Nel tempo sbagliato – Bruno Morchio

Bruno Morchio
Nel tempo sbagliato
Garzanti Milano, 2021
Noir
Recensione di Valerio Calzolaio

Genova. Maggio 1994. Quel lunedì mattina Bacci Pagano stava facendo scatoloni per trasferire casa e ufficio in due appartamenti contigui di stradone Sant’Agostino, gran pena e fatica. Senza appuntamento, gli arriva a piazza De Marini il ricco elegante (firmato) Carlo Pizarro, capace di accumulare una grande fortuna giocando in borsa. Gli dice che è scomparsa la giovane moglie ucraina e gli chiede di trovarla. Il sabato precedente ad Arenzano hanno preso la bella barca a vela e, tornati causa vento, hanno ben cenato sulla tolda e dormito avvinghiati in cuccetta. Al mattino Miroslava Myra Rostova non si trova, è scomparsa, portandosi via borsa e vestiti. L’ha chiamata e cercata senza successo, ha paura sia stata in qualche modo costretta, non vuole rivolgersi alla polizia, meglio pagare intanto un investigatore privato, i soldi non sono un problema. Riluttante, Bacci accetta, un poco anche incuriosito: la splendida minuta ragazza ha circa la metà degli anni del marito, venticinque; si è mantenuta agli studi universitari (in lettere antiche) facendo l’irreprensibile entraîneuse in un night del centro fino all’estate del 1992; da qualche anno, grazie all’ottima tesi su Marziale, ha ottenuto un dottorato in facoltà e tiene un seguito seminario per gli studenti; traduce a braccio dal latino, parla correntemente quattro lingue moderne, sa cucinare, suona il pianoforte; appare proprio una donna volitiva e una moglie fedele, assomiglia a Sylvie Vartan, irresistibile. Bacci parla col direttore del locale dove si esibiva, poi incontra successivamente l’altra bella ragazza più grande con la quale condivideva lavoro e abitazione, un amico omosessuale di Myra, l’affascinante professore che la segue all’università. E chiede qualche aiuto al commissario Totò Pertusiello, riparla spesso col marito, ascolta i consigli della sua compagna, gira in Vespa amaranto 200 PX e lentamente si toglie la curiosità e si fa un’idea di quanto può essere accaduto.

Il nuovo ottimo romanzo del grande scrittore Bruno Morchio (Genova, 1954), psicologo pubblico in pensione e psicoterapeuta, ripercorre la fase iniziale della carriera del suo famoso e prestante protagonista seriale, un metro e ottantacinque per settantotto chilogrammi di peso (grazie anche alle corse nel parco del Peralto), ateo e colto: Bacci sta per compiere quarant’anni ad agosto e si è poco tempo prima separato dalla moglie Clara, che non gli lascia vedere la figlia Aglaja e a cui dovrà passare una barca di soldi. Risulta ancora abbastanza sanguinante la recente ferita del carcere ingiusto (dove si laureò su Pavese), appare ancora vivida la memoria del nonno Baciccia (partigiano comunista come il padre) e pure le scelte di stare dalla parte dei perdenti o di non badare troppo all’onorario sono già abbastanza consolidate. Lo conosciamo: ironico e disilluso; figlio fiero di un operaio tifoso del Genoa; amante della musica di Mozart e della buona enogastronomia. Mara Sabelli, la sua fidanzata 25enne psicoanalista infantile (che frequenta da un paio d’anni), capelli corti e occhi verdi, lo ha inquadrato come “analfabeta dei sentimenti” e lui un po’ ci sta. Il titolo quindi ha vari riferimenti personali: il cliente è un azzimato conservatore con spirito anacronistico, uno di quei singolari individui che in fondo al cuore coltivano il sospetto di vivere nel tempo sbagliato, rimpiangendo il passato; il protagonista rientra nell’università che non aveva potuto frequentare nel tempo giusto e si sente sempre in anticipo o in ritardo; la ragazza scomparsa non poteva o non voleva sintonizzarsi con i tempi emotivi dei suoi interlocutori affettivi, preferiva Marziale. Nell’esergo e lungo tutta l’indagine appaiono quei geniacci di Leopardi e Montale, che non danno scampo alle illusioni. Insieme a Simenon, fra i giallisti. Chissà se ci sono ancora oggi i mitici negozi del giro delle chiese di allora, a pag. 136? Vini di gusto fine, scelti per le occasioni giuste: rossore di Dolceacqua od ormeasco di Pornassio, poi sauvignon, fiano, pigato. Questa volta il penultimo concerto per pianoforte di Mozart, il numero 26 in Re maggiore, aiuta poco. Ma Bacci capisce tutto lo stesso.

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