Senza di te – Ivo Tiberio Ginevra

Ivo Tiberio Ginevra
Senza di te
I Buoni Cugini editori, 2021
Recensione di Roberto Mistretta

Ora come ora, se uno scrive un giallo, non può più ammazzare liberamente qualcuno perché altrimenti quei disonesti della scientifica ti vengono subito a prendere!”
Così lo scrittore Ivo Tiberio Ginevra ha presentato a Interviste (im)perfette i personaggi con cui dà vita a dei gialli umoristici e macchiettistici: il commissario Mario Falzone, il vice questore Pietro Bartolazzi e il medico legale, donnaiolo impenitente, Enzo Di Pasquale che interagiscono e indagano nell’immaginaria Scrafani, cittadina sicula dove sembrano concentrarsi i vari cliché dell’isola che fanno tanto folklore e che i siculi sono bravissimi a esportare. Personaggi che sembrano voler fare il verso a ben più illustri epigoni coi quali l’autore condivide il gusto per l’esagerazione e la levità (ci viene in mente il Sanantonio di Dard).
In questo terzo romanzo, Senza di te (in precedenza aveva pubblicato Gli assassini di Cristo e Sicily Crime), i personaggi di Squadrito, tra uno struggimento amoroso e patimenti professionali, dovranno risolvere casi complicati, a cominciare dall’omicidio camuffato da suicidio della psicologa Balzaretti. Sarà l’avvenente medico legale Caterina Arcoleo, Katia per gli amici, a intuire che la poveretta non si è impiccata e a fare palpitare il cuore del commissario. Ma in un giallo, per quanto umoristico, gli omicidi seri non mancano, come quello di Antonella Ficano, inflessibile giudice dell’antimafia. La chiamavano il condor, per via del suo naso.
Anche come carattere era un avvoltoio. Era una gran rompicoglioni. Pignola, sospettosa di tutti, anche dei suoi migliori collaboratori e prevenuta su ognuno per principio di vita. La gente la faceva piangere. La distruggeva psicologicamente. Una volta dei miei colleghi sotto inchiesta per una questione d’appalti all’AUSL, mi hanno raccontato delle cose terribili. Intanto per prima cosa li ha sbattuti subito in galera e poi, per esempio, durante gli interrogatori spegneva il registratore e li minacciava ricattandoli di lasciarli marcire in cella se non confessavano o se non facevano i nomi dei complici. Ha ammollato senza pietà sei mesi di carcerazione preventiva a ognuno, e questi alla fine del processo sono stati prosciolti a formula piena per non aver commesso il fatto. Non era una donna quella, ma una faina, però devo dire che i risultati li ha anche ottenuti. Anni fa collaborando insieme ai giudici Migliaccio e Di Somma, ha messo in galera tutta la famiglia mafiosa dei Bercellino e tante altre.
Un altro magistrato, verrà ucciso, il giudice in pensione Gianfranco Monteleone.
Questa è una guerra di mafia iniziata con l’uccisione del giudice Ficano, come se avesse rotto gli equilibri di una pax mafiosa, infatti, dopo quest’omicidio, hanno cominciato a darsele di santa ragione e senza esclusione di colpi regolando dei vecchi conti in sospeso, da qui l’eliminazione del maresciallo Davì e del giudice Monteleone.
La trama gialla, infittendosi, dipanerà la contrapposizione dei sentimenti che coinvolge anche i due protagonisti, Falzone e Bertolazzi, i quali non sfuggono alla regola dei contrari di cui è permeata l’intera orlatura del romanzo. Riflessivo, gentile e triste il commissario, con un passato familiare complicato, fa da contraltare al vice questore Pietro Bertolazzi, irruento, insofferente alle regole, sgarbato e irascibile.
Mario, distratto e fulminato sulla via di Damasco dalla sensualità di Katia, di cui si innamora, dovrà difenderla dalle mire e dagli ormoni impazziti del suo amico, il medico legale Enzo Di Pasquale, brillante professionista ma ammalato di passera, che non trova di meglio da fare, mentre è in viaggio negli States, che telefonare anche in piena notte ai due e far sentire loro le sue capacità amatorie, mentre sta a letto con donne nere.
L’autore, a cui non sarebbe dispiaciuto da grande fare il commissario di polizia e avere degli amici leali come Bertolazzi e Di Pasquale, nel frattempo è diventato anche editore. Infatti, per non lasciare nel dimenticatoio il tanto di buono che questa terra produce, insieme a sua moglie, Anna Squadrito, anni fa ha fondato la casa editrice “I Buoni Cugini editori” con cui ha recuperato tante opere dimenticate di Luigi Natoli, facendosi un nome per un pubblico di nicchia nel pur affollato mondo editoriale e, di tanto in tanto, pubblicando anche altri romanzi, come questo.
Un cenno, infine, alla cucina isolana giocando, anche qui, sulle contrapposizioni: il commissario, pur non potendo soffrire il pesce, non ha il coraggio di dirlo a Katia, che al contrario ne divora a sazietà. Ancora l’autore: “Mario odiava il pesce alla follia, colpa di sua madre che da piccolo lo aveva ingozzato con sgombri e merluzzi bolliti per farlo crescere pieno di fosforo, e mentre Katia parlava della moto, del suo paese attaccato al Vesuvio, del regno delle due Sicilie, i camerieri servivano otto antipasti di mare: polipetti, lumache, ostriche, gamberi crudi, cozze, patelle, alici marinate e seppioline fritte. Lui li assaggiò prestando un finto interesse, ma a ogni boccone lo sconcerto lo tramortiva, allora beveva un sorso di vino per affogare il disgusto. Katia invece attaccava ogni piatto con la precisione e determinatezza di un ninja”.

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