Il gran teatro del mondo – Philipp Blom

Philipp Blom
Il gran teatro del mondo. Sul potere dell’immaginazione nell’epoca del caos
Marsilio Venezia, 2021 (orig. 2020)
Traduzione di Francesco Peri
Storia
Recensione di Valerio Calzolaio

Festival di Salisburgo. 1920-2020. Il Festival di Salisburgo (Salzburger Festspiele) è uno dei più importanti festival musicali mondiali, musica classica e opera lirica nella città di Mozart. Fu fondato nel 1877 ed ebbe vita altalenante per decenni, finché venne ufficialmente “rifondato” il 22 agosto 1920 con una rappresentazione di Hugo von Hofmannsthal, su un palco all’aperto, sito nella piazza del Duomo, rappresentazione divenuta poi una tradizione, ripetuta tutti gli anni sempre nello stesso posto. La stagione del festival è l’estate, per cinque settimane da fine luglio all’intero agosto: opere liriche, concerti sinfonici, recital, lavori teatrali, rassegne e altri generi di spettacolo. Per il 2020, in piena pandemia, presidentessa e direttore artistico hanno chiesto allo studioso tedesco Philipp Blom di scrivere un saggio riferito al centenario, lasciandogli carta bianca sulla scelta dei temi. Blom ha deciso di parlare delle grandi narrazioni collettive nelle fasi di gravi rivolgimenti storici. Un secolo fa i padri fondatori del festival, in anni d’incertezze geopolitiche, lo impostarono come “progetto di pace” (il drammaturgo Hofmannsthal) e “cibo per i bisognosi” (il regista Max Reinhardt): il teatro come strumento per inventare immagini nuove, dischiudere spazi sperimentali, creare concetti e sentimenti comuni di una futura condivisa realtà esistenziale per far fronte a crisi globali. Così si tentò allora dopo la prima guerra mondiale, così servirebbe oggi per narrare il bivio fra la possibile catastrofe climatica e la possibile catarsi della sopravvivenza umana sulla Terra. Non c’è dubbio: sempre più la specie sapiens “ha imparato a sopravvalutarsi, a prendersi dannatamente sul serio in un mondo nel quale contava poco o nulla… in chiave narcisistica…: l’essere umano è un organismo che comunica con i propri simili per mezzo di un grande teatro, il teatro del mondo” (da cui il titolo adottato dall’autore).

Il multidisciplinare giornalista e storico Philipp Blom (Amburgo, 1970) realizza un efficace colto affresco del narrare l’ignoto durante le svolte degli ecosistemi antropici negli ultimi secoli. Il volume è distinto in un prologo e cinque parti, inframezzate da cinque brevissime “ferite narcisistiche” che hanno ritardato le acquisizioni di grandi scienziati fisici e sociali (Galileo, Darwin, Freud, Hubble, Latour). Ogni parte ha due o tre capitoli che prendono spunto da un autore o da un libro o da un movimento o da una consapevolezza prioritaria per ripercorrere alcune crisi anche narrative del passato e ricavarne spunti: Calderón, il saggio dell’autore stesso sulla Piccola Era Glaciale (intorno alla metà del XVI secolo), Shakespeare, l’Illuminismo, la pompa a vapore, i combustibili fossili, i cambiamenti climatici antropici globali, Arendt, Bauman, Flusser, Gay, Polanyi, Rorty, Lévi-Strauss, Scott, Sennett, de Waal (autori poi citati nella bibliografia di approfondimento); sempre rimarcando come i nuovi pensieri abbiano preso piede tra la gente comune e l’opinione pubblica attraverso scrittori, e artisti, romanzi e teatro, dibattiti e articoli. Cita a proposito anche Gramsci: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere. In questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. In esergo delle parti e dell’intero testo vi sono frasi di intellettuali d’età contemporanea e alcune lamentazioni dell’Antico Egitto. Se non vi è mai stata prima una vera età del (nostro) benessere condiviso, allora “manchiamo dei riflessi e del patrimonio di esperienze necessari per gestire una situazione di abbondanza protratta nel tempo”, nella quale la catastrofe climatica sta conducendo il pianeta a superare limiti biofisici. Il palcoscenico del dibattito sociale ha allora bisogno di nuovi copioni e di nuovi personaggi (come Greta), di trovare nuove immagini all’altezza della sfida: ecco il “progetto di pace” del presente. Tutto il resto ne consegue, anche a teatro, luogo di autoesame, di reinvenzione di sé.

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