Letture al gabinetto – Febbraio 2021

A cura di Fabio Lotti
Questa volta ho ripreso in mano La grande storia degli scacchi di Mario Leoncini di cui vi avevo già parlato nella rubrica di gennaio. Impossibile non rileggere questa straordinaria avventura lungo l’arco di secoli che ha coinvolto personaggi famosi in ogni campo dell’attività umana. Con nuove, interessanti scoperte, prima sfuggite.

Aria di montagna di Marco Malvaldi, tratto da Italia in Giallo, GEDI 2020.
E, a proposito di scacchi, ecco che il libro si apre proprio con una partita tra Massimo, barista dell’ormai famoso BarLume, e la commissaria Alice, mentre gli altri vecchietti sono in gita delle Poste. La partita è veloce e Massimo ne busca, come a dire che perde. “Battuto da una donna a un gioco intelligente” dichiara Alice scuotendo il capo “Che disonore”. Ma il bello deve venire. Attraverso una telefonata proprio da parte dei villeggianti. Al mercato del paese di Ortisei hanno trovato morta una persona. Strangolata. Si verrà a sapere più tardi che trattasi di Sandra Carmassi, ragazza piccola e minuta. Chiaro che, secondo Massimo, “il malefico flusso” li segue dappertutto e “Dove sono loro, ammazzano qualcuno”. Dall’alto, ovvero dai capi superiori, l’ordine ad Alice di non interessarsi dell’accaduto. Perché?… Ma qualcosa si può sapere lo stesso attraverso il telefono e la brigata dei vecchietti. Per esempio se l’uccisa abbia delle cicatrici tra i capelli e se i cassieri del supermercato in cui è avvenuto il fattaccio hanno visto più volte una certa persona che non avevano mai visto prima. E poi non sembra giusta l’idea di chi è preposto alle indagini che l’assassino sia piccolo e debole perché, secondo Alice, per strozzare ci vuole una gran forza nelle mani e nelle braccia. Insomma anche col telefono si può risolvere un caso che affonda le radici in un passato burrascoso.
Solito stile allegro e divertente di Marco Malvaldi che si avvale anche del dialetto e dello spiritaccio toscano per battute, lazzi, frizzi e prese di culo dirette e salaci ad aprire la bocca al sorriso.

Sherlock Holmes. La signora Hudson e il colpo fatale di Barry S. Brown, Il Giallo Mondadori 2020.
Quando, oltre a Sherlock e Watson, c’è pure la signora Hudson a mettere il naso nei casi complessi da decifrare, la vicenda diventa ancor più interessante.
Andiamo al sodo. Anno 1892. Sherlock è sul ring del National Sporting Club. Doveva essere solo spettatore ma è diventato attore quando lo spavaldo Sailor Mackenzie, dopo aver vinto facilmente un incontro, ha sfidato chiunque ad affrontarlo. E ora lo spavaldo, colpito al cuore e alla mascella, si ritrova al tappeto. Morto stecchito. E la morte sembra dovuta ai colpi incassati. Sembra, perché da alcuni indizi, come il rivoletto di vomito, la posizione fetale del cadavere e altri si potrebbe pensare, addirittura, a un avvelenamento. Meglio, secondo l’ispettore Lestrade chiamato a verificare il fatto, che il medico legale gli dia un’occhiata. Ma l’autopsia, per qualche ragione, non si può fare. Urge un’indagine privata di Holmes su richiesta dello stesso Lestrade. E qui arriva l’apporto della signora Hudson, non solo dispensatrice di tè, dolcetti e pasticcini. Via, dunque, alla ricerca di una certa fiaschetta…
Oltre a questo impegno c’è anche la richiesta da parte di lord Lonsdale, padrone dello Sporting Club, di difendere l’attrice Little Langtry dall’amante ubriacone George Baird. Ovvero di sistemarla, almeno per un po’, nella tenuta di campagna dell’amico Arthur Trent accompagnata dalla “cameriera” signora Hudson.
Dunque un doppio lavoro per il nostro trio. Prima di tutto occorre ricercare quello che si può sulla vita del morto, sui suoi nemici (era malvisto da tutti), sul suo rapporto con la moglie e indagare sugli organizzatori del fatidico match. Verrà fuori, tra le altre cose, l’esistenza di una serra particolare che ospita una pianta velenosa, la Passiflora o Adenia digitata da mettere in relazione con l’evento funesto. E verrà fuori una storia africana e un vecchio delitto del 1858 a portare nuova luce sul presente. Non manca il classico travestimento di Holmes, la classica seduta spiritica a creare un certo brivido e la classica chiusura finale dello stesso Detective. Ma gran parte del merito spetta alla signora Hudson che prevede pure il seguito anche dopo la scoperta dell’assassino. Come scrive il nostro Luigi Pachì nella sua rubrica Il ritorno della governante di Baker Street in un abile pastiche, “A fare luce sullo sconcertante mistero è la signora Hudson, mentre il successo viene attribuito all’inquilino di Baker Street… Di sicuro una valida alternativa alle avventure di Sherlock Holmes più tradizionali”.

Il lusso della giovinezza di Gaetano Savatteri, Sellerio 2020.
Capitoletti ora brevi, ora brevissimi, battute su battute a presa di culo dissacranti a babordo e tribordo insieme a puntatine letterarie, un po’ fra i protagonisti, un po’ sulla Sicilia, un po’ qui, un po’ là a rendere la lettura piacevolmente veloce. Consigliato e chi si è visto si è visto.
D’accordo, troppo poco. Allora solo qualche aggiunta che sono nato il 1° maggio. Protagonisti principali Saverio Lamanna giornalista, e Peppe Piccionello, praticamente macchietta e specchio a fare da spalla. Il morto, perché almeno un morto ci deve essere, ovvero il manager milionario americano Steve Parker, uomo d’affari e idealista venuto ad investire in Sicilia soprattutto per i giovani. Luogo d’azione Castelbuono in montagna. Freddo e neve, neve e freddo come nei romanzi di Tolstoj. Amen.
Va bene, è ancora troppo poco. Mamma mia come siete esigenti! Allora spieghiamo meglio la morte dell’americano praticamente caduto in un crepaccio delle Madonie. Incidente? Così sembra, solo che la sua macchina è stata ritrovata lontana da quel luogo ben dieci chilometri! Qualcosa non quadra per il nostro Saverio avvertito del fatto via telefono dalla compagna Suleima e, diciamolo francamente, anche per noi lettori. Come ci è arrivato in quel posto? Fine della trasmissione.
Fermi, fermi, non fate quelle brutte facce! Aggiungo che la vittima sembrava essere anche in affari con due elementi piuttosto oscuri della mafia siciliana e, dunque, il quadro si fa più complesso e pericoloso. E poi ogni buon libro che si rispetti provoca delle domande, questa volta inerenti al rapporto tra le generazioni e al fatto se in Sicilia sia possibile dare spazio e lavoro ai giovani. E il “lusso” del titolo? È veramente un “lusso” quello dei giovani? Pensieri, ricordi, riflessioni, scontri, mangiate, bevute, ariprese di culo anche di alto livello che vanno benissimo per noi toscani mischiate con qualche momento di tenerezza, eccetera, eccetera.
Basta. Stop. Leggero e divertente. Buona lettura

L’occhio indiscreto di George Harmon Coxe, Polillo 2011.
Un imputato di omicidio, Nate Girad (dieci anni di racket), viene assolto per l’abilità dell’avvocato Mark Redfield. Alla sua festa per festeggiare l’evento partecipa anche Kent Murdock, ottimo fotografo del “Boston Courier Herald” che abita (bilocale economico) nello stesso palazzo di Nate. Qui incontra la ex moglie piuttosto ingrifata col sesso che non vuole il divorzio (però con 10.000 dollari si può fare…) e una bella ragazza in blu che lo snobba. Solo che più tardi se la ritrova impaurita nella sua vasca da bagno, mentre il sergente Bacon la sta cercando. C’è stato un omicidio e a rimetterci le penne proprio l’avvocatone famoso. Non mancano i sospetti fra cui il fratello della ragazza.
Kent chiede al suo superiore due settimane di tempo per risolvere il problema e intascare diecimila dollari di ricompensa stabiliti, metà dall’Ordine degli Avvocati e metà da un giornale concorrente (così mette a posto la moglie).
Qualche spunto su Kent: corpo asciutto, agile e robusto, occhi castani “simili a schegge di rame”, sempre in buoni rapporti con la polizia si sente a disagio nel nascondere la ragazza (chiaro che nasce una “simpatia”), fuma sigarette ma non disdegna di tirare boccate da una vecchia pipa, whisky al bisogno, minacciato da un bel gangster che aveva visto nei paraggi dell’omicidio,
Altri elementi: un balordo che sa qualcosa (che fine farà?), un giovane giornalista che vuole farsi strada e che gli sta alle calcagna, classici momenti di tensione, pugni, spari, schivate, una lampadina da flash che scoppia al momento giusto.
Discreto approfondimento dei personaggi (almeno di alcuni), qualche spunto sulla società, un vecchio omicidio che può avere legami con quello attuale.
Un hard boiled psicologico dignitoso che decolla traballando.

L’occhio di giada di Diane Wei Liang, Sperling e Kupfer 2007.
“Mei è una giovane cinese intraprendente e coraggiosa. Vive a Pechino, ha un’agenzia di investigazioni tutta sua, possiede un’auto – cosa non da poco per una donna anche nella Cina d’oggi – e ha per di più un segretario maschio. Un giorno Zio Chen, un amico della madre di vecchia data, si presenta da lei con un’insolita richiesta: la prega di ritrovare l’occhio di giada, un antico sigillo d’inestimabile valore “scomparso” durante i saccheggi della Guardia Rossa nel periodo della Rivoluzione culturale ma che lui ha buoni motivi di ritenere ancora in città. Affascinata dalla romantica leggenda che ammanta il gioiello, l’investigatrice si mette all’opera sfidando corruzione e omertà e contattando personaggi disparati. E, mentre indaga, si trova non solo a percorrere la storia più oscura del suo Paese, ma anche a scoprirne lo scrigno dei segreti della sua vita privata e famigliare: come morì il padre? Quale terribile colpa sembra nascondere la madre ora gravemente malata? Perché il suo primo e unico amore la lasciò e ora ricompare all’improvviso?”.
Vediamo un po’ questa Mei Wang: ha il suo ufficio in un vecchio palazzo del distretto di Chongyang di Pechino, una agenzia di consulenza perché gli investigatori privati sono messi all’indice. Criticata aspramente dalla sorella minore Lu “…sei un’asociale, non ti intendi di politica, non hai guanxi, nessuna delle conoscenze e contatti di cui avresti bisogno”. Caratteristiche di Lu: tre anni più giovane e di una bellezza straordinaria. “Dolce, affascinante e piena di talento”. Primo segno di un contrasto più grande. Suo assistente (di Mei) Gupin, un giovane di venti anni “con le spalle larghe e i muscoli che gli trasparivano dietro la camicia”. Timido e onesto. Costretta a lasciare il campo di lavoro e il padre scrittore insieme a sua madre Ling Bai che da giovane lavorava in una rivista di propaganda chiamata La vita delle donne. Ha trenta anni, viso tondo e capelli lunghi alle spalle. Il naso affilato e “la gente dice che mi fa sembrare sempre arrabbiata”. Ha studiato all’università di Peking. Fidanzata con Yaping che la lascia, si sposa e viene lasciato a sua volta (ben gli sta!). Si incontrano di nuovo. Lui le spiega che non ha continuato con lei perché si sentiva inferiore. Mei lascia il posto al Ministero in continua pressione con un uomo di potere che la vuole a tutti costi come amante. Si sente una incompresa dagli altri e Mama (la sua mamma) la paragona al padre, un uomo solitario che viveva di letteratura, di principi e ideali: “Mei è diventata proprio come suo padre: sta sempre a guardare gli altri dall’alto in basso, sempre a giudicare”. E infatti Mei avrebbe voluto diventare una scrittrice proprio come lui. Rimprovera alla madre di averlo abbandonato. Carattere forte: “Un’agenzia investigativa le avrebbe dato l’indipendenza che aveva sempre desiderato. E le avrebbe dato anche la possibilità di dimostrare a tutti quelli che le avevano voltato le spalle che avrebbe avuto successo anche da sola”. Siamo nel 1995 dato che Lu si deve sposare proprio in questa data. Per lei conta soprattutto la bellezza e l’immagine. Sono diverse fra loro. Mei pensa addirittura di non andare al suo matrimonio. Parole buone dallo Zio Chen “Tu sei sempre stata la mia preferita. Non sto dicendo che Lu non mi piace, ma tu sei diversa. Sei coraggiosa. Non corri dietro alle cose come invece fanno gli altri”. Contento che abbia avviato un lavoro in proprio. Sa mettersi anche in ghingheri se l’occasione lo richiede. Ha una Mitsubishi rossa donatele dalla sorella (in questo caso gentile). Spesso colpita dai ricordi, soprattutto del padre e della madre. Assomiglia molto nell’aspetto fisico a sua madre con il naso dritto e affilato. Quando si ammala si sente in colpa per averla ferita. Sa parlare con la gente e accattivarsela. Dentro di sé avverte sempre l’attrazione per l’unico fidanzato. Quando sta per incontrarlo di nuovo “una travolgente miscela di emozioni si scatenò dentro di lei, come l’acqua che sale da un pozzo profondo, i suoi pensieri si fecero confusi”. In contrasto se vederlo o meno. Un suo giudizio “A scuola non ti sei mai integrata completamente, e non ti facevi coinvolgere da ciò che ti accadeva intorno. Un sacco di gente ti considerava arrogante. Io, invece, pensavo che fossi isolata ma felice di esserlo”. Triste conclusione: “sembra tutto sbagliato. Ho sempre pensato che la verità e l’amore mi avrebbero resa felice. Ma non è stato così”.
Il fulcro del libro non è tanto costituito dalla vicenda gialla ma questa, come avviene sempre più spesso, costituisce l’occasione per mettere in luce le magagne di una società (fabbriche della contraffazione, polizia menefreghista, sfruttamento dei lavoratori che vengono dalle province ecc…). La conclusione: ciò che conta in America è il denaro, in Cina il potere.

I Maigret di Marco Bettalli

Maigret e la giovane morta del 1954
Piccolo capolavoro costruito sul niente. Siamo a marzo, piove sempre: attraverso molti dialoghi e poche descrizioni, Simenon ci mostra come si conduce un’inchiesta, partendo dal corpo di una giovane ragazza trovato sul marciapiede di una via parigina, un corpo che, all’inizio, nessuno sembra voler riconoscere. Ma, ciò che più importa, in queste pagine c’è tutta l’umanità di Maigret nell’affezionarsi piano piano alla ragazzina timida, imbranata, diciamo pure incapace che emerge via via dalle testimonianze. Di fatto abbandonata da una madre affetta da ludopatia acutissima e approdata come mille altre a Parigi, la piccola Louise cerca inutilmente di capire qualcosa del mondo che la circonda, della città sconosciuta che la minaccia e finisce per trovare una morte stupida per strada, mentre l’amica conosciuta in treno, ben più scaltra, sta festeggiando il matrimonio con un ricchissimo italiano, approdo felice cercato intensamente con tutti i mezzi. Unica nota leggermente stonata: in una così tenera e malinconica vicenda, lo spazio dedicato al “Lagnoso”, alias ispettore Lognon, già apparso qua e là (v. nrr. 33 e 39), è forse un po’ eccessiva. Nella parte finale, è però funzionale a far risaltare l’eccezionale talento di Maigret che, quando vuole, sa emulare Poirot (rarissimamente, a dire il vero): giunti entrambi sul luogo dove poi si scoprirà essere maturato il delitto, Lognon, che con testardaggine bovina aveva preceduto Maigret, non capisce nulla, mentre quest’ultimo, collegando infimi particolari, sfoggia la sua inimitabile classe di investigatore.

Maigret prende un granchio del 1956
Storia anch’essa, come la precedente, marzolina e un po’ double-face. È infatti intensa nel descrivere il signor Fumal, spaventoso nel suo aspetto esteriore (è obeso oltre ogni limite) e nella sua anima, odiosa, cattiva, disumana (finalmente un uomo: di solito, sono le donne gratificate di descrizioni del genere!). Quando viene ucciso, quasi subito, tutti sembrano ovviamente contenti: l’inchiesta nella curiosa corte dei miracoli che lo circondava, tutta protesa a rubargli più soldi possibile (il mostro era anche ricchissimo, il “re delle macellerie” di Parigi), va avanti con difficoltà, e Maigret è molto a disagio. Unico tocco di umanità in questo deserto, la “amichetta” dell’obeso, una piccola prostituta elevata al rango di mantenuta, che raccoglieva le confidenze del defunto e, a modo suo, riusciva quasi a volergli bene. Ciò che non funziona è – come spesso accade – la storia gialla: la scoperta dell’assassino – una specie di bestia cui Simenon/Maigret regala di fatto altri cinque anni di vita facendolo scioccamente fuggire e, onestamente, non si capisce bene perché – avviene all’improvviso, senza un vero ragionamento dietro: ma la cosa in realtà non interessa quasi nessuno, poiché, come già detto, tutti erano contentissimi della morte di Fumal. Il granchio di Maigret, oltre che nell’inchiesta lenta e poco convinta, è nel fatto che il macellaio aveva chiesto aiuto alla polizia perché si sentiva minacciato, proprio lo stesso giorno in cui viene effettivamente ucciso. Maigret, pur non sopportandolo, aveva fatto quello che il dovere gli imponeva, quindi in realtà non c’è nessun vero scacco, ma va bene lo stesso: non è facile trovare tutti questi titoli…

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Voci nel silenzio di Bruno Morchio, Garzanti 2020
Ideale seguito temporale di Le sigarette del manager, Voci nel silenzio è un romanzo da lockdown, tutto costruito in conferenza telefonica, in teleconferenza o con spezzoni di archivio. Nell’aprile del 2020, mentre l’Italia è condannata all’agghiacciante silenzio del coprifuoco sanitario decretato dal governo per contrastare la pandemia, Bacci Pagano riceve una strana telefonata. Dall’altro capo del telefono una sconosciuta, una ragazza ventunenne che si presenta come Lara Bortoli. Dice di essere figlia dell’ex-brigatista Beppe Bortoli, che Bacci vent’anni prima era riuscito funambolicamente a far scagionare da un’accusa di omicidio. Bortoli, che è appena morto in ospedale, vittima del COVID-19, ha lasciato come testamento materiale e morale una lettera sigillata destinata a Bacci. La ragazza non ne conosce il contenuto perché, rispettando la volontà del padre, non l’ha aperta, ma avverte l’investigatore della sua intenzione di fargliela pervenire e confida che lui voglia accettare di investigare per suo conto. Di scoprire, ben diciotto anni dopo, il perché della follia distruttiva vissuta dalla madre di Lara negli ultimi mesi di vita. E la ragione di quella lettera, di quello strano lascito, di quella stravagante richiesta, sta nell’identità della madre di Lara, morta quando lei aveva appena due anni. Perché Bacci Pagano la conosceva. La madre di Lara Bortoli, infatti, era Marina Tanzi, compagna di Bacci per una breve stagione d’amore, quasi quarant’anni prima, consumata nella piantagione di canna da zucchero dove entrambi lavoravano sognando la rivoluzione. E ora Beppe Bortoli gli chiede di svolgere una nuova indagine per lui e dopo, se lo ritiene giusto, riferire a Lara, sua figlia. Ma Bacci sa che Bortoli non era un militante, non era un duro e puro dalla parte del torto. Conosce le sue sospette macchinazioni di presunto rivoluzionario, di farabutto imbroglione e non gli è difficile immaginare anche peggio. E tuttavia, in memoria di un ricordo, di un volto su una vecchia fotografia che torna dal passato, Bacci si imbarca in un’indagine che sembra impossibile. Un’indagine che per di più lo costringerà a ripercorrere gli anni più bui della sua esistenza: i cinque trascorsi in carcere a seguito dell’ingiusta condanna per terrorismo.
Con Voci nel silenzio Morchio scopre molte delle sue carte, scavando impietosamente nell’intimo del suo personaggio più amato, l’investigatore dei carruggi Bacci Pagano, mentre presente e passato convivono e si incastrano perfettamente con estrema lucidità. Due, anzi tre diversi piani temporali: si rifà al passato, all’incarico svolto di malavoglia ma con successo da Pagano nel 1998 per discolpare Bortoli dal quale scaturisce questa nuova, impalpabile e improbabile indagine, condotta senza uscire di casa (o quasi), usando il telefono e qualche singolare videochiamata via Skype. Indagine che tuttavia riesce ad andare a raccogliere testimonianze lontane, a scavare su misteri che risalgono al lontano 1986, a riesumare misteri racchiusi in un vaso di Pandora che forse non avrebbe dovuto aprirsi mai. Ad aiutare Bacci, con dati, spinte effettive, informazioni e consigli, sia allora che oggi, sono le voci e il supporto reale degli amici, come Totò Pertusiello, un tempo vicequestore, poi capo della mobile e ora in pensione, e magari la guardia carceraria sarda Virgilio Loi, divenuto un amico dai tempi della sua ingiusta detenzione, ora in pensione anche lui ma sempre con gli agganci giusti per arrivare a sapere…
In Voci nel silenzio Bruno Morchio ci fa convivere con il lockdown, lo tratta quasi come un dato di fatto acquisito, ‘normale’. Possibile? Credo che certe situazioni, quando si prolungano nel tempo, portino tanti piccoli e grandi cambiamenti, magari impercettibili, anche dentro di noi. Le grandi città potrebbero essere destinate a perdere consistenza, peso specifico nella umana convivenza? Forse dovranno reinventarsi per tornare a essere l’ombelico economico e sociale delle nazioni.

Andromeda. Una villa sui colli. La tarantola d’oro. Una croce. Un segreto. Una foto di Gianluca Morozzi, Giulio Perrone 2020.
Bologna, 2019. Nell’ampio salone di una villa sui colli c’è un uomo legato a una croce. Ma non è una croce normale, bensì una croce di sant’Andrea, una croce a X, che costringe e immobilizza braccia e gambe in una scomoda posizione. La vittima predestinata si chiama Dimitri. Davanti a lui, nelle vesti di carnefice, c’è qualcuno che si fa chiamare Borg, come il celebre tennista tedesco, numero uno del mondo nella classifica dal 23 agosto 1977 al 2 agosto 1981. Il soprannominato Borg ha con sé una motosega e dei secchi di cemento. Non rivela quale sia motivo della sua furiosa violenza. Ciò che invece dice a Dimitri è semplice e terribile: “Io ti libererò senza farti niente, solo se ti ricorderai il mio vero nome. Pronuncialo, e non ti accadrà nulla. Altrimenti, ti taglierò a pezzi uno dopo l’altro. Ora dopo ora, giorno dopo giorno.  Ho fatto le cose per bene, cosa credi? Sono anni che mi preparo per questo momento. Anni. Il posto dove ci troviamo, il luogo in cui ti tengo alla mia completa mercé è il luogo dove tutto è accaduto e solo qui potrà esserci la punizione o la salvezza”.
Il boia non ha dubbi né ripensamenti. L’uomo legato alla croce merita quella atroce punizione. Chi ha distrutto due vite e marchiato indelebilmente l’innocenza di un ignaro agnello sacrificale non merita altro. La sua è sì una vendetta, ma anche una necessaria, indispensabile azione purificatrice maturata in anni di inestinguibile sofferenza.
La tortura si prolunga per giorni crudele, implacabile. Borg  il carnefice chiede solo che il condannato rammenti la sua identità. L’unico modo che concede a Dimitri per potersi salvare è riconoscere il suo carnefice e pronunciarne il nome ad alta voce.
La sua impotente vittima è terrorizzata, grida, piange inutilmente, domanda pietà ma la sua testa non sa dargli risposta, non riesce ad aiutarlo a ricordare quella lontana serata di tanti anni prima. E tuttavia, per aiutare la sua memoria, l’uomo che si fa chiamare Borg comincia a raccontare: frammenti, particolari, fatti…
Ci sarà una salvezza, una possibilità di scampo per la vittima predestinata di un efferato sacrificio?
Ancora una volta in equilibrio tra realtà e surreale, Gianluca Morozzi accompagna i lettori lungo lo scivoloso percorso in discesa di un’anormale storia angosciosa: fino a dove il peggio del peggio potrebbe ancora arrivare? E ci regala una favola oscura tragicamente violenta, immersa in atmosfere squisitamente pulp in cui svela e traccia i perversi ma incontenibili confini di quella che è stata una certa viziosa esistenza nella Bologna dei colletti bianchi degli anni novanta.
Una favola oscura che rimanda con prepotenza a certa letteratura di fine anni Novanta/inizio anni Duemila. Quella letteratura pulp squisitamente di consumo che punta su temi di facile presa (sesso e sangue, crimine, violenza), riutilizzata e ingigantita fino alla parodia, per trattare dei modi più truci della narrativa popolare, può tuttora servire a richiamare l’attenzione sulle dimensioni abnormi di molti fenomeni insiti nella realtà contemporanea (l’omologazione consumistica e la dipendenza dai modelli mediatico-pubblicitari, la ricerca nevrotica di un’attribuzione di senso al vuoto delle esistenze e il crimine feroce e gratuito che spesso ne è la conseguenza). Non a caso diversi scrittori (come Niccolò Ammanniti, Aldo Nove, Daniele Luttazzi, Andrea G. Pinketts), specialmente ai loro esordi, si sono lasciati coinvolgere dallo sfaccettato ventaglio di opportunità che il pulp offriva generosamente.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Il mistero del papiro nero di Geronimo Stilton, PIEMME 2019.
Tutto gira intorno al Papiro Nero, che contiene il segreto dell’eterna giovinezza. Geronimo deve trovarlo per scriverci un articolo, cosi va al museo egizio dove trova il professor Ger O’Gliph che gli racconta che qualcuno ha rubato il famoso Papiro Nero. Dopo giorni di ricerca sui giornali gira voce che ci sia un nuovo detective a Topazia che vuole smascherare il ladro, si chiama Zero Zero Bis. Tea e Geronimo non si fidano di lui e sospettano di qualcosa, allora dopo molte ricerche lo seguono fino a casa sua. E… cosa scopriranno?
Una storia avvincente, molto misteriosa e pericolosa ma anche buffa e divertente!!!

Le letture di Jessica

Cari bambini,
oggi vi presento Lupetto ha paura del buio di Orianne Lallemand e Eléonore Thuiller, Gribaudo.
Lupetto ha paura del buio. È sera e Lupetto nel suo lettino non riesce a dormire. Allora chiama i genitori e dice loro di avere visto un mostro nell’armadio. Ma non c’è nessun mostro. Poi dice che c’è un drago sotto il letto. Invece è la sua pecorella. Allora si addormenta. Poi si sveglia, chiama mamma e papà e dice di avere fatto un brutto sogno. Allora la mamma lascia socchiusa la porta della camera e la luce accesa nel corridoio. E poi gli fanno tante coccole. Si addormentano tutti e tre.
Che bello!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica

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