può scappare, invece, anche una bella promozione…
Umorismo, ironia e satira a braccetto insieme ad una analisi spietata del momento storico lungo tutto il racconto. Sui personaggi, in particolare su Marino visto anche nella sua imbranata vita quotidiana di abbandonato, nella ricerca di un nuovo amore e nell’inutile divincolarsi fra le maglie del potere. Sul Fascismo in generale, sui suoi aspetti spregevoli, tronfi e ridicoli come le adunate oceaniche, il Sabato fascista e la serata danzante al Grand Hotel. Con tutto il contorno di furbi untuosi, false amicizie, intrallazzi, spie e cruda violenza. Dove l’Amore cerca, invano, di farsi strada.

L’istinto del sangue di Jean-Christophe Grangé, Garzanti 2010.
Personaggio principale il giovane giudice istruttore di Nanterre Janne Korowa. Trentacinque anni, un metro e settanta, peso tra i cinquanta e i cinquantacinque chili, zitella, qualche amica, una serie di rapporti amorosi andati a male e dunque depressione, ricovero in ospedale e Lexomil come conforto. Storia attuale con il fotografo Thomas, praticamente un dongiovanni (glielo avevano detto) che fa girare le scatole. Tiene ad una certa eleganza anche se il conto in banca è zero, scarpe Prada e macchina Twingo. Suo ufficio al terzo piano del tribunale di primo grado in materia civile dove fa un caldo bestia (aridagliela), alle prese con giovani vittime del saturnismo (intossicazione di piombo) e con un importante traffico di armi.
Fino a quando arriva il “caso”, e cioè il cadavere della infermiera Marion Cantelau fatto praticamente a pezzi che le riporta alla mente lo scempio della sorellastra più grande Marie. Intorno alla scena del delitto impronte di piedi e mani nude e simboli sui muri dipinti con sangue mischiato all’ocra come quelli dei primitivi. Si aggiungono, da copione, altri morti ammazzati con lo stesso metodo simile ad un antico rituale. Le vittime sembrano collegate allo psicanalista Antoine Feraud che viene messo sotto controllo e dalle registrazioni si scopre la “particolarità” di un giovane paziente, forse autistico, che potrebbe essere l’assassino. Da qui dissertazioni sulla malattia, un excursus sulla storia dei popoli primitivi, il famoso “Totem e tabù” di Freud insieme agli assilli della nostra sulla vita, il suo innamoramento per Antoine, il dolore per la madre ricoverata in un istituto. L’evolversi della vicenda la porta ad un lungo viaggio in Nicaragua, Guatemala e Argentina per terminare a Campo Alegre nella Foresta delle Anime. Storia di violenze politiche, di dittature, emozioni e paesaggi inquietanti, con un finale ricco di tensione, fuga, lotta, paura.
Un buon libro, da leggersi con calma, che svaria su diversi argomenti e ci riporta agli albori della nostra esistenza.

Lo sconosciuto n. 89 di Elmore Leonard, Einaudi 2011.
Jack Ryan, trentotto anni, vari lavori, lotta strenua con l’alcol e poi notificatore di atti giudiziari, vive in un bilocale di un condominio a Royal Oak, una Pontiac Catalina due porte a sostituire la Cougar, sposato con “una ragazza tranquilla” che poi diventa una “zuccona sempre pronta a trovare il pelo nell’uovo”. Ergo divorzio e frequentazione con Rita, la segretaria di uno studio legale.
Da Jay Walt (capelli luccicanti di lacca) e poi da Mr Perez “tanto cordiale e amichevole” (quindi infido) il compito di ritrovare, con bei dollaroni sonanti, un certo Robert Leary jr, un azionista che possiede quote di una società senza saperlo.
Piccolo problema: il suddetto Robert è un delinquente, praticamente una carriera da assassino psicopatico. E non è il solo a cercarlo, lo vuole trovare anche Virgil, cappello a coprirgli leggermente l’occhio sinistro, baffoni da brigante, occhiali da sole, che ha un conto in sospeso con lui. Ad aiutare nell’impresa il nostro Jack Ryan l’amico Dick Speed, “un metro e ottantatré per novantacinque chili”, capelli su capelli, collanine strette e Levi’s attillati e scoloriti, in servizio presso la Criminal Investigation Division.
Tutto si complica con l’uccisione di Robert e l’entrata in gioco della moglie alcolizzata Denise, meglio conosciuta come Lee, depositaria delle azioni, presa di mira da Perez che vuole fregarla. La richiesta di aiuto a Jack (problema dell’alcolismo vissuto anche dall’autore) e il racconto prende il volo, una simpatia, un’amicizia, un amore che nasce.
Leonard è il Narratore, il Creatore di personaggi fusi con l’ambiente stesso da cui sembrano quasi venir fuori all’improvviso. Se ne inquadra uno, il principale in quel momento, nello stesso tempo eccone altri come venuti su dal nulla: il vecchio ubriaco che vomita, l’elegantone con l’aria da atleta professionista, le facce scialbe e grigiastre, il custode di un palazzo dall’aria “di uno che non sorride più da chissà quanto”, il barista spilorcio che versa con il lumicino e non sta neanche a sentirti, perfino i morti dell’obitorio fra cui lo Sconosciuto n. 89.
La storia si sviluppa, si complica, si gonfia quasi per partenogenesi, uno scorrere naturale degli avvenimenti con Ryan al centro della vicenda insieme a Lee, ai suoi dubbi e ai suoi tormenti. Una vita da balordo che può essere riscattata dedicandosi, finalmente, ad una “persona”, a qualcuno che ama e che può salvare. Con l’astuzia, la forza, i nervi d’acciaio, schivando i pericoli che incombono su entrambi.
Una storia di perdizione e redenzione sviscerata soprattutto dall’interno senza tante smancerie e trucchetti strappalacrime o subdole scenette di sesso esplicito, magari un po’ scontata in certi frangenti che ricorrono in storie similari, ma che può benissimo brillare tra i migliori classici del genere.

I Maigret di Marco Bettalli

Maigret a scuola del 1954
Ritorna un’ambientazione particolarmente cara a Simenon: il piccolo paese di campagna, che ricorda irresistibilmente a Maigret la sua infanzia. I ricordi di tanti anni prima riaffiorano a proposito, perché i protagonisti sono in realtà tre ragazzini sui 12 anni, e il commissario deve ricorrere appunto alla sua memoria per comprenderli e venire a capo delle loro resistenze e dei loro segreti, cercando di scoprire chi ha ucciso la vecchia laida del paese, da tutti odiata. Maigret s’immerge nell’atmosfera opprimente della piccola comunità, in cui tutti passano il tempo a bere in modo compulsivo (se il padrone della locanda guadagna un centesimo ogni bicchiere di vino che smercia, è sicuramente miliardario…) e, altrettanto appassionatamente, a spillare soldi allo stato con trucchi più o meno gravi, più o meno sanzionabili. In questa storia, non troviamo il contrasto borghesi/povera gente tipico di molti racconti di Simenon. I muri sono piuttosto tra locali/forestieri, con una fortissima diffidenza nei confronti di chi non fa parte della comunità o di chi non ne ha accettate le regole (v. il contrasto tra il dottore, che è riuscito a diventare “uno di loro” e il principale indiziato, il maestro, invece escluso per la sua intransigenza e la sua alterità); e, solo in piccola misura, tra adulti e bambini. Ma quest’ultimo muro è poco solido: perché i ragazzini appaiono pienamente consapevoli di dove sono capitati, sono simili ai loro genitori e li accettano; non sono poi tanto diversi da come saranno tra qualche anno. Alla fine, di tutto ciò non ne può più nemmeno Maigret, nonostante si senta in qualche misura vicino a quel mondo che gli ricorda le sue origini: è con grande soddisfazione che, per il viaggio di ritorno in treno, si munisce di un bel po’ di giornali parigini, per riprendere contatto con la sua vita da adulto.

Maigret si sbaglia del 1953
Titolo curioso (Maigret, in effetti, non si sbaglia affatto) per un romanzo bellissimo. La trama gialla una volta tanto esiste, anche se chi sia l’assassino non è davvero difficile scoprirlo. Ma i dialoghi particolarmente esatti ed equilibrati e i tradizionali strumenti di lavoro di Simenon (le atmosfere sono un vero e proprio campionario del mondo del commissario: Parigi piovigginosa a novembre, il contrasto tra quartieri alti e quartieri poveri, i locali notturni) sono tutti al servizio di una figura enorme, che domina totalmente ogni singola pagina, anche se il dialogo chiarificatore avverrà solo alla fine, dopo che tutti, ma proprio tutti (i lettori e gli stessi personaggi), non possono fare a meno di chiedersi perché mai non fosse ancora avvenuto. Stiamo parlando del professor Étienne Gouin, sessantaduenne (anch’io ho la sua stessa età nel momento in cui scrivo, ma sono meno geniale e ho avuto meno donne di lui…) chirurgo di grandissima fama, di eccezionali capacità e di incredibile intelligenza, peraltro totalmente privo di sentimenti umani e uso a scopare pressoché ogni donna che viene a trovarsi sul suo cammino, non gratificandola della benché minima attenzione, ma trattandola come un essere inanimato. Il personaggio è palesemente eccessivo, ha a che fare con Simenon, come ben sappiamo (ma il nostro autore era costretto a pagarsele, le donne…) e, un po’ a sorpresa, con lo stesso Maigret, con il quale condivide l’origine popolana e la grande intelligenza con cui entrambi osservano gli esseri umani. Ma di Maigret – morigeratissimo sposo e profondamente partecipe della dimensione umana di ogni persona che incontra – è anche l’opposto: l’interesse del professore è infatti esclusivamente scientifico, dell’entomologo che guarda un insetto. Un bell’intrigo psicanalitico, tra Gouin, Maigret e Simenon: quello che conta è il risultato, e quello è davvero eccellente.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il primo cadavere di Angela Marsons, Newton Compton 2020
Abbiamo conosciuto Kim Stone e vissuto con lei diverse avventure, ma è arrivato il momento di regalare ai lettori un prequel con la protagonista cult di Angela Marsons. Conosciamo già i suoi scheletri nell’armadio, il suo passato da incubo con l’agghiacciante morte a sei anni del gemello, ucciso da una madre schizofrenica. Poi i successivi affidamenti, non sempre felici, le hanno “regalato” in generale sfiducia nelle persone, ma ha saputo riscattarsi, è diventata un poliziotto credibile, una dura, tutta d’un pezzo, spesso quasi crudele con se stessa, che pensa solo al suo lavoro, ci crede e vorrebbe sempre garantire giustizia per tutti. Dopo ben sei romanzi che l’hanno vista indiscussa protagonista, si è tramutata in un intrigante  personaggio seriale.
Ma, arrivati al settimo, secondo la sua creatrice è arrivato il momento di svelare quanto è accaduto prima di Urla nel silenzio e spiegare ai lettori come sia cominciata la sua storia da poliziotto a Halosowen, nella Black Country (l’area delle Midlands Occidentali inglesi, che comprende la parte nord e ovest di Birmingham e la parte sud ed est di Wolverhampton, dove Kim vive e lavora). Ricostruire il primo impatto con il suo superiore, l’ispettore capo Woodward, e con la squadra che le è stata assegnata: il pilastro, il veterano e solido sergente Bryant, la novellina ma esperta informatica agente Stacey e il bizzoso e scontento sergente Kev Dawson. Una squadra destinata a diventare molto speciale per lei e che, un romanzo dopo l’altro e con il passare degli anni, si è plasmata, crescendo professionalmente fino ad arrivare a trasformarsi per Kim in una specie di famiglia. Quella famiglia che Kim non aveva avuto e che, quando finalmente credeva di averla trovata, le era stata rubata a tredici anni da un incidente di macchina. E quindi si doveva sollevare il velo su quel passato e ripartire da quando, in un buio e gelido mattino d’inverno, il detective ispettore Kim Stone scende dalla sua moto e varca la porta della stazione di polizia di Halesowen. La moto è una Kawasaki Ninja, che Kim usa testarda finché il peggior gelo invernale non la costringerà a ripiegare su una vecchia Golf. Il padre adottivo, quello morto, quello giusto dopo tante infelici esperienze, le ha trasmesso la passione per i motori e le moto di grossa cilindrata. Dicevamo: Kim sta per incontrare per la prima volta i membri della squadra, ma nel frattempo la vittima del suo prossimo caso ha già incontrato il suo assassino…
Il primo cadavere è una storia, come le precedenti, amara e spietata in cui l’intensa componente psicologica della trama contribuisce ad aumentare la suspense e il ritmo, sempre veloce e incalzante, della narrazione con una serie di colpi di scena, fino all’ultima pagina.

Il mistero della casa delle civette di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2020
Dopo Il giallo di Ponte Sisto, i fratelli Morini riportano per la quarta volta sulla scena giallistica italiana le indagini di Ettore Misericordia, il libraio antiquario romano che di tanto in tanto collabora con la polizia, nella fattispecie con il nordico e granitico ispettore Ceratti (spedito a Roma in punizione?). Come nel romanzo precedente, un palcoscenico originato dal Liberty, ma che prende forma e si sviluppa nei fascinosi anni ante e post seconda guerra mondiale, sarà la scintilla che innesca la fantasia dei fratelli Morini, con misteri del passato si intrecciano a quelli del presente dando vita a un’avventura densa di colpi di scena che si muove tra le amate e antiche strade romane e i quartieri più collinari rivisitati dai piemontesi.
Come anticipato, protagonista indiscusso della storia ritroviamo Ettore Misericordia, raffinato ed enciclopedico proprietario della antica Libreria di Roma, in via di San Giovanni Decollato, nei panni di un capitolino Sherlock Holmes e in quelli di un perspicace dottor Watson, coprotagonista e voce narrante, “Fango”, da dieci anni suo amico, ragazzo di bottega e accanito giallista. Mentre Fango – perché Misericordia è chiuso nel retrobottega e dorme o fa altro (è ben nota la sua propensione per la compagnia femminile) – è precettato da mattina fino a oltre mezzanotte a fare l’inventario della libreria, in un novembre freddo e soprattutto piovoso, arriva l’affannata convocazione dell’ispettore Ceratti. Circa un’ora prima, la cartomante e sensitiva Veronica Diamanti, 70 anni, nubile, figlia di Ernesto Diamanti – massone, esoterista e occultista famoso e stimato, deceduto appena due anni prima – è stata ritrovata assassinata nel suo appartamento in Piazza Vittorio Emanuele. La vittima è stata colpita a morte alla nuca con un compasso, noto simbolo massonico, che già si trovava nella stanza. A prima vista le modalità dell’omicidio appaiono abbastanza strane, ma una cosa è certa da subito. Veronica Diamanti conosceva e si fidava di chi l’ha uccisa. Quindi le indagini possono spaziare solo tra gli amici, i conoscenti o i clienti della cartomante, ma l’inopinato arrivo di un mazzo di fiori, coronato da un biglietto romantico, farà saltare fuori anche un mago innamorato dell’ultima ora. Un possibile colpevole in più? Forse, ma per poter aiutare l’ispettore Ceratti a sbrogliare il caso, il libraio-detective e il suo fido assistente, tra sorprese e colpi di scena, si dovranno confrontare anche con i possibili segreti della vittima. Certo è che nessuno dei potenziali colpevoli dispone di un alibi per l’ora dell’omicidio. A loro dire a quell’ora erano tutti in casa da soli e senza testimoni. Nel corso di una lunga e ingarbugliata indagine nella Roma magica ed esoterica, con la massoneria a fare da cornice, in cui fanno la loro comparsa persino due inquietanti personaggi quali il duce Benito Mussolini e il sensitivo Gustavo Rol, Misericordia dovrà districarsi tra indizi e sospettati, scavando nei segreti della Casa delle Civette di Villa Torlonia…
Una storia indovinata che, oltre ad accompagnare il lettore in luoghi forse meno conosciuti della città Eterna, vede contemporaneamente una riuscita attualizzazione del giallo classico, in una trama spesso ironica e graffiante. E poi, signori miei, un’altra passata culturale che offre suggestivi “tocchi” romani, da non perdere assolutamente.

Gli eletti di Jeffery Deaver, Rizzoli 2020
Un moderno western americano con grandi orizzonti e gente di pochi scrupoli, dove la differenza la fa un cacciatore di taglie. Colter Shaw si guadagna da vivere incassando le ricompense che privati e istituzioni offrono per rintracciare persone scomparse. Che siano pericolosi evasi, o criminali che hanno violato la libertà su cauzione, ma anche persone di cui non si trova traccia o magari ragazzi fuggiti da casa. Colter Shaw tuttavia, diversamente da altri cacciatori di ricompense, si attiene sempre a precise regole per fare il suo lavoro. O “missione”, come gli piace dire. Anche se i lunghi anni passati a dare la caccia ai criminali l’hanno fatto diventare un detective di razza, non ha alcuna voglia di stare alle regole ed è allergico alla burocrazia. Roba buona solo per la polizia e i legali. Lui vuole essere libero di accettare o rifiutare le offerte e, nel caso, decidere di mollare da un momento all’altro. E poi, per ogni caso, pretende totale libertà di condotta e di valutazione nelle modalità scelte per arrivare alla soluzione. Motivo per cui, di solito, non arresta chi sta cercando ma si limita a segnalare alle autorità dove trovarlo e lascia ad altri il compito di chiudere il caso.
Stavolta, in una estiva giornata di giugno, Colter Shaw sta arrivando a Logora, Gig Harbor, cittadina portuale della contea di Pierce, Stato di Washington. Per lavoro o meglio, per decidere se accettare una nuova missione. Due genitori disperati vogliono che rintracci Erik Young, il figlio ventenne implicato con un amico, Adam Harper, nell’assalto e incendio di una croce di legno di una chiesa ad opera di fanatici stile KKK. Uno dei due ricercati, il più grande, avrebbe anche sparato un paio di colpi di pistola che hanno ferito il pastore e il custode. Shaw accetta l’incarico con le dovute riserve, ma la missione, che lo porta a nel parco nazionale di Mount Rainier, nello Stato di Washington, assume strani connotati…
Con una trama facile che avanza senza troppi impicci verso il finale, Colter Shaw si muove con disinvoltura tra ostacoli e trabocchetti e, nei casi in cui potrebbe finire davvero nei guai, viene tempestivamente appoggiato e salvato da inattesi e per fortuna numerosi alleati. La lettura va avanti in una escalation di tensione emotiva sempre avvincente che invoglia a continuare mentre la trama entra nel vivo, prende quota e decolla vertiginosamente.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Avanti tutta! del Diario di una schiappa di Jeff Kinney, il Castoro 2017.
Come già sapete la nostra Schiappa combina sempre un sacco di guai. Questa volta il libro narra tante piccole avventure buffe e divertenti che vanno sempre a finire male, come al solito. Vi faccio un esempio. La sera di Halloween una compagna di classe di Greg organizza una festa invitando solo ragazzi che suonano nella band della scuola. Perciò Greg, per farsi invitare, compra uno strumento ma va con lui anche la madre che gli rovina la serata e tutto va storto.
Se vi piacciono i libri buffi e divertenti vi consiglio di leggerlo!

Le letture di Jessica
Cari bambini,
oggi vi presento La notte nel castello stregato, testo da una tradizione popolare, Emme Edizioni 2013.
Un ragazzo che non sa dove dormire trova un castello. Una vecchina gli dice che è stregato, popolato da fantasmi. Ma lui ci va lo stesso. A mezzanotte si sveglia perché ha freddo e trova due grossi gatti neri. Siccome hanno le zampe mostruose li butta dalla finestra. Poi dei contadini gli dicono di rimanere al castello, perché il re ha promesso la mano della figlia a chi riesce a passarci tre notti e liberarlo dal sortilegio. La seconda notte vede dei giganti che giocano con dei teschi e spariscono all’alba. La terza notte un vecchio con la barba bianca che lo minaccia di morte. Per sopravvivere deve rompere un’incudine con un’ascia. Il ragazzo allora infila la barba del vecchio nella fessura dell’incudine. Lo libererà solo se andrà via insieme agli altri demoni. Al vecchio non rimane altro che sparire. Uscendo dal castello il ragazzo trova il re venuto a dargli la figlia in sposa.
Che coraggio!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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