Com’è nato il commissario Orengo: intervista ad Achille Maccapani

Come è nato il commissario Orengo. Intervista di Roberto Mistretta ad Achille Maccapani in occasione dell’uscita di Delitto al Festival di Sanremo. La prima indagine del commissario Francesco Orengo

Un delitto eclatante commesso nella serata finale del Festival di Sanremo, trasmesso in Eurovisione, segna l’esordio di un nuovo commissario ligure, Francesco Orengo. Abbiamo intervistato l’autore, Achille Maccapani, che col suo precedente personaggio, il capitano dei Carabinieri Roberto Martielli, fa parte della scuderia Frilli, editore genovese specializzato in gialli e noir d’atmosfera dove parte importante e assai rilevante hanno le localizzazioni geografiche.
RM – Maccapani, come è nato questo nuovo personaggio?
AM – Dopo la consegna all’editore Carlo Frilli del romanzo Ventimiglia riviera dei fuochi, si è sviluppata una serie di confronti sull’ipotesi di un mio secondo personaggio seriale. Uno sbirro da alternare con il capitano dei carabinieri Roberto Martielli, che proprio al termine di Ventimiglia riviera dei fuochi viene promosso al grado di maggiore. Ho pensato che il protagonista non potesse provenire dalla Benemerita, bensì dalla Polizia di Stato. Un poliziotto partito dalla gavetta, dalle notti in camerata, dal servizio attivo svolto fuori dagli stadi, che ha frequentato l’università, si è laureato, ha partecipato al concorso nazionale, ed è entrato nel ruolo della carriera direttiva, passando quindi dall’altra parte della barricata. Dotato di forza di volontà, doveva risultare energico e operativo, ma non esente da un vulnus che connatura la sua forma mentis. E qui ho pensato all’agorafobia, al trauma derivante dalla notte in Piazza San Carlo a Torino, alla finale di Champions League a Cardiff, che doveva essere un momento di festa e invece si è tramutata in un episodio di violenza senza precedenti. Un trauma ancora vivo a Torino, e che ha lasciato forti conseguenze nel protagonista del romanzo.
RM – Un commissario dei giorni nostri dunque.
AM – Sicuramente, ma per me il punto più rilevante era un altro. Dove poteva avere le sue radici questo commissario? Vivendo nel ponente ligure di confine, avevo in testa l’idea di un uomo che portasse con sé il nome e cognome di due dei più importanti scrittori italiani con forti radici nel ponente ligure: Francesco Biamonti e Nico Orengo. In quel periodo mi era tornato alla mente il celebre episodio in cui l’allora redattore e direttore di “Tuttolibri” Nico Orengo era giunto a casa di Biamonti, nel borgo di entroterra di San Biagio della Cima (Imperia), per portarsi via l’ennesima revisione di un romanzo, poi consegnata nelle mani di Italo Calvino (redattore presso la casa editrice Einaudi). Quel romanzo, ambientato nei luoghi della Val Nervia, era L’angelo di Avrigue, edito nel 1983 dalla casa editrice torinese e con una quarta di copertina firmata dall’autore del Sentiero dei nidi di ragno e del Barone rampante, che tantissimi anni prima bazzicava proprio negli stessi luoghi collinari, fresco di diploma al Liceo Cassini di Sanremo, per combattere assieme ai partigiani durante l’epoca della clandestinità (e che ho voluto ricordare in un passaggio interno al romanzo).
RM – Che è successo, dunque?
AM – Ripensando a questi collegamenti, mi sono reso conto di come il commissario Orengo dovesse avere radici forti, chiare e definite, proprio nell’entroterra ligure. Per la precisione nell’estrema Val Nervia. E soprattutto in un luogo non molto conosciuto, ma di indubbio fascino. Ho quindi pensato al comune di Castel Vittorio, meno conosciuto e gettonato rispetto ai più famosi comuni di Dolceacqua e Apricale, provenienti dallo stesso territorio, che era perfetto per la costruzione del personaggio. In quel paese, infatti, i ceppi familiari principali sono racchiusi in due cognomi: Orengo e Rebaudo. Studiando inoltre gli elementi principali di quel territorio, di quella comunità, e di queste persone che vivono a Castel Vittorio, difendendo fino in fondo la propria identità culturale, i propri valori, le proprie tradizioni, mi sono reso conto che qui Francesco Orengo avrebbe potuto trovare la giusta dimensione umana nel migliore dei modi possibili.
RM – E leggendo il romanzo è chiaro che ritroverà le sue radici, ma come è nata l’idea di ambientare il delitto durante il Festival di Sanremo 2020?
AM – Mi sono domandato da quale indagine potesse partire il commissario Orengo. E mentre buttavo giù le prime idee, mi sono imbattuto nella serata finale del Festival di Sanremo, sabato 8 febbraio 2020. E in particolare nella fase conclusiva in cui Amadeus e Fiorello si sono trovati sul palco a giocare con l’autotune, scimmiottando i rapper, l’hip-hop e la trap. La folgorazione: e se, durante una pausa pubblicitaria, uno spettatore dovesse uscire dalla platea, dirigersi verso la toilette, e fosse ucciso, cosa accadrebbe? Lo scoprirebbero subito o dopo? E soprattutto: è mai possibile una siffatta ipotesi?
RM – Indubbiamente è possibile visto che ci ha scritto questo gustoso romanzo. Come ha proceduto per studiare la location?
AM – Per prima cosa ho verificato se esistessero romanzi ambientati durante il Festival di Sanremo. Non ho trovato nulla di rilevante. Tolto il romanzo Infinita notte di Alessandro Zaccuri (Mondadori 2009), che in realtà non aveva connotazioni similari a quelle della storia che avevo in mente, e alcuni romanzi autoprodotti, che prendevano spunto dalla storica triste vicenda di Luigi Tenco, non esistevano altri gialli ambientati nel teatro Ariston. Ma qui si è aperto un altro problema. Come faccio a ricostruire la mappa interna del teatro Ariston? Come riesco a districarmi con i luoghi, gli uffici, gli spazi interni, la cui visibilità è preclusa al grande pubblico?
RM – Appunto, come ha fatto?
AM – Mi è giunto in soccorso il consiglio indiretto di un grande scrittore, John Grisham, che nel romanzo Il caso Fitzgerald (Mondadori 2017) ha sviluppato la narrazione, e dunque i sopralluoghi interni ai sotterranei della Princeton University, dove sono custoditi i dattiloscritti originali dei romanzi di Francis Scott Fitzgerald, basandosi esclusivamente sulla fantasia. Proprio per non essere dunque condizionato da spazi e luoghi, che possono essere considerati riservati, e per poter avere mano libera nella narrazione, mi sono basato sui ricordi delle varie produzioni tv, penso al film tv Io sono Mia (Italia 2019) di Riccardo Donna, con Serena Rossi nel ruolo di Mia Martini, e un incredibile piano sequenza ininterrotto, che mostra la cantante raggiungere il teatro, entrarvi, incamminarsi verso il backstage, il percorso nei corridoi interni, e l’arrivo sul palcoscenico, ma anche delle riprese tv interne con camera a spalla dei cantanti che aspettano di salire sul palco.

(Nella foto: Andrea Pinketts e Achille Maccapani)

 

RM – Una ricostruzione credibile ma frutto di realtà e fantasia, dunque.
AM – Un decisivo aiuto mi è giunto anche dal ricordo degli aneddoti che mi aveva confidato, tanti anni prima, un caro amico, il fotografo e anima organizzatrice del Club Tenco, il compianto Roberto Coggiola, col quale ho condiviso, tra il 2001 e il 2003, la gestione delle edizioni della rassegna “Musica sotto il Castello” nella Piazza Castello a Dolceacqua (Imperia), imparando i rudimenti delle tecniche gestionali di eventi musicali e concertistici, che ogni anno collaborava con il patron Walter Vacchino nella gestione dei servizi di supporto per la manifestazione festivaliera. Anche per questa ragione ho ritenuto doveroso dedicare il romanzo Delitto al Festival di Sanremo alla memoria di Roberto Coggiola.
RM – A quel punto aveva tutto ciò che gli serviva per scrivere Delitto a Sanremo pubblicato in concomitanza con l’edizione 2021 del Festival.
AM – Esattamente. Quando mi sono dunque trovato tra le mani la storia, non ho fatto altro che sviluppare la scaletta, e prevedere un inizio col botto. Sapevo benissimo che un nuovo personaggio seriale doveva partire in modo deflagrante. E quale occasione migliore avrei potuto trovare, se non quella del Festival di Sanremo? Francesco Orengo sarebbe dunque approdato al commissariato di polizia a Sanremo, col grado di commissario capo. Fresco di nomina. Pronto a mettersi in gioco in una sede ambita, prestigiosa, ma nel contempo pericolosa. E soprattutto in una città che di fatto svolge un ruolo preminente nella provincia di Imperia, e vive nella condizione paradossale di avere il maggior numero di abitanti (al pari di Savona!), senza esserne il capoluogo, ma di rappresentare nel contempo un ruolo fondamentale nell’offerta turistica italiana a livello nazionale, europeo ed anche mondiale. Avevo quindi intuito come questo romanzo dovesse avere la connotazione di un esordio intenso e soprattutto dovesse essere in grado di coinvolgere il lettore in modo forte, diverso, e unico. Un po’ come era avvenuto per me, durante la lettura del primissimo episodio del ciclo seriale del commissario Ricciardi, Il senso del dolore di Maurizio de Giovanni (Fandango, poi Einaudi, 2007). Mi ero infatti reso conto, nel seguire la narrazione, che l’effetto empatico trasmesso sul lettore nasceva proprio dalla creazione di un universo narrativo unico, particolare, e di indubbio fascino, vale a dire la Napoli degli anni Trenta, il Teatro San Carlo, l’allestimento dei Pagliacci di Ruggero Leoncavallo e soprattutto dalla straordinaria capacità narrativa dell’autore nel travolgermi dentro questo mondo. Ecco perché, recependo tutto questo, e ricollegandomi al percorso maturato in questi anni, avevo capito che il mio commissario doveva vivere il territorio, avere le sue radici, essere un uomo di entroterra. E dunque doveva essere un castelluzzo doc, che è immerso nella realtà sanremese fino in fondo, pur tra mille difficoltà, interne ed esterne. Ma che trova un punto fermo in alcune persone che sanno credere in lui, nella sua onestà e integrità, e sapranno valorizzarlo e aiutarlo a reintrodursi in questo ritrovato ponente ligure, dopo tantissimi anni di esilio volontario, lontano dalla Liguria.
RM – Il ritorno d’un personaggio alle sue radici, tema comunque assai sfruttato nei romanzi.
AM – Volevo dare vita a uno straniero in terra straniera. Un ligure doc che torna nel ponente, e non lo riconosce più. Ma ritrova le proprie radici nel paese di origine, dove è solo il corso dell’esistenza a mutare nelle stagioni, ma l’impatto è rimasto pressoché identico, a differenza delle città costiere, travolte dagli effetti dell’immigrazione, dell’avvento delle criminalità, dalla presenza delle mafie. Ed è proprio questo impatto, questo clima convulso, questa corsa agli inferi che contraddistingue lo sviluppo del romanzo Delitto al Festival di Sanremo. A tal fine, senza voler spoilerare la trama, anche al fine di spingere il lettore a scoprire le piccole e medie sorprese, vorrei soffermarmi sui primi tre capitoli di questo libro. Orengo entra infatti in scena nel quarto capitolo: nella fase successiva alla premiazione del vincitore del Festival, tutta all’aperto, in Piazza Colombo, durante il miniconcerto di festeggiamento. L’intento originario era infatti quello di creare subito una partenza a razzo, e inchiodare il lettore sulla scena dell’omicidio, sviluppata in parallelo alla fase conclusiva della serata finale, all’interno del teatro Ariston. Le scene si alternano infatti sul piano temporale. Con la narrazione in terza persona, sul palco e retropalco del teatro. E quella in prima persona (la voce dell’assassino) nel luogo del delitto. Una tecnica molto simile a quella dei thriller di James Patterson, un meccanismo a zig-zag vorticoso, in grado di coinvolgere il lettore. E qui devo riconoscere quanto sia stato efficace il suggerimento dell’editor della Fratelli Frilli Editori, Armando d’Amaro, che nel leggere il testo del romanzo, e chiedendomi di effettuare una serie di interventi decisivi, mi ha invitato a osare partendo dai primi tre capitoli.
RM – Armando d’Amaro, raffinato scrittore a sua volta, in che modo le ha chiesto di osare?
AM – Inserendo nella trama i personaggi reali sul palco dell’Ariston, vale a dire Fiorello e Amadeus. Con la presenza tra il pubblico delle mogli dei due showman, come pure del più famoso tennista italiano di origini liguri Fabio Fognini, a fianco della moglie Flavia Pennetta. Dunque con la veridicità che si mescola alla finzione, perfetta per attrarre il lettore sin dalle prime pagine. Ma a quel punto si è posto per me un altro problema. Cosa potevo inventare sul palco dell’Ariston, quando le esibizioni dei cantanti sono ormai terminate, ed è stato appena dato da Amadeus lo “stop al televoto”? A quel punto mi è venuta un’idea non folle, ma sicuramente anomala per l’Italia. Ricordandomi i casi celeberrimi di grandi attori di cinema come Danny Kaye e Dudley Moore che si sono cimentati anche nella musica classica (ad esempio, il protagonista del film 10 di Blake Edwards aveva realizzato, tantissimi anni fa, il ciclo di trasmissioni tv sulla musica classica Orchestra! a fianco del direttore d’orchestra Sir Georg Solti), ho pensato allora ad un abbinamento anomalo: Fiorello dirige Beethoven.
RM – Insomma, via libera a musica e delitti, per fortuna questi ultimi soltanto di carta.
AM – Proprio così: mi sono immaginato lo showman poliedrico siracusano sul podio dell’Ariston, di fronte all’Orchestra sinfonica di Sanremo, bacchetta in mano, pronto a dirigere una versione condensata della Quinta sinfonia di Beethoven. L’atmosfera perfetta per il delitto, che si consuma nel frattempo, nell’alternanza delle scene, con ritmo cinematografico. Il tema del Destino che incombe sulla scena del teatro Ariston, l’omicidio che si consuma in pochi attimi in una toilette esterna alla platea. L’alternanza tra realtà e finzione, o tra possibile realtà e l’immaginazione. Il tutto in un turbine che non si ferma. Ecco dunque cosa avevo in mente. Un inizio al fulmicotone.
RM – Adesso la parola spetta ai lettori coi loro giudizi. Cos’altro dobbiamo sapere della genesi del romanzo?
AM – Ritengo che l’elaborazione della scaletta e dei profili dei personaggi rappresenti una tappa fondamentale per porre le basi di una narrazione completa e ben strutturata. La fase di ricerca, della predisposizione della scaletta, nonché della verifica dei luoghi, si è sviluppata per alcuni mesi. Ed è stata fondamentale la collaborazione di Stefania Crepaldi, che voglio ringraziare pubblicamente per il sostegno, l’aiuto, il pungolo, con cui è nata la struttura di base. Voglio menzionare anche Athena Barbera, che mi ha affiancato nella prima fase di revisione del romanzo, dalla quale è poi scaturita la versione finale di questo libro, da me seguita sotto la guida fondamentale di Armando d’Amaro. Il secondo aspetto concerne gli estratti di canzoni che aprono il romanzo: Stranger in a strange land degli Iron Maiden e L’odore dei Subsonica. Partendo da quest’ultimo brano, l’ho scelto perché si ricollega a una scena chiave che simboleggia una fase significativa del percorso individuale del protagonista (e che invito i lettori a scoprire). Stranger in a strange land proviene dall’album Somewhere in time (1986) della band britannica, e l’estratto del testo è riconducibile allo stato d’animo di Francesco Orengo, al suo vissuto, al suo sentirsi, appunto, uno “straniero in terra straniera”, come ho raccontato prima. Ma a questo punto, ci si può domandare: cosa c’entrano i Subsonica, e soprattutto gli Iron Maiden, con la città di Sanremo? E soprattutto con il teatro Ariston, scenario di questo romanzo? Ebbene, va ricordato che la band torinese ha partecipato alla 50° edizione del Festival di Sanremo (21-26 febbraio 2000) con la canzone Tutti i miei sbagli (facente parte di Microchip emozionale, da molti ritenuto il capolavoro, o comunque l’album iconico, dei Subsonica). Anche gli Iron Maiden sono approdati, a loro modo, a Sanremo: non al Festival della Canzone Italiana, bensì al teatro Ariston, per la precisione nella serata di martedì 30 agosto 1981, durante la fase finale del tour dell’album Killers (1981). Sul celebre palcoscenico (che ospitò negli anni successivi concerti passati alla storia come quelli, ad esempio, di Vinicio Capossela, Paolo Conte e Fabrizio De André) c’era la formazione guidata dal bassista e leader Steve Harris, alla batteria Clive Burr e alla voce il frontman Paul Di’Anno (uno dei suoi ultimi appuntamenti, prima dell’addio alla band e della sua sostituzione con l’attuale vocalist Bruce Dickinson). Il programma di quell’incandescente concerto sanremese degli Irons era tutto incentrato sui primi due album della band britannica (Iron Maiden e, appunto, Killers). Peccato solo che il pubblico numeroso (e molto focoso) accorso da tutta la Liguria al teatro Ariston di Sanremo lasciò, a memoria dei proprietari del teatro (che me lo raccontarono, con quel pizzico di ironia ligure, tanti anni fa), un bel po’ di danni, al punto tale da spingere questi ultimi a dover sostituire le poltrone di platea e galleria.
RM – Emerge chiaramente la sua passione per la musica. Si può dire che sia nata anche da tale passione questo romanzo?
AM – I ricordi e il vissuto personale fatto di racconti, emozioni, atmosfere, in modo consapevole o meno, legati a Sanremo, al teatro Ariston, al ponente ligure di confine e al suo affascinante e sorprendente entroterra, sono certamente finiti dentro questo romanzo. Dentro questa storia di crescita, di sofferenze, di un uomo rientrato da un esilio volontario di tantissimi anni, lontano dalla Liguria di ponente, di ritorno alle proprie origini, di ricucitura e ricomposizione delle proprie radici: il commissario di polizia Francesco Orengo.

 

Achille Maccapani
Delitto al Festival di Sanremo. La prima indagine del commissario Francesco Orengo
Fratelli Frilli Editori, 2021

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