Io non ci volevo venire – Roberto Alajmo

Roberto Alajmo
Io non ci volevo venire
Sellerio, 2021
Recensione di Roberto Mistretta

Con prosa elegante intinta nell’inchiostro irriverente dell’ironia, Roberto Alajmo ci restituisce uno spaccato autentico della Sicilia di borgata di cui faremmo volentieri a meno, ma che noi, che qui continuiamo a vivere per scelta e resilienza, ben conosciamo e sappiamo essere assai realistico. Ahinoi, insomma. Certo non mancano i parossismi né alcuni passaggi che cedono volutamente alla teatralità, ma chi conosce la consistente produzione dell’autore sa che tale scelta attiene alla sua cifra stilistica, capace di dosare con intelligenza, ma anche con disincanto e graffiante disappunto, quella Sicilia che purtroppo abbiamo esportato nel mondo. Che poi, a conoscerli veramente nella loro intima essenza, i protagonisti di Io non ci volevo venire, questi ominicchi del disonore, sono davvero gente da poco, come lo Zzu, capomafia riconosciuto da tutto il quartiere e giornalmente ossequiato dai suoi scherani. Lo Zzu, il cui nome non viene mai pronunciato, ché in certi ambienti tale esternazione diventa superflua e attiene una forma perversa di rispetto, non schioda dalla sedia del suo bar Cristallo dove si parla solo di tre argomenti. A Partanna vive anche Giovanni Di Dio, Giovà/Giufà, i cui pensieri seguono percorsi del tutto personali. Dotato fin da piccolo di corporatura assai consistente, seppure ritardato, veniva messo in porta dai compagni che si sfidavano in attacco a calcio perché, anche se non parava, almeno ingombrava.
Crescendo, Giovà non è migliorato e vive in uno stabile a gestione matriarcale con la madre Antonietta, la zia Mariola, la sorella Mariella e la parrucchiera Mariangela.
La madre, quando Giovà era appena ventenne, si è rivolta allo Zzu chiedendogli di trovargli un posto di lavoro. E lo Zzu lo impiega come Metronotte nella ditta del geometra Piscitello. Gli danno divisa, distintivo e pistola, e poco conta come gli fanno avere il porto d’armi. Giovà/Giufà si ritrova il posto sicuro e uno stipendio in tasca a fine mese per fare finta di assicurare la sorveglianza a chi vuole vivere tranquillo. Tranquillità che la stessa ditta si premura di far rimpiangere a chi rinuncia alla vigilanza.
La vita di Giovà si snoda tra casa, lavoro di notte e pennichelle. Ormai ha cinquant’anni, lavora da trent’anni e mai lo Zzu si è rivolto a lui, fino al giorno in cui scompare una bella ragazza, Agostina Giordano. Lo Zzu lo fa chiamare dalla sorella per dargli un incarico di fiducia: capire che fine ha fatto la ragazza, impiegata alla Forestale. Quando poi, mischina, Agostina sarà ritrovata cadavere in fondo a un burrone, per Giovà/Giufà le cose si complicheranno non poco, perché la vita e i segreti di ogni singolo personaggio messo in scena dall’autore saranno collegati a doppio filo, come in un giallo che si rispetti. Ma Alajmo è abilissimo a dissacrare i canoni della trama classica, che pure dipana con sapienza al punto da intrigare il lettore e inchiodarlo alle pagine fino al colpo di scena finale. È abilissimo a rivoltare gli schemi del microcosmo di borgata dove la fauna umana che vi abita s’è data le sue leggi che tutti, in un modo o nell’altro, osservano e condividono.
Giovà/Giufà, quindi, si ritrova a indagare, ma gli è stato chiesto di cercare senza trovare “perché una cosa è cercare, una cosa è trovare. Se tu cerchi, anche se cerchi, non è detto che poi trovi”.
Lo Zzu gli ha espressamente vietato di dire bi a chiunque su tale incarico. Nessuno deve sapere nulla dell’indagine, ma manco il tempo di arrivare a casa che Giovà coinvolge subito la sua famiglia allargata: la madre, la zia Mariola, la sorella Mariella e la parrucchiera Mariangela.
Un romanzo che diverte, insomma, ma lascia l’amaro in bocca.
E comunque puoi stare tranquillo: nel caso, se non ti ammazza lui, ti ammazzo io” si sente minacciare Giovà dal figlio dello Zzu, quando fa un ripasso “delle cose che ha scoperto, o che si sono lasciate scoprire da lui”.
E chi glielo doveva dire a Giovà che dopo trent’anni lo Zzu gli avrebbe chiesto di onorare il debito contratto con lui quando gli aveva trovato lavoro, quando lo aveva sistemato?
In certi momenti pensi che si sono scordati di te… Ma si ricordano sempre tutto, e confidano nella tua gratitudine, nella tua… devozione” gli dice la figlia della Zzu.
L’azione si svolge nella borgata palermitana di Partanna, attaccata come gemella siamese alla più rinomata e opulenta Mondello. Questa sul mare, l’altra ai piedi di una montagna, separate da un confine impercettibile eppure abissale. Roberto Alajmo ha scritto un mystery comico e grottesco, al centro del quale emergono due tematiche molto siciliane: il millenario contrasto che qui regna tra verità e giustizia, e la piaga del vecchio che sempre si aggrappa al nuovo per imprigionarlo e modellarlo.
Misurato ma confacente l’uso delle forme dialettali e divertentissimi i dialoghi scadenzati da pause significative coi puntini di sospensione e le allusioni tra parentesi, per spiegare il non detto ai non siculi e, più in generale, a chi non conosce quel codice di comunicazione.
Ecco uno stralcio significativo del dialogo tra Giovà e sua madre.
– O bere o affogare – sintetizza sua madre.
– Quindi mi conviene bere…
– Per forza.
Segue un silenzio pesante, denso di presagi negativi. Un silenzio che dura fin quando a spezzarlo è lo stesso Giovà, scuotendosi.
– …Eeeeh… dovendo bere… una volta che bevo… che mi devo bere?
– Quello, lo Zzu, che vuole?- risponde la madre rimettendo assieme alla meno peggio i pezzi della sua pazienza. –Vuole che cerchi? E tu contentalo: cerca.
– Cerco…
– Ma attenzione!
– Attenzione!
– Perché una cosa è cercare, una cosa è trovare. Se tu cerchi, anche se cerchi, non è detto che poi trovi. Anzi, in un certo senso, se non trovi, per te è meglio. Perché quello, lo Zzu, non ti può venire a dire che non hai cercato. Al massimo ti può dire che non hai trovato.
Un romanzo che è un graffiante ritratto di una comunità, paradigma di un’umanità che tramanda un certo modo di pensare, a parole cerca la verità ma nei fatti la rifiuta. Un viaggio nel ventre molle di una fauna umana dove la commedia si fa farsa che prelude alla tragedia di una mentalità contorta, troppo spesso fuorviata e piegata dall’obbedienza per quieto vivere e personale tornaconto.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.