Lo sport di domani (Le varie di Valerio 148)

Flavio Tranquillo
Lo sport di domani. Costruire una nuova cultura
Add Torino, 2020
Sport

Italia. Ora. Le 174 pagine del Piano per il rilancio “Italia 2020-2022” elaborato dal Comitato di esperti in materia economica e sociale coordinato da Vittorio Colao contengono oltre 75.000 parole, non contemplano la parola “sport”, che pure riempie in vario modo una parte significativa della vita di milioni di concittadini e vale l’1,7% del PIL (30 miliardi) che è discutibile pietra di paragone di tutto quel Piano. Lo sport è ormai più aggregatore delle ideologie e più identitario delle religioni, può abbattere ostacoli e costruire cultura, può essere rischioso e discriminatore, poderoso fattore di ulteriori diseguaglianze sociali. Non basta nemmeno chiedere una rigorosa discontinuità politico-istituzionale, ci vuole una rigenerazione complessiva di tutti i settori connessi, con l’obiettivo di formare persone con una migliore cultura sportiva, fondata su apprendimento ed esperienze. La questione essenziale è aggredire con strumenti distinti sia la componente dilettantistica che quella professionistica, ingiustizie e corruzione non sono esclusive di una delle due. Lo sport di base con finalità sociali e ludico-atletiche (educazione fisica insegnata molto e bene come diritto e obbligo scolastico primario, poi praticata a volontà) e lo sport commerciale con criteri economico-finanziari meritocratici (praticato da chi ci vive e guadagna, talora poco, talora molto, talora forse troppo), facendo ognuno bene il proprio lavoro, possono dar vita a un sistema valido e coerente, in cui i vitali agonismo e competizione hanno tempi e modi circoscritti ed educabili, formano alla socialità e ai beni comuni. Ci si può provare proprio ai tempi della pandemia da Covid-19, che impone prudenza e misura (anche nel tifo) per un insieme di pratiche che devono prioritariamente garantire sicurezza delle persone, regolarità delle gare, impatto economico.

Il competente travolgente commentatore radiotelevisivo delle competizioni di pallacanestro (innanzitutto Nba) Flavio Tranquillo (Milano, 1962) ha scritto un ottimo aggiornato condivisibile testo di indirizzo politico-culturale sullo sport. Andrebbe letto, confrontato, adattato per urgenti scelte pubbliche e private. L’autore insiste su un punto: l’effettiva fruizione del diritto allo sport è costituzionalmente prevista, leggi e decreti dovrebbero garantirne l’accessibilità pubblica a tutti i minori prima e a tutti cittadini poi, senza distinzioni geografiche, socioeconomiche e di genere. Tutt’altra cosa è l’equilibrio finanziario del sistema professionistico, dove vigono criteri e regole dell’economia privata; i soldi ci sono, e molti di più se ne potrebbero trovare; accumularli e spenderli è un mezzo non il fine. Tranquillo ricorda di aver fatto precocemente non il giocatore ma l’arbitro; di essere stato molto tifoso (di Milan e Olimpia), anche da radiocronista; di gestire con pudore la (pur meritata) fama di “cantore” del basket; insomma di “aver fatto e detto abbastanza cazzate per capire che non tutto è chiaro dall’inizio”, tanto che ci ha messo 39 anni per completare gli studi universitari. Nel 2019 si è infine laureato in Economia e Commercio e utilizza nel testo termini e concetti per arricchire di nuova precisa competenza i suoi decenni di esperienze sul campo, dense pure di interviste, letture, ricerche, dialoghi concreti sul ricco mondo americano ed europeo (dove il professionismo ha radici più antiche). Appare sbagliato parlare con disprezzo di sport-spettacolo, si dovrebbe ricondurre il fenomeno ai limiti di un’attività imprenditoriale ad alto valore aggiunto con significativo spessore socioculturale. Imporsi senza arroganza e con stile conta altrettanto o poco più che soccombere senza arrendevolezza e con dignità. L’autore non si dilunga in teorie, fa proposte pratiche sia rispetto a leggi e decreti in discussione nel 2020 sia rispetto alla gestione consapevole della pandemia. Acuta e pungente la parte relativa alle criminogene distinzioni basate sulla nazionalità.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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