Jeffery Deaver (reloaded)

(foto tratta dalla pagina FB dell’autore)
Jeffery Deaver
è un mio grande amore sopito, ma mai dimenticato. Per anni ho divorato i suoi thriller, soprattutto quelli di Lyncoln Rhyme, poi a un certo punto ho smesso. Non c’è un motivo, non ci sono state delusioni, semplicemente sono successe altre cose. Sono convinta che prima o poi tornerò a leggerlo e non mi deluderà, magari proprio in occasione dell’uscita di XO, il suo ultimo romanzo.
Qualche tempo fa avevo avuto occasione di intervistarlo. Mi ha lasciato un ricordo ottimo, di persona estremamente gradevole e alla mano, professionista esemplare. Vi ripropongo il pezzo.

AB – Qual è la differenza tra avere un personaggio fisso e avere un personaggio seriale?
JD – È un approccio differente, quello tra la scrittura di libri seriali e gli stand-alone. Ognuno dei due ha vantaggi e svantaggi.
Con una serie, non sei costretto ogni volta a inventare la ruota. Voglio dire che il personaggio principale è già strutturato dai libri precedenti e quindi puoi concentrarti meglio sulla storia. D’altra parte, non devi perderti alcun dettaglio: ad esempio se il personaggio è mancino, deve esserlo sempre, perché i lettori sono molto attenti a questo tipo di cose.
Invece i romanzi stand-alone funzionano meglio se sei un narratore. Ti danno la possibilità di sperimentare, di creare. D’altra parte, i fan si affezionano ai personaggi seriali e li “premiano” in termini di vendite. Ad esempio il romanzo Il giardino delle belve ha avuto una riuscita migliore in Europa che negli USA. In USA i lettori vogliono vedere Lyncoln Rhyme, in Europa hanno rispetto per il mio nome, indipendente dal protagonista. Quindi non preoccupatevi, continuerò a scrivere di Lyncoln Rhyme anche perché devo pagare il mutuo!

AB – Il successo del film Il collezionista di ossa ha incrementato il successo dei libri. In che modo questo ha influito sulla scrittura dei libri successivi?
JD – L’impatto è stato determinante nel senso che il film ha aperto la porta a molti lettori, più di quanti ne avrei avuti se il film non ci fosse stato. Amo molto il cinema e a volte lavoro per Hollywood. Però film e libri sono due cose completamente diverse, sono come mele e arance. Nel film, Lyncoln Rhyme ha un bel loft a Manhattan; nel libro ha un piccolo appartamento a Central Park: e i lettori non hanno mancato di farmelo notare. Per tacere del fatto che nel film Lyncoln Rhyme è interpretato da Denzel Washington, mentre nei libri è un bianco (è detto chiaramente in La dodicesima carta). Sono certamente stato influenzato dai film nella scrittura dei miei libri, tanto quanto dalla letteratura. Il marchio di fabbrica dei miei libri è nel cinema. I twists and turns, lo svolgimento in un arco temporale breve, le descrizioni molto dettagliate… sono tutti elementi tipici del cinema. A volte mi chiedono come ho potuto permettere che un mio libro diventasse un film. La risposta è che ti danno un sacco di soldi per farlo. A volte capita che il film non sia bello come il libro, ma non è un grosso problema: alla fin fine, il libro rimane, non finisce con il film!

AB – Ti definiresti più uno scrittore di evasione o un descrittore della realtà?
JD – Premetto che la scrittura è un talento: per qualcuno è inspiration, per me è perspiration. Il mio lavoro è divertire, non mandare messaggi. Se vuoi mandare messaggi, manda un telegramma. Io vi metto sulle montagne russe e vi conduco, al sicuro, attraverso un turbine di emozioni fino al finale. Magari dopo aver perso un po’ di notti di sonno. Quindi, niente messaggi. Però le migliori storie del mondo sono assolutamente inutili se non hanno una sostanza. Ad esempio in La dodicesima carta c’è anche il tema dei rapporti razziali, un tema che infiamma gli animi. Ci sono scene del 1860, dove si vede un ex schiavo molto coinvolto nel movimento per i diritti civili che seguì la guerra civile. La sfida, per me molto stimolante, è stata quella di ideare una storia ambientata nel passato e incorporarla in una storia ambientata nel presente.

AB – A un certo punto della tua carriera ti hanno proposto di ripubblicare i tuoi primi romanzi e tu hai accettato, a condizione di poterli rivisitare alla luce dell’esperienza acquistata in questi anni e sulla base delle aspettative dei lettori. Qual è la grossa differenza che hai trovato rieditando i vecchi libri?
JD – Non c’era niente di particolarmente sbagliato. C’è una frase di Mickey Spillane che dice: “La gente legge libri non per arrivare a metà, ma per arrivare alla fine”. Per esempio ho trovato diverse digressioni, “osservazioni intelligenti”, che non erano funzionali alla trama. In una scena, uno dei protagonisti apre un libro esattamente alla pagina giusta, quella che gli dà l’ispirazione per trovare la soluzione: è un espediente troppo artificioso. I libri che costruisco adesso sono diversi, hanno una struttura molto più solida. Prima di iniziare la fase di scrittura vera e propria ho già elaborato uno schema molto solido che contiene ogni dettaglio, dai personaggi alle azioni dagli indizi allo scioglimento finale. Nei primi libri l’impianto non era così solido.

AB – Si è molto parlato di libri che nascono già “tagliati” per il cinema. Sta pensando di farne altri, dopo Il collezionista di ossa?
JD – La maggior parte del lavoro che ho fatto ultimamente riguarda la televisione. Gli schermi che abbiamo oggi in casa sono grandi quasi quanto quelli dei multisala, quindi il pregiudizio nei confronti del piccolo schermo oggi è ormai scomparso quasi del tutto. Attualmente ho molti progetti televisivi. Uno con Lyncoln Rhyme a New York, un altro ambientato in California, con un diverso protagonista. Ah, e ho in mente una serie, si chiama Desperate Criminals (scherza su Desperate Housewives, la popolarissima serie tv, n.d.b.).

AB – Quello che colpisce, nei tuoi libri, è la figura dell’antagonista, scaltro e intelligente.
JD – Quando si hanno dei personaggi che si lasciano vivere dalla storia, i lettori vengono coinvolti più facilmente. Io adoro i cattivi dei miei libri, è la cosa che mi diverte di più scrivere.
Sicuramente non vorreste essere nei panni dell’idraulico che deve venire a casa mia tra mezzogiorno e le cinque del pomeriggio e non si presenta: il cattivo del libro successivo avrà sicuramente il suo nome.
Spesso, in alcuni libri, i cattivi sono delle caricature; io invece credo che il cattivo di turno debba avere degli obiettivi, degli scopi, una personalità. Il lettore non vuole che il cattivo vinca, ma sicuramente vuole che ci provi con tutte le sue forze. Così possiamo tifare per l’eroe fino a quando non prende il sopravvento.

AB – Sei cattivo?
JD – Sembro cattivo? In realtà sono un po’ scettico sul dividere radicalmente il mondo in buoni e cattivi: in tutti noi ci sono delle sfumature. Però non è difficile entrare nella mentalità dei cattivi, e non capisco quelli che dicono che è difficilissimo e defatigante essere il cattivo, e che ci vuole molta concentrazione. Io lavoro molto di fantasia. E così quando scrivo la mattina vesto i panni dell’eroe, il pomeriggio impersono il cattivo, poi la sera vado a bere una birra e mi passa tutto.

AB – I personaggi dei tuoi libri sono spesso dei borderline: come li costruisci?
JD – Io sono un ingegnere che costruisce montagne russe. Passo molto tempo con la Polizia e l’FBI – come osservatore, ci tengo a precisarlo. La maggior parte dei crimini sono perpetrati da ragazzi ubriachi o drogati che hanno esagerato e spaccano una vetrina o aggrediscono qualcuno. I miei criminali non sono così. Io creo cattivi elaborati, che divertono i lettori. I miei personaggi tendono a essere più tipo Hannibal, quindi più “fictional”. Anche se, diciamolo, a volte anche nella realtà esistono mostri così.

10 Comments

  1. Mi è piaciuto “E così quando scrivo la mattina vesto i panni dell’eroe, il pomeriggio impersono il cattivo, poi la sera vado a bere una birra e mi passa tutto”. Senza farla tanto palloccolosa.

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  2. L’hai letto poi XO? Ho visto delle reviews piuttosto negative, ma sono un fan di Kathryn Dance non fosse altro per l’ambientazione dei romanzi in uno dei miei luoghi di vacanza preferiti…

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      1. Eh, ma sei tu che li tiri in ballo questi libri. Aggiornamento Casual Vacancy: che pacco sono ancora nelle prime 100 pagine, e non perché l’autrice scriva come Umberto Eco. Se non ci fosse il suo nome in copertina non sarei andato oltre il “Kindle Sample” delle prime 30 pagine

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  3. Mi è piaciuto il personaggio particolare di Lyncoln Rhyme, leggevo i romanzi con la speranza che avvenisse il miracolo e si trovasse il modo di rimetterlo in piedi. Credo sia il personaggio che gli è riuscito meglio.
    Recentemente ho letto La consulente, mi ha deluso, non sembrava Deaver.
    Continuerò comunque a leggerlo.

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