Vent’anni prima – Emilio Martini

Emilio Martini
Vent’anni prima
Corbaccio, 2021
Recensione di Patrizia Debicke

E undici. Un bel traguardo per il commissario Bertè, scarmigliato, fumino, lungocrinito con coda brizzolata ma simpatico e fortunato protagonista della serie firmata Martignoni, ah no scusate, Emilio Martini. Stavolta le “sister”, “le signore dei Borgia”, si sono persino concesse il capriccio di giocare con il titolo pescandolo dalle nostre memorie “dumasiane” a loro modo: non Vent’anni dopo ma Vent’anni prima, e ci sta benissimo.
Stavolta la doppia indagine (ormai di rigore) di Gigi Bertè dovrà risalire meticolosamente nel tempo per colpa di quell’insopprimibile tarlo provocato prima dalle lettere, poi dalle parole di Lucia Mariuz. Lucia Mariuz, la donna che ha appena finito di scontare una condanna a vent’anni di prigione per aver ucciso per gelosia marito e sorella. Lei, quella Lucia Mariuz che proprio il padre del nostro Gigi aveva arrestato quasi sul fatto e contribuito a far condannare, pur con qualche remora.
Lettere e parole che, conscio della rettitudine e della perseveranza del padre e adeguandosi alle sue intuizioni, costringeranno Bertè a ritrovare il bandolo di un brutale e iniquo duplice omicidio e a chiarire finalmente i fatti legati alla morte dei suoi genitori in un incidente di macchina sull’autostrada.
Milano, fine anni Novanta. Il passato sta per piombare come un macigno nella nuova vita di Gigi Berté: un passato lo che rimanda di forza a vent’anni prima, quando suo padre e sua madre erano ancora vivi, lui frequentava ancora l’università e Toni Berté, suo padre, era un ispettore poco più che cinquantenne in forza alla squadra Omicidi di Milano. Due inchieste, probabilmente collegabili al clan Rizzo – importante giro malavitoso milanese guidato da don Vitaliano e dal suo unico figlio, il quarantenne Oscar, troppo spesso imprevedibile – erano finite una dopo l’altra sul tavolo dell’ispettore Toni Berté.
La prima era un’indagine su un brutale omicidio. Una bella prostituta di colore del giro di alto bordo era stata barbaramente uccisa. Persino Berté e il suo collega Alberti, rotti a tante quotidiane brutture, avevano stentato a reggere davanti ai resti di quella povera ragazza. L’odore era quasi insopportabile e gli insetti ronzavano sul cadavere. La morta, con il suo perfetto corpo color dell’ebano e un viso nobile, era priva di documenti o di altri oggetti che ne consentissero il riconoscimento. Addosso aveva solo un portafoglio di lusso con diversi soldi – un ladro dunque era da scartare – preservativi, un blister di pastiglie eccitanti, un pacchetto di sigarette, un accendino d’oro, mutandine di seta e una foto che la ritraeva seduta sul bordo di una piscina. Era a una festa, sorrideva e indossava un abito da sera molto scollato. Quello splendore aveva sicuramente fatto parte della scuderia di Birgitta Berger, la “signora” che piazzava una squillo di alto bordo nei letti importanti. Ma la Berger teneva la bocca cucita. Lei non sapeva, non la conosceva, non poteva immaginare…
La seconda inchiesta era legata al Borghi, un ristoratore che all’improvviso si era ‘suicidato’. Il suo locale era sempre pieno, l’uomo non aveva debiti, l’unica possibile spiegazione per Bertè era che Borghi non avesse voluto cedere ai ricatti dei Rizzo. L’inchiesta procedeva piano, stentava e, anche se una vicina aveva denunciato di aver sentito parlare di minacce ricevute, nessuno voleva dire una parola. Neppure la moglie, una donna del sud tenuta sotto stretta pressione dai suoi conterranei. Alla fine Bertè e i colleghi avevano dovuto mollare l’osso senza aver trovato uno straccio di prova…
Nel frattempo Oscar, l’erede della “famiglia” Rizzo, era quasi fuori controllo. Incapace di scordare Maria, l’unica donna che mai avesse amato, morta di cancro, si illudeva di averla ritrovata in Silvana Mariuz, una bella istruttrice di palestra. La ragazza assomigliava alla defunta come una goccia d’acqua. E Oscar Rizzo, pur di poterla avere per sé, era disposto a tutto, persino ad allontanare una donna pericolosa che non intendeva farsi abbandonare senza combattere. Il tutto però senza il “consenso” di Silvana che forse aveva altre idee… Come se non bastasse Lucia Mariuz, la sorella maggiore di Silvana, pur sospettando che il marito le fosse infedele, ignorava l’identità della sua rivale. Un incontrollabile vortice infernale, un macabro corteo di morte e rovina che aveva costretto l’ispettore Toni Bertè a incrociare di nuovo tragicamente il cammino del clan calabrese dei Rizzo.
Solo vent’anni dopo suo figlio, ormai vicequestore aggiunto, coinvolto in una vecchia storia che finirà per rivelarsi una assurda, crudele e drammatica trappola connessa al passato, riuscirà a far riemergere, grazie a un’indagine poco ortodossa, tutta la folle verità legata al caso Mariuz.

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